La scuola dei disabili nel governo Renzi: i fatti e le chiacchere

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Giorni affollati da notizie di mobilitazioni e boicottaggi persino delle prove Invalsi vedono il mondo della scuola protagonista di un braccio di ferro con le promesse di cambiamento annunciate da Renzi.

A qualcuno forse potrebbe anche interessare il destino dei circa 240.000 alunni disabili accolti per oltre il 92% nella scuola pubblica.

Sicuramente è un tema caro ai loscuola_disabili1ro genitori che stanno completando un anno scolastico iniziato all’insegna della precarietà con un nuovo insegnante di sostegno (oltre 85.000 alunni disabili hanno cambiato e cambieranno il prossimo anno l’insegnante specializzato).

Le previste assunzioni nel sostegno previste da Renzi saranno purtroppo al massimo 16.500, in maggior parte derivanti dalla terza tranche decisa dall’ ex ministro Carrozza (8.905) a cui si aggiungeranno 7.623 posti promessi dal governo in carica.

Questo ultimo contingente di insegnanti coprirà a malapena l’aumento previsto degli alunni disabili che ogni anno si determina e per il prossimo anno scolastico almeno 28.000 cattedre di sostegno mancheranno allo scopo di garantire almeno l’obiettivo di un rapporto di uno a due tra insegnanti e alunni disabili.

Questi sono i numeri, questi sono i fatti.

Altro punto assolutamente evitato dal ddl sulla “buona” (?) scuola è quello, assai sensibile per i processi di inclusione, che riguarda le classi pollaio: infatti come nel gioco delle tre carte, ci saranno efficienti dirigenti che, impossibilitati ad aumentare il numero delle classi, distribuiranno gli studenti tra le stesse con prevedibile peggioramento della qualità dei processi educativi.

I numeri sono impietosi.

A questi numeri l’associazione tutti a scuola da tempo ai governi chiede di rispondere concretamente .

Per farlo Renzi ed il suo governo avrebbero dovuto prevedere:

-di aumentare il numero di classi in presenza di alunni disabili e non di variarne la composizione numerica

-di aumentare almeno a 155.000* unità l’organico di sostegno (nell’ anno corrente è stato di 117.673) stabilizzando i 4.570 incarichi annuali ed i 36.787 contratti a termine

-di affrontare il tema dell’assistentato materiale, competenza esclusiva del Miur , che viene “appaltata” spesso agli enti locali favorendo politiche di sprechi , inefficienze e malaffare nei quali sguazza la politica italiana (vedi scandalo cooperative)

– qualificare la formazione obbligatoria oggi a tutti gli insegnanti in servizio e non solo prevedendola per quelli futuri come ha invece ipotizzato

– definire tempi per la stesura dei PEI (piani educativi individuali) di ogni singolo alunno disabile e prevedere norme sanzionatorie per le scuole che non li rispettano

Purtroppo è molto più suggestivo parlare della scuola dei disabili come di un modello che il mondo ci invidia piuttosto che rimboccarsi le maniche compiendo scelte di politica economica e farla funzionare.

In evidente imbarazzo stanno poi alcuni sindacati che, turbati dalla possibilità di legare ad un ciclo scolastico l’insegnante di sostegno all’alunno come invece saggiamente prevede il ddl Renzi, continuano a evocare una scuola lontana anni luce dai bisogni dei disabili.

La notizia che giunge dall’ufficio scolastico regionale del Lazio che nella circolare 51/14 relativa alle iscrizioni del prossimo anno sottolinea che gli alunni disabili over 18 non avranno diritto all’insegnante di sostegno se nel quinquennio precedente ne hanno potuto disporre, chiude il cerchio di questa opaca realtà che va profilandosi all’orizzonte delle famiglie degli studenti disabili italiani.

Con buona pace del sottosegretario Faraone il prossimo anno per i disabili italiani sarà probabilmente ancora più difficile.

Nonostante nel ddl in questione si auspichi maggiore collaborazione con le famiglie la realtà dei fatti costringerà, come nel presente anno, migliaia di famiglie a rivolgersi ai Tar con grande soddisfazione dei conti in banca degli avvocati .

*questo valore numerico considera gli alunni disabili gravi per i quali la Corte Costituzionale si è pronunciata con chiarezza nel 2010 con la sentenza n.80
(ilfattoquotidiano.it)

di Giovanni Cupidi

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BORÅS, LA CITTÀ PIÙ ACCESSIBILE D’EUROPA NEL 2015

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La cittadina svedese di Borås ha vinto il massimo riconoscimento europeo in fatto di accessibilità nel 2015, il premio Access City Award, nell’ambito di una competizione internazionale promossa dallaCommissione Europea che premia le città più accessibili.

Per realizzare un ambiente urbano inclusivo l’amministrazione cittadina ha messo a disposizione risorse umane e finanziarie e ha avviato un lavoro di collaborazione con il comitato consultivo sulla disabilità. Ilraggiungimento degli standard per l’accessibilità e la continuità dei risultati  sono assicurati da questo stretto rapporto di collaborazione, ma anche da funzionari pubblici di coordinamento per l’accessibilità, oltre che dalla capacità di definire programmi con priorità e strategie.

Le città europee dovranno essere sempre più accessibili e inclusive considerando che sono 80 milioni le persone con disabilità in Europa e che il dato è destinato a salire per l’aumento della popolazione anziana. Questa competizione, se da un lato premia le città più meritevoli, dall’altro punta a diffondere le buone pratiche per una città a misura di tutti. Si tratta di un’opportunità per politici, amministratori e tecnici europei e non, di comprendere come  sono stati affrontati e risolti i temi legati all’accessibilità e all’inclusione, in un contesto particolare come quello della città.  Quattro le aree chiave dell’accessibilità con cui fare il punto: architettura e spazi pubblici; trasporti e infrastrutture; informazione, comunicazione e nuove tecnologie (TIC); strutture e servizi pubblici.

Borås, situata nella contea della Västra Götaland, è una città con radici storiche e una popolazione di 107.000 abitanti. E’ il secondo insediamento urbano nella Svezia occidentale con una economia radicata nel commercio e nell’industria tessile.

A Borås è stato riconosciuto il merito di avere adottato un approccio globale e strategico per la realizzazione di una città accessibile, un percorso avviato negli anni Novanta con un impegno politico chiaro e di lungo periodo.

Le soluzioni adottate

Per realizzare un ambiente urbano inclusivo l’amministrazione cittadina ha messo a disposizione risorse umane e finanziarie e ha avviato un lavoro di collaborazione con il comitato consultivo sulla disabilità. La municipalità ha lavorato per rendere accessibili spazi ed edifici pubblici, sia internamente che esternamente. Ma anche le aziende private sono state coinvolte in questo percorso.

Per diffondere gli standard di accessibilità è stato realizzato un database con tutti gli edifici pubblici che soddisfano standard di accessibilità. Sono stati censiti e classificati anche negozi, ristoranti, studi dentistici e altri servizi privati, che hanno poi dato un feedback per migliorare l’accessibilità.

E’ stato istituito un premio per incoraggiare le imprese private a migliorare l’accessibilità dei loro spazi, mentre gli standard per l’accessibilità applicati per l’ambiente costruito sono andati ben oltre le normative in vigore.

A Borås, il trasporto pubblico della città è gratuito per le persone disabili e gli anziani ed è disponibile anche un servizio di mobilità specializzato.Tutti gli autobus sono accessibili a persone con difficoltà motorie o con limitazione visiva, come pure le fermate. Gli attraversamenti pedonali si stanno dotando gradualmente di accesso a livello, segnali acustici e guide tattili.

La città di Borås si è impegnata anche nel settore della tecnologia accessibile: il database sulle strutture è accessibile quindi è disponibile in facile lettura e nella versione di sintesi vocale; il sito web della città e la newsletter hanno caratteristiche di accessibilità e sono connessi a un servizio telefonico di supporto.

E’ stato installato un sistema digitale “serrature senza chiavi” in 3.500 appartamenti e in 1.500-2.000 porte di ingresso, il che ha dato una maggiore sicurezza personale a molte persone anziane. E’ anche stato previsto un più facile accesso ai servizi di assistenza con le chiamate di allarme reattive.

Per assicurare che gli standard siano raggiunti e mantenuti, l’accessibilità delle strutture pubbliche e dei servizi è guidata da un team di esperti, un coordinatore e un funzionario, entrambi alle dipendenze della città. Essi lavorano in contatto con il comitato consultivo sulla disabilità istituito dall’amministrazione e con le organizzazioni che rappresentano le persone anziane. In tal modo si è certi che i temi dell’accessibilità siano considerati in tutti gli aspetti della vita della città. Ogni dipartimento della municipalità ha una persona di contatto con responsabilità sugli aspetti inerenti l’accessibilità.

Tutte le informazioni sull’accessibilità sono rese disponibili per le organizzazioni che operano nella disabilità, gli architetti, le imprese di costruzione, le aziende private, etc..

Il raggiungimento degli standard per l’accessibilità e la continuità dei risultati a Borås sono assicurati dallo stretto rapporto di collaborazione tra l’amministrazione cittadina e i comitati consultivi delle persone anziane e disabili, ma anche da funzionari pubblici di coordinamento per l’accessibilità, oltre che dalla capacità di definire programmi con priorità e strategie.

L’accessibilità è un modo di pensare e in una città si ottiene con politiche e strategie mirate che riguardano tutti gli aspetti della vita, un insieme di elementi coerenti con una visione unitaria.

Se l’accessibilità è la pietra angolare dell’inclusione non possiamo non riconoscerle un valore etico.

(superabile.it)

Fonti informative

European Commission, Access City Award 2015, Examples of best practice for making EU cities more accessible. Social Europe. European Union 2015

Borås Stad 2015 års vinnare av Access City Award

https://www.youtube.com/watch?v=Vx2AuYtzS34

 

di Giovanni Cupidi

DISABILI GRAVI, “RISCHIO CUSTODIA A VITA IN UNA SPECIE DI CORSIA OSPEDALIERA”

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La denuncia delle Comunità di Capodarco riunite da oggi in assemblea. Don Albanesi: “Tra tagli lineari, standard e iperspecializzazione, si va verso moduli da 20 posti letto, chiusi tutto il giorno, nessun contatto con la vita reale”. E intanto la cresce la “compartecipazione” delle famiglie

Per i disabili gravi e gravissimi, “si rischia di tornare allo schema assistenziale degli anni ’70: quello che aveva come base la semplice custodia”. È l’esplicito allarme lanciato dalle 14 Comunità di Capodarco operanti in Italia, durante l’assemblea in corso fino a domani alle 13 presso la sede di Fermo in cui la comunità fu fondata nel 1966.

La denuncia, insieme all’appello a reagire con azioni concrete, è contenuta nella relazione di apertura del presidente don Vinicio Albanesi e arriva al termine di una analisi in tre punti delle difficoltà vissute dalle comunità stesse, tutte impegnate prevalentemente, spesso da decenni, proprio nell’accoglienza di persone disabili. La prima difficoltà, afferma Albanesi, “è di ordine economico: le regioni hanno operato tagli lineari su ogni nostro tipo di intervento, pur costituendo il nostro comparto appena il 2-3% del fatturato di competenza. Ciò ha indotto vere e proprie sofferenze fino ad arrivare ad indebitamenti severi e a non poter garantire tempestivamente nemmeno i salari pattuiti”. Un quadro che viene del resto confermato dai dati degli ultimi anni, che indicano la spesa assistenziale dei comuni (che garantiscono molti servizi accessori alla vera e propria cura) in calo già dal 2011, e quella delle regioni per l’area socio-sanitaria (gestita dalle Asl) seguire la stessa tendenza. “La seconda difficoltà – prosegue Albanesi – è la tendenza alla ‘specializzazione’ di ogni intervento da parte delle Regioni. Tutto è stato fagocitato da standard presuntivamente moderni e scientifici, con il rischio che il mondo dell’assistenza diventi solo occasione di occupazione. La gravità della situazione si misura nelle delibere regionali che stabiliscono fabbisogni, schemi assistenziali, addetti e … la quantizzazione dei minuti di assistenza”.

Arriva qui il nucleo della denuncia di Capodarco. “Lo schema che deriva dall’applicazione di quegli standard – dice infatti il presidente – è quello una ‘corsia di custodia’. Ma mentre in ospedale si è ricoverati per una malattia da cui guarire, nella corsia assistenziale si dovrebbe vivere tutta la vita… e che vita!”.

Albanesi spiega poi che cosa, nella pratica, viene generato da quello schema: “Semplificando molto: moduli di venti posti letto, tre operatori a turno, catering per il cibo, una stanza per radunare per tutto il giorno le persone presenti, chiuse a chiave, eccetto permessi concessi a eventuali parenti. Nessuna uscita, nessun diversivo, nessun contatto con la vita reale, non essendo previsto dalle convenzioni. Un passaggio a turno, in mattinata, di psicologo, di educatore, di musicista, di maestro d’arte e il gioco è fatto”.

Un quadro tanto più fosco se si pensa che lo schema riguarderà in futuro persone disabili sempre più gravi e non autosufficienti, giovani o anziane. Esattamente il contrario, insomma, del modello di Capodarco e di altre realtà italiane che negli ultimi decenni hanno gestito strutture quanto più possibile simili a case, dove i disabili potessero dispiegare appieno le proprie capacità e aspirazioni; un modello, aggiunge Albanesi, “attento ai sogni delle persone, nel rispetto del lavoro e dei diritti di tutti”.

Ma c’è a questo proposito una terza difficoltà, rincara don Albanesi: è la “distinzione ossessiva tra sociale e sanitario, negando anche gli interventi sanitari pure necessari. La distanza tra i bisogni affettivi e sociali di chi è accolto e i diritti di chi accudisce si sta allargando, fino a rendere ogni azione assistenziale anaffettiva e funzionale”. Dopo anni di discussioni sulla necessità dell’integrazione tra assistenza e sanità, si assiste insomma al “trionfo vero e proprio del modello sanitario”.

La relazione di Albanesi segnala quindi il clima di solitudine vissuto da realtà anche rilevanti come Capodarco: “Un clima difficile e teso: ci troviamo stretti tra l’indifferenza per le politiche di integrazione, il restringimento di discorsi solidaristici e l’ansia di ricerca di risorse necessarie per osservare la legge. Questo è l’habitat all’interno del quale siamo costretti a operare”.

Difficile far emergere la situazione appena descritta, rileva Albanesi, quando “una raffinata comunicazione della politica sociale dichiara pubblicamente di non aver ridotto i servizi. In realtà ha spostato sulle famiglie una serie di competenze (prima economiche e poi sociali) che hanno sgravato l’intervento pubblico. La compartecipazione (la quota a carico delle famiglie che negli ultimi anni si è fatta sempre più pesante, ndr), la non previsione di strumenti di socializzazione, la rigidità delle funzioni, la burocratizzazione di ogni azione sociale (dalla sicurezza, al cibo, dalle funzioni sanitarie a quelle assistenziali) rendono la risposta sociale incerta, complessa e minimista”. Il rischio, afferma appunto Albanesi “è il ritorno a uno schema che sembrava finalmente smantellato, alla cui base vigeva la politica di semplice custodia: al soggetto si garantiva la semplice sopravvivenza in strutture anonime, disumane e coercitive”.
(superabile.it)

di Giovanni Cupidi

Progetto Yeah!: quella disabilità che ispira soluzioni

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Alcune settimane fa due giornalisti di rango come Massimo Fini e Maurizio Molinari sono andati in conflitto: l’uno perché a causa della prossima cecità riteneva di non poter più lavorare; l’altro, più giovane, non vedente e costretto a trovare lavoro all’estero a causa della propria disabilità, perché respingeva il nesso di causalità tra cecità e impossibilità di lavorare, sottolineato da Fini.
«Con la sua scelta – spiega Molinari – il signor Fini legittima quelli che hanno rifiutato di farmi lavorare. Non nasconda dietro l’handicap una sua libera scelta».

La condizione di disabilità, come altre condizioni della vita, mette le persone alla prova. Come si è detto, due sono le possibili risposte: rinunciare a sperimentare ogni percorso che indichi la via dell’autonomia; o darsi da fare, e molto seriamente. Fabio Lottie Marco Andreoli – economista non vedente l’uno, filologo ipovedente l’altro – hanno scelto questa seconda strada mettendo a disposizione del pubblico le proprie competenze culturali, professionali e umane. In poche parole hanno lasciato che la loro disabilità ispirasse un modello di formazione e consulenza utile a tutti, senza distinzioni. Si tratta del progetto Yeah! che nasce all’interno della cooperativa sociale Quid Onlus e specializzato sulla disabilità e sull’accessibilità dei servizi.

Sabato 9 Maggio lo presenteranno sul palco del Gardaland Theatre. A supporto del messaggio interverranno alcune persone con disabilità che hanno raggiunto grandi risultati nello sport, nel lavoro e nell’impegno civile. Racconteranno la propria esperienza e testimonieranno che i limiti per chiunque, con o senza disabilità, sono soprattutto mentali. Questi testimoni racconteranno come hanno fatto, materialmente, a coltivare la propria passione fino a raggiungere prestazioni eccellenti.

Così si succederanno sul palco Simone Salvagnin, atleta plurimedagliato di paraclimbing, non vedente; e Urko Carmona, campione del mondo nella stessa specialità e fortissimo scalatore su roccia, che nonostante l’amputazione di una gamba ha raggiunto risultati straordinari battendo atleti senza disabilità. Si esibiranno anche Elena Travainie Anthony Carollo. Lei che non ci vede e lui che in scena si benda, sono i fondatori del progetto Blindy Dancing – Danzare a occhi chiusi. Vale la pena sottolineare che sono maestri, non solo ballerini.

La lettera iniziale della parola Yeah!, la ipsilon, graficamente è stata trasformata in una fionda proprio per indicare che quando uno di noi si lancia nel mare della “possibilità” forse rischia, sicuramente cresce.«Lanciati oltre i limiti» recita, infatti, lo slogan della manifestazione, perché chi ha una disabilità non è diverso, ma per guadagnare fette sempre più larghe di autonomia, deve sperimentare modalità spesso note solo a chi ha già vissuto l’esperienza (un’altra persona con la stessa disabilità, per esempio). Il fine che persegue il progetto, allora, è proprio quello di mettere in contatto la domanda di formazione, istruzione e tutoraggio e l’offerta di corsi (anche a domicilio o via Skype o in formula mista) che divulgano saperi e conoscenze. Il progetto si rivolge momentaneamente alle persone con disabilità visiva perché i fondatori hanno appunto questa disabilità. Ma nulla vieta che il modello di formazione possa essere replicato per altre forme di disabilità.

Il concetto di formazione, inoltre, è rivolto anche a persone senza disabilità che vogliono imparare a mettersi correttamente in relazione con persone con bisogni speciali, tra cui le persone con disabilità . Perché l’accessibilità non si misura solo abbattendo le barriere architettoniche ma anche rendendo fruibile un servizio.
(corriere.it)

di Giovanni Cupidi

Vita indipendente e disabilita’: quanto siamo lontani dai diritti di base?

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Il 5 maggio si celebra la Giornata Europea per la Vita Indipendente delle persone con disabilità, anche per chiedere che tutti possano decidere dove, come e con chi vivere

(…) Il diritto di tutte le persone con disabilità a vivere nella società, con la stessa libertà di scelta delle altre persone, e adottando misure efficaci ed adeguate al fine di facilitare il pieno godimento da parte delle persone con disabilità di tale diritto e la loro piena integrazione e partecipazione nella società, anche assicurando che:

(a) le persone con disabilità abbiano la possibilità di scegliere, su base di uguaglianza con gli altri, il proprio luogo di residenza e dove e con chi vivere e non siano obbligate a vivere in una particolare sistemazione
(b) le persone con disabilità abbiano accesso ad una serie di servizi a domicilio o residenziali e ad altri servizi sociali di sostegno, compresa l’assistenza personale necessaria per consentire loro di vivere nella società e di inserirvisi e impedire che siano isolate o vittime di segregazione;
(c) i servizi e le strutture sociali destinate a tutta la popolazione siano messe a disposizione, su base di uguaglianza con gli altri, delle persone con disabilità e siano adattate ai loro bisogni è sancito dall’articolo 19 della Convenzione ONU per i diritti delle persone con disabilità.  

E’ intorno a questo diritto e alla sua applicazione che ruota laGiornata Europea per la Vita Indipendente delle persone con disabilità, che si celebra il prossimo 5 maggio.

Nella nostra realtà italiana, quello a una piena determinazione deldove, come e con chi vivere, da parte di una persona con disabilità, è ancora un obiettivo parecchio lontano. 
Su questo fronte, il movimento che promuove e sostiene la Vita indipendente, sottolinea in particolare la necessità di staccarsi dall’idea di disabile come persona da “sistemare” con una presa in carico e cura attraverso interventi assistenziali in servizi residenziali. Tuttavia, come dichiara l’European Network Independent Living, “Vita Indipendente non significa che vogliamo fare tutto da soli e che non abbiamo bisogno di nessuno o che vogliamo vivere in isolamento. Vogliamo vivere come, dove e con chi si vuole, frequentare le stesse scuole del quartiere, usare gli stessi autobus che usano i nostri vicini di casa, fare lavori che sono in linea con la nostra formazione e con i nostri interessi. Vogliamo essere protagonisti nel vivere la vita.” Il concetto, in sostanza, è quello delNulla su di noi, senza di noi. 

Una delle modalità applicative di questo indirizzo è l’assistenza personale autogestita e autodeterminata mediante l’utilizzo di un finanziamento alla persona disabile allo scopo di consentirle di esercitare le proprie libertà. Tale finanziamento, si legge nel sito dell’Enil, è finalizzato alla creazione di rapporti di lavoro in cui il disabile è il datore di lavoro e dà le istruzioni ai propri assistenti personali.

Appuntamento a Roma – In occasione della Giornata Europea per la Vita Indipendente l’AVI (Agenzia Vita Indipendente) organizza l’Evento “Protagonisti noi”, che si svolgerà martedì 5 maggiopresso la Sala Tirreno della Regione Lazio in via Rosa Raimondi Garibaldi, a partire dalle ore 15.30, nell’ambito del quale verranno affrontate le tematiche della domiciliarità e contrasto all’istituzionalizzazione delle persone con disabilità, anche alla luce delle linee guida sull’assistenza domiciliare della Regione Lazio ed in considerazione dei progetti sperimentali portati avanti dal Governo.
L’evento vedrà la partecipazione delle principali figure istituzionali interessate, e delle organizzazioni rappresentative delle persone con disabilità, tra cui in particolare:

Alfredo Ferrante: Ministero Lavoro e Politiche Sociali
Vincenzo Falabella: Presidente F.I.S.H. 
Rita Visini: Assessorato Politiche Sociali Regione Lazio
Dino Barlaam: Presidente F.I.S.H. Lazio
Francesca Danese: Assessore Politiche Sociali Roma Capitale
Silvia Cutrera: Presidente AVI ONLUS.
Sarà previsto inoltre il collegamento Skype con Jamie Bolling, presidente ENIL Europa.

Per info:
www.fishlazio.it
http://www.enil.it

di Giovanni Cupidi

Nuove proposte turistiche per il mondo della disabilità

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È in programma per martedì 5 maggio a Roma (Sede del Consiglio Nazionale degli Architetti, Via S. Maria dell’Anima, 10, ore 10-13.30), una conferenza stampa dedicata al PROGETTO BORGO© – Turismo sostenibile e sviluppo del territorio, durante la quale verranno presentate le opportunità che l’iniziativa potrà offrire ai territori dove verrà realizzata e alle popolazioni che li abitano, sia in termini di competenze che di occupazione.

Promosso dall’Associazione C4ED (Committee for the Ecotourism Development), in collaborazione con ilCNAPPC (Consiglio Nazionale degli Architetti Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori) e l’ANMIL(Associazione Nazionale fra Lavoratori Mutilati e Invalidi del Lavoro), l’incontro sarà coordinato da Francesca Billi, segretario generale del C4ED, e aperto da Leopoldo Freyrie, presidente del CNAPPC.
Interverranno quindi Domenico Podestà, presidente del Dipartimento Europa ed Esteri del CNAPPC (La vocazione internazionale del CNAPPC), Raul Wittenberg, presidente del C4ED (Il C4ED e le sue iniziative-faro),Francesco Veneziano del Consiglio Direttivo del C4ED (Il turismo sostenibile come motore di sviluppo), Maurizio Papiri, vicepresidente del C4ED (Il BORGO, il progetto architettonico e gli aspetti funzionali e logistici), Davide Pellegrino, agronomo (Il BORGO, competenze per un’agricoltura sostenibile ed autosufficiente) e, in rappresentanza dell’ANMIL, Maria Giovannone del Consiglio Direttivo del C4ED (Una nuova proposta turistica per il mondo della disabilità).
È stato infine invitato all’incontro anche Nicola Lener, Capo Ufficio I delle Iniziative per l’Internazionalizzazione del Sistema Economico Italiano – Direzione Generale per la Promozione del Sistema Paese – Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

«Esperti del turismo sostenibile, professionisti dell’architettura e ambasciate – spiegano dall’ANMIL – dialogheranno insieme il 5 maggio, in un’ottica di grande valore sociale e culturale, sul primo progetto pilota delBORGO©, struttura ricettiva destinata al turismo sostenibile in Africa, ideata e realizzata dal C4ED nel pieno rispetto dell’ambiente, delle popolazioni e della cultura locali, e destinata a diventare un centro propulsore dello sviluppo territoriale. Il progetto, che prevede un ampio programma di formazione a tutti i livelli, si avvale del contributo degli Stati che vi aderiranno; architetti, tecnici e operai locali saranno infatti chiamati a collaborare alla realizzazione della struttura e al personale del luogo sarà affidata la gestione della nascente impresa ecoturistica. Il C4ED, con il supporto del CNAPPC, potrà organizzare unascuola permanente di architettura nel Paese aderente che ne sia privo. È allo studio, infine, la possibilità di un concorso bandito dal CNAPPC sui temi indicati dal C4ED per la completa definizione del Progetto BORGO©, nella direzione dell’eco-sostenibilità, indirizzato ai giovani architetti italiani. Una straordinaria occasione di crescita e sviluppo, dunque, nel pieno rispetto dei territori e delle popolazioni locali». (S.P.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti:ufficio.stampa@anmil.it.
(superando.it)

di Giovanni Cupidi

1Maggio, disabili esclusi dal lavoro: “Ci vuole coraggio per festeggiare”

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Il presidente della Ledha Fontana: “Sono quasi 680 mila gli iscritti al collocamento, ma solo 18 mila gli avviamenti lavorativi registrati nell’ultimo anno. E le aziende preferiscono pagare sanzioni piuttosto che assumere”. “Urgente una riforma”

“Ci vuole coraggio per festeggiare il lavoro e i lavoratori oggi in Italia. Un coraggio che diventa temerarietà quando si parla di persone con disabilità”. Lo scrive in una lettera ai media Alberto Fontana, presidente della Ledha, Lega per i diritti delle persone con disabilità. 
“I dati parlano chiaro – prosegue Fontana – : il lavoro rimane uno degli ambiti dove più è forte la discriminazione delle persone con disabilità ma anche uno di quelli dove si ‘potrebbe fare di più’ e soprattutto ‘meglio’. Nonostante in Italia sia in vigore una buona legge nazionale, nonostante in Lombardia siano presenti e attivi servizi a sostegno dell’inserimento dei lavoratori con disabilità, nonostante le risorse dedicate al finanziamento di queste politiche non siano diminuite, la situazione rimane difficile”.

“Solo in regione Lombardia ci sono oltre 61 mila persone con disabilità iscritte al ‘Collocamento mirato’, in attesa di un’opportunità (rilevazione Isfol). Nel corso del 2014, il loro numero è ulteriormente aumentato di altre 15.272 unità (+ 5,7%). A livello nazionale sono quasi 680 mila gli iscritti al collocamento, ma solo 18 mila gli avviamenti lavorativi registrati nell’ultimo anno. A tutto questo, si aggiunga il fatto che le aziende in obbligo di assunzione preferiscono ancora oggi pagare le sanzioni previste dalla legge pur di non assumere persone con disabilità: solo in Lombardia, la regione dove noi come Ledha – Lega per i diritti delle persone con disabilità operiamo l’importo complessivo di questa sanzione ammonta a circa 40 milioni di euro. Non bisogna poi dimenticare che il numero di studenti con disabilità iscritti all’università è cresciuto in maniera significativa negli ultimi dieci anni: passando dai 4.816 dell’anno accademico 2000-2001 ai 14.171 del 2010-2011”.

“Tale situazione comporta, da un lato, l’impossibilità di riconoscere un diritto costituzionale e dall’altro determina un aggravio dei costi sostenuti dalla pubblica amministrazione in campo assistenziale. È quindi arrivato il momento di assumerci tutti nuove responsabilità e nuove forme di supporto all’inserimento lavorativo delle persone con disabilità”.

Per il presidente della Ledha quello che serve è una riforma: “Ci piacerebbe la nascita di un movimento di opinione capace di influenzare il governo Renzi per promuovere un’azione per il lavoro dedicato esclusivamente alle persone con disabilità. Una riforma che, oltre a ristrutturare ed organizzare compiutamente i sistemi di incentivi alle imprese, approfondisca, riformi e compiutamente metta a sistema le normative della legge 68/99, della legge 381/91 e dell’art.14 del decr.leg.276/2003 che attualmente disciplinano la materia”.

“Una riforma di questo tipo – continua Fontana – è urgente ora più che mai. Questo tipo di occupazione, infatti, oggi presenta un’area più ampia rispetto al passato. La fragilità è infatti oggi trasversale, dalle persone con disabilità tradizionalmente intese, quindi con disabilità differenti sin dalla nascita o dai primissimi anni di vita, sino a coloro che entrano in una fase di difficoltà nel corso della vita, a seguito a incidenti o malattie, anche con percentuali di invalidità che non comportano invalidità al lavoro, oltre a tutte le persone già previste dal regolamento CE n.2204/2002 come i disoccupati di lunga durata o lavoratori privi di titolo di studio che abbiano compiuto 50 anni”. 

“Le iniziative promosse a livello territoriale e le diverse iniziative regionali, oggi mostrano tutta la loro fragilità – conclude Fontana – : i risultati sono sotto le aspettative e comunque gli interventi, che in alcuni casi portano a buoni risultati per le persone coinvolte, non appaiono in grado di affrontare alla radice la situazione di discriminazione e di esclusione dal mondo del lavoro di cui sono vittime le persone con disabilità nel nostro Paese. Oggi è il momento di osare ancora di più, mettendo nelle giuste condizioni tutti i soggetti coinvolti ad attuare piani programmati di inserimento lavorativo che sappiano proporre contesti favorevoli all’interno delle aziende e di sviluppo personale per la persona fragile. Il primo maggio sia quest’anno un’occasione di rilancio per tutti, come si legge nei documenti delle origini, lavoriamo insieme ‘per affermare i propri diritti e per migliorare la propria condizione, senza barriere culturali, né tanto meno sociali’. Siamo un grande Paese e non dobbiamo dimenticare le persone più deboli della nostra società, ricordandoci cosa ha detto Papa Francesco lo scorso 28 febbraio 2015: ‘La gente al centro, i più bisognosi al centro!'”. 
(redattoresociale.it)

di Giovanni Cupidi