Grandi Navi, Veloci ma non comode!

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Pochi giorni fa ho intrapreso un piccolo viaggio che dalla provincia di Palermo dove vivo mi ha portato a Milano. Date le mie esigenze personali relative alla mia disabilità (tetraplegia), che mi obbligano a portare con me numerosi bagagli e ausili, l’unica scelta possibile è quella di partire con il mio mezzo di trasporto (un furgone attrezzato) e di prendere il traghetto che da Palermo mi porti fino a Genova per poi proseguire prendendo l’autostrada fino a Milano.

Date le mie esigenze mi premuro per tempo di prenotare per me ed il mio accompagnatore sulla Grandi Navi Veloci che opera sulla tratta Palermo/Genova la cabina riservata alle persone con disabilità, l’unica dotata di una porta accessibile per una carrozzina elettronica come la mia, e prenotare inoltre una cabina “normale” per i miei familiari che mi accompagnano avendo io bisogno di più persone che mi assistono per affrontare il viaggio. La nave che opera la tratta per Genova è la Exellent.

Il giorno della partenza, dopo aver effettuato senza problemi l’imbarco, salgo sulla Exellent per “scoprire” la nave ed in effetti noto come sia gli ascensori che quasi la totalità dei vari livelli della nave, corridoi o ponti ad esempio, sono accessibili; magari date le numerose scale è necessario percorrere dei corridori per raggiungere l’ascensore o qualche piccolo gradino da superare ma comunque accettabile soprattutto viste le tante barriere architettoniche a cui siamo tristemente abituati e di cui sono piene le nostre città.

Le difficoltà però non tardano ad arrivare: infatti non appena mi reco alla mia cabina per sistemare i bagagli e ausili (soprattutto la gruetta necessaria per gli spostamenti letto/carrozzina) mi trovo di fronte ad uno spazio assolutamente inadeguato per una persona che ha una disabilità come la mia. Una cabina non pensata per una persona con serie difficoltà ma uno spazio che sì può essere considerato accessibile ma assolutamente invivibile.

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Il letto stretto e addossato al muro senza la possibilità di girarvi intorno affinché chi opera su di me abbia lo spazio necessario a muoversi; pochissimo spazio per fare manovre con la carrozzina con notevoli difficoltà ad entrare ed uscire dalla stanza;

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tetto basso e nessuna finestra che tolga quella sensazione di “scatoletta” che  per una persona totalmente immobilizzata aiuta a non avvertire quella sorta di claustrofobia;

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un bagno non sufficientemente adeguato per le esigenze personali.

Quel viaggio che poteva essere vissuto come una mini crociera sul mediterraneo (20 ore circa) ammirando la bellezza del nostro mare e delle nostre coste si è trasformato in una Odissea nel momento di sistemarsi in cabina. Personalmente ho avuto enormi difficoltà e trascorso ore davvero pessime nel momento del riposo che per le mie esigenze non è di certo breve.

Le domande che vengono in mente sono diverse: come è possibile concepire uno spazio così riservato a chi ha necessità speciali? È una questione solo economica perché ogni metro della nave rappresenta un costo ma soprattutto un profitto o chi progetta queste città galleggianti forse non ha nessuna cultura della disabilità?

Ovviamente sono tutte domande retoriche perché le risposte sono implicite. Eppure basterebbe davvero poco per rendere questi spazi “riservati” comodi e soprattutto accoglienti verso chi, come me ad esempio, ha delle necessità diverse da un passeggero standard. Non credo sia così insostenibile economicamente apportare le modifiche necessarie o in fase di progettazione pensare a delle cabine davvero adeguate.

Come ci disse sulla nave un Comandante di nave di lungo corso con 42 anni di esperienza alle spalle, fino a non molti anni fa le persone con disabilità non potevano neanche salire a bordo di queste navi!

Avanti, coraggio!

di Giovanni Cupidi

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Disabili in tivù, come cambiano pubblicità e film

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Da Forrest Gump allo spot di Sky. Storia dei portatori di handicap in televisione.

Esperimento virtuale: con l’espressione «disabilità in tivù e al cinema» cosa viene in mente?
Probabilmente Simona Atzori senza braccia e Giusy Versace con due protesi al posto delle gambe.
Oppure Simone Salvagnin, atleta plurimedagliato di paraclimbing, non vedente; e Urko Carmona, campione del mondo nella stessa specialità e scalatore su roccia.

TRASMISSIONI DENUNCIA. Nella categoria rientrano anche servizi e inchieste di trasmissioni come Le Iene e Striscia la notizia, in cui spesso vengono denunciate violazioni di diritti in differenti ambiti della vita di una persona con disabilità: la presenza di barriere architettoniche che impediscono l’accesso a luoghi pubblici, la carenza di insegnanti di sostegno a scuola, il mancato diritto all’assistenza sessuale.

SKY CI PROVA CON GLI SPOT. È storia recente, poi, l’irruzione del “disability world” nell’universo della pubblicità.
L’ultimo caso è quello dello spot di Sky on demand 2015.
 
Prima di questa però la tipologia usata è sempre stata quella delle campagne pubblicitarie ‘progresso’ che promuovono il sostegno alla ricerca contro la distrofia muscolare.
O che sensibilizzano sull’integrazione sociale di persone con sindrome di Down.

2012, PUBBLICITÀ ALTERNATIVA. Un esempio originale? È andato in onda nel 2012 in occasione della Giornata mondiale sulla sindrome di Down: il 21 marzo in televisione, sulla stampa e sul sito http://www.coordown.it sono state trasmesse versioni alternative di pubblicità dei principali marchi italiani, sostituendo gli attori originali con persone Down.
Più recente è invece l’utilizzo di testimonial famosi con disabilità.

L’EMPOWERMENT FEMMINILE. Proprio a Giusy Versace il 3 giugno 2015 è stato consegnato il premio “Special award pubblicità progresso” come esempio di determinazione e coraggio per tutte le donne.
Da anni la pubblicità progresso dedica i suoi spot all’empowerment femminile, sia per combattere i pregiudizi di genere sia per incoraggiare le donne a una maggior autostima.

NON SOLO MESSAGGI SOCIALI. Ora però i pubblicitari si spingono oltre: modelle con protesi o bambini con sindrome di Down non veicolano più soltanto “messaggi sociali”, ma diventano protagonisti di spot che pubblicizzano calendari, come Maya Nakanishi in Giappone, giochi per bambini, come la piccola Izzy negli Stati Uniti, capi di abbigliamento, come Seb, baby modello nel catalogo di Marks & Spencer, o uniformi e prodotti per la scuola come Natty, la cui immagine è stata scelta dalla Sainsbury, nota catena di supermercati britannica.

I bambini Down che sono stati selezionati per comparire negli spot sopra menzionati hanno i tratti morfologici tipici di che è affetto da trisomia 21, ma hanno volti bellissimi e sorrisi Durban’s.
Le donne con disabilità in tivù sembrano tutte modelle, anche quelle che non lo sono di professione.

DIVERSI CANONI DI BELLEZZA. Ci sono però disabilità con caratteristiche somatiche particolari che non corrispondono agli standard tradizionali di bellezza.
Una donna affetta da tetraparesi spastico-distonica può essere una ‘gnocca da paura’ (e ogni riferimento a persone particolari, ovvero la sottoscritta, è puramente casuale), ma non sempre le espressioni facciali o le posizioni assunte dal corpo rientrano nei modelli di bellezza culturalmente stabiliti.

LA TIVÙ AIUTA L’INCLUSIONE. La televisione e i mass media in generale possono essere considerati degli strumenti per raggiungere l’obiettivo di una reale inclusione sociale di tutte le persone con disabilità?
Serve tenere gli occhi aperti e la mente critica.
Senza dimenticare il vasto mondo delle produzioni cinematografiche: lì la disabilità è presente da molto più tempo di quanto non lo sia in tivù.
FREAKS FU IL PIONIERE. Freaks (1932) del regista Tod Browing è forse il film che apre la strada a quella che sarà la tematica oggetto di molte produzioni successive.
Ambientato nel mondo del circo, ha utilizzato attori con handicap reali.

 
RAIN MAN E FORREST IL TOP. Ci sono poi esempi di “superdisabili”, interpretati da star come il protagonista di Rain Man (1988, Dustin Hoffman) o di Forrest Gump (1994, Tom Hanks): il primo affetto da autismo e genio matematico, il secondo capace di diventare un talento della corsa nonostante i suoi deficit fisici e cognitivi.

ANCHE STORIE ”ORDINARIE”. Ci sono pure storie vere di donne e uomini “ordinari”: tra tutte Gaby – Una storia vera (1987) racconta la vita di Gabriela Brimmer, che non cammina e non parla ma muove solo un piede.
E Il mio piede sinistro (1989), basato sulla vita di Christy Brown, pittore e scrittore affermato con un handicap fisico quasi totale tranne, appunto, nel suo piede sinitro.
In queste produzioni, sebbene i protagonisti non spicchino per l’ironia, la quotidianità viene mostrata senza commiserazioni e falsi pietismi.

Altri film raccontano persone disabili alle prese con un mondo non “disable friendly” come Arianna, interpretata da Asia Argento nel filmPerdiamoci di vista (1994) alla disperata ricerca di un autogrill dotato di bagno accessibile.
SESSO, MA CON IRONIA. The session (2012), tratto da una storia vera, affronta con ironia e lucidità il tema dell’assistenza sessuale.
Mark, 38enne paralizzato dalla poliomelite, sapendo di non aver molto tempo prima di morire decide di rivolgersi a un’assistente sessuale, Cheryl, per perdere la verginità.
 

NÉ VITTIME NÉ EROI. Mark non possiede caratteristiche del supereroe, ma, d’altro canto, non accetta il ruolo di vittima della sua condizione.
I ruoli di terapista e cliente vengono scardinati: durante le sedute lo scambio umano e intellettuale tra i due è alla pari.
Mark non è dipinto come soggetto passivo o esclusivamente bisognoso di cure: piuttosto come un uomo con tutte le carte in regola per poter affascinare una donna.
E infatti le “sessioni” si concludono prima del previsto perché Cheryl, rendendosi conto del reciproco coinvolgimento sentimentale e sessuale, decide di non proseguire.

QUASI AMICI Impossibile non citare Quasi amici (2011), gioiellino di umorismo dissacrante nei confronti dei luoghi comuni sulla disabilità, con spunti di riflessione ed emozioni.
Racconta la relazione tra Philippe, miliardario paraplegico, e Driss, un giovane uomo di origine africana che entra ed esce di galera e diventa suo badante.

La famiglia del miliardario, vittima dei cliché sui “poveri disabili indifesi” e sugli “africani delinquenti”, effettua delle ricerche sulla vita di Driss e scopre i suoi precedenti penali.
«NESSUNA PIETÀ». I parenti lo mettono in guardia: «Stai attento, Philippe, questa gente non ha nessuna pietà!».
Il protagonista non si scompone e risponde: «È esattamente quello che voglio: nessuna pietà».
La stessa mission delle nuove pubblicità sui disabili.
(lettera43.it)

di Giovanni Cupidi

Jobs Act e disabilità: il tema assunzioni accende il dibattito

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Si discute molto di questi tempi sulle capacità del Jobs Act di cambiare drasticamente il mercato del lavoro nel nostro paese e, in questi giorni si è aperto un nuovo fronte di discussione che riguarda le politiche di occupazione delle persone affette da problematiche di disabilità: un tema che ha diviso le stesse associazioni.

Le modifiche per le procedure di assunzione – Il Governo, con gli ulteriori sei decreti attuativi del Jobs Act, ha avviato un percorso di semplificazione delle procedure e degli adempimenti per l’inserimento mirato delle persone con disabilità. Si è quindi mosso seguendo due linee di indirizzo: da una parte concedendo la possibilità ai datori di lavoro privati di assumere i lavoratori con disabilità attraverso una procedura di richiesta nominativa, anche con la stipula di convenzioni e con l’assunzione diretta; dall’altro, introducendo la possibilità dicomputare nella quota di riserva i lavoratori disabili che abbiano una riduzione della capacità lavorativa di una certa entità, anche se non assunti tramite le procedure del collocamento mirato.

Le critiche – Di fatto si procede ad una sostanziale modifica della legge 68 del 1999 per il diritto al lavoro dei disabili. DallaCGIL, attraverso le parole del suo segretario generale Susanna Camusso si sono levate forti critiche per una modifica che, secondo il sindacato, può trasformarsi in un incentivo per le aziende nello scegliere i disabili da assumere, evitando così di rispettare la graduatoria delle liste dei Centri per l’impiego, stilate in base alle percentuali di gravità degli handicap.

La risposta del Ministero – In risposta a tali critiche il Ministero del Lavoro, con una nota rilasciata dal Ministro Poletti, ha inteso rispondere dichiarando che il Jobs Act non mina un sistema consolidato di diritti acquisiti nel corso del tempo, ma intende modificare un sistema che, fino ad oggi, non ha funzionato.

Se è vero che l’assunzione nominativa già esiste ma è limitata alle aziende sopra i 50 dipendenti che ne possono usufruire per il 60% della quota di lavoratori affetti da disabilità, ed il restante deve seguire le graduatorie dei Centri per l’Impiego, ad oggi, come dichiarato dalla Fand (Federazione Associazioni Nazionali Disabili) attraverso le parole del presidente Nazionale Franco Bettoni, più della metà delle assunzioni avviene mediante lo strumento delleconvenzioni, mentre la restante metà avviene già quasi interamente per chiamata nominativa e solo il 7% delle assunzioni avviene per chiamata numerica.

Non stiamo parlando, quindi, di un sistema che funzioni in maniera egregia. I dati rilasciati dalla FISH (Federazione Italiana Superamento Handicap) mostrano come nel 2013, a fronte di 676.775 iscritti alle liste di collocamento sulla base della Legge 68, solo 18.295 sono stati gli avviamenti a cura dei centri per l’impiego. Nello stesso periodo vi sono state 5.538 risoluzioni del rapporto di lavoro, e sono rimasti disponibili almeno 40.000 posti di lavoro non occupati. Dati non incoraggianti sul funzionamento della legge così come descritto dalla settima relazione al Parlamento sullo stato di attuazione della Legge 12 marzo 1999, n. 68 “Norme per il diritto al lavoro dei disabili” per gli anni 2012-2013.

Le associazioni divise – Sul tema le associazioni si sono divise: La FISH ha dichiarato come la proposta ripresa all’interno del decreto delegato è nata da una “riflessione condivisa e approfondita all’interno dell’Osservatorio Nazionale sulla condizione delle persone con disabilità, istituito presso il Ministero del Lavoro”. L’idea principale a sostegno di tale modifica è quella di avviare un percorso dimodernizzazione dell’inclusione lavorativadelle persone con disabilità, rivisitando i percorsi attuativi e superando dei limiti che hanno frenato, di fatto, il vecchio impianto normativo. Di parere opposto è, invece l’associazione “Tutti nessuno escluso” che, sul proprio portale web, dichiarano come la modifica proposta possa innescare un meccanismo di scorciatoie e raccomandazioni per quello che è invece un diritto.

Tutelare le disabilità, aumentare le opportunità – Saranno i fatti a dimostrare se queste modifiche creeranno delle politiche attuative nuove, ciò che è importante è, innanzitutto, comprendere il perché i centri per l’impiego non sono riusciti a creare delle condizioni utili affinché ci fosse incontro tra domanda e offerta di lavoro. Di fatto si va a modificareuna legge che complessivamente ha funzionato poco e male, e che dovrà essere monitorata nel corso del tempo, rafforzando alcuni strumenti l’Agenzia Nazionale per le Politiche Attive in modo che, dietro a meri percorsi numerici di attuazione delle norme, si possano rispettare le vite di persone che possiedono enormi potenzialità, ed eliminare quel preconcetto che sia un peso assumere persone affette da disabilità.
(europinione.it)

di Giovanni Cupidi

La mia “Maturità”

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Ovviamente mi riferisco ai miei esami di maturità visto che oggi sono iniziati quelli dei maturandi di quest’anno. Vi racconto i miei.

Innanzitutto c’è da dire che io non ho potuto frequentare i normali anni scolastici presso un liceo ma ho preparato anno per anno da “esterno” sostenendo ad ogni fine anno scolastico presso un istituto di scuola superiore gli esami di idoneità per l’anno successivo.
Arrivato al quinto anno sorse un grande problema. Avendo scelto come percorso quello del liceo linguistico non c’era una sede locale, a Palermo, dove sostenere gli esami di maturità ma sarei dovuto partire per sostenere l’esame in un’altra città come Cortina d’Ampezzo, Genova o Torino solo per dirne alcune e comunque tutte al nord. Sarebbe stato per me fonte di ulteriore stress, come se già non lo fosse stato quello dato dall’esame in sé, quello di dover affrontare un lungo e difficoltoso viaggio. Trovammo (coi miei genitori) una soluzione fattibile ma di dubbia applicazione ossia quella di  una commissione domiciliare per sostenere gli esami di maturità a casa. Dico dubbia perché comunque era pur sempre il 1996 (per poi gli esami del 97) quando richiedemmo al Ministero dell’Istruzione l’autorizzazione a questa modalità di esami e quelli degli anni 90 erano altri tempi per la disabilità (considerando che la legge 104 è del 92!). In ogni caso io cominciai la mia preparazione come ogni anno, iniziando ad ottobre per poi concludere a luglio, studiando ogni pomeriggio dopo la fisioterapia della mattina senza comunque sapere come avrei sostenuto gli esami finali. Per tutto il periodo di studio mia madre mi aveva organizzato una e vera propria scuola a casa con un/a professore/ssa per ogni materia, persone amorevoli che ancora ricordo e ringrazio per il sostegno.

Durante quella stagione 1996/97 arrivò finalmente la tanto attesa autorizzazione ministeriale, come pure arrivò puntuale come un orologio svizzero il momento in cui iniziare gli esami. Fui quindi affidato ad una commissione esterna valutatrice di un Istituto ad indirizzo linguistico di Termini Imerese (PA).

Ora dire che fu una breve Odissea non vi deve sembrare una esagerazione.
In realtà io ero già abituato alla modalità di esami che avrei dovuto affrontare perché ogni anno per gli esami di idoneità sostenevo 4 scritti e l’orale, suddiviso in due giorni, di tutte le materie anzi, se non fosse stato per l’enorme importanza dell’esame in sé, in realtà sarebbe stato più “leggero” perché gli scritti sarebbero stati “solo” due.
Dov’è stato, quindi, lo stess e l’enorme difficoltà? Adesso cercherò di rappresentarvelo: considerate che ho sostenuto i due scritti (il primo ad usare il PC per lo scritto di maturità con verbalizzazione dell’elaborato stampato e floppy disk nn più sovrascrivibile allegato) con un insegnante della commissione e una ispettrice ministeriale (con tanto di busta delle prove accompagnata dai Carabinieri) seduti davanti a me le quali non si sono mosse dalla stanza per tutte le ore concessemi per eseguire lo scritto. Considerate che per lo scritto di italiano avevo la professoressa d’inglese e che per quello di inglese la professoressa di italiano, logico no? Quindi non ho avuto ne l’aiuto che una classe di compagni è solita dare, ne quello di un insegnante della materia che magari potesse darmi qualche suggerimento utile. Ma il vero scoglio non fu questo e neanche l’orale di tutte le materie che avrei sostenuto nei giorni seguenti.
Per farla breve la Commissione era venuta a svolgere il suo oneroso compito col pregiudizio di dover “regalare” il diploma di maturità ad una persona invalida in carrozzina ovviamente con un voto molto basso, quanto sufficiente a superare l’esame!
A scoprire tutto questo fu mia madre, con l’intelligenza e la capacità di capire al  volo le situazioni che l’ha sempre contraddistinta, parlando con  la professoressa di italiano durante una pausa che prese per fumare una sigaretta prima di tornare alla sorveglianza del candidato. Ne seguì una veemente telefonata al Provveditorato agli Studi da parte nostra chiedendo e pretendendo di essere esaminato e valutato per la mia preparazione e non per “altro“!
Bene, agli orali ovviamente venni “spolpato” ma non solo feci (modestamente) la mia ottima figura essendo ben preparato ma anche caricato a pallettoni (incazzato in realtà) dopo quello che avevamo scoperto, ma addirittura il professore di filosofia, un salesiano, venne fuori dalla stanza dove stavo sostenendo gli orali chiedendo ai miei, che non assistevano agli esami per mia scelta, di procurare dei dolci e magari dei fiori per le insegnanti per festeggiarmi per quanto la mia preparazione li avesse sorpresi in barba al loro iniziale pregiudizio!

Traete voi stessi il valore da tutto ciò nella speranza che nella scuola di oggi certe situazioni non si verifichino più.

di Giovanni Cupidi

PROTESI STAMPATE IN 3D, A BOLOGNA IL PRIMO IMPIANTO ITALIANO

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All’Ospedale Rizzoli le ossa stampate in titanio sono state inserite nel bacino malato di cinque ragazzi. È la seconda operazione di questo tipo al mondo

Stampanti 3D e protesi: un connubio che potrebbe cambiare la vita di molti Diciottenne salvato con trapianto di bacino, è la prima volta al mondo Una stampante italiana 3D, semplice e low cost

Sembra fantascienza, ma quella che viene da Bologna, per quanto straordinaria, è una storia vera. A cinque pazienti dell’Istituto Ortopedico Rizzoli un’équipe medica è riuscita a impiantare protesi ossee stampate in 3D. Ragazzi con un età media di 25 anni, i pazienti presentavano gravi problemi al bacino dovuti a tumori e al fallimento di protesi precedenti. Le nuove ossa 3D in titanio, progettatte su misura con i dati ottenuti delle tac e delle risonanze magnetiche, si adattano perfettamente all’anatomia di ognuno di loro, offrendo una migliore deambulazione in una fase successiva. Si tratta del primo caso in Italia. Uno analogo era stato registrato in Inghilterra nel febbraio del 2014.

LA TECNOLOGIA
La stampante 3D realizza le protesi come se fossero pezzi mancanti di un puzzle tridimensionale, permettendo ai chirurghi di intervenire con assoluta precisione dove è stata asportata la parte d’osso malata. Il vantaggio, ha spiegato Davide Donati, direttore dell’Oncologia Ortopedica del Rizzoli, consiste in una ricostruzione che è la più appropriata possibile dal punto di vista anatomico dei rapporti tra femore e bacino. Il che significa, in altre parole, un incremento sensibile delle possibilità di camminare normalmente dopo l’intervento. Pier Maria Fornasari, direttore della Banca del Tessuto Muscolo-scheletrico del Rizzoli, illustra le possibilità legate alla stampa 3D. Tra tutte il ‘bioprinting’, una pratica che mira a creare dispositivi su misura composti da un mix di sostanze plastiche e umane: “Oggi si usano già biomateriali come plastica o titanio. Il vantaggio della manifattura a 3D è che può stampare negli strati di materiale le cellule del paziente. La cartuccia di materiale per la stampa può contenere cellule del paziente”. Ma per il bioprinting è ancora presto, anche se non troppo. Nella biotecnologia spesso il presente e il futuro si confondono tra loro: “Secondo me – ha aggiunto il direttore – ci arriveremo tra sei mesi, un anno”. La sensazione che qui si stia oltrepassando la linea tra la realtà e la fantasia è molto forte. La mente si abbandona a suggestioni di replicanti costruiti in laboratorio, ma Fornasari invita a tenere i piedi per terra. “No, non è Blade Runner. È la medicina ad essere più vicina alle esigenze del paziente, sempre più su misura. Da una parte con la genomica, dall’altra con la produzione di dispositivi o tessuti sempre più adeguati alle necessità chirurgiche del paziente”. 

LA MANO ARTIFICIALE STAMPATA IN 3D

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Costerà come uno scooter” e sarà disponibile sul mercato entro il 2017.
È stata presentata la prima mano artificiale stampata in 3D, frutto di un accordo tra l’IIT (Istituto Italiano di Tecnologia) e Inail per lo sviluppo di protesi tecnologicamente avanzate. L’investimento complessivo è stato di 11,5 milioni di euro. “È una mano ‘vera’ e semplice da utilizzare, anche se è il risultato di una tecnologia complessa”, così il padre del progetto, Antonio Bicchi, direttore del centro ricerche ‘Piaggio’ dell’università di Pisa. Ma com’è fatta?  La mano artificiale è realizzata in materiale plastico e parti metalliche e ha un tendine artificiale che permette di riprodurre i movimenti in modo naturale. Due sensori poi catturano i segnali naturali dei muscoli residui. Il direttore generale dell’IIT, Simone Ungaro ha annunciato i progetti futuri collegati: “Sono in arrivo esoscheletri per le gambe e una piattaforma che funziona come una sorta di fisioterapista robotico, in via di sperimentazione in collaborazione con squadre di calcio”.
(rainews.it)

di Giovanni Cupidi

Caschetto e wi-fi per comandare i robot col pensiero? In Italia già succede!

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Alla Liquidweb lavorano a robot umanoidi comandati col pensiero per aiutare persone affette da disabilità. In futuro questa tecnologia potrebbe arrivare nelle nostre case grazie a un gioco.

Usare le onde celebrali per comandare un robot? Alla Liquidweb ci credono e lavorano a robot umanoidi comandati col pensiero che possano aiutare persone affette da disabilità. Ma in futuro questa tecnologia potrebbe arrivare nelle nostre case grazie a un caschetto ed un tablet collegati tra loro in wi-fi.

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Raccontato così sembra tutto molto semplice, ma il progetto su cui lavora Pasquale Fedele, è tutt’altro che semplice. Con la sua startup, la Liquidweb – affiliata all’incubatore Toscana Life Sciences  – ha messo a punto un sistema chiamato Brain Control. Si tratta di un’interfaccia neurale sotto forma di un apparecchio non invasivo, un caschetto, da applicare sulla testa per interpretare gli impulsi elettrici generati dal cervello. Una rete di sensori “legge” l’attività cerebrale, mentre un tablet collegato in wi-fi analizza i dati e li converte in comandi. In questo modo, pazienti in stato di “locked in”, cioè con abilità cognitive intatte ma incapaci di muoversi ed interagire, possono tornare a comunicare col mondo esterno.

Brain Control “Basic Comunicator” VIDEO

Un avatar robotico al servizio di pazienti tetraplegici

Ad oggi è disponibile in commercio una prima versione della piattaforma, certificato come dispositivo CE medicale di classe I. Ma c’è dell’altro. Grazie al supporto di diverse realtà scientifiche e aziendali – come Humanot, Massimi Sistemi, Micromecc e l’Università degli studi di Siena – Liquidweb sta lavorando su un robot umanoide che promette di trasformarsi in un vero e proprio avatar di questi pazienti. Il suo nome è BrainHuro ed è un progetto cofinanziato dalla Regione Toscana. “Abbiamo da poche settimane completato un prototipo di robot umanoide controllato mediante il pensiero”, racconta Fedele. “Stimiamo che tra cinque anni, tramite l’evoluzione dell’ingegneria biomedica, si potranno realizzare esoscheletri totalmente controllati dal pensiero, in grado di ridare anche il movimento alle persone affette da malattie paralizzanti”.
Il robot potrà infatti essere di aiuto nello svolgimento di gesti quotidiani, come andare “virtualmente” in giro per casa, interagire con i propri cari ed osservare il tramonto dalla finestra.

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Controllare un robot col pensiero: un gioco da ragazzi

Sarebbe errato però, pensare che le complesse tecnologie per il controllo neurale siano solo ad appannaggio di centri di ricerca e laboratori. Anzi, soluzioni più “elementari” si fanno largo sul mercato. “Le cuffie capaci di leggere l’attività cerebrale diventano sempre più semplici ed economiche. Presto saranno parte della nostra vita, ma ancora in pochi se ne rendono conto”.
È con queste parole che Paolo De Gasperis ci presenta il “Mind Your Bot!”, laboratorio didattico sviluppato dall’associazione DiScienza, di cui è co-fondatore. Questi workshop nascono per avvicinare tutti alle future tecnologie. Tra le quali, appunto, la Brain Computer Interface. Sono sufficienti delle cuffie che permettono di controllare alcuni oggetti attraverso l’uso delle onde cerebrali ed un po’ di creatività. Ed ecco che una delle più interessanti sfide tecnologiche del futuro può trasformarsi in un semplice gioco.

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La fantascienza invade le nostre case

L’attività ludica in questo caso consiste nel controllare i robot – semplicissimi: ruote motorizzate, scheda Arduino e antenna – e cercare di completare un percorso prima degli avversari. Mindbot infatti, è un rover controllato dal nostro livello di concentrazione: misurando l’attività elettrica del cervello è in grado di regolare la velocità dei motori. “Il cuore di tutto è la cuffia”, afferma De Gasperis. “Un oggetto complesso ma che si può comprare online a meno di 100 euro e che permette di leggere alcuni stati in cui si trova il cervello: il livello di “concentrazione”, ossia onde alfa e beta, e il livello di “rilassamento”, gamma e delta”. Maggiore quindi è l’attenzione, più alta sarà la velocità. Al contrario, basterà un respiro profondo ad occhi chiusi per rallentare – e addirittura far tornare indietro – il nostro robot.

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MindBot è un’attività didattica, ma nella sua semplicità ci mostra uno dei tanti usi di questa tecnologia che presto potrebbero entrare a far parte del nostro quotidiano. Abbiamo già visto in medicina protesi controllate attraverso impulsi nervosi. Presto potremo attivare con il controllo mentale la fotocamera dello smartphone piuttosto che controllare la nostra automobile. La tecnologia c’è. Una volta abbattuti i costi diventerà, in breve tempo, accessibile a tutti. È solo una questione di tempo e presto usare le onde cerebrali per comandare un robot sarà, davvero per tutti, un gioco da ragazzi.
(thenexttech.startupitalia.eu)

di Giovanni Cupidi

Napoli, la prima città che offrì assistenza ai ciechi

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Domenico Martuscelli vi dice qualcosa?
Nato nel 1834, figlio dell’insegnante di calligrafia dei Borbone. Sin da piccolo fu affascinato dal mestiere dell’insegnamento, mentre guardava il padre che insegnava le lettere al giovane Francesco II di Borbone.
Il suo animo, però, fu sempre inquieto: perché insegnare ai re? Perché aiutare un uomo che con uno schiocco di dita può circondarsi dei migliori scrivani del mondo intero, quando il mondo è pieno di poveracci?
Questa sua domanda fu solo l’inizio di un doloroso percorso verso il successo: a quattordici anni il nostro Martuscelli perse in un incidente entrambi i genitori.
Il Re Ferdinando II, cresciuto anch’esso con gli insegnamenti del padre del ragazzo, ebbe assai a cuore il destino del povero orfanello: gli trovò in fretta un impiego al ministero delle finanze.
Nonostante l’appoggio del Re, Martuscelli continuò a studiare segretamente per diventare insegnante di scrittura, proprio come il padre.
Non erano però gli ambienti sfarzosi in cui era cresciuto a piacere al nostro Martuscelli, che si recò nell’ospizio dei Santi Giuseppe e Lucia ad insegnare la scrittura ai meno abbienti. E fu qui che conobbe numerosi ciechi, persone all’epoca trattate allo stesso modo dei pazzi: perché non provare a regalare ai non vedenti una educazione tale da poterli rendere “normali” in futuro? Perché i bambini ciechi non possono frequentare la scuola, come i loro coetanei “sani”?
“Se gli occhi non vedono, la mente può sempre sognare”, disse Martuscelli.
La legge però non lo permetteva: i ciechi sono come i pazzi, vanno isolati.
Nel frattempo, il regno borbonico stava affrontando i suoi ultimi anni di vita e Martuscelli aspettò fiducioso il nuovo governo per iniziare la sua battaglia a favore dei ciechi.

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Bisognerà infatti aspettare il suo quarantesimo compleanno per vedere la prima vittoria: nel 1873 Domenico Martuscelli tenne la prima lezione di scuola elementare per bambini ciechi all’interno di un ex convento abbandonato. Fu un primato in tutta Italia.
Da quel momento i ciechi inizieranno ad ottenere sempre più diritti all’interno del Regno d’Italia, fino ad ottenere, nel 1885, la definitiva consacrazione della sua battaglia: i bambini non vedenti potranno frequentare tutte le scuole del regno, vivendo una vita “normale”.
Morirà sereno nel 1917, dopo essere riuscito nel 1912 a rendere legale anche l’insegnamento della musica ai non vedenti.
Oggi è qui a Piazza Dante, in un giardino pieno di cartacce, con solo i piccioni a fargli compagnia. L’istituto Martuscelli per i giovani ciechi, invece, esiste ancora e si trova al Vomero.
(storiedinapoli.it)

di Giovanni Cupidi