Giornalista disabile a Bruxelles. “In Italia non posso fare il mestiere che amo”

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Maurizio, 34 anni, è non vedente dalla nascita. Nel Belpaese il suo handicap gli impediva di esercitare la professione. Poi, all’estero, la svolta: dopo un master a Liverpool ha iniziato a collaborare con realtà internazionali, tra cui la Bbc. Oggi vive a Bruxelles

di Alessio Pisanò 

Se il lavoro di cronista in Italia è duro per tutti, figuriamoci per un ragazzo portatore di handicap. Maurizio ha 34 anni, è di Pescina, un paesino in provincia de L’Aquila, ed è non vedente dalla nascita. Ha fatto la scuola di giornalismo di Urbino ed è professionista dal novembre 2008. In Italia ha provato ad esercitare il mestiere che ama, il giornalismo, ma non ha avuto fortuna. Troppi gli ostacoli, i problemi, le difficoltà di un sistema che ancora non vuole accettare che non è nient’altro che un “diversamente abile”. Maurizio adesso vive a Bruxelles dove lavora come freelance e collabora con realtà internazionali di prestigio come l’inglese Bbc.Il nome è tutto un programma: Maurizio Molinari, come il corrispondente de La Stampa da New York. Anche il luogo di nascita è significativo, Pescina, il paesino abruzzese che ha dato i natali allo scrittoreIgnazio Silone. Maurizio studia interpretazione all’Università di Forlì ma scopre presto la sua vera passione, ed è qui che iniziano i guai. Fa domanda di ammissione presso una delle più importanti scuole di giornalismo in Italia, ma si vede negare l’accesso al test d’ingresso per il suo handicap, a priori. Per questo scrive una lettera indignata alla scuola che scatena le scuse da parte della direzione e la concessione di ammissione al test. Ma Maurizio non vuole fare strada a gomitate, quindi si iscrive e frequenta con successo la scuola di giornalismo diUrbino. Fa il praticantato propedeutico all’esame per diventare giornalista professionista all’Agi e a Radio Rai. “Mi sono trovato a montare dei servizi al posto di persone assunte che, pur vedenti, non erano capaci di farlo”, racconta con un pizzico di ironia. “Ho dimostrato nei fatti di poter fare il mio lavoro, pur essendo conscio dei miei limiti. Il mio sogno era fare il telecronista sportivo, non lo posso fare per motivi pratici, ma non vuol dire che non posso fare altro – spiega – Avrei preferito trovarmi di fronte a persone che mi dicessero, ‘bene vediamo insieme quello che puoi fare e quello che non puoi fare’, ma senza pregiudizi di sorta. Certo che se ogni volta mi fanno un contratto di una settimana non ho nemmeno il tempo di ambientarmi nella nuova realtà e prenderne le misure”. A Maurizio la Rai non dispiaceva, tant’è che, di fronte alle porte chiuse e appellandosi alla legge sul collocamento obbligatorio delle persone disabili, si è rivolto speranzoso all’Usigrai (sindacato dei giornalisti della Rai). Secca e sconcertante la risposta: “La Rai rispetta le quote di collocamento obbligatorie delle persone disabili indipendentemente delle figure professioniste”. Insomma, come dire che i portatori di handicap sono stati messi a fare altro. Quanto basta per farsi una regione che in Italia, tranne qualche collaborazione saltuaria, non c’è proprio spazio.
Nel 2008 arriva a Bruxelles per uno stage all’Ansa. Lui avrebbe preferito andare a Pechino, per le Olimpiadi e la sua passione per il giornalismo sportivo, ma ecco le solite difficoltà: “Pechino è lontana, da Bruxelles è più facile tornare a casa”. Insomma, Bruxelles sia. Una scelta tutto sommato azzeccata perché proprio nella capitale d’Europa Maurizio inizia la sua vera carriera giornalistica. Inizia a lavorare nella comunicazione di alcune Ong internazionali come Equinet Eurochild eTransport and Environment, scrive per Equal Times e con l’Italia mantiene una vecchia collaborazione, quella con il Redattore Sociale. Ma la vera svolta arriva dopo un paio d’anni. “Vista la magra situazione italiana, ad un certo punto ho deciso di aprirmi alla realtà inglese. Mi sono iscritto a un master part time intitolato Post graduate certificate in radio and on line journalism a Liverpool. Le lezioni erano ogni martedì, quindi per due anni ho preso il treno il lunedì sera, mi sono fatto dalle 5 alle 8 ore di viaggio per poi tornare a Bruxelles a lavorare il mercoledì mattina”.Durante il master Maurizio ha l’occasione di mettere un piede alla Bbc. “Da allora ho iniziato una collaborazione continua con la radio dell’emittente inglese dove ho incontrato decine di giornalisti non vedenti. In tutta Italia invece conosco una sola persona non vedente che fa questo lavoro, oltre al sottoscritto”, racconta. Alla Bbc la vita per un giornalista non vedente è davvero diversa. “Qui non solo si riesce a lavorare ma un cronista nelle mie condizioni non si deve occupare solo di disabilità. Ad esempio, conosco personalmente un reporter sportivo e un importante analista politico. Anzi, i miei colleghi britannici si lamentano addirittura che alla Bbc c’è solo il 3 percento di disabili impiegati”. Le differenze con le realtà italiane pesano. “Quando stavo in Raidovevo portare al lavoro il mio computer, alla Bbcanche per una formazione di due giorni mi hanno messo a disposizione un computer con screen reader, programma di lettura dello schermo fatto apposta per i non vedenti – spiega Maurizio – Sempre a Londra, all’inizio mi hanno messo a disposizione per una settimana un assistente personale per farmi familiarizzare con l’ambiente di lavoro. Poi ovviamente ho iniziato a muovermi in totale autonomia”.
Cosa fa davvero la differenza? Maurizio non ha dubbi: “Le leggi e il farle rispettare. In Inghilterra se discrimini un dipendente perché disabile, o per qualsiasi altro motivo, l’azienda rischia serie punizioni e una pessima immagine di fronte all’opinione pubblica. In Italia magari leggi simili ci sono, ma vengono puntualmente disattese”. Le cose per Maurizio iniziano ad andare davvero bene, tanto che può addirittura rinunciare ad un contrattoindeterminato e ben retribuito nel settore della comunicazione per lavorare come freelance. E il futuro promette bene. “La Bbc mi offre delle possibilità che in Italia non avrei mai avuto e forse un giorno potrò anche fare televisione”.
Oggi Maurizio si occupa soprattutto di tematiche sociali e cooperazione e sviluppo. Alla Bbc  cura un programma radiofonico dove racconta storie di persone che si sono distinte per i propri meriti. Ha lavorato anche per un programma di diritti dei consumatori e uno sullo sport, per il quale ha realizzato un’intervista in esclusiva ad Antonio Conte, dopo l’ultimo scudetto della Juventus. Quest’estate la passerà in parte in Russia per studiarne la lingua. E l’Italia? “Al momento non ci penso nemmeno a tornare. Non vedo possibilità di fare il mestiere che amo. Ho cercato di trovare spazio ma non c’è stato verso. L’Italia resta un paese con una buona qualità di vita. Però se devo tornare a meno di mille euro e a fare un lavoro che non mi soddisfa, meglio restare all’estero”. E il futuro? “Mi vedo in Inghilterra, mi auguro sempre con la Bbc. Tornerei in Italia solo a condizione di poter essere valutato per quello che faccio e non per altro”.

@AlessioPisano

di Giovanni Cupidi

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Scuola, in arrivo nuovi corsi di specializzazione sul sostegno ai disabili

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Il ministro Carrozza ha firmato il decreto che porterà alla specializzazione di 6.398 nuovi insegnanti di sostegno. “Passo importante per colmare un grave buco”, commenta il Ciis. Dopo il Tfa, dunque, prosegue il progetto di riforma del percorso di formazione per i docenti. E per domani annunciata l’informativa per l’immissione in ruolo per il prossimo anno scolastico

Maria Chiara Carrozza

Dopo il Tirocinio Formativo Attivo, la specializzazione sul sostegno. Il Ministro dell’Istruzione, Maria Chiara Carrozza, ha firmato il decreto ministeriale 706/13 con cui autorizza l’attivazione di corsi per la creazione di 6.398 nuovi insegnanti di sostegno didattico agli alunni con disabilità.

Prosegue, dunque, il progetto del Ministero di ridisegnare il percorso di formazione per i docenti italiani. In passato, le specializzazioni al sostegno per la scuola primaria e dell’infanzia venivano assegnate da corsi aggiuntivi alla laurea quadriennale della facoltà di Scienze della Formazione (che andranno adesso a esaurimento, fino ad essere dismessi); mentre per la scuola secondaria si era fermi ai corsi delle vecchie Ssis (le Scuole di Specializzazione all’Insegnamento Secondario), chiuse nel 2009. Da allora, un ‘buco‘ di quasi quattro anni, come successo del resto anche per le abilitazioni all’insegnamento, ripartite nel 2012 con l’istituzione del Tfa. Ad inizio agosto il ministro Carrozza aveva annunciato la prossima attivazione di un secondo ciclo di Tirocinio da 29mila posti. Adesso un ulteriore tassello si aggiunge al nuovo percorso.

“E’ un passo molto importante – commenta Evelina Chiocca, membro del Coordinamento Italiano Insegnanti Sostegno (Ciis) -, c’era un vuoto da colmare e finalmente il Ministero ha fornito una risposta. La scuola italiana ha bisogno di personale specializzato“. Il Ciis, però, sottolinea anche come il provvedimento non esaurisca completamente la questione: “Secondo noi la disabilità dovrebbe far parte della formazione di base di tutti gli insegnanti. Se vogliamo realizzare una vera integrazione è necessario che, oltre al lavoro svolto dai docenti specializzati, tutto il personale sia in grado di far compiere un percorso collettivo ad una classe che ha al suo interno una persona disabile”.

I nuovi corsi, comunque, rappresentano una svolta significativa. Saranno – come detto – a numero chiuso e riservati ai soli laureati in possesso di titolo di abilitazione già conseguito. Per l’accesso sono previste tre prove preselettive: un test preliminare, uno scritto e un orale, ai cui punteggi si andrà ad affiancare una graduatoria per titoli (fino a un massimo di 10 punti). Gli oltre 6mila posti messi a bando sono ripartiti in 1.285 per la scuola dell’infanzia, 1.826 per la scuola primaria, 1.753 per la scuola secondaria di primo grado e 1.534 per la scuola secondaria di secondo grado. Le prove saranno bandite nei prossimi mesi dalle singole università, con ripartizione territoriale non completamente omogenea: spicca, ad esempio, l’assenza assoluta della Basilicata, della Valle d’Aosta per la scuola d’infanzia e primaria, di Liguria e Trentino Alto-Adige per la scuola secondaria di secondo grado; e, ancora, i 250 posti riservati alla Calabria per la scuola primaria, a fronte dei soli 20 del Piemonte.

Facile ipotizzare che il corso possa interessare da vicino gli abilitati dal primo Tfa, rimasti esclusi dal concorsone e anche dalla graduatorie per cattedre e supplenze: in caso di superamento delle prove d’accesso, la specializzazione sul sostegno rappresenterebbe quantomeno una valvola di sfogo per gli oltre 11mila nuovi docenti appena creati. Anche perché nella graduatoria per titoli dell’ultimo concorso la specializzazione veniva valutata 1,50 punti.

I nuovi insegnanti di sostegno, comunque, si specializzeranno ovviamente solo nel 2014, e pertanto non saranno reclutabili a settembre. Adesso sul tavolo del ministero resta la questione più scottante: la formazione degli organici per l’anno scolastico 2013/2014, a poche settimane dall’inizio della scuola. Proprio oggi Carrozza ha annunciato che “domani verrà data l’informativa per l’immissione in ruolo dei docenti”.

LAVORO E DISABILITA’: E’ TEMPO DI VOTARE I CORTOMETRAGGI DI FILMABILE!!

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Sono aperte, fino al 13 settembre prossimo, le votazioni per il concorso  di cortometraggi che racconta l’inclusione lavorativa delle persone con  disabilità.

Il tempo per l’invio delle opere è scaduto, ora tocca a tutti noi votare, votare votare! Stiamo parlando di filmAbile, il concorso di cortometraggi promosso da Eurolavoro-Afol Ovest Milano che ha come tema quello dell’inclusione lavorativa e socio lavorativa delle persone con disabilità. Obiettivo, manco a dirlo, buttare giù un bel po’ di stereotipi, far riflettere, e far conoscere alcune realtà, con la forza del linguaggio filmico. Aperto alla sperimentazione in diverse forme (fiction, documentario, animazione, spot, videoclip), il concorso invitava a raccontare questa realtà con l’unico limite dei 5 minuti di riprese. Dopo la chiusura del termine per gli invii, si è giunti all’ammissione di 25 cortometraggi che toccano diversi tipi di disabilità, da quelle fisiche a quelle prichiche a quelle sensoriali.
Soddisfazione è stata espressa dai responsabili per il riscontro ottenuto dal concorso, che ha visto la partecipazione sia di filmaker singoli che di operatori del mondo sociale. Così  Francesca Zuntini, Responsabile Area Inclusione e Coordinatrice di filmAbile:  “Siamo davvero soddisfatti del riscontro avuto, perché l’obiettivo principale del progetto è riuscire a raggiungere il maggior numero di persone per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema dell’inclusione lavorativa delle persone con disabilità.”. “La cosa più positiva -prosegue Zuntini- è stato constatare di essere riusciti a raggiungere più regioni italiane: abbiamo ricevuto video dalla Puglia, dall’Abruzzo, dalla Toscana, dall’Emilia Romagna, dalla Liguria, dal Piemonte e quindi non solo dalla Lombardia“.
Ora la parola passa quindi al pubblico, che avrà il potere di incoronare il video vincitore, per quanto riguarda la sezione “Giuria popolare” partecipando alle votazioni in corso su Youtube. Per votare sarà sufficiente collegarsi al canale Youtube di Eurolavoro-Afol Ovest Milano, guardare i video e, dopo essersi loggati su youtube, esprimere il proprio “mi piace“. Si potrà votare fino alle ore 12.00 del 13 settembre 2013.
Il video che riceverà più ‘Mi piace’ risulterà il vincitore della sezione ‘Giuria Popolare’. Gli autori del video si aggiudicheranno un premio di 1.500,00€ che verranno consegnati durante la cerimonia di premiazione congiuntamente con l’assegnazione del premio della giuria tecnica, nel mese di ottobre.
PER INFO:
Eurolavoro-Afol Ovest Milano Tel. 0331455347 filmabile@afolovestmilano.it www.afolovestmilano.it
(disabili.com)

Moda e disabilità, “in Gran Bretagna una realtà consolidata”

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Dal 1999, l’agenzia inglese “VisABLE” rappresenta esclusivamente modelle, modelli, attori e presentatori con differenti abilità. “Nel nostro catalogo 80 book fotografici. I guadagni? 700 sterline al giorno”. La modella Shannon Murray però avverte: “Siate realiste e preparate al rifiuto”

Se la Fashion Team si prepara a diventare la prima agenzia italiana a rappresentare disabili, ben diversa è la situazione all’estero. Oltreoceano, società come la Target o la Nordstrom impiegano persone con disabilità dai primi anni Novanta. In Canada la Ben Berry – celebre per la campagna pubblicitaria Dove – sin dal 1993 è passata alle cronache per aver lanciato modelle oversize, di diversa etnia e abilità. Nel Regno Unito più o meno in contemporanea l’agenzia Louise Dyson ha lanciato il primo casting per modelli disabili della storia, “Model in a Million”, per la campagna promozionale della “Sunset Medical”, azienda produttrice di sedie a rotelle in cerca di un testimonial con reali problemi motori. L’idea ebbe un successo tale che la vincitrice Shannon Murray, su sedia a rotelle dall’età di 14 anni, è entrata a pieno titolo nel mondo del fashion, tanto da diventare, nel 2010, testimonial della catena londinese Debenhams.

“Model in a Million è stato il lancio perfetto”, racconta la Dyson. “Abbiamo ricevuto pubblicità fenomenali in tutto il mondo. Per ottenere credibilità nel settore ho usato la reputazione conquistata negli anni, con l’obiettivo di creare un nuovo mercato e di cambiare totalmente la mentalità dell’opinione pubblica sulla disabilità, attraverso il potere delle campagne pubblicitarie. In seguito ho compreso l’importanza dell’inclusione anche nel mondo della televisione, del cinema, del teatro. Esistono interpreti straordinari e brillanti, con abilità incredibili”. Nel 1999, Louise Dyson dà vita alla “VisABLE”, la prima agenzia al mondo a rappresentare esclusivamente modelle, modelli, attori e presentatori con differenti abilità, convinta delle enormi potenzialità che il settore poteva offrire.

“Quando ho cominciato, cercando di incoraggiare gli inserzionisti a scegliere modelli e modelle disabili nelle campagne pubblicitarie, tutti pensavano che fossi pazza. Il tempo mi ha dato ragione”. Sono trascorsi 18 anni da allora e nel Regno Unito, non si tratta più di un fenomeno di nicchia. “Oggi nel nostro catalogo figurano oltre 80 book fotografici. Senza contare quelli di artisti ed artiste indirizzati al mondo del teatro e del cinema. Tra i nostri clienti c’è la Royal Bank of Scothland, British Airways, Visa, Bbc. I guadagni? 700 sterline al giorno, come un qualsiasi professionista”. Per entrare a far parte della VisaABLE, bisogna innanzitutto sottoposti ad un questionario attitudinale. E’ la stessa Dyson ad addestrare le nuove leve. Il tutto gratuitamente. “La nostra motivazione è molto diversa da quelle delle agenzie regolari. Ha sempre operato come impresa sociale, con solo obiettivi etici”.

“Rispetto al passato, in Gran Bretagna, credo sia migliorata la percezione delle persone con disabilità nel mondo della moda”, ribadisce Shannon Murray, storica modella dell’agenzia. “Le persone sono più interessate ad una maggiore uguaglianza e a varietà etnica e di abilità. Credo però che una rappresentazione della diversità più positiva possa aiutare le persone a sentirsi maggiormente a proprio agio con il proprio corpo e a rafforzare la propria autostima. Sono milioni i disabili nel mondo. E’ giusto riconoscere le nostre capacità”. Scrittrice, attrice, presentatrice, attualmente la Murray sta studiando per diventare avvocato. “A coloro che sognano di entrare nel fashion system consiglio di essere pronti a viaggiare molto, a ritmi di lavoro massacranti. Fondamentale il lavoro di squadra. Ci vuole un sacco di gente per fare una grande fotografia”. E conclude con un monito: “E’ fondamentale essere realisti e pronti al rifiuto. Non credo siano ancora maturi i tempi per costruire una carriera duratura. Non c’è purtroppo abbastanza lavoro per vivere di moda”. (Loredana Menghi)

(superabile.it)

Arte e Disabilità, la bellezza dell’imperfezione alla Biennale di Venezia

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Fino al 29 settembre, in mostra una reinterpretazione del monumento ad Alison Lapper incinta: senza braccia e con le gambe poco sviluppate, è un’artista inglese che usa fotografie, installazioni e pittura per esplorare sé stessa, la propria nudità e il modo in cui la disabilità viene percepita dagli altri
arte disabilità 500

Una gigantesca e moderna Venere di Milo che dall’Inghilterra approda in Laguna e un’installazione che ha per protagonisti i volti e le voci di chi non siamo abituati ad ascoltare. La disabilità sbarca alla Biennale di Venezia: sull’isola di San Giorgio Maggiore, fino al 29 settembre e davanti all’omonima basilica, spazio a Breath (respiro), una reinterpretazione del monumento ad Alison Lapper incinta realizzata dall’artista inglese Marc Quinn in occasione della personale portata in Italia dalla Fondazione Giorgio Cini. Una versione gonfiabile dell’originale – alta 11 metri – che riproduce l’opera installata nel settembre 2005 a Londra, a Trafalgar Square, e che è stata anche al centro della cerimonia di apertura dei Giochi paralimpici 2012.
Una statua che raffigura una persona vera, reale, una donna che ha vissuto con grande coraggio la propria vita e che continua a farlo tuttora. Quinn ha sempre esplorato il corpo umano nel proprio lavoro, inteso spesso come arte di incarnazione. E la scultura della Lapper, che ha posato con il pancione, ne è un esempio: nata senza braccia e con le gambe poco sviluppate, è un’artista inglese che usa fotografie, installazioni e pittura per esplorare sé stessa, la propria nudità e il modo in cui la disabilità viene percepita dagli altri. Cresciuta in un istituto per disabili poi abbandonato all’età di 18 anni per darsi agli studi creativi, nel 1999 ha avuto un figlio. Il suo lavoro, proprio come quello di Quinn, indaga il concetto di fisicità, normalità, deformità e bellezza. (Michela Trigari – SuperAbile Magazine) Comunque la Biennale non è nuova a questo tema.
Nel 1972 Gino De Dominicis espose, pur tra mille polemiche, un ragazzo down seduto su una sedia con una palla e una pietra. Quest’anno “l’handicap” non è più un soggetto/oggetto ma diventa pensiero, parola e immagine grazie a I/O_Io è un altro, progetto sperimentale dell’artista italo-brasiliano César Meneghetti realizzato con i laboratori d’arte della Comunità di Sant’Egidio. Fatta di installazioni audio-video, fotografia e performance, l’opera resterà esposta nel padiglione della Repubblica del Kenya, sull’isola di San Servolo, fino al 24 novembre. Il lavoro di Meneghetti è stato premiato dalla Fondazione Biennale di San Paolo e l’anno scorso ha ricevuto il Globo tricolore.

(affaritaliani.it)

Pensare il disabile adulto

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Per un soggetto con sindrome di Down, portare a spasso il cane, in una grande città – è un segno di forte autonomia, una sfida, una scommessa. Basta poco – una indecisione mentre attraversa la strada – per finire sotto un autobus in corsa – o mostrarsi insicuro – per essere avvicinato da sconosciuti, a volte male intenzionati, ed essere deriso, o diventare il bersaglio di giochi crudeli, o correre il rischio di essere derubato di qualsiasi cosa, del portafoglio, delle chiavi di casa, perfino del cane. Tuttavia Mario, un giovane Down accetta la scommessa e ogni giorno esce con il suo cane al guinzaglio, desideroso di andare incontro alla vita. Il giovane cammina barcollando leggermente mentre il cane tira dritto, sa benissimo dove andare, conosce a memoria la strada fino al giardino pubblico più vicino
Matteo è un ragazzo Down di 22 anni. Frequenta ancora le scuole superiori. È rimasto figlio unico da quando il fratello è scomparso in un incidente stradale. Da allora la madre ha riversato su di lui un amore esclusivo ed iperprotettivo. Matteo a scuola ha una autonomia di movimento pari a quella dei suoi compagni di classe, ama la compagnia, scherza e ride con i professori e i compagni, è sensibile al fascino femminile e si innamora facilmente, anche di donne più grandi di lui. Quest’anno ha seguito a scuola un programma di attività assistite dagli animali volto a sostenere l’autonomia delle persone con disabilità. Matteo ha familiarizzato subito con Eva, il cane di razza golden che era al centro delle attività: le accarezzava il mantello con delicatezza ed Eva ricambiava il piacere offrendosi a quelle carezze con totale fiducia. Pur capace di orientamento e di autonomia comportamentale, Matteo non esce mai da solo per strada – la madre lo accompagna ovunque – tuttavia potrebbe uscire per brevi tragitti accompagnato da un cane, se solo la madre riuscisse a vincere le proprie paure.
Giulia, una ragazza di 19 anni con un leggero ritardo cognitivo, dall’aspetto fragile e minuto – ad un primo sguardo sembra una delicata e graziosa bambina, anche se vestita e truccata in modo sbarazzino – esce da sola, di giorno, per andare a prendere la sorellina a scuola. La mamma le affida anche altri compiti da ragazza grande, come fare la spesa, badare alla sorelle più piccole, stirare, cucinare. Giulia ha conseguito quest’anno la maturità classica, e si prepara a seguire dei corsi professionali post diploma, probabilmente un corso di assistente all’infanzia. “Ho già delle competenze, ho fatto esperienza con le mie sorelle e i miei cuginetti – dice Giulia, alquanto serena sul suo futuro – voglio rendermi autonoma economicamente, voglio mantenermi da sola”. Durante gli anni di liceo la ragazza ha frequentato a scuola diversi laboratori (cucina, artigianale-artistico, musicale, scientifico, informatico, sportivo), partecipando a feste, gite, gare e spettacoli, brillando sempre per entusiasmo e voglia di fare, facendosi amare da tutti, acquisendo autostima e senso di autoefficacia. Ha anche usufruito di una borsa lavoro, e prima del termine degli studi ha seguito un tirocinio in un supermercato (sistemava la merce negli scaffali) vicino al luogo dove abita, in modo da essere autonoma anche nello spostamento verso la sede lavorativa. Non si arrende Giulia, non resterà chiusa in casa a fare la donnina di casa. Forse riuscirà anche a crearsi una famiglia propria, ad amare e a farsi amare in modo maturo e consapevole.
Anche Giusi Spagnolo, palermitana affetta da sindrome di Down, ha deciso di andare incontro alla vita. Il 21 marzo 2011, Giornata mondiale sulla Sindrome di Down, si è laureata in Beni demoetnoantropologici alla facoltà di Lettere dell’Università di Palermo, presentando una tesi sul ruolo del gioco nell’apprendimento. Giusi ha sempre cercato di evitare che etichette e definizioni le piombassero addosso come un macigno. «Io non sono Down, sono Giusi, Giusi Spagnolo», ripete sin da piccola a parenti ed amici. Una affermazione di identità che rifiuta la marginalità e si apre alla costruzione di un progetto di vita. A Giusi aver conseguito la laurea a 26 anni non basta: «Mi piace lavorare con i bambini – racconta – spero di poterlo fare sul serio».
È talora possibile al soggetto che vive una fragilità o una disabilità intellettiva non totalmente invalidante, organizzarsi attorno ai propri limiti per superarli, sviluppando un percorso di «resilienza» dovuto anche, ma non solo, alle sue caratteristiche personali. Si tratta di un percorso non semplice poiché i pregiudizi e gli stereotipi culturali e sociali hanno per un tempo lunghissimo rinviato alla persona in situazione di disabilità un’immagine negativa che – come sostiene Enrico Montobbio, esperto della relazione d’aiuto nel contesto della disabilità – l’hanno fatta sentire un soggetto in costante terapia e dunque necessitante di assistenza. La Pedagogia Speciale è in parte riuscita a scardinare tale concezione e a dimostrare che, se la persona è supportata da una rete di sostegno diffusa, se la fragilità non è vista come limite, mancanza o problema in quanto tale (modello medico della malattia da curare e modello pedagogico “antico” del bambino da educare) non vi sono limiti alle possibilità di emancipazione e realizzazione personale.
Il compito di coloro che accompagnano lo sviluppo di un soggetto con disabilità è eminentemente quello di favorire l’emergere di una soggettività autentica e dunque di far assumere alla persona interessata da disabilità capacità di autodeterminazione e orientamento nelle proprie scelte di vita.
Ma come sostenere l’emergere dell’identità della persona fragile? Lo sviluppo dell’identità è strettamente legato all’esperienza del riconoscimento, all’essere percepito e rispettato nella propria unicità. Il rispetto e il sostegno alla dignità della persona, in special modo della persona con fragilità, comporta in primo luogo il riconoscimento del suo sé e del suo bisogno di percepirsi capace di rispondere ad alcuni bisogni fondamentali.
“La creazione di un sé adulto rappresenta il presupposto indispensabile per poter vivere, relazionarsi e percepirsi come adulto, nella maggior misura possibile – scrive Silvia Maggiolini, ricercatore presso la facoltà di Scienze della Formazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, nel saggio Pedagogia speciale oltre la scuola (a cura di Antonello Mura, Edizioni Franco Angeli, 2011) -. Si tratta tuttavia di un processo che non si sviluppa in un solo istante del ciclo vitale, quando si conclude l’iter scolastico e diviene necessario, come spesso accade, fare i conti sul destino del ragazzo, sul possibile inserimento lavorativo, quando le dinamiche dello sviluppo affettivo e sessuale richiedono la risoluzione di molte problematiche emergenti, oppure quando i genitori iniziano ad avvertire il proprio naturale declino, ed il venir meno della salute e della forza rende inevitabile il confronto con il presente ed il futuro della persona disabile. È evidente, invece, che il percorso deve iniziare sin dalle fasi di vita precedenti, dalla più giovane età del soggetto, sia in famiglia, sia, soprattutto, all’interno delle istituzioni deputate alla sua formazione, e chiamate a sostenerlo nella costruzione di una realistica immagine di sé, e nell’apprendimento graduale delle capacità necessarie per poter agire, il più possibile, da soli”.
Il punto di partenza è voler immaginare persone con disabilità come capaci anche di assumere un ruolo e un lavoro, di partecipare alla vita della collettività, di sentire di farne parte; a partire da qui si potranno sperimentare percorsi, trovando risorse nuove e insospettate.
(lastampa.it)

di Giovanni Cupidi

Forlì, nasce il centro per disabili e persone autistiche senza famiglia

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La struttura inaugurerà a settembre 2013 ed è la prima in Italia a offrire non solo servizi residenziali, ma anche attività diurne come il laboratorio per le autonomie e una piccola scuola che insegna le procedure necessarie per affrontare la quotidianità. L’idea è nata dalle famiglie Forino e Valmori ed è finanziata con soldi interamente privati

Aiutare i propri figli, aiutando i figli di tutti.
E’ trascorso qualche anno, ormai, da quando a Forlì le famiglie Fornino e Valmori, amiche di vecchia data, si posero quella stessa domanda che oggi, in Italia, assilla centinaia di migliaia di genitori, mamme e papà diragazzi con disabilità psichica: come assicurare ai propri figli un futuro dignitoso? E forse nemmeno loro, Vincenzo, papà di Antonio Fornino, oggi 42enne, che soffre di disagio psichico, e Otello, nonno di Nicolò Valmori, 21 anni, affetto da autismo, si aspettavano che la risposta a quella domanda si sarebbe trasformata in un bene per tutta la collettività. Eppure è grazie ai loro sforzi, economici e personali, se il 28 settembre sarà inaugurato a Fratta Terme, un paesino forlivese situato tra Forlimpopoli e Bertinoro, il nuovo complesso residenziale per persone autistiche o con disabilità psichiche rimaste senza famiglia. Il primo inItalia a offrire non solo servizi residenziali, ma anche attività diurne, come il laboratorio per le autonomie, una piccola scuola che insegna ai ragazzi tutte quelle procedure necessarie ad affrontare la quotidianità: fare la spesa, utilizzare il denaro, preparare i pasti, avvalersi dei mezzi pubblici, curare la propria igiene personale. “Tanti anni fa – racconta Fornino – quando mi sono trovato di fronte al disagio psichico di mio figlio, non ho trovato soluzioni concrete ai miei bisogni. La mia preoccupazione era: e dopo di noi? Quando non saremo più in grado di occuparci di nostro figlio?”.
Così, grazie alla collaborazione con Otello Valmori, nonno di un ragazzo affetto da autismo, ha preso forma il progetto della struttura residenziale: 22 ettari di terreno che comprendono 2 strutture abitative, “dove i ragazzi potranno soggiornare assieme alle loro famiglie e partecipare alle nostre attività”, i cosiddetti “soggiorni di sollievo e di autonomia”, un ristorante biologico a chilometro zero, “aperto a tutti, residenti ed esterni”, impianti sportivi “per ragazzi disabili e non” con campi da calcio, da basket, una palestra. Ancora, uno spazio infanzia con attività specifiche relative alla disabilità, tra cui l’Aba, l’Analisi del comportamento applicata, una delle tecniche più efficaci, oggi, per aiutare i bimbi autistici o affetti da disabilità psichica, consigliata anche dal ministero della Salute. Il centro, poi, comprende anche ambulatori, con personale medico sempre a disposizione, una sala convegni, un maneggio e una scuderia per cavalli a pensione, attività agricole all’aperto e al chiuso, sale per le attività diurne e per laboratori.
“E’ un sogno che diventa realtà – racconta il direttore,Pietro Berti – grazie alla generosità di due famiglie oggi è nato un servizio per tutta la collettività”. I fondi necessari a costruire il complesso, infatti, sono tutti privati. “I Fornino erano allevatori di polli, i Valmori erano proprietari di un mangimificio: entrambi hanno devoluto i terreni delle loro aziende alla Fondazione che oggi porta il loro nome, e hanno speso gran parte dei loro risparmi per costruire o ristrutturare le strutture”. Ma due anni e parecchi grattacapi burocratici dopo, “abbiamo avuto qualche difficoltà a ottenere i permessi” spiega Berti, possono dire “di avercela fatta”: il centro è pronto per l’inaugurazione e presto ospiterà fino a 20 persone. “In realtà qui con noi ci sono già tre ragazzi, e ne aspettiamo un quarto in autunno. Ma diciamo che il taglio del nastro, quello ufficiale, sarà dopo l’estate”.
“In Italia – continua Berti – sono molte le famiglie che hanno questo stesso problema, ossia garantire ai propri figli un futuro anche quando loro non ci saranno più. Garantire un ‘dopo di noi’, insomma. La priorità è quindi integrarli nella società, insegnare loro a essere autonomi e autosufficienti. E su questo abbiamo lavorato molto, offrendo a tutti la possibilità di iscrivere i propri figli a corsi studiati su misura per colmare un certo tipo di lacune. Abbiamo laboratori di avviamento al lavoro, specialisti a disposizione di ragazzi e famigliari con consigli utili ad accompagnarli in questo percorso: cerchiamo di fare in modo che il soggiorno qui sia come una vacanza, all’insegna del benessere e della famiglia”.Perché prerogativa del centro sarà anche la possibilità, per mamme e papà, di soggiornare accanto ai propri figli: “Abbiamo previsto sistemazioni per le famiglie, perché il contesto affettivo è fondamentale per i ragazzi. La scienza, da sola, non basta: l’amore dei genitori è un faro. Non si può sradicare il ragazzo dalla famiglia, la famiglia deve essere coinvolta in qualsiasi progetto riguardi i figli”.
Ed è anche per questo che la Fondazione ha previsto soluzioni personalizzate per “venire incontro alle famiglie con più difficoltà economiche”: “Chiunque deve avere la possibilità di accedere al nostro centro, qui tutti devono sentirsi i benvenuti”.

di Annalisa Dall’Oca

http://www.fondazioneforninovalmori.it.

di Giovanni Cupidi