Disabili e occupazione: perché l’Europa ha condannato l’Italia

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La Corte di Giustizia Ue sanziona il nostro paese, per non aver favorito abbastanza l’inserimento nel mondo del lavoro dei portatori di handicap

Italia condannata per non aver favorito abbastanza l’inserimento dei disabili nel mondo del lavoro

E’ quanto ha stabilito una recentissima sentenza della Corte di Giustizia Europea , che impone al nostro paese di mettersi in riga e adottare opportuni cambiamenti legislativi, tali da sanare la situazione. 

IL CONTENZIOSO
Tutto è partito da un contenzioso che risale addirittura al 2006 e che ha visto contrapposte la Commissione Ue e la Repubblica Italiana. In particolare, le autorità di Bruxelles hanno rimproverato al governo e al parlamento di Roma di non aver recepito pienamente una direttiva europea che risale a oltre 13 anni fa (la n. 78 del 2000) e che aveva proprio lo scopo di agevolare l’inserimento nel mondo produttivo dei portatori di handicap. Secondo l’articolo 5 della direttiva, “il datore di lavoro deve prendere dei provvedimenti appropriati, in funzione delle esigenze e delle situazioni concrete, per consentire ai disabili di accedere a un lavoro, di svolgerlo o di avere una promozione o di ricevere una formazione professionale, a meno che tali provvedimenti non richiedano un onere finanziario sproporzionato per lo stesso datore di lavoro”.

LE BARRIERE ARCHITETTONICHE
Si tratta di un principio che in Italia, secondo la Commissione Ue, non è stato pienamente rispettato, benché nel nostro paese esistano delle norme a tutela dei lavoratori disabili sin dagli anni ’60, perfezionate poi con la legge n. 68 del 1999. Nello specifico, Bruxelles rimprovera alla legislazione italiana di circoscrivere le tutele soltanto ad alcune tipologie di disabilità specificamente individuate e di basare le politiche di integrazione dei portatori di handicap soprattutto su “incentivi, agevolazioni e iniziative a carico delle autorità pubbliche” senza imporre sufficienti obblighi ai datori di lavoro. Inoltre, dalla disciplina italiana sono in gran parte escluse alcune categorie di aziende, come quelle con meno di 15 addetti.

LA SODDISFAZIONE DELLE ASSOCIAZIONI
Anche se Roma ha rispedito le accuse al mittente, la Corte di Giustizia Europea ha deciso di ragione a Bruxelles. La sentenza è stata accolta con soddisfazione dai sindacati e da alcune associazioni di categoria come la Federazione italiana superamento handicap (Fish), la quale ha evidenziato alcune cifre che provano la giustezza del pronunciamento dei giudici comunitari. Nel nostro paese, infatti, soltanto il 16% delle persone disabili con un età fra i 15 e i 74 anni risulta essere un lavoratore attivo, mentre il tasso di occupazione tra la popolazione generale è di circa il 50%.

IL PARERE DEL GIURISTA
Di diverso parere è l’avvocato Fabrizio Daverio, giuslavorista e socio fondatore dello studio legale Daverio&Florio, il quale giudica “abbastanza sorprendente” il recente pronunciamento della Corte”. I motivi che spingono Daverio avere questa posizione, sono sostanzialmente due. Innanzitutto, l’avvocato fa notare che il testo dell’articolo 5 della direttiva europea sui lavoratori disabili è “piuttosto generico” e rende difficile capire, nello specifico, quali sono le sue reali modalità di applicazione. Inoltre, secondo Daverio, le leggi italiane a tutela dei lavoratori portatori di handicap sono già abbastanza avanzate e stabiliscono certi obblighi per le aziende che, invece, non sono previsti in altri paesi (almeno in alcuni). E’ il caso delle norme che impongono alle imprese di avere nell’organico un numero minimo di dipendenti disabili (almeno 7% dei lavoratori occupati, se la società ha più di 50 addetti; almeno due lavoratori, se l’azienda ha un organico tra 36 a 50 dipendenti e almeno un lavoratore, qualora nell’impresa siano impiegati da 15 a 35 dipendenti). Se dunque in Italia il tasso di occupazione tra i disabili è basso, per Daverio la colpa non è certo delle leggi attuali, che ovviamente si limitano a fissare dei principi e degli obblighi. Spetta alle autorità pubbliche, poi, riuscire ad applicarli bene.
(economia.panorama.it)

di Giovanni Cupidi

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