CINEMA ARTE TEATRO UN FUTURO SEMPRE PIÙ ACCESSIBILE? TORINO, L’EUROPA E OLTRE

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Giornata di Studio promossa dalla Fondazione Carlo Molo Onlus 
Giovedì 6 marzo 9.00 – 17.30
Centro Incontri Regione Piemonte Torino – Corso Stati Uniti 23
Questa giornata di studio intende proporre una riflessione finale rispetto alle iniziative sviluppate in seno al progetto Torino + Cultura Accessibile e un’apertura, da Torino verso l’Europa, uno sguardo sul mondo in chiave accessibile, per oggi ma soprattutto per il futuro. L’esperienza, innovativa, creativa e stimolante di Torino + Cultura Accessibile  vuole essere un punto di partenza e non di arrivo, muovendosi tra il mondo del cinema, del teatro e dei musei e la loro resa accessibile. E ipotizzando nuove sinergie, nuove modalità e opportunità di fruizione, verso una reale e crescente inclusione delle persone con disabilità nella vita culturale del nostro paese e oltre.
PROGRAMMA DELLA GIORNATA
h 9.00 saluti
h 9.30 COM’È NATO IL PROGETTO “TORINO + CULTURA ACCESSIBILE”. L’ESPERIENZA E I                 PROTAGONISTI. introduzione Fondazione Carlo Molo Onlus
h 10.00 LEGISLAZIONE E FONDI EUROPEI PER L’ACCESSIBILITÀ: PASSATO E FUTURO INGHILTERRA ED EUROPA. Pilar Orero (Universitat Autonoma de Barcelona / ITU-T United Nations)
h11.00 pausa
h 11.30 I MUSEI TORINESI, L’ACCESSIBILITÀ E PERCORSI SENSORIALI: ESPERIENZE DAL MUSEO NAZIONALE DEL CINEMA E CASTELLO DI RIVOLI MUSEO D’ARTE CONTEMPORANEA. Donata Pesenti Campagnoni (Vice Direttore/ Conservatore capo Museo Nazionale del Cinema) e Brunella Manzardo (Coordinamento Accessibilità, Dipartimento Educazione Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea)
Pranzo
h 14.00 NUOVI PERCORSI DELL’ACCESSIBILITÀ: RICERCA E PRATICA INGHILTERRA ED EUROPA. Pablo Romero Fresco (Roehampton University, London)
h 15.00 LA RICERCA DÀ LA PAROLA AGLI UTENTI: STUDI SULLA RICEZIONE DI AUDIO DESCRIZIONE E AUDIO INTRODUZIONE PER IL CINEMA. Elena Di Giovanni (Università di Macerata) e SubTi
h 15.30 L’ACCESSIBILITÀ È ACCESSIBILE! UNO SGUARDO AI COSTI E TEMPI DI REALIZZAZIONE. Federico Spoletti SubTi Ltd, SubTi Access
h 16.00 pausa
h 16.30 TAVOLA ROTONDA – DAL PRESENTE AL FUTURO: LA SFIDA E L’IMPEGNO NELL’ACCESSIBILITÀ. TORINO + CULTURA ACCESSIBILE: REALIZZATORI, FRUITORI E AUTORITÀ LOCALI A CONFRONTO. Moderatrice Elena Di Giovanni
Contributi video: -ACCESSIBILITY FOR THE DEAF IN THE USA: HISTORY, PRESENT, FUTURE di Andrea Saks (ITU-T) -ACCESSIBILITY FOR LIVE SHOWS IN THE UK di Louise Fryer -NINA di Elisa Fuksas
h 17.30 Conclusioni finali
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Torino + Cultura Accessibile – Giornata di Studio Secretary and Organization Fondazione Carlo Molo onlus, Torino
Daniela Trunfio – mob. +39.339.6116688 daniela.trunfio@fastwebnet.it Valentina Borsella – tel. +39.011.8171483 progetti@fondazionecarlomolo.it
www.fondazionecarlomolo.it

Internet of Everything alla prova della disabilità: il futuro è passato qui?

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C’è un mondo in cui il futuro rischia di arretrare per paura di non sapere volare. E’ il mondo del multiaccesso e dell’ICT inclusivo, quelle che dalla fine degli anni ’90 ha fatto compiere alle persone con disabilità passi da gigante in termini di autonomia e performance professionali grazie ad assetti tecnologici che sempre di più hanno consentito di progettare in modo che le diverse abilità potessero trovare il proprio spazio di espressione, realizzazione, interazione digitale. Ora tutto questo è ancora in movimento ma rischia di restare un insieme di paradigmi e di possibilità dalle quali il futuro è passato e… si è fermato. Perché osare ancora può sembrare un sogno. Perché c’è poco investimento economico in ricerca in questo senso. Perché c’è un mercato che ancora non intravede negli 80 milioni di cittadini con disabilità in Europa e nei circa 5 milioni in Italia un target interessato e potenzialmente utente per quello che la tecnologia digitale delle reti va disegnando: l’Internet of Everything.Eppure, anni fa qualcuno ha osato sognare, fino a toccare limiti cyborg: qualcuno ricorderà lo statunitense su sedia a ruote che si fece impiantare dei microchip sottopelle per poter interagire con la propria casa che si affacciava ad un primissimo allestimento domotico: con un battito di mani o avvicinandosi a dei sensori, le luci si accendevano, le finestre si aprivano, le porte lasciavano passare. Sembrava che il senso del limite corporeo rappresentato dalla disabilità stesse smaterializzandosi dentro una corporeità digitale che si rendeva complementare e dialogante con la tecnologia ambientale. Ora l’ambiente è attraversato  dalla Rete e Internet è in tutte le cose, una sorta di immanenza che ci farà camminare costantemente accanto – e dentro – le nostre nuvole: una fatta dei nostri profili personali, relazionali, con il nostro social networkche traccia le interazioni con le persone, gli eventi, le iniziative, il nostro profilo culturale e di consumatori; e l’altra (per ora ne intravediamo almeno due ma chissà!) che racchiude l’object network, abitata dai nostri oggetti quotidiani e dalle azioni che intratteniamo con loro e che pescano dalla prima che, a sua volta, dialoga con la seconda. …Una sorta di “fiera dell’est” in rete in cui ogni elemento chiama in causa l’altro.Ma proviamo a fare qualche esercizio di fantasia. Cosa c’è oggi che parla di domani? Nel 2012 Google Car si è presentata ponendo alla guida una persona con un residuo visivo del 10% e i video della macchina autoguidante hanno fatto il giro del mondo: un’automobile veicolata dalle reti GPS, dai sensori di prossimità, da una capacità di orientamento e aggiustamento delle traiettorie guidata appunto dai dati contenuti nella rete cui è interconnessa. Per quante persone ipovedenti anche gravi questa soluzione potrebbe realisticamente presentare un vantaggio? Si tratterebbe di un’autonomia finora mai conquistata, visto che i loro spostamenti – a maggior ragione quelli di una persona cieca – sono sempre vincolati ad un accompagnatore che è sempre più difficile scovare ed avere in modo continuativo e professionale. Per una persona con deficit visivo, la Google Car, o un veicolo basato e perfezionato sulle stesse potenzialità, potrebbe stare nella stessa cloud del bastone bianco, compagno ineludibile e “apripista” di chi, pur con una ridotta o inesistente capacità visiva, vuole tentare un po’ di autonomia: quel bastone è la prima cosa a sparire quando la si appoggia, sempre col rischio che cada o che qualcuno lo sposti o vi inciampi; potrebbe anche il bastone essere connesso ad uno smartphone e segnalare la propria ubicazione al suo proprietario? E una volta fatto questo, perché non pensare ad un passo ulteriore: localizzare il bastone e renderlo capace di restituire segnali di orientamento, così come ogni mappa digitale accessibile in mobilità fa indicando la strada a chi la consulta.In questo caso, “antenato” di una tale soluzione, che sarebbe ancora da ipotizzare, è stato il percorso contenente sottotraccia dei tag RFID capaci di interagire col bastone di una persona cieca (adeguatamente predisposto con un ricettore RFID), che così poteva in totale autonomia  spostarsi lungo quel percorso. Il progetto era di IBM Italia, sviluppato con il Cattid della Sapienza di Roma, e si chiamava “Sesamonet” – SEcure and SAfe MObility NETwork. Era “solo” il 2009. Ma quel prototipo, pur commercializzabile, realmente utile e anche installato in alcuni spazi museali italiani, non è esploso poiché la tecnologia dei tag prevedeva dei costi di messa in posa ancora troppo alti a fronte di una tecnologia delicata che richiedeva la disponibilità ad investirci anche dotandosi di bastoni bianchi ad hoc da ospitare nei luoghi. La tecnologia connessa in rete è talmente pervasiva da farsi wearable. E’ un vantaggio per le persone con disabilità? La letteratura internazionale ha iniziato a intrattenersi con queste tematiche.taggati RFID. Ma ora la Rete è già “posata” e costantemente viaggiamo fra le nuvole e dunque gli smartphone potrebbero iniziare a dotarsi di un’accessibilità non solo ai contenuti che normalmente mediano, ma anche diventare essi stessi veicoli di accesso verso altri oggetti. Lo “smartwatch” ne è un esempio ma anche i “Google glass” che stanno cambiando la prospettiva dello sguardo attraendola verso una sorta di “porta dimensionale” esposta sulla soglia dell’ubiquità.L’Internet of Everything rivoluziona la sensorialità perché la rende compartecipe dell’ambiente e non solo via di accesso. Interagire con la propria casa, poter ricevere sul proprio smartphone o sul proprio smartwatch l’informazione – per alcuni scontata – delle luci o del gas acceso o spento èper una persona cieca, per fare un solo esempio, un vantaggio quotidiano. Per una persona sorda i Google glass che recepiscono ogni informazione d’ambiente arricchita di dati e geolocalizzata possono rappresentare un inaspettato potenziamento del canale visivo, loro linguaggio principale di accesso alla realtà che in questo modo non è solo aumentata, ma è “abitata” e partecipata con i propri dati e la propria personale interazione.Pensando ad una persona con disabilità motoria di diverso tipo, qualora usufruisse di una sedia a ruote potrebbe l’Internet of everything includere quel suo veicolo facendolo diventare uno degli oggetti con i quali essere connessi o una sorta di “consolle” di input-output relativa all’ambiente domestico, agli strumenti tecnologici da avviare e usare, agli elettrodomestici, alla mobilità avviabile con rapidità e autonomia, “handheld”. Nella mobilità accessibile la connessione in rete che rende accessibili le informazioni è fondamentale, specie se quelle info sono aggiornabili e interrogabili in modo profilato, personale, in autonomia. Così accade per “ACT!” (Accessibility City Tag) di IBM che fu il primo progetto pilota fra l’altro prototipato proprio in Italia nel 2009/2010 e che sempre prendendo a laboratorio la città di Nettuno dove è nato continua ad evolversi; ma anche “EasyWay” di Vodafone Italia che si arricchisce della dimensione social con una piattaforma collaborativa fra gli utenti. C’è poi spazio anche per app “artigianali” che sfruttano la rete per fornire informazioni a portata di mano, di occhio, di orecchio…E nell’ambito della cosiddetta “eHealth” le applicazioni si aprono allo spazio della cura a distanza e della vita indipendente consentendo un dialogo costante anche dei parametri vitali con smarthpone e quant’altro un “presidio medico” in casa potrebbe prevedere.Internet dentro e nelle cose le rende interrogabili, attivabili, controllabili e gestibili a distanza. Di certo il paradigma può sprigionare promosse ma occorre che la progettazione nel campo delle tecnologie abilitanti, di quelle assistive e degli ausili informatici e di comunicazione si riscopra capace di tornare a pensare un futuro che già una volta è passato anche dalle strade della disabilità: come è stato per la sintesi vocale, il voice over, il touch, la domotica. Come è stato per la “brain computer interaction” che già da anni vede proprio negli utenti con severa disabilità motoria gli sperimentatori più predisposti a testarne le possibilità futuristiche.E ritrovata la voglia di crederci, la testardaggine di investirci, occorre che la progettazione conquisti il mercato e i suoi potenziali clienti con un internet – accessible – for everything.C’è un detto da sempre rivolto a un sognatore: “Cammini con la testa fra le nuvole”… ora è più che mai vero.Rosanna ConsoloGiornalista pubblicista e Dottore di ricerca in Scienze della Comunicazione con un progetto sulla “Cultura accessibile”, dal 2011 al 2013 è stata assegnista di ricerca nel Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale (CoRiS) della Sapienza Università di Roma per un progetto sulla e-Inclusion nel lavoro delle persone con disabilità finanziato dall’Istituto Superiore di Comunicazione e Tecnologie dell’Infromazione (Iscom) del MISE.Da oltre un decennio svolge ricerca sulle opportunità offerte dall’ICT nel promuovere e realizzare l’inclusione e la partecipazione delle persone con disabilità. Ha lavorato nella Fondazione ASPHI Onlus di Bologna occupandosi di integrazione dei disabili tramite assistive technologies. Nel 2013 ha promosso la seconda edizione del seminario “Inclusione digitale. Promotori di accessibilità” realizzato nel Dipartimento CoRiS insieme con IBM Italia. E’ cultore della materia nella cattedra di “Tecnologie per la disabilità” presso il Dipartimento di Scienze Umane dell’Università LUMSA di Roma.Ha scritto numerosi articoli e saggi sul tema tra cui“Sciences for Inclusion. Cultural approach to disability towards the Society for all” e “Oltre il senso del limite” di Bonanno Editore.
(techeconomy.it)

di Giovanni Cupidi

Diesel celebra la diversità, ecco la modella in sedia a rotelle

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Una campagna pubblicitaria per valorizzare la diversità. Intitolata «We are connected» e scattata da Inez van Lamsweerde e Vinoodh Matadin, la campagna Diesel Primavera/Estate 2014 uscirà a marzo, ma suscita già un incredibile buzz sul Web. I protagonisti sono artisti, giovani e ribelli tatuati scovati in giro per il mondo dal direttore creativo di Diesel Nicola Formichetti che ne ha ideato la campagna. Tra tutti spicca Jillian Mercado, fashion blogger newyorchese di 26 anni che è diventata in pochissimo una star. Capelli platino, rossetto vermiglio, è fotografata su una sedia a rotelle accanto al visual artist James Astronaut. Jillian è affetta dalla distrofia muscolare dall’età di 12 anni, ma appassionata di moda non si è mai fermata davanti alle difficoltà. Ha studiato presso il Fashion Institute of Technology e lavora come giornalista di moda freelance per il magazine «We The Urban». «Personalmente, non ho mai visto qualcuno su una sedia a rotelle che facesse niente nella moda. Ma proprio niente, niente. Quando sono entrata in questo ambiente, in qualche modo l’ho fatto pensando che mi sarebbe piaciuto essere la prima a farlo.», racconta l’insolita modella. «Sento che la società è spaventata e che in qualche misura non vuole che questo avvenga, di conseguenza un sacco di persone disabili hanno paura delle critiche. Mi piacerebbe che le campagne pubblicitarie di moda osassero di più», prosegue. Mostrando l’handicap di Jullian, Nicola Formichetti ha rotto un tabù mettendo al centro nuovi valori. Scegliendo un’immagine autentica rispetto ai classici canoni di bellezza ha anche messo a segno un bel colpo in termine di comunicazione.
(ilmessaggero.it)

di Giovanni Cupidi

Texas: Un parco attrazioni gratuito concepito per le persone disabili

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Anche quest’anno il premio eccellenza Tripadvisor è andato al parco attrazioni Morgan’s Wonderland, situato a San Antonio negli Stati Uniti, che ha la particolarità di essere stato progettato specificatamente per le persone con disabilità. Gorgon Hart non dimenticherà mai la delusione di sua figlia il giorno in cui ha tentato d’integrarla in un gruppo di bambini normali. Giocavano con un palla in una piscina deserta e hanno provato imbarazzo quando mia figlia Morgan handicappata motoria e mentale di 12 anni si è avvicinata a loro nuotando. Non sapevano come comportarsi con lei e sono usciti dalla piscina. Molto rammaricato per questo episodio, Gorgon Hart cerca un modo che permetta a tutti i bambini di imparare a giocare insieme. La sua idea è un parco attrazioni completamente accessibile a tutti i bambini e agli adulti indipendentemente dalla natura di qualsiasi disabilità. E cosi’, questo immobiliarista filantropo consacra tutta la sua fortuna in questo progetto. Riunisce 400 persone, genitori, educatori e medici per riflettere sulla realizzazione. Si susseguono 60 differenti progetti e nel mese di aprile 2010, il parco viene inaugurato. Facilmente accessibile e progettato per non far stancare i visitatori sulle lunghe distanze, il parco propone 25 attrazioni adatte a tutti i portatori di handicap. Il pubblico potrà scoprire la giostra a bilancelle, un piccolo anfiteatro per assistere agli spettacoli e un lago per pescare. Le persone sulla sedia a rotelle potranno scavare senza muoversi in un grande vasca di sabbia grazie all’aiuto di badili e rastrelli meccanici. Jackson, 11 anni, ha la sindrome di Williams, una malattia genetica associata a un retardo mentale e a una cardiopatia congenita. Esibisce con fierezza il suo nuovo cappello acquistato nella boutique di souvenir e chiede di ritornare nella 4X4 sulla strada dell’avventura che è accessibile senza la sedia a rotelle. L’obbiettivo e quello di riunire le persone normali con le persone diversamente abili. Le altalene tradizionali sono a fianco di quelle adattate per le sedie a rotelle. E’ li che dondola Kriste, 9 anni, spinta da due volontari. ” Non parla ” dice suo padre, ” ma si vede che è felice ! “. E anche l’entusiasmo di Morgan Hart è alle stelle, perché finalmente puo’ vedere sua figlia integrata, giocare in mezzo agli altri bambini ed è questo quello che conta. Un bracciale con GPS viene consegnato ad ogni visitatore del parco. Morgan’s wonderland ( che significa il mondo di Morgan) è gratuito per gli adulti disabili e per tutti i bambini. E questo costa caro all’ideatore Gordon Hart che dichiara. ” Io ho la fortuna di poter provvedere alle cure per mia figlia, ma la maggior parte delle famiglie non ha i mezzi economici sufficienti soprattutto per garantire i divertimenti ai loro cari. I visitatori sono molto sensibili e apprezzano questo gesto che ha permesso a Gorgon Hart di ricevere per il secondo anno consecutivo il premio eccellenza di Tripadvisor.
Qui il sito del parco attrazioni: morganswonderland.com
Fonte: http://mondoaspie.com
(disabilitàsenzabarriere)

di Giovanni Cupidi

Cure girls» in giro per il mondo per trovare una cura contro le lesioni spinali

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Il loro blog ha raggiunto in un anno e mezzo 32mila contatti e anche su Facebook i sostenitori non mancano

«Abbiamo bisogno di supportare la ricerca di una cura se vogliamo un mondo senza paralisi». Loredana Longo ha 30 anni, è disabile ed abita nel Pavese. La sua vita è molto attiva, lavora, ha tanti amici sparsi per il mondo. Ma non vuole più stare in sedia a rotelle. Tredici anni fa un incidente stradale le ha provocato una lesione spinale che l’ha paralizzata. «Al momento una cura non esiste – racconta -, ma io lotto affinché la ricerca possa un giorno permetterci di tornare alla nostra vera vita indipendente». Non ci sta a far finta che quell’evento non abbia cambiato la sua vita, a recitare il copione della «persona in sedia a rotelle che può far tutto ugualmente». «Mi dicono che sono forte, ma lo sono perché non c’è altra scelta», dice. Dal 2012, insieme a otto amiche (anche loro disabili), ha fondato un gruppo internazionale a sostegno della ricerca di una cura per le lesioni spinali croniche: «Cure Girls».

IN CINQUE PAESI – «Spero – confessa Loredana – che un giorno le Cure Girls possano sciogliersi, ciò vorrebbe dire che è stata trovata una cura per le lesioni spinali croniche». Olanda, Gran Bretagna, Stati Uniti e Brasile: le Cure Girls sono in cinque Paesi del mondo. Il loro blog curegirls.wordpress.com ha raggiunto in un anno e mezzo 32mila contatti e anche su Facebook i sostenitori non mancano. Gli articoli sono in italiano, inglese e portoghese «perché il problema riguarda tutti» sottolinea Longo. Cure Girls nasce dopo che Loredana Longo ha visto un programma americano intitolato «Push Girls». Racconta la storia di belle ragazze in sedia a rotelle che mostrano come, nonostante la lesione, la vita sulla sedia a rotelle non sia poi così diversa da quella precedente. «Io non ci sto a quest’immagine – replica Loredana -, è falsa e svilente nei confronti nostri e della ricerca. Se tutto fosse a posto, allora perché cercare una soluzione per la lesione spinale?».

MOMENTI DI VITA – Tutto a posto non è. Sul loro blog le Cure Girls descrivono tutti i momenti che caratterizzano la vita delle persone mielolese, anche i più difficili. Recentemente hanno pubblicato delle fotografie in cui mostrano il loro corpo segnato da scritte come «We need a cure» (Abbiamo bisogno di una cura) oppure «No cure, no movement» (Nessuna cura, nessun movimento). Per sostenere i progetti di ricerca più validi si affidano a fondazioni come Wings for Life o Spinal Research che da anni sono impegnati in questo settore. Cercano anche di avere colloqui con le equipe di medici e ricercatori che ci lavorano: «Finora sono sempre stati disponibili a incontrarci, vedere con i propri occhi può servire per il loro lavoro, speriamo li motivi ancora di più», racconta Longo.

NUOVE TERAPIE – Le Cure Girls recentemente sono state in visita al Miami project e al Centro di Nanomedicina e Ingegneria dei Tessuti dell’Ospedale Niguarda di Milano e hanno in programma visite ad altri laboratori nei prossimi mesi. Hanno presenziato a diversi convegni e partecipato e sostenuto eventi sportivi come «Ride for life», una manifestazione benefica che quest’anno ha raccolto 30mila euro da destinare alla ricerca sulle mielolesioni. «Supportiamo progetti di ricerca anche internazionali, perché la paralisi è un problema globale – continua Loredana Longo -. Sappiamo che in Paesi come il Canada e la Svizzera stanno già sperimentando sull’uomo terapie per le lesioni spinali croniche». In Italia, invece, la pista non è ancora molto battuta. La questione non è più se sarà trovata una cura, ma quando.

(Fonte: www.redattoresociale.it)

La Convenzione Onu per i diritti dei disabili in un fumetto

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Anticipazione del libro del disegnatore Kanjano

ROMA – La Convenzione Onu per i diritti delle persone disabili in un fumetto. L’idea è di Nicola Rabbi che insieme all’illustratore Kanjano ha intrapreso un interessante progetto di educazione interculturale, declinazione ulteriore del progetto dell’Aifo, Associazione italiana amici di Raoul Follereau, sulla riabilitazione su base comunitaria (Rbc): «Stiamo raccontando una serie di storie di persone disabili, ma anche di familiari e tecnici socio-sanitari, che vivono in Mongolia – spiega Rabbi nel suo blog “Gong! Raccontare le organizzazioni non governative» -. Ci rivolgiamo a un pubblico italiano e lo abbiamo pensato come strumento per l’educazione interculturale». Il libro, ancora in fase di realizzazione, avrà un’anticipazione sul numero di marzo della rivista dell’Aifo: «Pubblicheremo un inserto dedicato a qualcosa di molto difficile da raccontare con disegni e poche parole, racconteremo la convenzione Onu sui diritti delle persone disabili».

IL PERSONAGGIO – Una tavola tratta da questo lavoro è pubblicata nel blog: ha per protagonista Bayaraa, carpentiere e padre di due ragazzi, che ha perso l’uso della gambe a causa di una caduta avvenuta mentre eseguiva lavori sopra un tetto e che, grazie al sostegno dell’Aifo, è riuscito a dare corpo a una nuova attività, la pittura su feltro: una competenza che gli ha ridato una speranza e una visione di futuro e che vuole trasmettere ad altri, disabili e anche alcolisti, per offrire loro un’occasione di emancipazione. E sono proprio questi gli obiettivi dei progetti di riabilitazione su base comunitaria: rivitalizzare la dignità delle persone disabili e promuoverne l’auto-sviluppo. Il processo riabilitativo viene realizzato all’interno della comunità e vede il coinvolgimento diretto di tutti i suoi membri. Aifo dà il suo contributo finanziario e tecnico per la formazione dei volontari comunitari e dei supervisori, per realizzare campagne di sensibilizzazione, interventi medici e riabilitativi, concessione di micro-crediti per attività generatrici di reddito promosse da gruppi e cooperative di disabili. Altrimenti «la vita è molto dura per chi se ne sta chiuso in casa», racconta Bayaraa nel video girato nella sua abitazione.

COMUNICAZIONE – Spiega Nicola Rabbi, giornalista specializzato su temi sociali: «Prima di scegliere uno strumento per comunicare bisogna naturalmente fare i conti con coloro ai quali ci si rivolge. Ad esempio se si vuole fare educazione sanitaria in una zona dove la popolazione ha un alto indice di analfabetismo è meglio evitare una pubblicazione, anche se corta, ma occorre utilizzare una trasmissione radiofonica. Per il fumetto si è avuta una certa reticenza ad usarlo in alcuni contesti, soprattutto nell’Africa sub-sahariana: si pensava che il flusso di immagini disegnate rappresentasse un ostacolo per un certo tipo di cultura. Ma in Italia il lavoro culturale di una rivista come Africa e Mediterraneo ha dimostrato che non è più vero». Non mancano i credits: «Non sarei mai arrivato a ragionare in termini di graphic novel se non avessi incontrato Carlo Gubitosa di mamma.am che mi ha fatto conoscere Kanjano».

(Fonte Agenzia Redattore Sociale)

«Amputato, sento gli oggetti al tatto» La mano bionica che parla al cervello

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Sensori e algoritmi per riconoscere le forme e dosare la forza. Il racconto dell’uomo operato al Gemelli
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La mano bionica impiantata a Dennis

Una mano artificiale che sente ciò che tocca. Capace di calibrare la forza per una carezza e trasmettere al cervello la sensazione tattile corrispondente. È la prima al mondo, funziona, ed è stata innestata in Italia. La fantascienza diventa realtà e Dennis, 36 anni, danese, amputato della mano sinistra, dopo 8 ore di intervento per creare le sinapsi artificiali tra le fibre nervose del suo moncone e i sensori dell’arto indossabile, è un «uomo bionico». Quella mano ubbidisce al suo pensiero come mai altra protesi artificiale prima; dialoga con il suo cervello facendogli «sentire» forme e consistenza degli oggetti e consentendogli di manipolarli con la giusta forza.
LifeHand2, così si chiama il prototipo di mano bionica, è il seguito del progetto di ricerca che 5 anni fa portò alla prima protesi capace di rispondere a impulsi cerebrali.

ITALIA IN PRIMA LINEA – La sperimentazione che ha reso possibile il nuovo passo verso l’impianto definitivo di mani bioniche è frutto di un progetto che vede l’Italia in prima linea. Ci hanno lavorato medici e bioingegneri dell’università Cattolica-Policlinico Gemelli e dell’Università Campus Bio-Medico di Roma, della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e dell’Istituto San Raffaele di Roma. Fanno parte del gruppo di ricerca anche l’Ecole Polytechnique Federale di Losanna e l’Istituto Imtek dell’università di Friburgo.

LA STORIA – La storia del protagonista ha inizio dieci anni fa. Era il capodanno del 2004, quando Dennis Aabo Sorensen subì l’amputazione della mano sinistra, distrutta da un petardo. Da allora solo una protesi estetica e l’impegno a ricominciare con la forza d’animo che gli ha permesso di superare i test psicologici di selezione e arrivare a Roma per affrontare la fase sperimentale di LifeHand 2 (finanziato da Ue e ministero della Salute italiano). La comunicazione tra cervello di Dennis e mano artificiale ha funzionato grazie a un complesso sistema d’impulsi tra centro e periferia, organismo e arto artificiale, che ha avvicinato la scienza alla riproduzione del fenomeno naturale.

«IL RACCONTO – Il feedback sensoriale è stata un’esperienza stupenda – racconta Dennis -. Tornare a sentire la consistenza degli oggetti, capire se sono duri o morbidi e avvertire come li impugnavo è stato incredibile». In otto giorni di esercizi Dennis ha riconosciuto la consistenza di oggetti duri, intermedi e morbidi in oltre il 78% di prese effettuate. Nell’88% dei casi ha definito correttamente dimensioni e forme di oggetti come una palla da baseball, un bicchiere, un mandarino. E ha localizzato la loro posizione rispetto alla mano con il 97% di accuratezza, riuscendo a dosare con precisione non troppo distante da quella di una mano naturale la forza da applicare per afferrarli.

COME FUNZIONA – Il collegamento tra sistema nervoso e protesi biomeccatronica sono stati quattro elettrodi intraneurali, poco più grandi di un capello, impiantati nei nervi mediano e ulnare del braccio. Un intervento delicato, eseguito il 26 gennaio 2013 al Policlinico «Agostino Gemelli» di Roma dal neurochirurgo Eduardo Marcos Fernandez. Sviluppati nel Laboratorio di Microtecnologia biomedica Imtek di Friburgo, sotto la direzione di Thomas Stieglitz, gli elettrodi sono stati impiantati trasversalmente rispetto ai fascicoli nervosi, per moltiplicare la possibilità di contatto con le fibre dei nervi e la capacità di comunicazione col sistema nervoso centrale. Il gruppo di lavoro coordinato da Silvestro Micera, bioingegneria all’Istituto di BioRobotica della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e all’Ecole Polytecnhique Federale di Losanna, ha sviluppato gli algoritmi capaci di trasformare in linguaggio comprensibile al cervello le informazioni provenienti dalla mano artificiale. Racconta Micera: «Il paziente è riuscito a modulare in modo efficace e in tempo reale la forza di presa da applicare. Ha svolto gli esercizi bendato, riconoscendo le proprietà degli oggetti grazie all’invio di informazioni sensoriali dalla protesi al sistema nervoso. Non si era mai realizzato qualcosa di simile».

IL PRECEDENTE – Nel 2008 la protesi biomeccatronica CyberHand rispose per la prima volta ai comandi di movimento trasmessi dal cervello del paziente. Ma permetteva di compiere solo tre movimenti (presa a pinza, chiusura del pugno e movimento del mignolo) e non restituiva nessuna sensazione. E il futuro? «Questa sperimentazione – spiega Eugenio Guglielmelli, direttore del Laboratorio di Robotica biomedica e biomicrosistemi dell’Università Campus Bio-Medico di Roma – ci fa guardare con fiducia all’obiettivo d’integrare in queste protesi un numero più elevato di sensori tattili. Più aumenta la complessità di sensazioni e movimenti, più sarà importante trovare algoritmi che distribuiscano i compiti da assegnare al cervello e quelli che possono essere delegati al controllo dell’intelligenza artificiale montata sulla mano. La ricerca prosegue».
(corriere.it)

di Giovanni Cupidi