Lombardia e gravissime disabilità: cambiamenti in vista

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Con una comunicazione alla Giunta Regionale della Lombardia, l’assessore alla Famiglia, alla Solidarietà Sociale e al Volontariato Maria Cristina Cantù ha fatto sapere in quale modo intende sostenere la permanenza a domicilio delle persone con disabilità gravissima, ribadendo cioè la necessità di una presa in carico globale e prevedendo di consultare Comuni e Associazioni, prima di assumere i provvedimenti attuativi.
In tal senso, la seduta di Giunta del 2 agosto scorso ha approvato numerosi provvedimenti che spaziano praticamente su tutte le competenze regionali, fra i quali appunto la Deliberazione di Giunta Regionale n. 590 si occupa delle persone con disabilità gravissime.
Si tratta in realtà di una semplice comunicazione attraverso la quale l’assessore Cantù anticipa, ottenendo l’approvazione della Giunta, le modalità di utilizzo della quota del Fondo per la Non Autosufficienzaattribuita alla Lombardia, pari a oltre 40 milioni di euro.Si tratta di risorse che negli anni passati sono state destinate al sostegno alla domiciliarità delle persone affette da SLA (sclerosi laterale amiotrofica) e da altre malattie del motoneurone. La Regione Lombardia, con questa comunicazione, anticipa l’intenzione di modificare questa prassi, estendendo la platea dei beneficiari a tutte le persone con disabilità gravissima, come del resto prevede la stessa normativa nazionale, ma anche introducendo il principio della presa in carico, della valutazione multidimensionale del bisogno e della stesura di un progetto individuale «che preveda una risposta unitaria su più livelli assistenziali anche attraverso un mix di risorse economiche e/o interventi sia sociali che sociosanitari».Appare questa un’ulteriore conferma della volontà della Giunta Regionale Lombarda di mettere in discussione alcuni cardini dell’attuale modello di welfare sociale lombardo, con una maggiore attenzione alla dimensione sociale, rispetto alla sola erogazione di prestazioni di carattere sanitario.«Un passo in avanti – è il commento di Franco Bomprezzi, presidente della LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità), la componente lombarda della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) – perché si esce dalla logica sanitaria che fa equivalere una malattia con un bisogno, per avvicinarci all’approccio sociale alla disabilità.oi Colpisce anche positivamente l’intenzione di coinvolgere attivamente Comuni ed Associazioni prima della stestura degli atti applicativi, che sono poi quelli che determineranno o meno la bontà dell’intervento».
(Ufficio Stampa LEDHA)

di Giovanni Cupidi

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AMORE E DISABILITA’ IN UN CORTOMETRAGGIO…DA SUPPORTARE

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Franco Montanaro, 28 anni, lancia il progetto di un cortometraggio sul tema della sessualità delle persone disabili. Per realizzarlo è stata lanciata una campagna di raccolta fondi Il titolo dice già tutto, e non potrebbe farlo meglio. “Amore è stare svegli tutta la notte con un bambino malato. O con un adulto molto in salute”. Detto così, magari uno ci capisce poco o niente. Ma ad andare un attimo  a inquadrare il focus, tutto si chiarisce. Se vi dico che stiamo parlando di amore, sesso e disabilità, forse qualche lampadina inizierà ad accendersi. Il titolo, lungo ma efficace, è quello scelto da Franco Montanaro per il suo cortometraggio, incentrato appunto sulla sessualità delle persone disabili, argomento un tempo tabù, che ultimamente sta iniziando ad emergere, come giusto che sia. Tema trattato – ed è qui che la diffeneza si fa interessante – assumendo la prospettiva di un ragazzo disabile che si fa adulto, e della madre, la quale vede accanto a sé crescere un bambino prima bisognoso di cure, ora uomo con bisogni  e impulsi. In entrambe le situazioni, che sono specchio di momenti diversi della vita di due persone, amore è essere a fianco l’uno all’altro, nei suoi bisogni che cambiano. Così la breve sinossi che introduce al cortometraggio:  “Camillo è un ragazzo di diciotto anni circa e vive con sua madre Giulia, che da quando è piccolo non ha mai smesso di occuparsi di lui. Ha i suoi interessi, ha vissuto esperienze belle e brutte, come ogni ragazzo della sua età. Camillo aspetta la madre fuori da scuola. I compagni lo salutano passandogli di fianco velocemente e uno di loro per gioco gli sfila le sue cuffie dall’orecchio. L’ auto della madre arriva, il tempo di adagiare la carrozzina dietro e si parte per casa. Sono in auto fermi ad un semaforo. Un cartellone pubblicitario è tutto occupato da un corpo femminile in bella mostra. Camillo indugia lo sguardo alla sua destra e la madre un po’ imbarazzata ha come reazione quella di distrarlo. Suo figlio ormai non è più il bambino che la teneva sveglia la notte. La madre ne è cosciente. Il loro rapporto è fatto di una complicità unica che lega una mamma a un figlio. La stessa che porterà mamma Giulia ad andare anche oltre i suoi preconcetti…” La storia che pare delinearsi (pare, perché il cortometraggio ancora non l’abbiamo visto, e ora capirete il perché)  punta i riflettori anche su un aspetto spesso poco considerato, ovvero la difficoltà – che talvolta diventa  frustrazione –  di  un genitore di un ragazzo disabile che diventa adulto, nel  poter fare poco per aiutare il figlio a vivere  a pieno la propria sessualità. Tema particolarmente attuale, sul quale molto si sta discutendo, in particolare in relazione alla proposta di rendere legale anche in Italia la figura dell’assistente sessuale, già presente in alcuni altri Paesi. Dicevamo che per ora questo cortometraggio è solo un progetto. Ebbene, è così, perché per la sua realizzazione sono necessari 10.000 euro, per recuperare i quali è stata attivata una campagna online per un finanziamento “dal basso” al quale tutti, volendo, possono partecipare. Sul sito www.finanziamiiltuofuturo.it è possibile avere tutte le informazioni sulla raccolta fondi e sul progetto. Chi volesse può partecipare, contribuendo a partire da 1 euro, ricevendo “ricompense” proporzionate all’offerta, che vanno dal ringraziamento, all’invito alla prima proiezione pubblica ecc. Il termine ultimo, entro il quale il progetto dovrà raggiungere il 70% del finanziamento, è il 30 novembre 2013. Se il Progetto verrà finanziato, a dirigere il cortometraggio sarà Adriano Sforzi, regista vincitore di un David di Donatello con “Jody delle Giostre”.

di Giovanni Cupidi

DISABILI, ANCORA BLOCCATE LE ASSUNZIONI NELLA P.A.: “IN PIAZZA A SETTEMBRE”

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Nonostante gli appelli non è ancora stato superato il parere espresso lo scorso maggio dal Dipartimento della Funzione Pubblica, che di fatto blocca le assunzioni di disabili. C’è un ordine del giorno al governo, ma si punta ad una manifestazione

Associazioni del mondo della disabilità in piazza a Roma per una grande manifestazione che punta ad ottenere il superamento definitivo del blocco delle assunzioni nella Pubblica amministrazione. E’ lanciare l’idea, per il mese di settembre, è ancora una volta il Comitato Genitori Giovani Disabili Psichici, che da mesi segue assiduamente la vicenda del blocco delle assunzioni delle cosiddette “categorie protette” nella Pubblica Amministrazione. Una situazione che nelle settimane passate non si è sbloccata e che, pur in presenza di qualche timida inversione di rotta, rappresenta ancora un problema da risolvere.
L’oggetto del contendere è un parere espresso il 22 maggio 2013 dal Dipartimento della Funzione Pubblica della Presidenza del Consiglio, in risposta a un quesito posto dall’Inps, con il quale di fatto sono state bloccate, nellaPubblica Amministrazione, le assunzioni di personale appartenente alle cosiddette “categorie protette”, come quelle tutelate ad esempio dalla legge 68/99. Il Comitato – aderente anche al Forum Disabilità-Formazione-Lavoro, un organismo promosso dall’Opera don Calabria e dalla Comunità di Capodarco – sottolinea da tempo che “è inammissibile che le assunzioni dei disabili, previste dalla legge 68/99, possano essere bloccate e che si giustifichi nella sostanza questa scelta sciagurata con la necessità di contenimento delle spese della Pubblica Amministrazione: la Legge esiste e va rispettata, senza ricorso a motivazioni che riteniamo inaccettabili”.Già il 3 luglio scorso c’è stata una prima manifestazione di piazza, dopo la quale però le speranze dei promotori erano andate a sbattere nella risposta che il governo aveva preparato ad un’interrogazione parlamentare presentata dalla deputata Gribaudo (Pd), nella quale di fatto veniva sostanzialmente confermato il parere della Funzione Pubblica. Qualche giorno dopo, una parziale correzione di rotta, con l’approvazione al Senato, da parte della Commissione Finanze e Tesoro e della Commissione Lavoro e Previdenza Sociale in seduta congiunta, di un Ordine del Giorno presentato dalla senatrice Nicoletta Favero (prima firmataria), che impegna l’Esecutivo a superare il Parere del Dipartimento della Funzione Pubblica.”Siamo convinti – dicono dal Comitato Genitori Giovani Disabili Psichici – che una grande manifestazione a Roma, nel prossimo mese di settembre, di tutto il mondo della disabilità, sia necessaria e vada preparata con la più ampia partecipazione di tutti”. L’obiettivo è quello di mantenere alto il livello di attenzione, perché – è loro convinzione – “il conseguimento dell’obiettivo del pieno rispetto della Legge 68/99 nella Pubblica Amministrazione richiede ancora un forte impegno di tutte le associazioni e di tutti i cittadini interessati alla difesa del diritto al lavoro dei disabili”.
(superabile.it)

di Giovanni Cupidi

Lavoro ai disabili, ecco tutte le agevolazioni

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Malgrado gli innumerevoli sostegni fiscali che dovrebbero indurre le aziende ad assumere i soggetti portatori di handicap, in Italia solo il 16% dei disabili trova occupazione.In Italia, da una recente stima, è emerso che soltanto il 16% dei disabili ha trovato un’occupazione. E ciò si traduce in una drammatica realtà: il 74% delle persone affette da disabilità, e ritenute abili al lavoro, non viene inserita.
Su questo tema, non è mancato l’intervento dell’Unione europea, bocciando l’Italia attraverso la Corte di Giustizia UE, che ha ritenuto insufficienti gli strumenti che il nostro paese ha messo in atto per favorire l’occupazione delle persone con disabilità, quali attuazione concreta dei diritti di uguaglianza e integrazione. Ma quali sono gli obblighi di chi vuole assumere del personale inserito all’interno delle liste protette?
Qui di seguito una rapida sintesi:Obblighi per le aziende – La legge 68/99 sancisce che le aziende che superano il tetto dei 15 dipendenti debbano assumere almeno un lavoratore appartenente alle categorie protette. Nella normativa è previsto un crescendo di queste assunzioni, con l’incremento dei dipendenti. Da 15 a 35 dipendenti prevede l’assunzione di una persona disabile, dai 36 ai 50 di due, da 51 a 150 in una percentuale del 7% più uno.Incentivi per le aziende – Con l’assunzione di un lavoratore appartenete alle categorie protette, l’azienda ha diritto di accedere ad alcune agevolazioni previste dalla legge (art. 13 legge 68/99), tra le quali: fiscalizzazione dei contributi previdenziali e assistenziali per l’assunzione di lavoratori disabili con ridotta capacità lavorativa superiore al 79% fino a un massimo di 8 anni. Medesimo discorso vale per l’assunzione di lavoratori con handicap intellettivo e psichico.Va ricordato inoltre che, nel caso in cui l’azienda debba sostenere costi per eliminare le barriere architettoniche, ma anche per l’acquisto di tecnologie per facilitare il telelavoro del soggetto, la legge prevede un rimborso parziale forfetario.Sanzioni – Per le aziende che eludono l’obbligo di assunzione di lavoratori affetti da disabilità sono previste delle ammende di carattere amministrativo, stabilite dalle direzioni provinciali del lavoro. Al di la delle chiacchiere, e delle leggi sistematicamente non rispettate, ci aspettiamo che l’Italia, così come tutti i paesi definiti “sviluppati”, riesca prima o poi a far sì che, una risorsa produttiva come quella che può derivare dal lavoro dei disabili, venga finalmente recepita come unica alternativa ad uno Stato assistenziale che ogni anno crea problemi di bilancio ai vari Governi che si succedono.
(www.ilmediano.it)

di Giovanni Cupidi

Disabilità, non aprite quella porta (dell’autobus)

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Se volete restare anche voi un momento leggermente attoniti leggete ciò che è successo all’amico Max qualche giorno fa. La notizia gira in fretta e fortunatamente su più giornali.

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di Max Ulivieri

Di lettere e commenti di viaggiatori incavolati ne sono pieni i quotidiani e i forum: mezzi di trasporto (bus, treni, aere, ecc.) che non partono, che non passano, che arrivano quando arrivano, che sono soppressi o che passano e che ti lasciano a terra. E, spesso, senza uno straccio di spiegazione e senza nessuna giustificazione, in barba all’etica, alle carte dei diritti e alla buona educazione. Quasi sempre, poi, senza che nessuno si senta in dovere di scusarsi. Anzi.
Nel momento che compri il biglietto, viaggiare (o non viaggiare), arrivare o no è a tuo rischio e pericolo. Ti saltano gli appuntamenti? Avevi solo da non prenderli. Perdi due giorni in attesa del mezzo? E allora? Hai tanti di quei giorni di vita davanti a te. Qual è il problema, sembra sempre quasi che dicano i responsabili delle compagnie di trasporto, pubbliche e private. Infatti per loro non è mai un problema. Il problema è di chi ha perso dei giorni di vacanza, un colloquio di lavoro, un guadagno, la possibilità di fare una cosa importante, piacevole o necessaria. Fin qui tutto normale: alle compagnie di trasporto appaiamo tutti come degli spensierati turisti perennemente in vacanza 365 giorni all’anno con nient’altro da fare che aspettare in stazione, in aeroporto, sotto la pensilina della fermata dei bus.
Ed è proprio alla fermata di un bus a Piombinoche è iniziata la disavventura di un giovane disabile e di sua moglie. M., piombinese trapiantato a Bologna, dopo avere trascorso il ferragosto in famiglia deve far ritorno alla sua abitazione ed al suo lavoro quotidiano nell’ambito del turismo accessibile (quando si dice la coincidenza). Per chi non lo sapesse, per una persona in carrozzina spostarsi con i mezzi non è così automatico e immediato come per tutti. Occorre prenotare con un certo anticipo, assicurarsi che ci siano i marchingegni che ti aiutano a salire, scendere e posizionarti sul mezzo, sperare che gli addetti sappiano come farli funzionare e nonostante tutte le previsioni e le rassicurazioni ci scappa sempre qualche intoppo. Ma quello che è successo domenica 20 agosto, nemmeno uno avveduto e scafato come M. poteva immaginarselo.
Per sicurezza lui e sua moglie si presentano mezz’ora prima alla fermata designata. Finalmente il bus arriva, sembra rallentare ma poi prosegue la sua corsa lasciando M. e la moglie a guardare sconsolati il mezzo che si allontana e chiedersi cosa avesse voluto dire l’autista che,senza fermarsi, aveva rivolto a loro dei gesti incomprensibili con la mano.M. fa chiamare l’azienda di trasporto dall’autista del secondo bus in arrivo (che ovviamente non aveva accessibilità a disabili) (la SITAbus, per la precisione). Il responsabile rintraccia l’autista e gli intima di tornare indietro a recuperare M. E qui, succede l’incredibile. I passeggeri si rivoltano e con la minaccia di ritorsioni economiche sull’azienda costringono il responsabile a ordinare all’autista di proseguire per la destinazione poiché loro avevano, chi la coincidenza, chi una persona che li attendeva, chi il lavoro, chi un appuntamento. Insomma, loro avevano da fare. E dei diritti.
Non come i disabili come M. che, come noto, non hanno niente da fare e che quindi il “fare niente” lo possono benissimo fare sia a Piombino che a Bologna o in qualsiasi altro posto. Egoismo? Superficialità? Ignoranza? Forse, tutte tre le cose insieme. Ma anche di più. E’ il retaggio di una subcultura che considera le persone con disabilità come cittadini di serie B, come soggetti/oggetti di assistenza, persone non in grado di vivere di luce propria, di avere attività professionali, sociali, di avere una vita relazionale, degli impegni, delle scadenze. Dei poverini, destinati a una esistenza infelice, inutile e vuota. Un’esistenza di serie B, appunto, meno importante di quella di chi invece perde una coincidenza.
Ah. Per chi non lo avesse capito, M. sono io. La storia è uscita sul Il Tirreno.

di Giovanni Cupidi

Quando la disabilità è di un altro colore

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Come dicevo nell’articolo precedente il post di Simone Fantini ha dato il via ad una discussione interessante sul blog INVISIBILI de il corriere.it.
Mi fa piacere riportarvi la “risposta” all’articolo in questione di Franco Bomprezzi e le sue osservazioni e puntualizzazioni.
Come sempre vi invito a commentare a vostra volta.

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di Franco Bomprezzi

E’ molto interessante il dibattito scatenato dal bellissimo post di Simone Fanti “Migranti con disabilità? Seduto al loro posto sarei scappato anch’io“: una riflessione frutto di un ragionamento condiviso da tutta la redazione del blog InVisibili e tradotta in parole da un giornalista paraplegico, come è Simone, che si è immedesimato nella sorte di altre due persone paralizzate agli arti inferiori, che sono state salvate durante lo sbarco a Pachino. E’ curioso come molti lettori abbiano fatto il possibile per ignorare il cuore del post, il nocciolo del problema. Ossia – come è nel nostro dna – un punto di osservazione diverso della realtà, uno sguardo in più, spesso laterale e scomodo, che riporta in primo piano le singole persone, evitando di ragionare solo per slogan, o attorno a numeri e fredde o calde statistiche, ma concentrandosi sull’invisibilità della condizione di disabilità. Si assiste infatti, se rileggete i commenti, quasi a un tentativo di rimozione emotiva, di ricerca di buone ragioni per non occuparsene, accampando nel migliore dei casi la difficoltà di vivere nella quale si trovano, in questo periodo, anche gli italiani, da Nord a Sud. Di qui le accuse di buonismo, e i tanti insulti, davvero inusitati per gravità e violenza, nei confronti di un articolo civile e oggettivo, che non pretendeva certo di fornire soluzioni definitive e complete a un tema complesso e delicato come quello dei fenomeni migratori di massa ai quali stiamo assistendo ormai da tanti anni.
Tanto per cominciare, mi permetto di citare un articolo importante della Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, che – lo ricordo per chi non lo sapesse – è legge dello Stato Italiano e dunque va applicata al pari delle altre leggi. L’articolo 11 è breve e chiarissimo: “Situazioni di rischio ed emergenze umanitarie. Gli Stati Parti adottano, in conformità agli obblighi derivanti dal diritto internazionale, compreso il diritto internazionale umanitario e le norme internazionali sui diritti umani, tutte le misure necessarie per garantire la protezione e la sicurezza delle persone con disabilità in situazioni di rischio, incluse le situazioni di conflitto armato, le emergenze umanitarie e le catastrofi naturali”. Quindi la questione è chiusa in partenza: è un obbligo, e non un atto di generosità, l’accoglienza umanitaria di persone con disabilità, alle quali va garantita protezione e sicurezza. Tutto ciò che attiene ai successivi atti, dal permesso di soggiorno all’eventuale ritorno al Paese di origine, esula da questa fase, di emergenza umanitaria conclamata ed evidente.Ma noto da molto tempo come in realtà anche le persone con disabilità italiane abbiano in genere una certa difficoltà (per usare un eufemismo) a solidarizzare con disabili migranti (a proposito: la parola “migranti” è correttissima. Si diventa immigrati quando si regolarizza e si stabilizza la migrazione in un Paese, non quando si arriva su una spiaggia, e probabilmente, come spesso accade, si ritiene questa solo una tappa di un percorso verso altre nazioni, verso il Nord Europa). Gian Antonio Stella nel suo insuperabile “L’orda” racconta in modo superbo il fenomeno della migrazione italiana, e continua ancora adesso a scandagliarne le dimensioni, le cifre, le modalità, le sofferenze. Rimando dunque al sito http://www.orda.it per trovare elementi utili a una riflessione più consapevole. Un po’ di memoria non guasterebbe e ci consentirebbe, forse, di comprendere meglio lo stato d’animo e le speranze di chi arriva qui allo stremo delle proprie risorse umane, economiche e fisiche. La disabilità, forse è il caso di ripeterlo, è di per sé una molla potente per cercare di scappare da una situazione ambientale ostile, dalla mancanza di cure, di assistenza, dalla presenza di barriere insormontabili per costruirsi una vita degna di essere vissuta.E’ evidente a tutti che non possiamo, da soli, come persone e come Paese, risolvere tutte le situazioni drammatiche legate alla migrazione per disabilità. Ma i numeri parlano di un fenomeno assolutamente modesto, che le nostre strutture sono in grado di affrontare civilmente, nel quadro delle normali attività umanitarie di un Paese come l’Italia che è tuttora fra i primi dieci Paesi del mondo. Proviamo ad abbassare la soglia della paura. Restiamo umani, se ne siamo ancora capaci. 

di Giovanni Cupidi

Migranti con disabilità? Seduto al loro posto sarei scappato anch’io

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Pubblicato sul blog INVISIBILI de il corriere.it sta facendo molto discutere il post di Simone Fantini sui recenti sbarchi di migranti sulle coste del sud Italia. Non voglio anticipare nulla ma vi invito a leggere l’articolo e mi piacerebbe leggere le vostre opinioni.

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di Simone Fanti

L’immagine della lunga catena umana dei bagnanti che portava soccorso a un barcone di migranti arenatasi sulla spiaggia di Morghella a Pachino in provincia di Siracusa è di quelle che restano negli occhi e nel cuore. Ha fatto il giro del mondo rendendo giustizia a un popolo troppo spesso avvicinato, soprattutto all’estero, a fenomeni di cronaca e mafia. Centosessanta migranti e una cinquantina di bambini e neonati sono stati tratti in salvo a braccia da chi tutto pensava potesse succedere in quel Ferragosto tranne che di salvare delle vite umane. «Le decine di bagnanti, sulla spiaggia di Morghella, che si sono spinti generosamente in mare per aiutare profughi provenienti dalla Siria, in gran parte bambini, a raggiungere la riva mettendosi in salvo, sono di quelle che fanno onore all’Italia», ha commentato il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.
Migranti, termine più corretto per chiamare queste persone come stabilito dalla Carta di Roma e dall’agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite (Unchr), profughi o immigrati clandestini come invece li ha definiti il leghista Matteo Salvini… poco importa in questo blog nascondere le persone sotto una definizione, anche se come avrete letto spesso le parole hanno il loro valore e rappresentano il rispetto che la società porta ai suoi membri (Leggi qui e qui). Abbiamo sempre voluto guardare alle persone e non alle categorizzazioni soprattutto quando si ha a che fare con persone che poi diventano invisibili. Persone che diventano numeri: «dal primo agosto 2012 al 10 agosto scorso sono sbarcati sulle nostre coste 24.277 immigrati» specifica la nota del Ministero degli Interni «circa un terzo di loro, cioè esattamente 8.932, è arrivato in Italia a partire dal 1 luglio scorso».Un soccorritore che porta a braccia una donna araba a Morghella (Foto Ansa)Ma se i numeri spaventano, la spersonalizzazione alimenta la diffidenza. Solleviamo quindi quel velo che impedisce di guardare i volti e gli occhi spauriti di quei bambini e di quelle donne. Tra gli occupanti di quel fatiscente barcone c’erano anche due persone paraplegiche, «Due persone che non potevano muovere le gambe», racconta uno dei soccorritori. «Li abbiamo portati a braccia fin sulla spiaggia dove li abbiamo adagiati in attesa che venisse loro prestato il primo soccorso, gli fosse dato qualcosa da mangiare e tanto da bere per ovviare alla disidratazione». Donne gravide, bambini, molti dei quali sotto i tre anni di vita, e due persone con disabilità, ecco chi sono coloro che alimentano gli incubi di alcuni. Uomini e donne, in questo caso, fortunati a essere riusciti nella traversata su un barcone di fortuna e a essere stati raccolti dalla Guardia costiera e dai bagnanti. A non essere finiti nelle mani di qualche organizzazione criminale per essere poi istradati verso il crimine, la prostituzione o una vita da mendicanti a raccogliere la poche elemosine a bordo di qualche strada cittadina.Ogni tanto però provo a calarmi nelle vesti di quei due paraplegici di 40-45 anni che ora sono in un centro di accoglienza. Difficile forse con la pancia piena e un’assistenza sanitaria che pur con molte pecche funziona. Ma cosa avrei fatto se fossi nato nella parte povera del globo, in un posto dove l’aspettativa di vita di una persona con disabilità non è molto lunga? Magari in un luogo dove il sibilo dei proiettili non arriva dallo schermo della televisione, ma da un fucile di un cecchino. Domanda retorica, avrei cercato una via d’uscita o, a dirla come Silone, un’uscita di sicurezza. Voi no?Gli sbarchi si susseguono, complice il bel tempo e di quelle persone non resta che la foto: alcuni otterranno forse il passepartout di profughi e troveranno rifugio nel Belpaese, altri verrano riconosciuti come immigrati clandestini secondo la legge Bossi Fini e rispediti al Paese di origine. Alcuni scapperanno, forse, i più abili – dubito di vedere una persona in sedia a rotelle fuggire dal centro di prima accoglienza scavalcando la recinzione, così come dubito di vedere una donna gravida fare lo stesso. Di nuovo i più fragili pagheranno. Ma tranquilli, non li guarderemo negli occhi mentre tornano mesti in patria essi sono già rientrati nell’invisibilità.

di Giovanni Cupidi