Laureati con disabilità e lavoro: un utile questionario

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Costruire un database che verrà poi messo a disposizione dell’intera comunità scientifica: è sostanzialmente questo l’obiettivo di un interessante studio coordinato da Elio Borgonovi, delegato del Rettore per la Disabilità nell’Università Commerciale Bocconi di Milano e condotto da Massimo Ferrari, studente di tale Ateneo, per indagare l’impatto sull’occupazione del conseguimento di un titolo di laurea, da parte delle persone con disabilità.
La ricerca – patrocinata tra l’altro dalla Fondazione Roberto Franceschi, impegnata in attività nel campo delle ricerche sociali, dei diritti umani, dell’educazione alla mondialità e alla cittadinanza – si svolge tramite un questionario di non difficile compilazione, denominato appunto Laureati con disabilità: quale lavoro?, che ben volentieri mettiamo a disposizione dei nostri Lettori, confidando che il maggior numero possibile di persone con disabilità laureate voglia contribuire a dare sostanza e spessore a tale ricerca.Tutte le informazioni raccolte, naturalmente, verranno trattate in modo anonimo e garantendo la privacy, nel pieno rispetto della normativa vigente. 

È disponibile il questionario su cui si basa la ricerca presentata in questo articolo e tutti coloro che vorranno compilarlo, dovranno poi spedirlo a:

massimoferrari1989@gmail.com.

Allo stesso indirizzo si possono richiedere ulteriori informazioni e approfondimenti.
(superando.it)

di Giovanni Cupidi

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A Bologna partono i corsi per diventare assistenti sessuali per disabili

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Li lancia il comitato che si batte per il riconoscimento giuridico della professione, come già avviene in Olanda, Germania, Austria, Svizzera e Danimarca. Ulivieri, uno dei fondatori: “Non va confuso con lo sfruttamento del corpo delle donne”. Intanto a Roma c’è già una proposta di legge sponsorizzata da Pd e M5S

Da gennaio a Bologna sarà possibile iscriversi a ‘speciali’ corsi di formazione: serviranno a preparare professionalmente “assistenti sessuali per disabili”. L’iniziativa è organizzata dal “comitato promotore per la realizzazione ed il sostegno di iniziative popolari per l’assistenza sessuale”, nato a Bologna a inizio 2013 e di recente riconosciuto formalmente dalla Provincia con l’iscrizione al registro delle organizzazioni di volontariato del territorio. Ed è uno dei fondatori del “comitato”, Maximiliano Ulivieri, a parlare dell’avvio del progetto dei corsi: uno degli ‘strumenti’ per portare gli obiettivi del comitato che, come scrive la Provincia, nasce per tutelare “i diritti di soggetti diversamente abili”.
Il “comitato” ha sede in via Indipendenza e in quasi un anno di vita “ha dovuto affrontare tutte le difficoltà burocratiche di un paese come l’Italia che non riconosce la figura dell’assistente sessuale – racconta Ulivieri – e nel quale è molto semplice venire scambiati per persone che sfruttano il corpo delle donne”. Il primo obiettivo del “comitato” è appunto un cambiamento normativo che consenta di riconoscere la ‘professione’ di assistente sessuale per disabili resa famosa dal recente film “The sessions” che tratta proprio di questo. E infatti il “comitato” di cui fa parte Ulivieri in questo anno ha anche messo a punto “una proposta di legge che due parlamentari di Pd e Movimento 5 stelle si sono impegnati a sponsorizzare, insieme alla revisione della legge Merlin”. In attesa di sviluppi a Roma, si prova a smuovere le acque sotto le Due Torri con i corsi. Ci sono “tanti progetti e tante idee difficili da realizzare – riprende Ulivieri – quello che possiamo fare è far partire i nostri corsi di formazione per assistenti sessuali, sul modello della Svizzera, e formare così delle persone capaci e consapevoli di un ruolo importante e delicato, che spesso viene guardato con sarcasmo”.  Eppure la figura dell’assistente sessuale è riconosciuta in Olanda, Germania, Austria, Svizzera (parti germanica e francofona) e Danimarca. Per diventare assistenti, vengono appunto istituiti corsi di formazione, diplomi, aggiornamento continuativo, carte di comportamento etico, supervisione terapeutica e prezzi concordati. Insomma è qualcosa che esiste e che viene accettato culturalmente e socialmente. In Italia qualche esperienza di assistenza sessuale è partita ‘dal basso’, di nascosto, ma manca il riconoscimento giuridico. Chi lo ha fatto si è mosso in maniera del tutto autonoma. Come Debora De Angelis, una delle promotrici del progetto ‘lovegiver’, che alle telecamere del programma ‘Le iene’ ha raccontato di aver aiutato un suo amico disabile a provare piacere, senza vergogna.La stessa De Angelis risulta tra i fondatori del “comitato” bolognese insieme a Ulivieri e altre quattro persone. Quale futuro per questa associazione? “Ora pensiamo ai corsi – dice Ulivieri – poi inizieremo a mandare le persone in giro a fare assistenza. Le denunce eventuali non ci spaventano, in fondo anche le badanti non erano riconosciute anni fa, ma poi lo sono state perchè erano richieste e utili”.
Lo scorso maggio, al Baraccano, lo stesso Ulivieri ha intavolato il tema in un incontro al quale ha assistito anche Don Gianluca Guerzoni, docente di teologia morale. Per l’occasione fu riproposto il lungometraggio documentario “Sesso, amore e disabilità”, di Adriano Silanus, sulla vita sessuale ed affettiva delle persone con disabilità fisiche e sensoriali.Ulivieri racconta di lavorare da tempo alla proposta di legge, e di aver trovato l’appoggio e il sostegno di Cathy La Torre, consigliere comunale (Sel) di Bologna. La proposta di legge, nelle intenzioni dei promotori, dovrebbe essere sia nazionale che regionale. Ulivieri, che è anche il creatore di loveability.it, ha sempre fatto capire di voler andare fino in fondo. “Di buono – disse – c’è che abbiamo fatto di più noi in questi 8 mesi che i politici in 30 anni di discussioni”.  Il problema, aggiunse, “è che la figura del terapista sessuale viene accostata con facilità a un fenomeno di prostituzione, senza capire che invece non c’entra nulla”.
(repubblica.it)

di Giovanni Cupidi

Legge di stabilità: dismesse le politiche per la disabilità

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La discussione attorno al disegno di legge di stabilità 2014 è giunta ad un punto che consente le prime riflessioni che non sono delle migliori. In queste settimane la FISH ha mantenuto interlocuzioni aperte con i Gruppi parlamentari al Senato presentando proposte sugli elementi che ritiene maggiormente rilevanti per le persone con disabilità.
Già in origine il disegno di legge è molto carente e debole in quanto ad interventi a favore della disabilità e della non autosufficienza, ma il Senato – ad oggi – non l’ha di certo migliorato in modo significativo.Fondo per le non autosufficienze: il disegno di legge prevede uno stanziamento di 250 milioni, cifra di molto inferiore alla drammaticità delle esigenze e al di sotto di quanto stanziato per il 2013 (275 milioni). Solo ieri, in Commissione Bilancio, il sottosegretario Baretta ha annunciato il ripristino del Fondo ai livelli del 2013 (275 milioni). Il Presidente della Commissione Azzollini assicura che la “Commissione e il Governo si sono impegnati a reperire la copertura necessaria per finanziare interventi specifici a favore delle patologie o delle disabilità gravissime, per un importo pari, come già detto, a 75-80 milioni di euro”. Nella migliori delle ipotesi, nonostante le proposte e le proteste espresse in modo forte e determinato dalle associazioni delle persone con disabilità, il Fondo sarà aumentato di 75/80 milioni rispetto al 2013. Il tutto fra molteplici artifizi e acrobazie di bilancio e nessun impegno per gli anni successivi. Una situazione che testimonia in modo crudo l’assenza di volontà di interventi strutturali e programmati per la non autosufficienza, a favore della domiciliarità e di sostegno ai singoli e alle loro famiglie.Al contempo, il Fondo Nazionale per le Politiche sociali rimane al palo: il finanziamento è inferiore a quello del 2013. Poco più di 300 milioni per i minori, la disabilità, la famiglia, le emergenze sociali.Sono stati dichiarati inammissibili o respinti gli emendamenti per la revisione della norma istitutiva dell’ISEE: si chiedeva di abrogare il computo nel reddito familiare delle provvidenze assistenziali come le pensioni di invalidità e le pensioni sociali.
Respinti gli emendamenti per l’approvazione rapida del nomenclatore tariffario degli ausili e delle prestazioni riabilitative, aspetti che assumono particolare rilevanza in una fase come quella attuale in cui il rischio è quello di un taglio lineare di spesa anziché quello dell’appropriatezza della spesa e di una spending review sostenibile e adeguata.
Respinte anche le proposte di maggiori detrazioni per le spese di assistenza (badanti) per le persone non autosufficienti che avrebbero contribuito anche all’emersione del lavoro sommerso, oltre che ad aiutare tanti nuclei familiari.
“Pessimi segnali per le persone con disabilità e per i loro familiari – commenta Pietro Barbieri, presidente della Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap – Scarsa concretezza, nessuna volontà di affrontare in modo strutturale le emergenze sociali del Paese. Sembra incredibile che questo sia lo stesso Governo che solo quattro mesi fa ha approvato uno specifico Programma pluriennale per la disabilità, con tanti buoni intenti e propositi. Ci auguriamo che la Camera, ricevendo il disegno di legge, intervenga in modo più cosciente e determinato, altrimenti le uniche reali dismissioni riguarderanno le già traballanti politiche per la disabilità.”
FISH ONLUS

di Giovanni Cupidi

Con il surf la disabilità scivola via

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Il surf può essere un vero e proprio toccasana per i giovani affetti da disabilità mentali. Perché aiuta i piccoli pazienti a recuperare l’autostima, a sentirsi integrati, a riconoscere i propri bisogni fisici, a gestire l’ansia. Ma non solo. Il test, realizzato dall’ONG inglese The Wave project, ha anche provato come l’atteggiamento di coloro che si trovano a contatto con chi è affetto da disabilità sia sensibilmente migliorato. Questa terapia sperimentale si avvale di un team di volontari, ciascuno assegnato a ogni singolo partecipante per soddisfare le specifiche esigenze di ognuno, nonché di istruttori professionisti. Il cui programma prevede in genere sessioni di un paio d’ore due volte a settimana in piccoli gruppi. Alla luce di questi primi buoni risultati l’ONG d’Oltremanica ha ottenuto dal sistema sanitario nazionale un finanziamento per attivare un progetto pilota. Che prevede corsi per bambini e ragazzi dagli 8 ai 21 anni sulla base di una vera e propria prescrizione medica. Con il surf la disabilità scivola via
(west-info.eu)

di Giovanni Cupidi

Disabilità, la scuola italiana è rimasta senza sostegno

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Poca formazione, tagli ai fondi, aggiornamento assente. L’assistenza ai ragazzi disabili è troppo spesso lasciata alla volontà dei singoli insegnanti. Abbiamo raccolto le loro testimonianze e quelle dei genitori che ogni giorno lottano per i loro figli. E che denunciano una realtà drammatica

Persone e non numeri. È questo il vulnus su cui ruota l’intero asse scuola-disabilità, un asse che anche l’ultimo ‘ dl istruzione ‘  del Ministro Maria Chiara Carrozza, diventato legge il 7 novembre dopo l’approvazione definitiva in Senato, ha scelto di non toccare se non nel punto relativo all’assunzione a tempo indeterminato di oltre 26mila insegnanti di sostegno al fine di «dare una risposta stabile a più di 52.000 alunni oggi assistiti da insegnanti che cambiavano da un anno all’altro».
Un’iniziativa lodevole in un momento in cui il lavoro sembra un miraggio per molti, ma sicuramente insufficiente a colmare quella lacuna di formazione ed equità in cui la scuola italiana è sprofondata anno dopo anno. Nell’anno scolastico 2012/2013 gli alunni con disabilità nelle scuole statali italiane sono stati 202.314 per un totale di 101.301 insegnanti di sostegno. Secondo un’anticipazione del Miur , nell’anno scolastico appena iniziato i bambini disabili a scuola sarebbero 209.814, cioè un 3,7% in più. Aumenterebbero però, sempre secondo il Miur, anche gli insegnanti di sostegno, che per quest’anno saranno 110.216 (+8,8% rispetto all’a.s. precedente).
Il rapporto docenti/alunni è quindi, in media, di 1 a 2, un rapporto di cui dubita il Coordinamento italiano insegnanti di sostegno (Ciis) che parla, ad esempio, di insegnanti che si incaricano anche 5 o 6 alunni disabili.
Ma i numeri non bastano a capire certi fenomeni, proprio perché è di persone che stiamo parlando e non di conti da far quadrare.
L’Espresso ha raccolto alcune testimonianze di genitori e insegnanti che ogni giorno affrontano la disabilità a scuola tenendo a mente che una persona non è mai un numero. Neanche se è disabile.
Alessandra, insegnante di sostegno da 27 anni, lavora in una scuola primaria di secondo grado in Toscana: «noi abbiamo materiale umano, non un foglio bianco su cui scrivere, è una persona quella che ho davanti. Quello che si perde ragionando solo per numeri e conti da far quadrare è l’obiettivo che abbiamo, che è quello di rendere queste persone più autonome possibili».
Eppure, con 18 ore settimanali, che poi sarebbero 4,5 per ogni studente in base al rapporto 1 a 4 che è, a dispetto di quanto sostiene il Miur, quello più diffuso nelle scuole italiane, come si fa a rendere una persona autonoma? «Come insegnanti ci siamo molto ribellati al rapporto 1 a 4 – spiega Alessandra – perché con 4,5 ore a ragazzo non fai assolutamente nulla. Io ho lottato per avere un rapporto 1 a 2, indipendentemente dalla gravità della situazione, quindi adesso le mie ore settimanali sono 18 alla scuola media: ne faccio 9 in una classe e 9 in un’altra. Ma per avere 9 ore a testa abbiamo dovuto mandare la nostra preside al Provveditorato, che ci ha accordato le ore in deroga: la realtà non è quella che dipingono al Miur. È difficile lavorare così».
La questione ruota attorno ad un punto, fondamentale: «il Provveditorato – dice Alessandra – manda insegnanti in base al numero degli studenti, e non alla gravità della disabilità che hanno. Ed è molto grave, perché ci sono bambini che avrebbero bisogno di molte più ore di sostegno però il Miur ti chiede: ‘quanti disabili ci sono in questa scuola? Quattro? bene, allora mandiamo due insegnanti di sostegno’. Ma la realtà è che non si dovrebbe ragionare coi numeri, ma in base alla singola persona».

Giulia ha 11 anni e frequenta una scuola elementare statale in un comune in provincia di Roma.
Giulia è affetta dalla  sindrome di Rett , ed è considerata invalida al 100%. Questo vuol dire che Giulia, da sola, non può fare assolutamente nulla.Clara, la madre di Giulia, è uno di quei genitori che non si arrende alla burocrazia di uno Stato che ogni anno taglia i fondi per sua figlia, e per tanti altri ragazzi come lei. «Quando si parla di disabilità nella scuola – racconta Clara – non si pensa mai che si sta parlando di una persona. Si pensa ai numeri, ai tagli da fare e ai soldi da recuperare. I nostri figli sono cifre per il Ministero, sono un problema, nessuno li vede come una risorsa: qualcuno li ha addirittura definiti ‘improduttivi’. Invece nessuno pensa mai a tutto il lavoro che danno questi ragazzi: ai medici, agli insegnanti, agli assistenti sociali, agli specialisti. E anche al bene che fanno in una classe: l’integrazione non è solo a vantaggio di chi è disabile, ma lo è anche per i normodotati, che sviluppano sensibilità, tolleranza e amore per il diverso che speriamo mantengano per tutta la vita».
«Un giorno – dice – ho trovato Giulia sola in classe con l’insegnante di sostegno e senza l’assistente Aec (all’autonomia e alla comunicazione, ndr), nonostante io con un ricorso al Tar avessi ottenuto un’Aec solo per lei». La Aec è un’assistenza ‘ad personam’ per ragazzi con disabilità estremamente alta, fornita dal comune e dalla Asl e che si affianca all’insegnante di sostegno. È, spiega Clara, «come una seconda mamma: insegna a Giulia tutto, la fa mangiare, la cambia, la fa stare in mezzo agli altri. Quando gliel’hanno tolta, per i tagli che ogni anno vengono fatti, mi è caduto il mondo addosso, per questo ho fatto ricorso al Tar. E infatti l’ho vinto, perché non era pensabile che mia figlia stesse senza la Aec».
Clara in 11 anni non si è mai arresa. «Ricordo che nel primo anno delle elementari di Giulia ho fatto una media di tre fax al giorno alla preside, sempre per il discorso del sostegno e dell’Aec. Un’altra volta, invece, hanno fatto una gita e avevo chiesto se fosse previsto pullman con la pedana e mi venne detto di no. Alla fine feci partire il pullman senza Giulia. Tornai a casa e feci il solito fax alla preside». Clara non lo fa per ‘rompere le scatole’: lo fa «per creare dei precedenti, perché purtroppo dopo Giulia ci saranno altri bambini e io non ci sto a lasciare le cose così. Il loro diritto deve essere tutelato. Si parla di dignità e integrazione: ma dov’è quest’integrazione? Sulla carta! Abbiamo ottenuto tante cose in questi anni ma pian piano ci stanno togliendo tutto. Io devo poter andare al lavoro e sapere che mia figlia sta bene, che non è parcheggiata, io non la voglio parcheggiare, perché nel caso la lascio a casa».
Ma c’è un’altra questione centrale, ed è quella della formazione degli insegnanti.
Racconta Clara: «quest’anno mi sono trovata con un’insegnante che non sa proprio cosa fare. Giulia ha bisogno di un docente che conosca la ‘comunicazione aumentativa’, una tecnica specifica che aiuta a capire quello che lei vorrebbe dire senza riuscirci. Invece con la storia della graduatoria unica introdotta dalla riforma Gelmini mi hanno dato un’insegnante che prima faceva altro. Ero molto tentata dal fare ricorso al Tar, ma non l’ho fatto, e solo per un motivo: l’insegnante si sta preparando in autonomia, sta studiando, ha un bel legame con Giulia e quindi apprezzo molto questo suo impegno. Ma il problema della competenza degli insegnanti c’è. Se – conclude un po’ dispiaciuta – avessimo una formazione per gli insegnanti di sostegno più specializzata, cioè un maggior investimento anche da parte dello Stato, avremmo sicuramente un risparmio di tempo, energie e un aiuto alla produttività per questi bambini».Quello dell”insegnante unico’ è un problema di cui parla anche Martina, da 17 anni insegnante di sostegno in una scuola superiore di secondo grado siciliana. «Qualche settimana fa ho letto a scuola una circolare (relativa alla riforma Gelmini, nda): ‘corsi di formazione per il conseguimento della specializzazione per le attività di sostegno destinati al personale docente in esubero, istituiti con D.D. n.7 del 16 aprile 2012’. Questo – spiega Martina – conferma l’idea che il sostegno sia il ‘refugium peccatorum’ dell’istruzione: già le ore sono poche, in più se fai fare il sostegno a chi non ha le competenze è la fine per questi ragazzi».

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 In sostanza, con questa circolare, il Miur vuole dare la possibilità agli insegnanti di ruolo che stanno perdendo il posto di lavoro in seguito alla ‘graduatoria unica’ prevista dalla Gelmini, di ‘riciclarsi’ come insegnanti di sostegno facendo un corso di qualche ora (corrispondenti a 20 crediti formativi universitari). Inutile sottolineare che poche ore di formazione difficilmente possono fornire una preparazione adeguata alla gestione e all’insegnamento di un ragazzo con disabilità. Ma la formazione dell’insegnante di sostegno rivela almeno un altro paio di lati oscuri. Innanzitutto, essa è uniforme indipendentemente dalla vastissima varietà di disabilità con cui ogni anno un docente entra in contatto.
«È inutile girarci attorno, la nostra è una formazione uniforme che prescinde dalla disabilità con cui lavoriamo», dice Alessandra, che ha frequentato la scuola ortofrenica ad Urbino che prevede solo tre rami di specializzazione: sordi, ciechi e psicomotori, una categoria nella quale rientrano tutte le disabilità a parte l’assenza di udito e la cecità. Secondo Alessandra, «il problema è che quando noi presentiamo il Pei (piano educativo individuale, ndr) e lo facciamo partendo dalla disabilità del bambino, la maggior parte delle volte siamo in difficoltà: basti pensare che quando ci dicono che il ragazzo è autistico, ad esempio, davanti a noi si spalanca un mondo di perplessità. Non sappiamo mai cosa voglia dire, perché è uno spettro talmente ampio che fino a Natale, spesso, stiamo lì e guardiamo cosa fa il ragazzo, come si comporta. Il fatto è che tecnicamente non siamo preparati».
E qui si arriva al secondo lato oscuro, cioè la formazione continua e l’aggiornamento professionale specifico che è totalmente assente. Il Miur infatti non prevede alcun obbligo di formazione continua per gli insegnanti di sostegno e spesso quelli che vengono fatti sono organizzati al di fuori dell’orario di lavoro, magari nel week-end, e da associazioni private. Per questo gli insegnanti raramente li frequentano, anche perché nella maggior parte dei casi il costo è totalmente a carico loro. Alessandra ad esempio ha frequentato alcuni corsi extra scolastici di formazione, a Firenze ma, come lei stessa ammette, non ne ha mai avuto un beneficio professionale, né le è mai sembrato che fossero corsi particolarmente di alto livello. Stessa cosa per Martina, che ha scelto, come molte altre colleghe, la strada del ‘fare da sé’: volontà, studio e tanta pazienza per seguire sviluppi scientifici spesso complessi.Tornando all’autismo, Alessandra racconta di quante difficoltà si abbiano con ragazzi affetti da questa patologia: «dal momento che la nostra formazione è generica, quando abbiamo a che fare con ragazzi che rientrano nello ‘spettro dell’autismo’, devi riprendere in mano tutto l’aggiornamento psicologico e scientifico che tratta di questa malattia. La medicina progredisce sempre, ma noi non siamo preparati. Quando da studentessa in formazione chiedevo ‘se mi capita un bambino autistico (o down, o qualsiasi altra disabilità), cosa devo fare?’, non ho mai ricevuto risposta, perché la didattica è una cosa ma poi la pratica un’altra. Non c’è pratica per noi. Tu non lo sai cosa devi fare. E quindi dopo tanti anni di lavoro ho adottato una mia tecnica: il primo mese lo passo ad osservare il ragazzo, poi intervengo». Il fatto è che i ragazzi disabili sono spesso nelle mani di chi passa con loro le ore più formative e importanti della vita. Con gli insegnanti si instaura spesso un rapporto intimo, tanto che per alcuni di loro diventa una seconda mamma. Eppure questi docenti sono completamente lasciati a sé stessi, e di conseguenza anche i ragazzi con le loro famiglie. «Siamo arrivati al punto che la scuola italiana va avanti perché ci sono gli insegnanti che ogni mattina si alzano e vanno al lavoro: la scuola non la fanno i dirigenti, ma gli insegnanti che sono coscienziosi», commenta amareggiata Alessandra e viene da pensare che abbia ragione. Perché se un giorno all’intera classe degli insegnanti di sostegno dovesse venire meno la volontà e la passione per il lavoro che fanno, come farebbero questi ragazzi? È mai possibile che uno Stato non voglia investire nella formazione di cui si occupa dei soggetti più deboli che lo compongono? E soprattutto, perché?
(espresso.repubblica.it)

di Giovanni Cupidi

Malati di Sla, accordo dopo le proteste. Ricostituito il Fondo non autosufficienza

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Esito positivo dell’incontro in Commissione Bilancio tra il Comitato 16 novembre e i rappresentanti del Governo. Il fondo non autosufficienza torna a 275 milioni come lo scorso anno e arriva la promessa di risorse aggiuntive solo per i disabili gravissimi. Lamanna: “Ci hanno assicurato altri 75 milioni di euro”

Un aumento di 25 milioni per il fondo sulla non autosufficienza, che torna alla cifra di 275 milioni stanziati lo scorso anno e ulteriori risorse aggiuntive destinate esclusivamente ai malati gravi e gravissimi. Dopo la lunga giornata di mobilitazione di ieri, dove non sono mancati momenti di tensione per la decisione di alcuni malati di staccarsi i respiratori, arriva l’accordo tra il Comitato 16 novembre e i rappresentanti del Governo. Questa mattina in Commissione Bilancio si è svolto un incontro che entrambe le parti definiscono “molto positivo”: non ci sono solo fondi in più, ma anche la promessa di un Piano per la non autosufficienza, tarato sull’assistenza domiciliare indiretta e portato avanti in un tavolo interministeriale, dove per la prima volta si siederanno anche i rappresentanti del Comitato 16 novembre.

Le risorse. L’esito dell’incontro di oggi ha portato al ripristino di 275 milioni di euro per il Fondo sulla non autosufficienza: erano 250 quelli stanziati che vengono incrementati così di 25 milioni di euro, arrivando alla stessa cifra stanziata lo scorso anno. “Siamo intenzionati ad affrontare il tema della disabilità e la non autosufficienza in generale, seppur con un’attenzione particolare alle disabilità gravi, tra cui la Sla, ma senza arrivare all’esclusione delle altre tipologie –spiega il sottosegretario all’Economia Pier Paolo Baretta in una lunga intervista a Redattore sociale -. In questo senso, mentre nel 2010 il governo di allora aveva stanziato una certa cifra (100 milioni, ndr) solo per i malati di Sla, negli anni successivi abbiamo preferito ripristinare il Fondo per la non autosufficienza, che proprio in queste ore ci siamo impegnati a riportare da 250 milioni a 275, come lo scorso anno. Il senato si è peraltro impegnato, sempre durante l’incontro di stamattina, a trovare ulteriori risorse, che dovranno essere definite nelle prossime ore e andranno in maniera esclusiva finalizzate alle disabilità molto gravi, con particolare attenzione alla domiciliarità”. Secondo la portavoce del Comitato 16 novembre, Mariangela Lamanna le risorse aggiuntive riservate ai  disabili gravi e gravissimi avranno un ammontare di 75 milioni di euro. “E’ un impegno che il presidente della Commissione Bilancio Azzolini ha preso con noi –spiega-. Il  fondo così, da 275 milioni  sarà poi ulteriormente incrementato a 350 milioni. Ma questi 75 milioni in più saranno destinati esclusivamente ai disabili gravi e gravissimi. E’ un grande traguardo per noi, l’esito migliore delle nostre tante battaglie.”

Dallo scontro di piazza al dialogo. La giornata di oggi segna anche un’altra tappa importante nel rapporto tra il Governo e Comitato 16 novembre, il più battagliero tra le associazioni di disabili e spesso criticato per i suoi  metodi di protesta. Il Comitato si siederà, infatti,  al tavolo interministeriale (avviato il  5 novembre scorso presso il ministero della Salute e a cui fino a oggi aveva rifiutato di partecipare) per discutere il Piano sulla non autosufficienza e la questione dell’assistenza domiciliare indiretta con le altre associazioni e i rappresentanti dei ministeri interessati. “Abbiamo inoltre assicurato che sarà garantito anche ai malati di sla il riconoscimento della disabilità al 100 per cento e una procedura più snella per quanto riguarda le visite di controllo, nei casi di malattie degenerative –aggiunge Baretta -. Riconosciamo che servirebbero più risorse faremo tutto lo sforzo possibile per incrementarle”.

(redattoresociale.it)