ONU: più tecnologia per battere la disabilità

Standard
La tecnologia come arma per favorire l’inclusione sociale delle persone con disabilità, per consentire loro più facilmente di avere un lavoro, per dar loro una migliore assistenza, per far sì che – in occasione di catastrofi, terremoti e più in generale gravi emergenze – non siano vittime predestinate ma possano avere la possibilità di mettersi in salvo e sopravvivere. È questo il tema che le Nazioni Unite hanno scelto per la prossima Giornata internazionale delle persone con disabilità, che come consuetudine si celebrerà il 3 dicembre.Per l’edizione 2014 la scelta è caduta sulla necessità di sottolineare l’importanza del ruolo della tecnologia, che “nel corso della storia umana ha sempre influenzato il modo in cui le persone vivono” e che oggi diventa cruciale per lo stesso futuro di oltre un miliardo di persone del mondo che vivono con una qualche forma di disabilità.
Nell’argomentare il tema 2014 – “Sviluppo sostenibile: la promessa della tecnologia” – l’Onu afferma che la tecnologia, fin dai tempi della rivoluzione industriale, “ha sollevato gli standard di vita delle persone in tutto il mondo e il loro accesso a beni e servizi”, che “è incorporata in ogni aspetto della vita quotidiana” e che “ha aumentato notevolmente la connettività tra le persone e il loro accesso alle informazioni”.

Se dunque la tecnologia ha cambiato “il modo di vivere, lavorare e giocare”, è anche vero che “non tutte le persone possono beneficiare dei progressi della tecnologia e dei più alti standard di vita”, dato che non tutti “hanno accesso alle nuove tecnologie” e non tutti “se le possono permettere”. La celebrazione della Giornata internazionale 2014 si pone dunque l’obiettivo di mettere in evidenza come la potenza della tecnologia possa promuovere l’inclusione e l’accessibilità “per contribuire a realizzare la piena ed equa partecipazione delle persone con disabilità nella società”. Una società in cui – viene ricordato – esse “devono affrontare non solo le barriere fisiche, ma anche le barriere sociali, economiche e comportamentali”. Se dunque finora “a dispetto del fatto di essere il più grande gruppo di minoranza del mondo”, il tema della disabilità “è rimasto in gran parte invisibile” nei processi di sviluppo tradizionale, ecco che la Giornata 2014 mira “ad aumentare la consapevolezza dei vantaggi che deriveranno dall’integrazione di persone con disabilità in ogni aspetto della vita politica, sociale, economica e culturale”.

In particolare, le Nazioni Unite scelgono di sottolineare tre diversi ambiti nei quali la tecnologia può far fare passi da gigante all’inclusione sociale delle persone disabili. Il primo ambito richiama gli obiettivi di sviluppo globali in campo ambientale, economico e sociale: “La giornata – viene spiegato – può essere utilizzata per promuovere l’impatto e i benefici della tecnologia assistiva, degli adeguamenti tecnologici e delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione accessibili, che migliorano il benessere e l’inclusione delle persone con disabilità”.

Il secondo ambito riguarda la riduzione dei rischi in caso di disastri e le risposte in situazione di emergenza. “Le statistiche – viene spiegato – mostrano che il tasso di mortalità delle persone con disabilità in una popolazione che vive una situazione di disastro è maggiore da due a quattro volte rispetto a quello della popolazione non disabile”. Le persone con disabilità, quindi, “sono sproporzionatamente colpite” in caso di disastri, catastrofi, emergenze, conflitti, e nelle successive operazioni di recupero e di salvataggio, anche “a causa di un’evacuazione inaccessibile”. La Giornata dunque “sarà utilizzata per evidenziare le tecnologie disponibili” per ridurre le conseguenze di catastrofi ed emergenze e “per sottolineare l’importanza di rendere questa tecnologia accessibile a tutti”. Inoltre, viene specificato, verrà esplorato il potenziale delle tecnologie di comunicazione e informazione, ad esempio nei casi “di preallarme, di localizzazione e di gestione di applicazioni che potrebbero salvare la vita delle persone con disabilità in situazioni di calamità e di emergenza”.

Terzo e ultimo ambito è quello della creazione di ambienti di lavoro accessibili e inclusivi. L’Onu ricorda che le persone disabili “spesso non sono considerate nel mondo del lavoro” a causa di percezioni negative sulla loro capacità lavorativa o in ragione dell’alto costo necessario per rendere accessibili i luoghi di lavoro. “I datori di lavoro – viene spiegato – non sono a conoscenza del prezioso contributo che le persone con disabilità possono portare sul posto di lavoro attraverso l’utilizzo di tecnologie assistive e di altre misure di adattamento ragionevoli: “Con l’utilizzo delle tecnologie giuste, le persone con disabilità sono in grado di svolgere pienamente il loro lavoro”, viene spiegato, sottolineando il fatto che “quando i datori di lavoro si impegnano a individuare e eliminare gli ostacoli all’occupazione, promuovono una cultura del lavoro” che “consente alle persone con disabilità di essere trattate con dignità e rispetto e di godere di parità di termini e condizioni di occupazione”. La Giornata internazionale 2014, dunque – è il suggerimento – può essere utilizzata per richiamare l’attenzione sulle tecnologie disponibili e sulle misure che possono essere adottate per creare ambienti di lavoro che siano aperti, inclusivi e accessibili, in modo da consentire alle persone con disabilità di partecipare pienamente”(avvenire.it)

Il muro di plexiglass

Standard

Oggi 21 settembre 2014 sono stato a vedere la partita in casa del Palermo (vivendo io qui) contro l’Inter. Nulla di più normale e nulla di straordinario sembrerebbe. Eppure non è così. Come ben sapete  (per chi segue il blog) io sono affetto da tetraplegia e quindi utilizzo una sedia a rotelle elettronica per spostarmi.
Anche a Palermo per accedere allo stadio vi è una procedura preliminare di accredito sia per le persone con disabilità deambulanti che non. Tutto ciò va fatto nei giorni precedenti alla data della partita. Questa procedura di accredito è pressoché simile in tutta Italia  e garantisce alla persona con disabilità ed ad un accompagnatore l’ingresso gratuito. Ma allora cosa non funziona in tutta questa vicenda se addirittura si entra gratis per vedere la partita?  Ciò che non va è che l’ingresso gratuito non corrisponde ad un posto sugli spalti dello stadio ma bensì ad un “posto” lungo il bordo campo della tribuna dietro un muro di plexiglass.
image
(la freccia indica la mia posizione)

image

image

Il che significa che oltre a non avere una visione intera di tutto il campo⬆ (a seconda di dove ci si mette si vede poco e nulla) ci si trova anche davanti coloro che sono autorizzati a stare dentro il campo il che limita ancor più  la visione della partita.

image

In più nelle giornate invernali si è esposti alle intemperie tipiche della stagione non essendo riparati dalla tettoia presente al di sopra degli spalti. Inoltre, come se non bastasse,  questa precaria visione spinge le persone in sedia a rotelle ad una competizione della serie chi tardi arriva male alloggia per accaparrarsi la posizione con maggiore visibilità.
Vi sembra che si possa definire civile tutto ciò? Alla menomazione che (me compreso) colpisce le persone si aggiunge discriminazione e una mancanza di rispetto unica e incredibile.
Eppure sarebbe facilmente risolvibile tutto ciò, almeno al Renzo Barbera, in quanto le prime file⬇ di tutta la tribuna nella sua intera lunghezza sono sempre vuote e non occupate (ma anche se lo fossero) e quindi facilmente trasformabili in una capiente e comoda tribuna rialzata per le persone in sedia a rotelle.

image

Ma c’è un altro aspetto che mi preme sottolineare e cioè quello che alla menomazione venga associata in maniera automatica l’indigenza. Dico questo perché se io comprassi un biglietto di tribuna, fosse esso centrale o addirittura VIP, invece di ricevere l’elemosina di un biglietto e di un posto scomodissimo, non sarebbe possibile raggiungere il mio posto in quanto la tribuna è totalmente inaccessibile.  Eppure avrei pagato come tutte le altre persone, no?
Al concetto di accessibilità va associato, quindi, quello di giusta fruizione ma anche la libertà di scegliere come tutto ciò debba essere declinato, che sia gratis o a pagamento.
Come sempre è la cultura che deve essere cambiata prima ancora delle regole o delle disposizioni o se volete delle consuetudini affinché possano essere applicate soluzioni assolutamente realizzabili.

Panoramica sulla postazione disabili (almeno l’audio è divertente).

di Giovanni Cupidi

Per una definizione dell’assistenza indiretta

Standard

di Carlo Giacobini e Daniela Bucci

In questi ultimi anni ricorre con sempre maggiore frequenza il riferimento all’assistenza indiretta o, più genericamente, all’erogazione indiretta di prestazioni e servizi. Tuttavia, le formule ibride e variabili attraverso le quali l’erogazione indiretta ha preso forma hanno contribuito a sfrangiare ulteriormente i contorni di una definizione mai compiutamente condivisa o elaborata. Da ciò discendono accezioni diverse e, in molti casi, fraintendimenti diffusi.

L’ambiguità definitoria
Spesso, usando il “concetto” dell’erogazione indiretta di prestazioni e servizi, ci si è riferiti principalmente all’àmbito dell’assistenza personale e, quindi, alle erogazioni prevalentemente monetarie, alternative ai servizi diretti di assistenza domiciliare.
A ben vedere, però, le premesse logiche, l’erogazione indiretta, in realtà, investe o può riguardare anche ogni altro settore in cui sia già previsto un servizio o una prestazione e sussistano diritti/bisogni.
Un esempio per tutti: il diritto alla mobilità urbana. In questo àmbito sono stati sperimentati e attuati – adeguatamente o meno, non è qui che ne discutiamo – servizi diretti (ad esempio il servizio porta a porta), ma anche buoni taxi, contributi monetari per raggiungere il posto di lavoro, buoni per il trasporto scolastico.
L’ambiguità del concetto “assistenza indiretta” non è nuova, né univocamente grave in un’ottica di garanzia dei diritti delle persone. Sono piuttosto i corollari che ne discendono a ingenerare difficoltà applicative, a complicare le analisi di impatto, a inquadrare l’adozione dell’erogazione indiretta di servizi in modo distorto nelle politiche e nei servizi sociali e, più in generale, a confondere il sistema di protezione sociale.
Tentiamo, quindi, un’astrazione (o più astrazioni) che ci consenta di giungere a una prima definizione, considerandola – per ora – un mero esercizio di logica applicata, giacché nessuna disposizione vigente circoscrive in maniera puntuale che cosa sia l’assistenza indiretta.

Una definizione per negazione
A rigor di logica e per ragioni cronologiche, la prima ipotesi da assumere è che la definizione sia per negazione, basata cioè sull’assunto che nell’erogazione indiretta di servizi o prestazioni rientri tutto ciò che viene erogato in modalità non diretta. Ma qual è la modalità diretta? Quali sono gli elementi distintivi?
Prestazioni e servizi sono informati, nella logica amministrativa e politica prevalente e consolidata, ad alcuni elementi:
1. la presenza di determinati diritti o bisogni (fragilità, rischi ecc.), riconosciuti come tali dall’ente deputato a fornire risposte in termini di prestazioni, interventi e servizi;
2. la presenza di criteri di accesso che identificano gli aventi diritto e di un sistema di valutazione e apprezzamento di questi criteri, ivi incluse le modalità per l’eventuale qualificazione/quantificazione della prestazione o del servizio;
3. la fornitura del servizio o della prestazione da parte dell’ente preposto attraverso personale proprio o personale di soggetti accreditati o convenzionati (presenza di regole e standard per convenzionamento o accreditamento);
4. la presenza di regole fissate dall’ente per la fruizione delle prestazioni e dei servizi;
5. la valutazione di efficacia/efficienza, di cost-analysis[“analisi dei costi”, N.d.R.], di impatto, di controllo di gestione da parte dell’ente preposto.
In sintesi: l’ente preposto eroga servizi e prestazioni con personale proprio e con regole di fruizione predeterminate.

Dall’astrazione ai corollari
Una strategia definitoria meramente per negazioneappare logicamente inapplicabile ai punti 1 e 2 poiché questi rappresentano il presupposto stesso all’erogazione di una prestazione o di un servizio, sia essa diretta o indiretta: è la logica stessa della protezione sociale.
Il punto 5 rimane apparentemente irrisolto: anche il genere di valutazioni previste sono in sé costitutive di un servizio e di una prestazione che si collochino in seno alla protezione sociale (come di qualsiasi altro intervento pubblico), ma pone dei problemi logici rispetto alle competenze, alle modalità, agli accenti posti sull’uno o sull’altro elemento.
Al contrario, la definizione per negazione si attaglia ai punti 3 e 4; pertanto, in questo quadro, l’erogazione indiretta ha certamente queste due peculiarità:
1. il servizio o la prestazione non sono erogati dall’ente preposto attraverso personale proprio o personale di soggetti accreditati o convenzionati, ma sono gestiti direttamente dal cittadino che rientri fra gli aventi diritto con personale o modalità propri;
2. la fruizione e l’articolazione del servizio o della prestazione sono organizzati direttamente dal cittadino.

Liquidità, vincoli, controlli
La definizione per negazione dell’erogazione indiretta consente scenari ipotetici tanto vasti quanto labili in una prospettiva sia organizzativa che politica. Essa, infatti, lascia aperti alcuni elementi altrettanto logici che non trovano risposta negli assunti precedenti:
a) l’erogazione indiretta è solo quella di natura monetaria o di buoni di acquisto a cui corrisponda comunque un controvalore monetario esplicito?
b) nell’erogazione indiretta sono ammissibili vincoli nelle modalità di spesa e nell’individuazione del personale cui il cittadino può rivolgersi?
c) nell’erogazione indiretta sono ammissibili valutazioni di impatto, efficacia/efficienza, cost-analisys e controlli da parte dell’ente concessore? E se sì, in quale misura e con quale coinvolgimento del cittadino?

Concentriamoci sugli elementi carenti nella definizione – che altrimenti è solo per negazione – di erogazione indiretta.
Gli elementi sono dunque tre:
– la liquidità;
– i vincoli;
– controlli.

Nell’inquadrare la liquidità dovremmo ritenere scontato l’assunto che l’erogazione indiretta consista in un trasferimento monetario o tutt’al più nell’assegnazione di buoni o voucher che esprimono un controvalore monetario (non, quindi, voucher che indichino una prestazione).
Questa erogazione però, non dimentichiamolo, è definita sulla base di un bisogno/diritto e di una valutazione preliminare dei requisiti soggettivi. Dall’altro lato, come già detto, è elemento distintivo dell’erogazione indiretta la gestione autonoma da parte del cittadino della prestazione o del servizio. Pertanto una formula alternativa all’erogazione monetaria strictu sensu non invalida necessariamente le due condizioni di base.
Ad esempio, la formula del cosiddetto voucher universale(Istituzione del voucher universale per servizi alla persona e alla famiglia, Atto del Senato n. 1535 – XVII Legislatura, presentato il 17 giugno 2014), che preveda l’erogazione di buoni utilizzabili ai fini dell’acquisto di servizi di assistenza, di badantato e di baby-sitting, non appare in contraddizione con i due elementi cardine sopra individuati, almeno per quanto riguarda la solvibilità dei beneficiari, cioè la loro capacità di pagare i servizi fruiti.

Più scivoloso appare l’inquadramento dei vincoli, che intendiamo come complesso di regole non già di accesso all’erogazione diretta o indiretta che sia, quanto relative alle condizioni nella spesa della liquidità.
Restando in un solco logico, non dobbiamo porci il problema dell’effettivo peso di tali vincoli, ma piuttosto se la presenza di vincoli vada a inficiare o meno la natura indiretta della prestazione/erogazione. Questo interrogativo trova risposta rammentando ancora che nell’erogazione indiretta la gestione e la scelta da parte del cittadino recitano un ruolo opposto rispetto a quello contemplato nell’assistenza diretta. Il cittadino sostituisce il ruolo di gestione che normalmente è assunto dell’ente preposto e ne assume le responsabilità. Il primo ruolo è quello della scelta dell’operatore di sua fiducia.
Va da sé che se i vincoli affievoliscono questa competenza primaria del cittadino, si cade in unacontraddizione logica. Beninteso: questa considerazione è scevra da valutazioni di opportunità e può essere sia accettata che rigettata in un confronto che non è più strettamente logico, ma diviene politico e contrattualistico.
Rimanendo all’esempio del voucher universale, l’obbligo di usare i corrispettivi solo presso enti o soggetti autorizzati da altri appare in contraddizione con il concetto di assistenza indiretta che qui abbiamo adottato.

Sull’ultimo elemento, quello dei controlli, è necessario ricorrere ad elementi intrinseci agli aspetti definitori sin qui dati per accettati. Le prestazioni e i servizi – vieppiù se di àmbito assistenziale – derivano da diritti/bisogni e sono inquadrati in un sistema di protezione sociale definito a livello costituzionale e di normativa ordinaria. In questo quadro, oltre all’apprezzamento e alla valutazione degli specifici requisiti soggettivi, resta di competenza del “pubblico” il compito di controllo sulla spesa pubblica, onde evitare usi impropri, distrazione di risorse, ma anche quello di valutare l’efficacia degli interventi.
La presenza di vincoli (controlli di spesa, rendicontazione ecc.) in alcune formule di erogazione indiretta non appare, quindi, un elemento in contraddizione logica con gli assunti iniziali, fermo restando il principio di ragionevolezza, cardine del diritto amministrativo.

Liquidità, vincoli e controlli rappresentano anche tre elementi che nella loro diversa combinazione ci consentono di disegnare, almeno teoricamente,altrettante tipologie di assistenza indiretta.
In particolare, la combinazione di vincoli (ex ante) e controlli (ex post) costituisce il tratto maggiormente caratterizzante delle diverse forme organizzative dell’assistenza indiretta. Vediamo qui di seguito alcuni esempi.

Contributi come da Legge 162/98 (cosiddetta “vita indipendente”)
Vincoli: redazione progetto specifico; assunzione formalizzata di personale addetto all’assistenza.
Controlli: verifica della rendicontazione obbligatoria. Normalmente non viene attuata invece alcuna valutazione di efficacia/efficienza o di impatto.
Vincoli e controlli sono ambedue piuttosto serrati.

Assegni di cura
Vincoli: nessuno, una volta che l’interessato rientri nei criteri di accesso all’erogazione; non viene previsto l’obbligo di assunzione o l’obbligo di dimostrare la spesa assistenziale sostenuta.
Controlli: normalmente non sono previsti obblighi di rendicontazione di sorta. Normalmente non viene attuata alcuna valutazione di efficacia/efficienza o di impatto.
Vincoli e controlli sono piuttosto blandi, avvicinando la prestazione indiretta alla formula del trasferimento monetario integrativo alle comuni provvidenze assistenziali.

Voucher universale (anche se per ora solo ipotizzato)
Vincoli: obbligo di spesa solo presso soggetti accreditati e formati.
Controlli: non necessari in termini di rendicontazione, poiché i vincoli sono molto stringenti. Nelle ipotesi di realizzazione del voucher universale è solo profilata una valutazione di efficacia/efficienza e di impatto.

Risorse, selettività, valutazioni
È certamente incontestabile che il primo elemento non tanto di successo quanto di giudizio di ogni forma di erogazione indiretta sia l’adeguatezza delle risorse ad essa destinate. Adeguatezza allo scopo e alle finalità, ovviamente, cioè se le risorse orientate verso questa formula siano sufficienti ad assicurare i servizi e le prestazioni necessarie.
Solitamente l’operazione logica applicata è contraria: si calibrano quantitativamente i servizi in funzione delle risorse disponibili. Si tratta di una scelta politica che qui non contestiamo, ma che non può che generare in sede di valutazione dell’impatto un giudizio positivo per l’ente, poiché essa si basa sui servizi resi e non già sull’intero insieme dei bisogni/diritti presenti in una comunità.
Ma prima ancora, se il punto di partenza progettuale è rappresentato dalle risorse limitate, fatalmente il primo impegno sarà quello della serrata individuazione di criteri selettivi degli aventi diritto o della platea dei beneficiari. Da ciò ne discende una risposta non basata sui diritti o sul rischio effettivo di marginalità, ma dalla concessione compressa di servizi o prestazioni. Conseguentemente la valutazione della soddisfazione dell’utente (inteso in modo esteso) non può che essere parziale e distorta.
Questa riflessione, che riguarda anche l’erogazione diretta, è quanto mai calzante nell’erogazione indiretta perché ne condiziona la stessa adozione e le valutazioni di opportunità (organizzative, finanziarie, di soddisfazione dei cittadini, di impatto).

La diversificazione dei criteri di accesso
Tornando alla definizione iniziale, servizi e prestazioni – nell’àmbito della protezione sociale – dovrebbero derivare da bisogni, rischi di marginalità, diritti comunemente noti e condivisi.
Se è una decisione politica stabilire se erogare tali prestazioni in forma diretta o indiretta o in forma mista, nulla dovrebbe differenziarsi rispetto ai criteri soggettivi di accesso (gli aventi diritto). I criteri soggettivi (diversi dai vincoli di cui si parlava sopra) possono essere, per intenderci: l’età, la condizione economica, il grado di invalidità o di disabilità, il carico assistenziale, la non autosufficienza, una certificazione di tipo socio-sanitario ecc. Per essere ancor più espliciti: data una prestazione o servizio, i criteri soggettivi dovrebbero essere identici sia che questi fossero erogati direttamente dall’ente preposto, sia che questi fossero erogati in modalità indiretta.
Non sempre, invece, questo accade. Le risorse ancora limitate – a ragione o a torto, non è qui tema di riflessione – destinate all’assistenza indiretta spingono talora a una restrizione impropria logicamente degli aventi diritto, creando una disequità nelle risposte erogate e limitando il ricorso all’indiretta ad alcune categorie rispetto a quelle che possono accedere invece alle prestazioni e ai servizi resi direttamente dall’ente.

Conclusioni
Attorno all’assistenza indiretta vengono senza dubbio espresse molte aspettative da più parti. Da parte di alcuni amministratori si reputa che essa possa essere meno costosa o impegnativa in termini di risorse che non la gestione diretta degli stessi servizi. In altri casi si teme che i meri trasferimenti monetari, pur vincolati, possano rappresentare solo una misura indistinta di integrazione al reddito.
Da parte poi di alcuni cittadini, complice una sfiducia e un’insoddisfazione rispetto al settore pubblico, si sostiene la convinzione che il “welfare fai-da-te” sia l’unica reale soluzione pratica e che debba essere sostenuta economicamente dallo Stato.
Una minoranza di persone, infine, rivendica l’assistenza indiretta quale forma di diritto di scelta e di autodeterminazione, che invece non sarebbe garantito ricevendo assistenza da operatori ed enti che non sono stati individuati, selezionati e gestiti dalla persona.
La molteplicità delle motivazioni e una generale crisi dei modelli di welfare spingono quindi in questa direzione, facendo scordare spesso che – comunque la si intenda – anche l’erogazione indiretta dei servizi e delle prestazioni rimane incardinata in un sistema di protezione sociale in cui il “pubblico” ha comunque delle responsabilità e dei compiti ai quali non può abdicare e degli errori su cui riflettere, primo fra tutti la sottovalutazione del diritto di scelta e del coinvolgimento dei diretti interessati in tutto ciò che riguardi la propria qualità di vita.
(superando.it)

di Giovanni Cupidi

Il video che mostra come un autistico vede il mondo

Standard

Un disturbo molto conosciuto ma poco studiato: un mix tra animazioni e video racconta come si vive

Questo video mostra, in una ricostruzione immaginaria, la vita attraverso gli occhi di un bambino autistico non-verbale. Si intitola Listen, lo hanno progettato Marisabel Fernandez e Alexander Bernard e mescola video e animazione. L’obiettivo è, come dicono i due autori, raccontare «come appare il mondo per i bambini autistici e, se possibile, ispirare un cambiamento positivo con una maggiore tolleranza e comprensione».

 Listen Senior – il video

L’autismo è un disturbo molto studiato ma ancora molto poco conosciuto: esperti e medici, ad esempio, non sanno ancora cosa lo provochi. Questo è un tentativo di sensibilizzare, anche illustrando le difficoltà quotidiane che incontra chi ne soffre: ad esempio l’udito iperacuto (che nel video si esemplifica con il fastidio lacerante di un telefono che squilla). 
(linkiesta.it)

di Giovanni Cupidi

#IAM: a Londra vanno in scena gli Invictus Games per super atleti

Standard

image

Inaugurata ieri sera la competizione sportiva internazionale che vede sfidarsi militari con disabilità a causa di servizio

Ancora Londra, ancora sport e persone con disabilità. Non è un ritorno alle Paralimpiadi, ma si tratta degli “Invictus Games”, la competizione sportiva fortemente voluta dal principe Harry che vede protagonisti i militari disabili. Aperti ieri con la cerimonia di apertura, i Giochi  si svolgeranno fino al 14 settembre, presso il Queen Elizabeth Olympic Park e il Lee Valley Athletics Centre di Londra, dove 400 militari con disabilità a causa di servizio  (ferimento, infortunio o malattia, amputazione…), provenienti da 14 diversi Paesi (Afghanistan, Australia, Canada, Danimarca, Estonia, Georgia, Germania, Iraq, Italia, Olanda, Nuova Zelanda, USA, UK) si sfideranno in 9 discipline atletiche individuali e di squadra.

Gli atleti si fronteggeranno sui campi di atletica, rugby in carrozzina, tiro con l’arco, basket in carrozzina, rowing, ciclismo, sitting volley, nuoto e sollevamento pesi. 
Anche gli azzurri stanno partecipando, rappresentati da 13 atleti, accompagnati da tecnici e famigliari. “La vera vittoria per noi è che dopo aver subito una menomazione siamo subito tornati in servizio, lo sport ti permette di rappresentare il Paese in maniera diversa, ma sempre da militari che continuano a servire il Paese” spiega il tenente Gianfranco Paglia.
 
Attraverso gli Invictus Games si vuole tornare all’origine dello sport paralimpico, quando migliaia di soldati tornati dalla guerra ricominciavano la loro riabilitazione attraverso lo sport. Così, in Principe Harry, che conosce bene i rischi a cui sono sottoposti i militari,  ha voluto ricordare durante la cerimonia di apertura: “Posso testimoniare quanto sia positivo lo sport. Gli Invictus Games si concentreranno sugli obiettivi che ognuno di questi uomini e donne può raggiungere e celebreranno il loro spirito combattivo, durante una competizione sportiva globale che sarà anche un riconoscimento del loro sacrificio.

Questo il team azzurro:
Col. Alessandro Albamonte (canottaggio indoor); Ten.Col. Gianfranco Paglia (nuoto, sollevamento pesi, canottaggio indoor); Ten.Col. Roberto Punzo (tiro con l’arco, canottaggio in door, basket in carrozzina); Magg. Pasquale Barriera (nuoto, tiro con l’arco, basket in carrozzina, rugby in carrozzina); Caporale magg. Monica Contrafatto (nuoto, canottaggio indoor, basket in carrozzina, rugby in carrozzina); Caporale magg. Domenico Russo (atletica, canottaggio indoor, basket in carrozzina, rugby in carrozzina); Caporale magg. Andrea Tomasello; Caporale magg. Moreno Marchetti (atletica, basket in carrozzina, rugby in carrozzina); Ten. Col. Marco Iannuzzi (nuoto, canottaggio indoor); Ten. Col. FabioTomasulo (nuoto, tiro con l’arco); Bonaventura Bove (atletica, canottaggio indoor, handbike, basket in carrozzina, rugby in carrozzina); Mar. Capo Giovanni Dati (nuoto, canottaggio indoor); App. Loreto Di Loreto (atletica, handbike, tiro con l’arco, canottaggio indoor, basket in carrozzina, rugby in carrozzina).

La manifestazione è stata aperta da un inno speciale “Invictus Games Anthem”: brano musicale scritto appositamente dai Coldplay . Il testo, spiega Chris Martin, leader del gruppo, è ispirato alla poesia “Invictus” di William Ernest Henley.  Lo stesso Chris, ha annunciato su Twitter l’inizio dell’evento e molti sono i cinguettii che spopolano sui social per Invictus Games, così come gli hashtag #IAM, “io sono” slogan ufficiale della competizione.
(disabili.com)

di Giovanni Cupidi

Scuola, aumentano gli alunni disabili. Ma i docenti di sostegno sono sempre gli stessi

Standard

Nuovo anno scolastico, nuove promesse. Ma per le famiglie degli alunni diversamente abili cambierà poco. Anzi, per la prima volta dal 2010 non vi sarà un aumento significativo dei docenti di sostegno. Lo dicono i numeri che il servizio statistico del ministero della Pubblica istruzione ha pubblicato in queste ore. Lo conferma Roberto Speziale, presidente dell’Anffas(associazione nazionale famiglie di persone con disabilità): “Ogni anno ci ritroviamo con lo stesso problema e non è solo una questione di quantità ma anche di qualità dell’inclusione”.

La conferma arriva dalla fotografia dei dati anticipati dal Miur, prima della conclusione delle procedure diassunzione in ruolo che potrebbero terminare tra qualche settimana: il numero degli alunni con disabilità è in lieve aumento. Nell’anno scolastico 2013/2014 erano 209.814 mentre quest’anno torneranno tra i banchi 210.909 ragazzi diversamente abili. A fronte di questo incremento, esaminando il grafico della serie storica dei posti dei docenti di sostegno, non vi sarà un grande cambiamento: il contingente finale è previsto in 110mila professori e maestri, 216 unità in meno rispetto allo scorso anno (110.216). Piccole cifre che non cambiano la sostanza: in Italia il rapporto medio di docenti/alunni continua ad essere quello di 1:2, con alcune punte di 1:3 alle scuole superiori di secondo grado di alcune regioni. Osservando i numeri nei diversi territori è interessante rilevare che al Nord gli alunni disabili aumentano, seppur lievemente in alcune regioni, mentre in Abruzzo, Molise, Campania, Puglia,Basilicata, Calabria e Sardegna diminuiscono. Variazioni che non vanno di pari passo con i posti di sostegno in diminuzione ovunque a parte laLombardia, l’Umbria, il Lazio e la Basilicata.

“A noi interessano relativamente i numeri. Dobbiamo pensare alla qualità dell’inclusione. C’è un problema – afferma il numero uno dell’Anffas – relativo all’accertamento: gli attuali sistemi con i quali si certifica se un alunno ha bisogno o meno del sostegno, sono obsoleti. Una delle principali richieste che abbiamo fatto al ministro delle Politiche socialiGiuliano Poletti è stata proprio quella di rivedere questo sistema”. Altro nodo, accennato anche nelle 136 pagine presentate da Matteo Renzi, è quello della formazione. L’Anffas con altre associazione aveva una soluzione ma non è stata colta: “Va fatta soprattutto agli insegnanti curriculari. Eravamo pronti a mettere a disposizione 170 formatori gratuitamente per fare corsi agli insegnanti. Noi vogliamo che vi sia meno sostegno e più inclusione, più presa in carico globale dei nostri ragazzi. Quando pensiamo aibambini disabili a scuola, dobbiamo pensare anche agli assistenti all’igiene personale e a quelli all’autonomia che sono altrettanto importanti per loro”.

Un obiettivo portato avanti anche attraverso il disegno di legge presentato in questi giorni al Parlamento, per rivedere la Legge quadro del 1992. “Le famiglie ci raccontano ogni giorno di una scuola che non attua ledisposizioni sull’inclusione, ma sembra più impegnata a far funzionare se stessa”, polemizza il presidente dell’Anffas, sottolineando la necessità di avere contratti di almeno 5 anni per assicurare la continuità educativa e didattica. Una battaglia che l’Anffas porta avanti da sempre e che proprio ad inizio settimana, alla luce del patto “La buona scuola” presentato dal premier, ha ribadito. Come? Andando a stilare una lista di “undici cose da non dimenticare” a partire dal fatto che “un alunno con disabilità spesso trascorre inclasse un tempo molto inferiore all’orario scolastico dei suoi compagni, mediamente 14 ore su 30”. Unasituazione assurda che ha portato negli ultimi tre anni oltre 15 mila famiglie italiane a fare ricorso contro il ministero della Pubblica istruzione per ottenere ildiritto allo studio per i loro figli. Al suono della prima campanella dell’anno scolastico 2014/2015 il quadro non cambierà; come ogni anno le prime settimane risentiranno dell’assenza del personale docente di sostegno: basta pensare che al 28 agosto il contingente era ancora provvisorio e contava su 92.947 docenti.
(ilfattoquotidiano.it)

di Giovanni Cupidi