Il Fai apre ai disabili

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“Due giorni per ammirare l’Italia e 365 giorni per salvarla” recita lo slogan della 22esima edizione delle giornate Fai di Primavera che quest’anno vedrà l’apertura al pubblico 750 siti storici, di solito non visitabili. Luoghi invisibili, talvolta dimenticati, talvolta maltrattati dal tempo e dall’uomo, che si disveleranno solo per due giorni (sabato 22 e domenica 23 marzo). E sfogliando il catalogo di queste bellezze invisibili sul web, non è difficile vedere il simbolo di una carrozzina su quegli edifici che sono visitabili anche dalle persone con ridotta mobilità (leggi I monumenti consigliati da Io donna). “Il 35% circa degli edifici che apriamo al pubblico è accessibile alle persone con disabilità motorie – racconta la referente per le Giornate Fai di Primavera, Elisa Pasqualetto -. Per valutare quali realtà sono accessibili ci affidiamo ad associazioni sparse sul territorio con una copertura a macchia di leopardo e non sempre comprensiva di tutte le tipologie di disabilità. Nel dubbio o in caso di accessibilità parziale non contrassegnamo i luoghi con il logo della sedia a rotelle. Deve essere un festa e cerchiamo che lo sia per tutti”.

Il rapporto tra disabilità ed edifici storici o percorsi paesaggistici è costellato di conflitti. Un percorso minato in cui persone che conoscono poco il mondo della disabilità faticano ad entrare. O meglio provano timidamente ad entrare, in punta di piedi, una ritrosia figlia di una sana intenzione di non alimentare false speranze piuttosto che dalla paura di affrontare il tema. Anzi. “Ci piacerebbe trovare dei partner nazionali che ci aiutino, già dall’anno prossimo, ad aumentare questa percentuale – spiega Pasqualetto -. I luoghi visitabili durante queste due giornate sono, solitamente, chiusi al pubblico e questo aumenta le difficoltà a renderli accessibili. Cerchiamo di compensare i disagi grazie ai nostri volontari che sono appostati in tutti i luoghi per cercare di dare il massimo aiuto, ma spesso non sanno come fare”.

Accanto agli edifici aperti nelle giornate di Primavera ci sono anche altri 50 edifici di proprietà del Fondo per l’Ambiente italiano e anche in questo caso l’accessibilità è limitata. “Organizziamo una serie di manifestazioni e visite dedicate alle persone con disabilità – chiosa Paola Candiani, l’architetto responsabile della gestione dei beni di proprietà del Fai – ma si tratta di eventi episodici. Ci piacerebbe fare di più e per questo cerchiamo partner che ci affianchino in questa impresa (se qualcuno fosse interessato scriva a info@fondoambiente.it con riferimento a Candiani)”. Solo tre degli edifici storici di proprietà del Fondo – Villa Pansa a Varese, Villa Necchi Campiglio a Milano e Villa de Vescovi in Veneto -sono completamente accessibili, altri lo sono parzialmente. Ma non è solo un problema di accessibilità. Ecco perchè da collaboraizoni potrebbero nascere iniziative molto interessanti per le persone con disabilità. Visite guidate con guide che parlino il linguaggio dei segni per non udenti, ancora non attivare, non sarebbero poi difficili da organizzare per le associazioni. E cosi per i non vedenti: Villa Necchi Campiglio, realizzata da Piero Portaluppi tra il 1932 e il 1935 per la famiglia dell’alta borghesia lombarda si trova a pochi metri dall’Istituto ciechi di Milano e una collaborazione tra i due enti sarebbe molto proficua.
(corriere.it – invisibili)

di Giovanni Cupidi

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Cinema e disabilità: sposi felici o quasi amici?

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Giovanna Vignola ha interpretato Dadina, la direttrice di giornale con acondroplasia della “Grande bellezza”

È complicato parlare di cinema e disabilità. La “settima arte”, infatti, ha prodotto una variegata e copiosa filmografia sulla “diversità”, che rende impossibile essere esaustivi nello spazio di un articolo e difficile anche decidere da quale prospettiva analizzare l’argomento. Quindi… cominciamo dalla fine, vale a dire dalla Grande bellezza, l’opera di Paolo Sorrentino che ha riportato in Italia l’Oscar per il miglior film straniero.
Nel mondo cinico e superficiale che circonda Jep Gambardella (alias Tony Servillo), si fa notare per simpatia Dadina, direttrice di un giornale e confidente del protagonista. Dadina è affetta da acondroplasia – più comunemente nota come nanismo – e in un dialogo con Jep afferma che questa caratteristica fisica è sempre la prima e l’ultima cosa che notano di lei. Dadina è Giovanna Vignola, perugina doc impegnata nel sociale, che ha detto di avere accettato la proposta di Sorrentino perché il suo personaggio «non è una macchietta», ma, al contrario, «una persona autentica e rassicurante che può essere vista come un’occasione di riscatto per chi è vittima di preconcetti».
Giovanna Vignola come Peter Dinklage, apprezzato attore con acondroplasia a proprio agio sia nelle commedie brillanti che nei contesti drammatici, vincitore di un Emmy come miglior attore non protagonista nella serie TV Il trono di spade. Conosciuto per avere vestito i panni del nano Trumpkin in Le cronache di Narnia – Il principe Caspian il ruolo più intenso della sua carriera è stato quello di Fin, l’introverso protagonista di The Station Agent (2003), che eredita dal padre una stazione ferroviaria in disuso.

Anche quello che viene considerato il primo film sulla disabilità ha portato sul grande schermo attori con nanismo. È Freaks, capolavoro di Tod Browning del 1932. Una pellicola audace, “maledetta” e leggendaria, interpretata da attori con disabilità che ai tempi erano considerati deformi fenomeni da baraccone, freaksappunto, per di più con ruoli da cattivi che ancora oggi farebbero discutere. Il film è stato bloccato dalla censura per quasi cinquant’anni a causa della violenza di alcune scene recitate da disabili che vendicano un loro amico.

Un’immagine del celebre film “Freaks”, diretto nel 1932 da Tod Browning

Meno noto, ma per l’epoca altrettanto coraggioso, èJonny Belinda del regista rumeno Jean Negulesco(1948), storia di una ragazza sordomuta sostenuta da un medico che l’aiuta ad uscire dall’isolamento. Un’“Anna dei miracoli” ante litteram, che non ha conosciuto la fama del film di Arthur Penn del ’62, quello che ha commosso il mondo con il rapporto speciale tra l’insegnante Annie Sullivan e la ribelle Helen, cieca e sorda dalla nascita.

Ma è negli ultimi decenni che il binomio cinema-disabilità è stato frequentato più spesso. La potenza narrativa e i meccanismi di identificazione che scattano durante la visione di un film rendono il grande schermo un mezzo efficace per veicolare la cultura dell’integrazione sociale, permettono di cogliere messaggi che vanno oltre i canoni estetici imperanti. Il cinema dà corpo e voce alla disabilità, ma quali modelli ci presenta? Riesce a mantenere un corretto equilibrio fra intrattenimento e riflessione?
Per capirlo, “trasferiamoci” a Hollywood. Abituata a produzioni stellari, la Mecca del cinema non bada a spese neanche quando si tratta di raccontare la “diversità”. Il disabile hollywoodiano è inserito in una cornice narrativa spettacolare, ha il volto di un attore importante, che dimostra quanto è bravo ad interpretare un ruolo fuori dal comune; tutto il film, insomma, gira intorno alla star.
L’antesignano è The Elephant Man (1980) di David Lynch, con John Hurt nei panni di John Merrick, un uomo realmente esistito nella Londra ottocentesca. Laneurofibromatosi gli deformava i lineamenti e i ricchi londinesi gli facevano visita, più per appagare il loro bisogno di sentirsi buoni che per reale umanità.
Altra storia vera, quella dello scrittore paraplegico irlandese Christy Brown in Il mio piede sinistro (1989) diJim Sheridan, con la performance da Oscar di Daniel Day-Lewis.
Raccontano invece storie inventate Rain Man, che nel 1989 consegna un Oscar a Dustin Hoffman per il ruolo del “genio-matematico-autistico” Raymond Babbit, eForrest Gump (1994), con Tom Hanks nella parte del ragazzo che attraversa la storia americana con ingenua saggezza, anch’egli premiato con la statuetta più prestigiosa.

Un Leonardo Di Caprio alle prime armi e un giovane Johnny Depp in “Buon compleanno Mr. Grape”, film del 1993

Pur lodevoli e per certi aspetti profonde, rimangono però tutte pellicole subordinate alle regole dello star system, figlie del compromesso tra finzione e vita vera, con un finale forzatamente dolce-amaro, perché il pubblico non trovi troppo “sgradevole” la presenza di un “diverso” nella storia.

Dal punto di vista della comunicazione sociale, Hollywood ha fatto certamente di meglio con Buon compleanno Mr. Grape (1993), dove si ammira la bravura di un Leonardo Di Caprio alle prime armi nei panni di un giovane con disagio psichico, e soprattutto con Mi chiamo Sam, pellicola del 2001 che vede Sean Penn nel ruolo di un uomo con il quoziente d’intelligenza di un bambino, padre attento e premuroso di una bambina, che deve lottare contro i pregiudizi per ottenerne l’affidamento.
Un’interpretazione splendida che non ottenne l’Oscar, forse perché Sean Penn porta sullo schermo un disabile nella sua normalità, senza sconti, non un “idiota geniale” come Forrest Gump che suscita un’istintiva simpatia.
La disabilità mentale, del resto, è stata affrontata in molti film, basti pensare a Qualcuno volò sul nido del cuculo (1975) e Risvegli (1990), appartenenti al filone “ospedaliero” di Hollywood, pellicole di denuncia rimaste nella storia del cinema con tanti pregi (in primis le interpretazioni di mostri sacri come Jack NicholsonRobert De Niro e Robin Williams), ma con il dichiarato obiettivo di suscitare quella commozione che tanto piace al grande pubblico.
E ci sono state anche trasposizioni di biografie importanti, come A beautiful mind (2001), la vita del Nobel per l’Economia John Forbes Nash, affetto da schizofrenia paranoide, Shine (1996), ovvero gli strazi del pianista David Helfgott prima dell’incontro salvifico con la compagna, e Un angelo alla mia tavola (1990), l’esistenza di Janet Frame, la maggiore scrittrice neozelandese, rinchiusa in un ospedale psichiatrico a causa di una diagnosi sbagliata di schizofrenia.
Non è invece arrivato nel nostro Paese – ed è un gran peccato – Murderball (“Palla assassina”), raro esempio di film-documentario made in USA del 2005, girato sul campo di gioco e negli spogliatoi di una squadra di pallacanestro in carrozzina. Vi colpisce la durezza dello scontro fra sedie a rotelle durante le partite, le storie personali dei giocatori descritte senza ipocrisia, la goliardia delle trasferte. Una “palla assassina” che arriva dritta allo stomaco, ma che lascia gli occhi asciutti perché ti obbliga a guardare le persone, non la loro condizione.
In altre occasioni, invece, la disabilità ha fatto da sfondo a racconti incentrati su temi forti come il pacifismo (i dubbi e i tormenti dell’America dopo il conflitto del Vietnam in Tornando a casa del 1976 e Nato il 4 lugliodel 1989, storie di reduci rimasti disabili), oppure è stata “usata” in film di genere fantastico, come allegoria per spiegare la solidarietà a volte solo apparente dei cosiddetti “normodotati”. Ad esempio, Edward mani di forbice di Tim Burton (1990) prende a pretesto la fiaba moderna di un novello Frankenstein con due paia di forbici al posto delle mani, per rappresentare l’attrazione/rifiuto verso la “diversità” e in Biancaneve diTarsem Singh (2012), più di Julia Roberts nei sontuosi abiti della strega cattiva, si fanno notare i sette nani politicamente scorretti. Cacciati dal regno in quanto “indesiderati”, non vengono infatti difesi da nessuno e si dedicano al banditismo.
E poi non può mancare il cinema sentimentale. Di primo acchito torna in mente Figli di un dio minore, titolo divenuto con il tempo un modo per definire l’intero universo della disabilità.

Una scena dal film australiano del 1998 “Balla la mia canzone” diretto da Rolf de Heer

Film del 1986, ambientato in un istituto per non udenti, percorre le tappe dell’amore tra un insegnante anticonformista e la donna delle pulizie, sorda dalla nascita. L’attrice, Marlee Matlin, porta a casa un Oscar ed è un esempio di interprete disabile anche nella vita. Marlee, infatti, non sente in quanto affetta da una malattia genetica.
Un’opera interessante, ma un po’ scontata, diversamente dall’australiano Balla la mia canzone(1998), diretto da Rolf de Heer che mette a confronto la solarità e la profondità d’animo di Julia, giovane tetraplegica, con la grettezza dell’assistente Madelaine, che sfoga le sue frustrazioni su Julia, arrivando a sedurre l’uomo di quest’ultima per affermare la propria “normalità”. Tentativo inutile, perché alla fine vince l’amore vero, non senza scene di nudo che hanno choccato e scatenato polemiche.

Fin qui pare proprio che “non ci resti che piangere”, nel senso che escludendo sporadiche scene, tutti i film passati in rassegna hanno risvolti drammatici. Eppure, con la disabilità si può anche ridere di gusto (senza cadere nel cattivo gusto, Indovina chi viene a Natale eFuga di cervelli docet, recenti pellicole italiane che indugiano su battute grevi e luoghi comuni).
In tal senso dobbiamo inchinarci ai cugini d’oltralpe che nel 2011 hanno portato nelle sale di tutto il mondoQuasi amici, il 62º miglior film di sempre, secondo il sito americano Internet Movie Data Base. Tra l’aristocratico paraplegico Philippe e il badante Driss c’è contrapposizione di possibilità fisiche, cultura, colore della pelle, condizioni economiche e sociali, nazionalità. Si stabilisce tra queste due persone così diverse unacomunicazione diretta e sincera. Le battute a tratti poco eleganti del badante Driss, le corse sulla sedia a rotelle, gli scherzi alla polizia regalano alla pellicola ulteriore verità senza precipitare nella scorrettezza. In definitiva, una storia semplice e allegra che ha incantato il pubblico di ogni latitudine. Peccato solo che in Italia (il titolo originale era Intouchables si sia intitolato Quasi amici, perché quel “quasi” rimane inspiegabile.
Già nel 1996 gli sceneggiatori francesi avevano fatto riflettere con L’ottavo giorno, nel quale il talentuoso attore con sindrome di Down Pascale Duquenne aveva redento il manager in carriera Daniel Auteuil, insegnandogli il valore della generosità.

C’è una notevole differenza tra Hollywood e l’Europa nel rappresentare la “diversità”. I lavori del Vecchio Continente, infatti, sono più introspettivi, legati alla vita quotidiana, non disdegnano tematiche forti e lasciano un finale aperto che non necessariamente riconcilia con il mondo.
Prendiamo ad esempio lo spagnolo Mare dentro, titolo evocativo per la storia vera di un ex marinaio che sceglie l’eutanasia dopo ventotto anni di immobilità in seguito ad un tuffo azzardato. Grazie anche all’interpretazione di un sublime Javier Bardem, uno dei migliori attori in circolazione, Mare dentro parla alla testa e al cuore, senza edulcorare la trama e rifuggendo i moralismi che spesso accompagnano le pellicole sulla disabilità.
Non lancia proclami contro o a favore dell’eutanasia neppure Lo scafandro e la farfalla, opera francese del 2007 di grande umanità ed elevato livello artistico. Lo spettatore “vede” il mondo attraverso l’occhio sinistro del protagonista, l’unico organo intatto in un corpo rimasto paralizzato e senza l’uso della parola dopo un malore. Giornalista affermato, Jean-Dominique Bauby si risveglia dal coma imprigionato in un corpo pesante come uno scafandro, ma il suo pensiero vola libero come una farfalla.

Kim Rossi Stuart e Andrea Rossi in una scena di “Le chiavi di casa”, film diretto nel 2004 da Gianni Amelio

Il delicato argomento della sessualità nelle persone disabili è centrale invece in La teoria del volo, film inglese del 1998, che si fregia della presenza di Kenneth Branagh nelle vesti dell’artista fallito, costretto dai servizi sociali ad assistere una ragazza con una malattia degenerativa, Jane, che vuole perdere la verginità prima di morire.

Anche in Italia possiamo annoverare qualche positivo esempio. Il meglio riuscito, a parere di chi scrive, è Le chiavi di casa di Gianni Amelio (2004), liberamente tratto dal romanzo autobiografico di Giuseppe Pontiggia Nati due volte. Vi si racconta il rapporto tra un padre, Gianni, e Paolo, il figlio quindicenne disabile che non ha mai conosciuto. Per interpretare Paolo è stato scelto Andrea Rossi, ragazzo paraplegico con un estro che da solo vale la visione del film.
Sempre un libro autobiografico, Più leggero non basta. Educazione alla diversità di un obiettore di coscienza diFederico Starnone, aveva ispirato nel 1998 la sceneggiatura di Più leggero non basta, con Stefano Accorsi in servizio civile che deve occuparsi di una ragazza con distrofia muscolare (Giovanna Mezzogiorno). Con tocco sensibile, la regista Elisabetta Lodoli ritrae un incontro-scontro che cambia la vita all’obiettore fino ad allora ignaro della disabilità.
Il tabù del disagio mentale nell’infanzia è centrale poi nelGrande cocomero di Francesca Archibugi (1993), film da cui è nata l’omonima Associazione che si occupa dei minori in situazioni di disadattamento psichico e sociale.
E ancora, per il genere commedia, ricordiamoPerdiamoci di vista (1994) di e con Carlo Verdone, film critico della cosiddetta “TV del dolore”, smascherata da una giovane donna in carrozzina (Asia Argento), arguta e senza peli sulla lingua, che cambia la prospettiva dello spregiudicato showman Verdone.
Una perla di bravura la fornisce infine Giancarlo Giannini, cinquantenne con sindrome di Down, in Ti voglio bene Eugenio del 2002.

Persone con super-risorse, qualche cliché, a volte un eccesso di zucchero, adattamenti per rendere più accessibili storie “scomode”. Ma anche personaggi vericon vissuti che trasmettono un’interiorità profonda e lasciano un segno, obbligano a non girarsi dall’altra parte.
Il cinema ci ha proposto modelli differenti e differenti scelte stilistiche hanno dato vita a risultati più o meno apprezzabili. Nei confronti della disabilità, la “settima arte” è diventata un mezzo di comunicazione, ci fa entrare nei panni dell’altro e capire quali strategie inconsce mettiamo in atto di fronte alla “diversità”. Sul grande schermo, in poche parole, la disabilità si svincola dallo stereotipo assistenziale e diventa oggetto di riflessione culturale.
(superando.it)

di Giovanni Cupidi

Disabilità e barriere architettoniche, l’ostacolo è culturale

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Condividere e sentirsi coinvolti sono il primo passo per abolire tutti quegli ostacoli, di tipo fisico e mentale, che limitano il normale svolgersi della vita di una persona sulla sedia a rotelle. Tra le iniziative di sensibilizzazione uno spettacolo-evento ispirato dal libro autobiografico “Troppe scale” di Attilio Spaccarelli

Quando si parla di disabilità è molto difficile non parlare anche di barriere architettoniche, ovvero di tutti quegli elementi costruttivi che impediscono o limitano gli spostamenti o la fruizione di servizi soprattutto a persone con limitata capacità motoria o sensoriale. Ecco quindi che all’improvviso una scala, una rampa troppo ripida o anche il manto stradale sconnesso possono trasformarsi in ostacoli insormontabili. Ma c’è un’altra grande barriera contro la quale le persone disabili devono fare i conti: quella culturale.

Con l’obiettivo di accendere i riflettori su tutto ciò che rende difficile lo svolgersi della vita di una persona sulla sedia a rotelle è nato uno spettacolo-evento che debutterà il prossimo 29 marzo al Teatro Gianelli di Roma, “Il signore a rotelle“. Un progetto volto a far riflettere e a far emergere le piccole grandi problematiche quotidiane di chi ha a che fare con “troppe scale”.

Ed è proprio il libro autobiografico “Troppe scale” di Attilio Spaccarelli – figlio dell’attrice Lianella Carell, la protagonista di “Ladri di biciclette” di Vittorio De Sica, che da decenni convive con la sclerosi multipla – ad aver ispirato “Il signore a rotelle”, un’autoproduzione dell’associazione culturale ItinerArte, in collaborazione con Fisiomet, Anmic e Soroptimist.

Lo spettacolo è stato realizzato all’interno del “Progetto Spacca”, che ha visto professionisti e allievi dei corsi di ItinerArte trasformarsi in cittadinanza attiva per chiedere l’abolizione di ogni ostacolo che limiti il normale svolgersi della vita di una persona sulla sedia a rotelle. Caratteristica distintiva del progetto è la multimedialità, che lo rendo capace di parlare molteplici linguaggi. “Il signore a rotelle” racconta, con una buone dose di ironia, le mille disavventure di chi, ogni giorno, finisce per scontrarsi con una moltitudine di barriere che, prima di essere architettoniche, spesso sono culturali.

Lisa Colosimo, una delle registe de “Il signore a rotelle” e presidente di ItinerArte, ha spiegato a Il Journal che “la potenza del progetto risiede nel fatto che i protagonisti dello spettacolo teatrale sulla disabilità non sono attori e non sono disabili, ma persone con un grande senso civico che si mettono in discussione”. Il messaggio che si intende trasmettere è chiaro: “Anche se una cosa non tocca direttamente la tua pelle, ti è prossima e ti riguarda”. Colosimo ha poi sottolineato che è importante affrontare questo tema perché attorno c’è una profonda omertà. “Il disabile crea disagio, imbarazzo, è visto come un peso – ha spiegato – In realtà si perde l’occasione di conoscere un sacco di belle persone e tantissimi amici. Il giorno che, per strada, non noteremo più disabili sarà perché saranno finalmente in mezzo a noi. E questo potrà considerarsi un Paese civile”.

Il problema, prima ancora che negli ostacoli di tipo fisico, risiede negli ostacoli di tipo mentale. Ed ecco che entra in gioco l’arte. A tal proposito, la regista ha affermato: “L’arte, dal mio punto di vista, deve essere sovvertitrice delle ingiustizie. Per far sì che non accada più di ritrovarsi davanti a delle istituzioni che non rinnovano la carta di identità per una foto ritoccata dal fotografo che ha avuto la sensibilità di non riprendere la sedia a rotelle”.

Un cambiamento è possibile, “nel momento in cui c’è la condivisione”. Colosimo ha spiegato: “Sono l’entusiasmo e la voglia di scoprire qualcosa che all’inizio può sembrare brutto a rappresentare la chiave di volta. Per i disabili la sedia è la mobilità, il problema siamo noi che abbiamo paura di sederci là sopra. Bisogna cambiare il punto di vista”. E lo spettacolo “Il signore a rotelle” punta proprio a questo, a condividere, a chiamare in causa, proprio come fa il libro di Attilio Spaccarelli, dal quale tutto ha preso corpo. “Una mia allieva, psicologa e amica dell’autore, mi ha proposto il libro “Troppe scale” – ha spiegato la regista – Quando mi sono ritrovata a leggere questo testo ironico, lucido, che parla senza filtri e nel quale si utilizza il “tu”, mi sono sentita chiamata in causa. E questa cosa l’ho voluta vestire”.

(iljournal.it)

Il trailer dello spettacolo “Il signore a rotelle”

Informatici senza frontiere al servizio della disabilità

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«Strillone», «I speak again» e «I move again»: le novità per facilitare l’accesso alle nuove tecnologie

Una app per “leggere” i giornali ascoltandoli dal mobile, un comunicatore virtuale per pc e l’open source applicato alla sedia a ruote.. Ovvero «Strillone», «I speak again» e «I move again». Sono le novità al servizio delle persone disabili messe a punto dall’associazione Informatici senza frontiere (Isf), una onlus con base a Treviso e sedi locali in tutte le regioni che si adopera per facilitare l’accesso alle nuove tecnologie di chi vive situazioni di emarginazione o difficoltà in Italia e nei Paesi in via di sviluppo. Ma andiamo per ordine. «Strillone», finalista al premio Wsis 2014 dell’Itu (il World summit on the information society dell’Unione internazionale delle telecomunicazione che fa capo all’Onu), e per l’occasione ribattezzato «Paperboy», è un’applicazione gratuita per non vedenti che consente di ascoltare il giornale mediante la sintesi vocale integrata su smartphone, tablet e pc. È disponibile per Android, per dispositivi Apple e sul web . Ma il suo successo dipenderà da quante testate aderiranno al progetto.

OCCHI ALLA TASTIERA – «I speak again», invece, è un comunicatore web gratuito per pc, semplice e immediato, pensato per chi non riesce a parlare o ha difficoltà di linguaggio e inoltre non può muoversi. Se la persona disabile riesce a utilizzare il mouse il gioco è fatto, basta andare su http://www.ispeakagain.com e iniziare a cliccare lettere, intere parole o simboli associati a concetti. Il sintetizzatore vocale farà il resto. Altrimenti è possibile scaricare dal sito alcuni programmi che consentono, grazie alla webcam, di spostare il cursore sulla tastiera-video muovendo solamente la testa o le pupille. Realizzato in Puglia per un malato di sclerosi laterale amiotrofica che utilizzava un sistema abbastanza costoso, «I speak again» è invece alla portata di tutti grazie all’impiego del software libero. Ora l’obiettivo è quello di trasferire il principio del movimento oculare agli spostamenti di una carrozzina elettrica. A questo progetto, che si chiama «I move again», sta lavorando Giuseppe Alboré: le sue sperimentazioni sono diventate oggetto di studio, tanto che si è appena laureato in Informatica all’Università di Bari con una tesi intitolata «Interfaccia Arduino per sedia a rotelle guidata da pazienti con gravi disabilità motorie».

RAGAZZI DOWN AL PC – Ma Informatici senza frontiere fa anche formazione. È partita infatti la seconda edizione del corso di alfabetizzazione informatica «Never back Down», realizzato in collaborazione con l’associazione Futuro Down di Benevento. Rivolto a giovani con Trisomia 21 di età compresa tra i 16 e i 22 anni per far acquisire loro dimestichezza con il pc (dai documenti alla posta elettronica, da Internet ai social network), il laboratorio continuerà fino a maggio. Alla fine, i ragazzi potranno creare un vero e proprio blog con la pubblicazione dei lavori realizzati in questi mesi. «Alla base di tutte le nostre iniziative, da quelle nei Paesi in via di sviluppo a quelle in Italia con i detenuti, le comunità per tossicodipendenti o i ragazzi di Scampia, c’è sempre la tecnologia a basso costo – spiega Dino Maurizio, responsabile progetti di Isf onlus –. E parlando di disabilità segnalo anche le trombe adattate in collaborazione con il musicista disabile Vincenzo Deluci dell’associazione Accordiabili e la mostra per non vedenti Sensoltre, realizzata a Bari a fine dicembre, che ha abbinato alle opere tattili la descrizione delle stesse attraverso lo smartphone». Per saperne di più: www.informaticisenzafrontiere.org.

(corriere.it)

Indennità di accompagnamento, “abusi” e spending review

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La “teoria degli abusi” di Cottarelli non è fondata. Ecco il perchè dei picchi territoriali nella concessione delle indennità di accompagnamento. Contro il luogo comune, condividete!!!

In questi giorni è stata diffusa la bozza delle Proposte per una revisione della spesa pubblica redatte dal Commissario Straordinario per la revisione della spesa, Paolo Cottarelli. Fra gli interventi previsti vi sono anche due ipotesi di azione sulle provvidenze assistenziali a favore degli invalidi, ciechi e sordi civili. Gli interventi derivano dalla constatazione di “picchi territoriali” nella concessione delle provvidenze assistenziali, in particolare rivolte agli anziani invalidi, non giustificabili dai flussi demografici, e quindi potenzialmente imputabili ad “abusi” (così definiti dal testo diffuso). In alcune Regioni il numero delle provvidenze economiche agli invalidi civili risulterebbe, infatti, percentualmente molto superiore a quello delle stesse concesse in altre Regioni. Il Commissario straordinario ipotizza, quindi, due ordini di interventi. Il primo di controllo sugli “abusi”, il secondo di introduzione della prova dei mezzi (limite reddituale sulle indennità di accompagnamento). L’interesse si concentra sulle indennità di accompagnamento, che sono concesse in numero percentualmente preponderante agli ultra65enni (al 1 gennaio 2012, secondo i dati ISTAT, le indennità di accompagnamento erogate agli ultra65enni rappresentavano il 73% del totale). Che persistano “abusi” e apparentemente incomprensibili “picchi territoriali” risulta di fatto inspiegabile dopo l’attribuzione (dal 2010) all’INPS – che agisce secondo criteri omogenei – della funzione di validazione dei verbali di invalidità. Inoltre, fra il 2009 e il 2014 ripetuti piani straordinari di verifica hanno sottoposto a controllo oltre un milione di posizioni assistenziali.

Verifichiamo quindi le analisi proposte dal Commissario straordinario. Per visualizzare la distribuzione territoriale delle prestazioni di indennità di accompagnamento e dimostrarne lo squilibrio interregionale, il documento del Commissario Cottarelli presenta un grafico (riportato qui di seguito) che illustra la distribuzione per Regione delle prestazioni in pagamento al 31 dicembre 2012 ogni 100 abitanti di 65 e più anni di età. Il valore di riferimento assunto è quello del Piemonte, che registra il più basso numero di prestazioni di indennità di accompagnamento erogate ogni 100 anziani residenti sul territorio regionale. Ne risulta una linea fortemente spezzata, in cui la Calabria e l’Umbria, ad esempio, si scostano fortemente da Piemonte e Veneto.

picchi_piemonte Fonte: Tratta da “Proposte per una revisione della spesa pubblica”

Tale andamento dimostra sicuramente una differente distribuzione territoriale delle prestazioni di indennità di accompagnamento, ma nulla ci dice rispetto alle motivazioni che potrebbero stare alla base degli squilibri evidenziati.

Ma vediamo se è possibile formulare ipotesi diverse dal quelle del Commissario straordinario.

Nel grafico seguente abbiamo considerato la spesa per interventi e servizi sociali dei Comuni singoli e associati rivolta all’area Anziani calcolata ogni 100 abitanti ultra65enni. In questo caso l’ultimo dato ISTAT disponibile è quello del 2010 e il valore di riferimento è dato dalla Calabria, che registra la più bassa spesa sociale per Anziani in rapporto alla popolazione regionale della stessa fascia di età. Osservando il grafico, possiamo constatare come esso risulti speculare rispetto al precedente, ossia che il numero delle indennità di accompagnamento è minore laddove la spesa per servizi e interventi sociali rivolti agli anziani risulta più alta e viceversa. In Calabria, dove il numero delle indennità di accompagnamento è percentualmente più elevato, la spesa procapite di riferimento è di circa 30 euro.

SpesaSociale Fonte: Elaborazione Condicio.it su dati ISTAT (dati.istat.it)

Proseguendo in questa direzione, abbiamo ricalcolato gli andamenti regionali concentrandoci in modo più mirato sulla spesa per prestazioni rivolte alla popolazione di 65 anni e più. Abbiamo quindi confrontato la spesa per trattamenti assistenziali agli invalidi civili ultra65enni con la spesa per interventi e servizi sociali dell’area Anziani, calcolate entrambe ogni 100 abitanti di 65 anni e più . Nel grafico successivo possiamo osservare come, ad eccezione della Sardegna, le Regioni con la più alta spesa sociale rivolta agli anziani siano anche quelle con la minore spesa per trattamenti assistenziali agli invalidi civili ultra65enni.

ConfrontoAnziani Fonte: Elaborazione Condicio.it su dati ISTAT (dati.istat.it)

Conclusioni

L’elaborazione che abbiamo proposto lascia intuire che la teoria dei presunti “abusi” è piuttosto semplicistica. Il fenomeno merita ben altri approfondimenti di sistema.

Dalla nostra analisi emerge un dato con tutta chiarezza, con l’eccezione della Sardegna (tutta da indagare), le Regioni in cui sono richieste più indennità di accompagnamento da parte degli ultra65enni sono anche quelle che meno spendono in servizi sociali per la stessa fascia di età.

A ben vedere questo coincide con le consolidate segnalazioni al nostro osservatorio negli ultimi anni: sono gli stessi Comuni, specie se privi di altre riposte, a consigliare la richiesta dell’indennità di accompagnamento ai loro cittadini e a innescare i relativi iter di accertamento.

Ma la teoria degli “abusi” manca anche di analisi di natura epidemiologica, e cioè relative alla presenza maggiore o minore di patologie degenerative nelle diverse Regioni e dei relativi interventi di natura sanitaria e riabilitativa di contenimento delle cronicizzazioni.

(condicio.it)

Zanza, il comico disabile abilissimo a far ridere

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Ha scritto un libro, aperto una scuola di recitazione e riempie i teatri prendendo in giro i luoghi comuni sugli handicappati
Narra la leggenda che David Anzalone, in arte Zanza, agli inizi della carriera avesse aperto una società che «affittava handicappati per parcheggiare nei posti riservati senza rischiare multe».
Forse si tratta solo di una «carognata», perfettamente in linea con il titolo che David scrisse nel 2008, dal titolo appunto Handicappato e carogna (Mondadori). E David, handicappato e carogna (soprattutto carogna) lo è davvero. Ma Anzalone è soprattutto un genio che riesce a ridere (e a far ridere) della sua disabilità, spazzando a colpi di battute politiccaly scorrect ogni aurea di ipocrisia che da sempre avvolge il mondo dei «diversamente abili» (eufemismo buonista che la dice lunga su un certo approccio al problema).
David, 38 anni, tetraplegico dalla nascita, smonta la commiserazione perbenista, ricomponendola con i mattoncini dell’autoironia. Lui – un «infermo» – che corre veloce sugli spasmi della sua malattia. La gente che assiste alle performance di Anzalone sulle prime resta sgomenta, poi ride (ma lo fa con un certo disagio), infine torna a casa, dove riflette sullo strano senso di «pietismo» provato durante gli sketch di un cabarettista così straordinariamente «diverso». Ed è qui – in questa specie di seduta di autocoscienza del suo pubblico – che Zanza vince la propria scommessa umana e e professionale. Dimostrando al mondo che nulla è meglio della risata per abbattere i tabù.
Un’arte – questa di ridicolizzare le «disgrazie» – che David ora insegna anche in un corso di recitazione curato dal Centro Teatrale Senigalliese dove tutti sono ben accetti: normali e «subnormali». L’importante è non essere dei «minorati» in tema di autoironia. La stessa dote che porta Anzalone a dire che – da spastico – il suo cruccio più grande è quello di non riuscire con facilità a slacciare il reggiseno a una donna. A Zanza, anche sotto il profilo sessuale, va alla grande: «Da quando faccio l’attore, ho più gnocca…». Lontanissimi quindi i tempi in cui le donne per Anzalone erano come le Olimpiadi: «Una ogni quattro anni…». E chissà che non riesca pure a coronare il suo sogno erotico: «Imitare lo spagnolo Josito, il primo disabile protagonista di un film porno». Per non parlare di quella volta che David cercò di rimorchiare una prostituta e lei rispose: «Poverino, ti sei perso?» e lo riaccompagnò a casa.
Sa essere urticante Anzalone, quando dice di avercela con quelli in carrozzina perché «hanno tutti i privilegi»; Anzalone li chiama, provocatoriamente, «borghesi dell’handicap». Poi confessa che «quando va in giro con gli amici il fumo lo porta lui, che tanto non lo perquisiscono mai». Scrivono i suoi esegeti: «Una forza della natura, un talento travolgente che sta conquistando il pubblico teatrale (Ciak, Zelig e Ambra Jovinelli compresi) e fa innamorare la critica. Perché riesce, come mai nessuno finora, a scherzare con spietata ironia sui luoghi comuni e gli stereotipi più pelosi che girano attorno al mondo della disabilità».
Intanto l’«allegra» corsa ad handicap di David è diventata un esempio per tanti giovani: «Mi chiamo Donato Di Giacomo ed ho 39 anni. Anch’io sono un ragazzo disabile. La mia malattia si chiama tetraparesi spastica. Ho letto il tuo libro e mi è piaciuto. Mi ha fatto ridere, anche se è un po’ crudele»; entusiasta anche un altro suo fan, Claudio Borghesi: «Eccezzionale! Una nuova comicità che ci deve far molto riflettere».
Chi avesse dei dubbi può assistere a «Targato H», lo spettacolo che Anzalone porta in giro per l’Italia soprattutto all’interno del circuito dei «teatri sociali». Roba impegnata, ma senza rinunciare al buonumore. I «disabili» (alla risata) restino pure a casa.
(ilgiornale.it)

di Giovanni Cupidi

Cocca, Zanardi, la disabilità e lo sci

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Carlotta Visconti, 18 anni appena compiuti, è di Torino ed è una promessa paralimpica nelle bocce, nonostante una disabilità grave, la tetraparesi spastica presente sin dalla nascita. Ha imparato a sciare grazie alla scuola di Sci Sauze d’Oulx Project (To) che da 11 anni tiene corsi alle persone con disabilità fisiche, intellettive e sensoriali

Carlotta scende lungo la pista di sci come un rapace che veloce sfiora il lenzuolo bianco della neve pressata dagli sciatori. Un osservatore attento, a fondo pista, vedrebbe una donna, seduta su un guscio dotato di uno sci, allargare le braccia come per spiccare il volo e planare a destra e sinistra. Alle sue spalle, attento, il maestro della scuola di Sci di Sauze d’Oulx (To) (i dettagli del progetto SciAbile) che sorregge la sedia per la neve che le consente di sciare. Sorriso sincero, occhi vispi e la grinta di chi, nonostante una disabilità, vuol vivere la sua vita fino in fondo, Carlotta, Cocca per gli amici, ti accoglie con un pizzico di diffidenza, ti studia e poi si scioglie in un sorriso non appena la inviti a fare una discesa. Ad accompagnarla il fidato maestro Valter Perron che da 11 anni la segue. “Carlotta ha un bel caratterino è testarda e tenace- racconta Perron – e non demorde dai suoi propositi. Un paio di anni fa, quasi per gioco, le suggerii di utilizzare uno snowbord al posto della sedia. Non lo avessi mai fatto – racconta ridendo – non mi diede tregua fin che non riuscii a farglielo provare. Ma non potete immaginare che soddisfazione vederla scendere. Emozione pura per me e per lei.” Carlotta non riesce a stare in piedi, la sua disabilità le impedisce la maggior parte dei movimenti e il controllo di quelli rimasti. Eppure esiste un ausilio il Bass- Borney Adapted Snowboard System che le consente di appoggiarsi al telaio agganciato alla tavola e di scivolare. Cocca è l’esempio di come, con pazienza e fantasia, si possono realizzare i propri sogni. “Le persone devono domandarsi- racconta Alex Zanardi, testimonial dell’iniziativa – non tanto, quante cose possono tornare a fare esattamente come prima della disabilità, ma se esistono mezzi alternativi per fare le cose che facevano prima”. Non ditelo a Carlotta che, grazie alla testardaggine sua e di suo padre, ha anche volato sul parapendio e ha iniziato a praticare il gioco delle bocce per persone con disabilità che – si spera – dovrebbe condurla, unica italiana, alle prossime paralimpiadi. “Queste iniziative sono vita per i ragazzi – chiosa Claudia Gambarino, psicoterapeuta e maestra di sci -. Riuscire in qualcosa gli regala la giusta dose di autostima. E poi riescono a stare all’aria aperta tra altre persone. Una vera magia”. Un’incantesimo che si ripete con tutti i ragazzi e gli adulti, oltre 700 allievi in 11 anni, che arrivano a Salice D’Ulzio. Non importa che la disabilità sia motoria (lesioni spinali e cerebrali), genetica (sindrome di: Down, Prader Willi, Mowat Wilson, X Fragile, Williams), da spettro autistico (autismo, asperger, Rett) o sensoriale (non vedenti, ipovedenti, non udenti), tutti riescono a rivivere, a modo loro, l’emozione dello sci. Anche perché il corso è gratuito grazie alla sponsorizzazione di Bmw che copre le spese.
(iodonna.it)

di Giovanni Cupidi