Agricoltura sociale e disabilità: il progetto “Evergreen Fare impresa”

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“Evergreen Fare Impresa” è un progetto di floricoltura e agricoltura sociale supportato dal comune di Lerici (in provincia di La Spezia) e dalla Fondazione Manlio Canepa. Tra i principali obiettivi vi è quello di costituire un contesto sociale e lavorativo in cui si possano inserire le persone con disabilità e, all’interno di una dinamica cooperativa, possano essere valorizzate le competenze di ogni persona.

Avviare un percorso di acquisizione di competenze nell’ambito della floricoltura e dell’agricoltura. Con questa finalità prende il via nel 2008 il progetto “Evergreen Fare Impresa” che coinvolge una decina di persone con disabilità del territorio della provincia di La Spezia. Il progetto nasce grazie ad un contributo della Provincia di La Spezia, alla volontà della Fondazione Manlio Canepa e del comune di Lerici, in partenariato con le cooperative che gestiscono il progetto.  Grazie agli educatori che indirizzano il lavoro del gruppo e ad esperti del settore agricolo, vengono valorizzate le competenze di ognuno.

Video: Agricoltura sociale e disabilità: il progetto “Evergreen Fare impresa”

.Agricoltura sociale per una una società più equa e collaborativa

“L’agricoltura sociale (AS) valorizza l’agricoltura multifunzionale nel campo dei servizi alla persona e si caratterizza per legare la produzione di beni e servizi tradizionali alla creazione di beni e reti informali di relazioni. Accanto alla produzione di prodotti alimentari e servizi tradizionali dell’agricoltura, l’AS interviene a sostegno della produzione di salute, di azioni di riabilitazione/cura, dell’educazione, della formazione, dell’organizzazione di servizi utili per la vita quotidiana di specifici gruppi di utenti, nonché nella creazione di opportunità occupazionali per soggetti a più bassa contrattualità …”
(Manifesto dell’Agricoltura Sociale – Progetto Social Farming – Uni Pisa).

La redistribuzione dell’economia su scala mondiale e la progressiva scarsità delle risorse naturali, hanno prodotto un movimento di mutamento nell’organizzazione dei processi di produzione e distribuzione dei valori economici nella nostra Società.
Allo stesso tempo, la crisi ambientale impone la riflessione su un uso responsabile delle risorse naturali, che assicuri una gestione equilibrata del territorio non urbanizzato, per salvaguardare l’uso della terra e prevenire le possibili crisi che potranno derivare da una rinnovata difficoltà di accesso al cibo.

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La mobilizzazione dai territori di nuove risorse, materiali ed immateriali, vecchie e nuove, specialistiche e non, si realizza attraverso processi di innovazione sociale volti a generare una crescita inclusiva, intelligente e sostenibile (EU 2020) e pensare a risposte di migliore tenuta sociale rispetto ai bisogni esistenti. Alla base di percorsi di innovazione sociale c’è un diverso coinvolgimento della società civile, della responsabilità delle imprese, ma anche un diverso modo di operare delle pubbliche amministrazioni, come dei soggetti istituzionali.

In questa rinnovata capacità di coinvolgimento attivo, l’ipotesi da costruire è quella che parte dall’organizzazione di sistemi di economia civile, dove l’interdipendenza e le relazioni di comunità (la core economy) divengono meccanismi di supporto al funzionamento di mercati più etici e di uno Stato meno paternalistico e gerarchico e più collaborativo e aperto al confronto, nelle Istituzioni centrali come in quelle locali.

Il progetto “Evergreen Fare Impresa”
“Evergreen” nasce dalle attività del Centro Diurno Antares di Lerici (SP), nel 2007 come percorso formativo. Si concretizza poi in un contesto pre-lavorativo protetto per persone con disabilità, orientato esattamente in questa direzione: nato come progetto formativo nell’ambito della floro e ortocultura, diventa nel 2011 una struttura florovivaistica alla Serra di Lerici, con annessi terreni agricoli coltivati a ortaggi e alberi da frutto, grazie all’Amministrazione Comunale di Lerici (SP) e la Fondazione Manlio Canepa O.N.L.U.S. 
Le cooperative sociali C.O.C.E.A. e Lindbergh, proseguono la gestione del progetto che accoglie persone con disabilità dei distretti sanitari 17, 18 e 19 della Regione Liguria.

La scansione temporale del progetto e la sua attuazione avviene su base stagionale, permettendo a chi ne prende parte di affrontare il lavoro di semina, cura e raccolta in base a carichi orari personalizzati. Le serre e il terreno agricolo adiacente sono gestiti in funzione delle richieste di mercato, ma anche in modo attento rispetto alle diversità delle persone coinvolte. Tutti gli utenti, i borsisti e gli operatori hanno ormai acquisito sufficienti competenze sulle specifiche mansioni di volta in volta assegnate.

L’attività che si sviluppa durante tutto l’anno, si svolge 5 giorni la settimana, sia in serra che presso alcuni mercati di settore per avviare la vendita dei prodotti coltivati, dal lunedì al venerdì, dalle 8.30 alle 12.30.
La struttura florovivaistica e gli orti accolgono gli utenti del progetto e diverse persone in regime di borsa lavoro, come percorso di acquisizione delle competenze pre-lavorative e lavorative specifiche per il settore. Molte sono poi le collaborazioni con le scuole per i progetti di alternanza scuola-lavoro per studenti con disabilità e non (nello specifico con l’Istituto Agrario di Sarzana -SP-), o con le scuole elementari per i progetti legati all’attività di “serra didattica” che in primavera e in autunno accoglie i bambini che vengono seguiti nei vari laboratori dagli educatori e dalle persone con disabilità. Quotidianamente tutti vengono supportati da operatori/educatori esperti, da operai giardinieri del Comune di Lerici, costituendo in tal modo un’efficace rete fra le diverse istituzioni preposte (Servizi Sociali del comune e Asl).

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La terapia occupazionale

La terapia occupazionale (definita anche ergoterapia) è una disciplina riabilitativa e conseguentemente una professione centrata sullo sviluppo e il mantenimento della capacità di agire delle persone. Contribuisce al miglioramento della salute e della qualità di vita. Facilita la partecipazione alla società permettendo di prendere parte alle attività quotidiane. (ASE, 2011)
La modalità del laboratorio occupazionale permette di confrontarsi con un’attività molto vicina a quella lavorativa anche a chi non è in grado di affrontarla in autonomia (attraverso ad esempio una borsa lavoro, un tirocinio o un progetto di formazione in situazione), poiché in un contesto protetto e supportati in modo adeguato alle diverse necessità, si ha la possibilità di imparare a sostenere le proprie responsabilità e a svolgere compiti e mansioni assegnati rispetto ai ruoli, con impegno e coinvolgimento, mettendo a frutto le proprie potenzialità.

Gli obiettivi principali della Terapia occupazionale sono:
– Aumento della percezione positiva di sé come individuo attivo e produttivo, utile nel suo ruolo sociale, con un conseguente recupero dell’autostima.
– Facilitazione del lavoro di gruppo nella concretizzazione del pensiero: “quello che faccio io sommato quello che fai tu e che facciamo assieme, diventano un prodotto completo e di valore”.
– Ampliamento della capacità attentiva e dell’assunzione di responsabilità nella presa in carico, con ruoli specifici, di tutto ciò che inerisce gli strumenti e il materiale necessario per il lavoro.
– Conferimento di competenze spendibili nel mondo del lavoro o del pre-lavoro in contesti protetti.
– Miglioramento delle competenze relazionali con persone conosciute e nella presentazione di sé con chi non si conosce.

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I vantaggi dell’attività agricola

L’attività agricola, molto efficace per chiunque, lo è soprattutto per coloro che hanno degli svantaggi: la possibilità di stare all’aria aperta, di veder crescere una pianta e raccoglierne i frutti è sicuramente positiva. Altro fattore di beneficio è quello di lavorare in un contesto che ha a che fare con tempi biologici. I tempi con cui si sviluppano i processi di produzione agricola sono molto lunghi rispetto ad altri settori lavorativi. La relativa “lentezza” dei cicli di produzione agricoli rende il settore Primario un ambito nel quale i ritmi di lavoro non sono quasi mai incalzanti; consente di poter modulare la “velocità” di esecuzione delle varie operazioni e anche di fermarsi, di concedersi pause, senza compromettere la qualità del prodotto finale.
(italiachecambia.org)

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Medicina, intervento ‘ripulisce’ arterie e riduce disabilità ictus

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All’improvviso manca la forza, c’è un formicolio ad un braccio o ad una gamba. Si avverte una difficoltà a parlare e nel vedere da una lato. Sono i sintomi tipici della comparsa di un ictus: i campanelli d’allarme con cui si presenta questo ‘nemico’ che compare senza dolore e che, se non si interviene rapidamente, può essere letale.

L’ictus cerebrale rappresenta infatti la terza causa di morte, dopo le malattie cardiovascolari e le neoplasie, e la prima causa di disabilità nell’adulto. In Italia sono circa 185.000 le persone colpite da ictus cerebrale: 1 uomo su 6 ed 1 donna su 5 può andare incontro a ictus nel corso della propria vita. In tutto il mondo si celebra domani la Giornata mondiale dell’ictus.

E la buona notizia è che oggi un’intervento di trombectomia meccanica è in grado di ‘ripulire’ le arterie e ridurre la disabilità conseguenza dell’ictus. Le attuali linee guida per il trattamento prevedono che, nel paziente con ictus ischemico acuto, si debba praticare in prima istanza la trombolisi per via endovenosa, ossia la somministrazione di farmaco trombolitico in vena entro le prime 4 ore e mezza dall’evento e successivamente, possibilmente entro le 6 ore, la procedura di trombectomia meccanica, ossia la disostruzione dell’arteria con un sistema (sentriever) che rimuove il coagulo dall’arteria colpita e che salva tessuto cerebrale.

Una procedura che consente di limitare la disabilità nei pazienti nel 40-50% dei casi ma che oggi in Italia viene eseguita solo per il 7% del totale di pazienti stimati come candidabili. I dati del registro nazionale che raccoglie i casi riportati da 35 su 45 centri riporta infatti un numero di procedure pari a 400-500 l’anno contro le 7.000 potenziali.

La trombolisi farmacologica viene effettuata nelle ‘stroke unit’ di primo livello, mentre la trombectomia meccanica che può essere effettuata solo nelle stroke unit di secondo livello.

“Il primo intervento di trombectomia meccanica – afferma il Salvatore Mangiafico, neuroradiologo interventista Azienda Ospedaliera Careggi di Firenze – realizzato al mondo con lo ‘stent retriever Solitaire’ risale al 2008 ed oggi l’efficacia di questa procedura è incontrovertibilmente dimostrata da ben 5 ampi studi clinici randomizzati tanto da essere entrata nelle nuove linee guida nell’ictus moderato o grave”.

“Oggi – prosegue Mangiafico – non è più possibile basare la terapia dell’ictus ischemico solo sulla fibrinolisi endovenosa limitandosi alla somministrazione endovenosa di farmaci, ritardando il trasferimento rapido o addirittura, non inviare il paziente ad un centro di neuroradiologia interventistica di una ‘stroke unit’ di secondo livello. Questo infatti significa negare al paziente una possibilità di ridurre il deficit neurologico residuo e quindi il grado di invalidità”.

“La caratteristica principale dell’ictus è la sua comparsa improvvisa, solitamente senza dolore. Solo nell’emorragia cerebrale c’è spesso mal di testa fortissimo – afferma Valeria Caso, neurologa Ospedale S. Maria della Misericordia di Perugia – I sintomi tipici sono un’improvvisa mancanza di forza, o formicolio e mancanza di sensibilità ad un braccio o ad una gamba, la difficoltà nel parlare, problemi a vedere da un occhio. Quando tali sintomi compaiono solo per alcuni minuti, si parla di attacchi ischemici transitori (Tia), anch’essi molto importanti, in quanto possono essere campanelli di allarme per un Ictus vero e proprio. In caso di comparsa di uno o più sintomi di questo tipo è indispensabile rivolgersi sempre e con urgenza ad un medico, perché il fattore tempo è fondamentale”, raccomanda.

Indispensabile – per gli esperti – avere un sistema ospedaliero organizzato in rete e trasporti veloci per consentire un passaggio rapido dalle ‘stroke unit’ di primo livello a quelle di secondo livello, nonché la formazione di personale operativo 24 ore su 24, 7 giorni su 7 con l’obiettivo di trattare tutti i pazienti candidabili a questo tipo di intervento.

“A questo va affiancata una maggiore opera di sensibilizzazione del pubblico sul riconoscimento dei segni e sintomi dell’ictus, per far sì che i pazienti arrivino presto in ospedale: la precocità del trattamento garantisce, infatti, un migliore ‘outcome’ clinico del paziente”, concludono gli specialisti.
(adnkronos.com)
 

Finger Reader: l’anello che legge i libri per i ciechi e per chi non vede bene

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Finger reader

Grazie al Finger Reader, letteralmente “dito che legge”, i ciechi e chiunque non veda bene potrà ricominciare a leggere un libro normale. La scoperta geniale del Mit di Boston (Massacchusetts Institute of Technology), quella che potrebbe sostituire il sistema braille, è un piccolo anello con una mini telecamera, in grado di scannerizzare il testo che chi indossa il Finger Reader dovrà seguire con il dito.

Le parole scannerizzate verranno lette ad alta voce (voce ovviamente digitale) dal dispositivo, che è anche in grado di tradurre testi di lingue diverse da quella di chi ne farà uso. Funziona con i libri di carta, i giornali, le riviste, i computer, i tablet, i Kindle: carta o touch screen, per il Finger Reader l’importante è trovarsi davanti a delle parole scritte. Gli unici problemi li presenta ancora con i testi scritti in caratteri troppo piccoli, come nei “bugiardini” dei medicinali o nei codicilli dei contratti.

L’anello, che funziona meglio se indossato sul dito indice, è stato brevettato da un gruppo di ricerca guidato da Roy Shilkrot e Jochen Huber. Scrive Alberto Flores d’Arcais su Repubblica che “l’anello per ciechi” in realtà ha l’ambizione di tornare utile anche a chi ci vede bene: «È per gente che ha disabilità, abilità e superabilità», ha detto in una recente intervista, in cui da buon scienziato-visionario immagina il FingerReader come un ottimo mezzo per tradurre testi e interi libri da una lingua all’altra.

Il prototipo presentato dal Mit è stato creato usando una stampante 3D e sembra un anello piuttosto comodo (anche se esteticamente non il massimo). Nel momento in cui il FingerReader passa sopra la carta — sia un libro, un giornale o un menù di ristorante, non c’è alcuna differenza —una voce sintetizzata legge le parole (il volume si può regolare) rendendo il testo comprensibile. Il team che ha sviluppato questo particolare anello ha creato un software che traccia i movimenti dell’indice, identifica ogni singola parola e processa rapidamente le informazioni per la voce sintetizzata che le leggerà.

Nel caso il lettore (cieco o meno che sia) che indossa il FingerReader dovesse saltare parole o righe (è inevitabile che capiti), verrà attivata una vibrazione che segnalerà l’errore fatto. [….] La National Federation for the Blind, l’associazione dei ciechi americani, ha fatto questa stima: 20,6 milioni di americani adulti (vale a dire quasi il 10 per cento di tutta la popolazione adulta degli States) soffrono di problemi, più o meno gravi, alla vista e non sono in grado di leggere autonomamente un libro anche con l’aiuto (è ovviamente il caso di chi non è cieco totale) di lenti a contatto e occhiali speciali. Tra bambini ed adolescenti — tutti coloro che sono titolati per legge ad avere gratis materiali scolastici in braille o in formati audio — la cifra nel 2012 (ultimo anno riportato) è di 656mila. Con evidenti costi (e conseguenti tagli) che non gli permettono di essere alla pari con gli altri studenti”.
(blitzquotidiano.it)

Leggi, disabilita’ e diritti: a che punto siamo?

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Arconzo: “Ciascuno di noi deve farsi promotore della convinzione per cui non è il deficit fisico a creare la disabilità”

Abbiamo intervistato il Prof. Giuseppe Arconzo, Delegato del Rettore dell’Università degli studi di Milano con funzioni di coordinamento, monitoraggio e supporto delle iniziative concernenti l’integrazione delle persone con disabilità, titolare del corso “Diritti delle persone con disabilità”.

Egregio Professore, come è nata l’idea di attivare un corso avente ad oggetto i diritti delle persone con disabilità?
Nel 2009 la Prof.ssa Marilisa D’Amico, autorevole costituzionalista dell’Università Statale di Milano e grande esperta, tra le altre cose, di diritti umani e diritto antidiscriminatorio, venne nominata Delegata del Rettore per le disabilità. Ho avuto la fortuna di essere coinvolto dalla Prof.ssa D’Amico nello studio di alcune questioni giuridiche che tale incarico poneva. 
In molte occasioni ci siamo accorti di quanto fosse difficile – anche per chi ha quotidianamente a che fare con norme, codici e sentenze – trovare risposte che consentano alle persone con disabilità e agli operatori del settore di capire quali siano i diritti di cui sono titolari. 
Mi è quindi capitato più volte di pensare che una specifica formazione universitaria su questi temi potesse e possa ridurre queste difficoltà. 
Ho così approfittato di un bando europeo che promuoveva l’attivazione di corsi universitari innovativi e ho presentato il progetto. L’esito è stato positivo e il corso ha preso il via nel marzo del 2015. 
Lo studio quotidiano su questi temi mi consente poi di svolgere meglio l’incarico di Delegato per le disabilità che l’attuale Rettore della Statale, Prof. Gianluca Vago, mi ha attribuito nel 2014.

Qual è stata la risposta degli studenti che ha riscontrato? Il corso verrà inserito nell’offerta didattica del prossimo anno accademico?
La nuova edizione del corso partirà da marzo 2016. La risposta nel primo anno è stata molto positiva: le lezioni sono state frequentate da circa trenta studenti, tutti molto interessati. Ho chiesto loro per quale ragione frequentassero il corso e molti studenti mi hanno detto di essere appassionati di diritti umani, di aver incontrato il mondo della disabilità durante esperienze di volontariato e di volere quindi conoscere meglio il tema da un punto di vista giuridico. 
Questo interesse ci ha dato lo spunto per organizzare, sempre alla Statale di Milano, una nuova iniziativa di formazione: da gennaio 2016 partirà un corso di perfezionamento post universitariocaratterizzato da un approccio multidisciplinare per avvocati, assistenti sociali, medici e ai professionisti che lavorano sulle tematiche della disabilità.

Spesso il cittadino disabile avverte un forte divario tra i diritti formalmente garantiti dalla norma e la loro reale tutela e concretizzazione. In qualità di giurista, conferma l’esistenza di detto divario? Quali le principali cause? 
Molte norme della nostra Costituzione, anche se implicitamente, garantiscono i diritti delle persone con disabilità. La legge n. 104 del 1992 costituisce ancora oggi un importante riferimento in questo campo. Vi sono norme che consentono di ricorrere facilmente al giudice in caso di discriminazioni. Nel 2009 è stata ratificata la Convenzione Onu sui diritti della persone con disabilità. Tutto ciò testimonia che, almeno sulla carta, le norme ci sono
Allo stesso tempo, però, quando si tratta di passare dall’affermazione dei diritti al loro effettivo godimento, le problematiche non mancano: a volte sono le stesse istituzioni pubbliche a violare i diritti (si pensi alla difficoltà di garantire il diritto allo studio per i nostri ragazzi).  Inoltre, vi sono anche settori (penso al mondo del lavoro) in cui la stessa normativa presenta delle carenze.
Le cause della distanza tra le norme e la loro concreta attuazione sono molteplici. In primo luogo, il pregiudizio radicato ancora in buona parte della società, secondo cui il deficit fisico è un insormontabile ostacolo alla partecipazione effettiva delle persone con disabilità alla società e alle attività della vita di ogni giorno. In secondo luogo, il fatto che gli interventi che consentono di garantire i diritti delle persone con disabilità sono spesso costosi e, in una fase di crisi economica come quella attuale, qualsiasi spesa pubblica è osteggiata.

Anche in ambito europeo vi sono forti differenze trai i singoli Paesi membri: perché, a suo avviso?
La principale causa sembra rinvenirsi, oltre che nella diversa sensibilità esistente nei vari Paesi, nel fatto che l’Unione Europea ha cominciato ad occuparsi della condizione giuridica delle persone con disabilità da non troppi anni.  Da questo punto di vista, la recente ratifica, da parte dell’Unione europea, della Convenzione Onu potrebbe essere il motore per una armonizzazione delle legislazioni degli stati europei.

Infine, quali interventi a Suo parere potrebbero essere attuati tanto a livello nazionale quanto a livello comunitario per rendere più effettiva e stringente la tutela dei soggetti con disabilità e dei loro diritti?
Più che a livello normativo, occorre migliorare quella che definisco “cultura dell’inclusione”. Ciascuno di noi deve farsi promotore della convinzione per cui non è il deficit fisico a creare la disabilità. La disabilità è invece il frutto delle tante barriere – culturali e mentali, prima ancora che architettoniche – che sono ancora presenti nella nostra società. 
In questa prospettiva, per quanto sia difficile, è indispensabile che le stesse persone con disabilità, nel momento in cui ritengono di essere vittime di discriminazione, trovino la forza di rivolgersi ai giudici per far valere i diritti di cui sono titolari e che sono sanciti dalla normativa italiana.
(disabili.com)

Bio Prof. Giuseppe Arconzo

Ricercatore in diritto costituzionale nell’Università degli studi di Milano, dove è anche Delegato del Rettore con funzioni di coordinamento, monitoraggio e supporto delle iniziative concernenti l’integrazione delle persone con disabilità. È autore di molteplici studi nel settore del diritto costituzionale. Avvocato del foro di Milano, iscritto all’albo speciale dei professori e ricercatori universitari a tempo pieno.
Presso la Facoltà di giurisprudenza dell’Università degli studi di Milano è titolare del corsi “Diritto costituzionale progredito” e “Diritti delle persone con disabilità”. Quest’ultimo si inserisce all’interno del progetto di ricerca “The Rights of persons with disabilities in the European context”, selezionato nel 2014 dall’Unione europea nell’ambito del bando Erasmus Plus Programme-Jean Monnet.

Le postazioni di lavoro per dipendenti con disabilità

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Ha concluso la propria attività il sottogruppodell’Osservatorio Nazionale sulla Condizione delle Persone con Disabilità*, istituito presso la propria sede dall’AgID (Agenzia per l’Italia Digitale) per occuparsi dell’accessibilità delle ICT (tecnologie dell’informazione e della comunicazione) nelle Pubbliche Amministrazioni e a conclusione dei lavori, sono state rese pubbliche – nel sito istituzionale dell’AgID stessa – le Specifiche tecniche sull’hardware, il software e le tecnologie assistive delle postazioni di lavoro a disposizione del dipendente con disabilità, riguardanti sia il settore pubblico che quello privato.

Si tratta di un documento di circa cinquanta pagine, redatto dall’AgID in collaborazione con aziende, organizzazioni, associazioni ed esperti di accessibilità e usabilità, che contiene una serie di modalità formali ed elenca i diversi possibili strumenti adatti alle diverse disabilità, anche in combinazione di pluriminorazioni.
Era infatti necessario un punto di partenza ufficiale da cui il datore di lavoro prendesse i riferimenti sia normativi che tecnici, per attrezzare opportunamente la postazione del dipendente con disabilità, il quale resta comunque al centro di ogni decisione sugli strumenti più adatti alle proprie personali esigenze, considerando le capacità fisiche e le mansioni lavorative.

Chi scrive ha partecipato al gruppo di lavoro, proponendo contributi e integrazioni, anche di carattere pratico, sulla necessità dell’abbattimento di barriere architettoniche e sensoriali per il raggiungimento in autonomia della postazione di lavoro, nonché della possibilità di inserire un elenco di centri specializzati sulle tecnologie assistive – opportunamente accreditati e distribuiti nelle varie Regioni italiane – al fine di affiancare le aziende e di permettere prove pratiche per l’implementazione di una postazione di lavoro adatta ad ogni tipologia e complessità di disabilità, evitando sprechi e perdite di tempo.
In realtà non è stato possibile recepire integralmente tali indicazioni, non essendo, questi, aspetti di competenza dell’AgID. A pagina 10 delle Specifiche si scrive per altro che «le problematiche trattate riguardano quindi, per la precipua competenza dell’AgID, il solo ambito dell’accessibilità digitale, anche se esse non possono essere disgiunte da altri aspetti collegati come, ad esempio, l’ergonomia della postazione, l’accessibilità architettonica per il raggiungimento della postazione, i processi socio-organizzativi di valutazione “interna o esterna” della idoneità delle soluzioni adottate, gli strumenti software legati a domini applicativi specifici, il nomenclatore tariffario dei prodotti assistivi».

Ora, dunque, le Specifiche saranno sottoposte agli altri gruppi dell’Osservatorio Nazionale, per essere integrate da un’opportuna procedura attuativa a cura del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e del Ministero della Salute e ci si aspetta che in tali sedi saranno approfonditi gli aspetti non recepiti a questo livello.
(superando.it)

*L’Osservatorio Nazionale sulla Condizione delle Persone con Disabilità è l’organismo previsto dalla Legge18/09 di ratifica della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, della quale tutela, monitora e promuove i princìpi

PSICOLOGIA CLINICA E SESSUALITÀ DELLA PERSONA CON DISABILITÀ

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Introduzione 

Fino ad alcuni decenni fa il discorso relativo alla sessualità nei soggetti portatori di handicap veniva considerato tabù e, di conseguenza, eluso dalla letteratura. 
Attualmente, al contrario, l’argomento viene affrontato con sempre maggiore frequenza, sia da parte degli operatori sia dai mezzi di comunicazione. Le ragioni di questo mutamento e dell’interesse crescente nei confronti di tale tematica possono essere molteplici. 
La prima ragione è la caduta di alcuni tabù sessuali e la “costante penetrazione nella coscienza sociale di una nuova sensibilità relativa ai diritti dei portatori di handicap, diritti che tendono, com’è giusto, verso il più possibile” (Ianes-Folgheraiter, in Dixon H. 1990, pag. 7). 
La seconda ragione può essere attribuita al fatto che la tematica relativa alla sessualità dei disabili sia diventata “di moda”, ovvero che “faccia tendenza”. A ciò ha contribuito indubbiamente il fatto che i due termini del discorso, “handicap” e “sessualità”, progressivamente “hanno subìto una particolare forma di censura che non ha comportato l’imposizione del silenzio, quanto piuttosto l’elaborazione di un nuovo linguaggio” (Pennella, 1997). 
La terza ragione può essere individuata nella crescente richiesta di formazione da parte dei genitori e degli operatori, che spesso si trovano ad affrontare direttamente il problema della psicosessualità dei portatori di handicap. 
La quarta ragione, strettamente correlata alla precedente, rimanda al fatto che i bisogni e i desideri sessuali delle persone con disabilità non possono più essere ignorate, sia per la maggiore espansione della coscienza del disabile sia per la crescente accettazione da parte della coscienza sociale. Ciò pone fortemente in discussione la presenza educativa e rieducativa dei genitori e degli educatori e richiede una imprescindibile riflessione sul loro ruolo e sulle modalità più adeguate per affrontare questo problema, nel pieno rispetto della dignità e dei diritti del disabile. La crescente domanda formativa ha naturalmente stimolato una altrettanto crescente offerta da parte degli esperti. Occorre però precisare che, nonostante si discuta da qualche tempo della relazione problematica fra handicap e sessualità, solo recentemente essa viene affrontata in modo serio e sistematico, anche in virtù del fatto che “l’incontro tra la psicologia e l’handicap e la moderna sessuologia è molto recente ed è legato essenzialmente a quei cambiamenti all’interno di queste discipline che hanno permesso di intravedere la possibilità di insegnare la sessualità in un’ottica non veramente assistenzialistica, ma piuttosto educativa nel senso più pregnante del termine” (Veglia, 1991 cit. in Fabrizi, 1997). 

Handicap e sessualità: una visione socioculturale

Fino ad alcuni anni fa, non molti per la verità, la dimensione della sessualità era negata alla persona disabile e i tentativi di risolvere il problema sono nati più dall’esigenza di fornire una soluzione immediata piuttosto che di affrontarlo in modo costruttivo, cioè considerando la sessualità e come mezzo per garantire il benessere attraverso una sempre maggiore affermazione e integrazione del soggetto handicappato. 
In particolare, le strategie adottate si risolvevano in interventi di tipo fisico (uso di psicofarmaci, legamento delle tube, ovariectomia per le donne ed evirazione per gli uomini), psicologico (punizioni, minacce, rinforzo di condotte sostitutive o compensatorie) o psicosociale (isolamento, impedimento di contatti con persone dell’altro sesso). Queste soluzioni si sono rivelate fallimentari per il fatto di trascurare la promozione del benessere degli individui e di misconoscere il diritto umano fondamentale anche della persona disabile di poter esprimere i propri bisogni psicosessuali. La notevole valenza ansiogena delle realtà considerate, l’handicap e la sessualità, giustifica in parte questo atteggiamento di negazione e di repressione e, nonostante la maggiore libertà verso la sfera sessuale, la difficoltà di gestire un fenomeno così complesso è tuttora presente. Genitori e educatori dei disabili, infatti, riescono con difficoltà ad accettare che una persona in situazione di handicap possa manifestare bisogni sessuali analoghi a quelli di una persona normodotata. Il disagio nell’accogliere la dimensione sessuale e la sua espressione nella persona disabile può essere imputato alla biologizzazione della sessualità, ossia alla tendenza a considerarla come mera realtà naturale/organica scarsamente o per nulla correlata a fattori affettivi, relazionali, sociali, ecc. La diretta conseguenza di tale visione è la considerazione della sessualità come dimensione fruibile solo da persone con un apparato biologico sano e funzionale. 
Questo discorso rimanda direttamente ad una questione più ampia, concernente due aspetti correlati: la dicotomia natura/cultura e la dicotomia corpo soggetto/corpo oggetto. La prima implica l’identificazione dell’handicap come complesso sintomatologico derivante da una affezione organica prenatale, natale o postnatale della persona disabile come portatrice di una lesione organica ed ha determinato per lungo tempo la considerazione quasi esclusiva dell’aspetto organico dell’handicap (Pennella, 1997). Gli interventi clinici, com’è facile prevedere, sono una prerogativa della scienza medica. 
La seconda dicotomia rinvia, come afferma Pasini (1991) ad “una visione dualista del mondo e dell’uomo, alla vecchia separazione tra il corpo e lo spirito…”Tale visione postula l’esclusiva appartenenza dell’handicap e della sessualità alla condizione biologica, lasciando poco spazio ad interpretazioni più complesse ed integrate. Al contrario, noi riteniamo che l’evoluzione individuale non possa essere interpretata al di fuori del contesto sociale, senza correre il rischio di elaborare concezioni fallaci e riduttive. La dimensione sessuale, dunque, inevitabilmente si incontra con la visione psicologica del corpo-soggetto, “entrambe pur possedendo una indubbia natura biologica, acquistano tuttavia un senso grazie al loro inserimento all’interno di una dimensione culturale” (Pennella, 1997). 

La psicosessualità nella struttura della persona 

L’Organizzazione Mondiale della Sanità offre una definizione della sessualità che consideriamo pienamente condivisibile e che recita così: “La salute sessuale è l’integrazione degli aspetti somatici, affettivi, intellettuali e sociali dell’essere sessuato, allo scopo di pervenire ad un arricchimento della personalità umana e della comunicazione dell’essere. 
Alcuni autori (Covigli, 1987; Valente Torre , Cerrato, 1987; Sbardella , Secchi, 1997) evidenziano che la sessualità non coincide esclusivamente con la genitalità e la soluzione della “questione sessuale” non può trascurare altri aspetti ad essa connessi, quali la corporeità, il contatto fisico, la tenerezza, l’affettività, ecc. 
“La sessualità è una dimensione strettamente psichica, di enorme complessità, come hanno rilevato gli studi psicoanalitici: tutta la letteratura di impostazione analitica ha sottolineato la dinamica affettiva, profonda e precoce nella relazione primaria del bambino con i genitori (o con gli adulti significativi sostitutivi) nel determinare la genesi e lo sviluppo della sessualità” (Sbardella, Secchi, id). 
La sessualità, o meglio la psicosessualità, possiede una dimensione genetica in quanto aspetto umano fondamentale che appartiene all’individuo fin dalla nascita e ne accompagnerà l’esistenza, sviluppandosi verso una strutturazione sempre più complessa e integrata. Essa si inserisce in una prospettiva dinamica, essendo intimamente connessa ad ogni altra dimensione della personalità. 
La psicosessualità possiede, inoltre, una dimensione strutturale in quanto comprende elementi e caratteristiche proprie sia del Super-Io che dell’Io e dell’Es, seppure in modo variabile lungo il corso dell’esistenza. 
Dal punto di vista topico, la psicosessualità possiede aspetti consci, preconsci ed inconsci, la cui conoscenza consente di attribuire significato al comportamento e di operare scelte libere e gratificanti. Nell’economia psichica, la psicosessualità possiede una spinta maturativa uguale e, molto spesso, maggiore ad altre dimensioni psicosociali ed ambientali. Essa, infatti, può contribuire alla promozione dell’immagine di sè, dell’autostima, della capacità di affermazione e di interazione significativa e gratificante. 
La psicosessualità rappresenta una realtà complessa e composta da numerosi elementi, la cui scarsa articolazione e sconnessione iniziali vengono gradualmente superate, per giungere ad una integrazione più o meno completa, favorita, peraltro, dalla stessa maturità psicosessuale. Gli elementi che la compongono possiedono una fondamentale valenza maturativa, tanto che l’assenza o la carenza di uno di essi può compromettere lo sviluppo e la stabilità della dimensione psicosessuale dell’individuo. Tali elementi coincidono con sei differenti aspetti: l’area biofisiologica, definita dalla dimensione cromosomica, genetica, endocrina, morfologica e funzionale della sessualità; l’aspetto pulsionale che rimanda alla energia sessuale propria dei bisogni, dei desideri, delle aspettative individuali; l’ambito emotivo-affettivo, cui appartengono i sentimenti e le emozioni, sostanzialmente euforici, che accompagnano la dimensione psicosessuale, in particolare il riconoscimento e l’accettazione della propria identità di persona sessuata, e rappresentano una fonte di soddisfacimento, di gratificazione e di realizzazione; l’ambito cognitivo coincide con il riconoscimento e la comprensione della realtà sessuale, sia in generale sia della propria, che consente di attribuire alla dimensione sessuale la giusta importanza, di comprendere la propria identità psicosessuale, definendo in modo autonomo e personale il proprio ruolo sessuale e, infine, individuare e valutare realisticamente i propri desideri, le proprie aspirazioni e le aspettative nei confronti di questa particolare dimensione della personalità; l’aspetto storico-culturale, ossia la conoscenza e la comprensione dei condizionamenti che la storia e la cultura hanno imposto alla realtà psicosessuale, per poter assumere nei loro confronti un atteggiamento critico, operando scelte autonome e personali; infine, l’ambito dei valori che definisce la collocazione, responsabile, critica e autonoma, della sessualità all’interno del proprio quadro assiologico. 
La sessualità umana è, dunque, profondamente e inevitabilmente intrisa di psiche, in quanto oltre l’imprescindibile aspetto biofisiologico, comprende e interessa aspetti presenti in ogni area della personalità, quella affettiva, percettiva, emotiva, relazionale, pulsionale, motivazionale, ecc. Tale interdipendenza giustifica l’estrema difficoltà di comprendere la sessualità, analizzandola esclusivamente secondo la prospettiva biofisiologica, indubbiamente importante, ma non unica. La dimensione sessuale, per i motivi che abbiamo proposto, rappresenta un elemento primario per definire e valutare la maturità individuale, in quanto costituisce uno degli aspetti fondamentali che la integrano e la determinano e, al tempo stesso, ne è un indicatore basilare. Tuttavia, la stabilità della realtà sessuale risente notevolmente delle sollecitazioni contraddittorie cui è sottoposta, ed è perciò spesso fragile e precaria. In condizioni di crisi, infatti, la dimensione psicosessuale è uno dei primi aspetti della personalità a manifestare disturbi di diversa gravità, che interessano non solo il livello del desiderio, ma anche quello più concreto della condotta sessuale. 
Il discorso sulla psicosessualità risulta particolarmente complesso a causa della notevole influenza esercitata da una considerevole serie di fattori, personali, storici, educativi, socio-culturali, religiosi, ecc., e che può determinare l’emergere di vissuti negativi che impediscono di affrontarla e viverla con serenità, apertura e obiettività nei suoi diversi aspetti. Inoltre, nonostante la notevole quantità di informazioni disponibili per tutti, si riscontra, soprattutto negli adulti e negli anziani, la difficoltà di raggiungere un livello adeguato di comprensione e di consapevolezza circa la complessità della dimensione psicosessuale. Tale carenza può essere in parte attribuita alla difficoltà di accedere ad una appropriata condizione formativa, che consenta di utilizzare la realtà psicosessuale come strumento di integrazione e di crescita personale, attraverso un approccio libero, aperto, sereno e consapevole. In molte circostanze, infatti, nonostante il crollo dei tabù riguardanti la sessualità, quest’ultima non è oggetto di comunicazioni obiettive, chiare e costruttive. 
Si assiste perciò ancora oggi alla attuazione di processi formativi parziali e riduttivi, che non rappresentano delle valide esperienze educative, riducendosi, in molti casi, ad una sterile e inefficace trasmissione di informazioni. Tale condizione può essere attribuita al fatto che i contenuti relativi alla sessualità sono spesso condizionati negativamente da interessi, preoccupazioni e scopi poco sereni e, a livello più o meno conscio, da sentimenti di colpa, vergogna e inadeguatezza. Queste difficoltà si riverberano in modo sfavorevole sulla possibilità degli individui di raggiungere la piena maturazione psicosessuale. 

Psicosessualità e persone con disabilità

L’esistenza e la manifestazione da parte degli individui disabili di bisogni, desideri e condotte psicosessuali, contrariamente a quanto avveniva in passato, non possono più essere negate o ignorate, ma esigono pieno rispetto e impegno per una possibile la realizzazione. 
Tali manifestazioni sessuali si esprimono nelle diverse tappe evolutive, in accordo con il grado e il livello di integrazione personale, di sviluppo cognitivo e fisico, di competenza relazionale e di adattamento e autonomia sociale. Ciò non significa che le difficoltà che il disabile presenta, in particolare se portatore di un handicap psichico, a livello di comunicazione verbale e non verbale, di sviluppo sociale, di integrazione emotiva, di dinamica relazionale, ecc. consentano di instaurare e mantenere relazioni affettivo- sessuali o anche solo genitali significative. Nel caso il cui ciò avvenga, è molto raro che il rapporto si trasformi in una relazione di coppia stabile e duratura. L’esigenza, infatti, di costruire legami durevoli appartiene generalmente a disabili che hanno raggiunto un buon livello di sviluppo cognitivo ed emotivo. 
Queste persone devono essere aiutate e sostenute nei momenti decisivi, che riguardano l’instaurarsi e il consolidarsi del rapporto ed eventuali desideri di formalizzazione del legame o di procreazione. Riteniamo, infatti, che la possibilità di manifestare e vivere i bisogni e i desideri sessuali, in accordo con il proprio grado di coscienza e capacità, sia un diritto umano fondamentale, che non deve essere ignorato ma rispettato e reso possibile. Ciò in particolare per le persone che, a causa delle loro difficoltà, necessitano dell’aiuto degli altri per realizzare la propria psicosessualità. 
E’ necessario, inoltre, distinguere con precisione le pulsioni e i desideri sessuali e le condotte attuate per realizzarli, dai comportamenti che hanno un significato più ampio, poichè rimandano ad esigenze di tipo affettivo-erotiche o a bisogni di relazioni interpersonali più durevoli. Con questo si vuole sottolineare la necessità di interpretare correttamente le esigenze e le richieste del disabile, giacchè alcune condotte apparentemente sessuali celano invece problematiche o richieste più diffusamente affettive e relazionali. 

Gli atteggiamenti degli educatori

Le affermazioni precedenti introducono il discorso relativo all’importanza e alle responsabilità che gli educatori hanno nel favorire la realizzazione del diritto dei disabili di esprimere e vivere la dimensione psicosessuale, al pari delle altre sfere della personalità e sempre secondo le proprie possibilità e in funzione del proprio benessere. Il presupposto fondamentale che consente agli educatori di dare una risposta efficace a tale esigenza, è la capacità di vivere senza angoscia le manifestazioni sessuali dei portatori di handicap, evitando atteggiamenti repressivi o di negazione. 
Un altro aspetto importante è l’acquisizione di una preparazione adeguata per rispondere alle esigenze di educazione sessuale dei soggetti disabili. 
E’ opportuno evidenziare che ci si riferisce ad una educazione sessuale che non riguarda restrittivamente la realtà e la attività propriamente genitale (riguardanti cioè il rapporto genitale, le misure contraccettive o la prevenzione di malattie sessualmente trasmissibili), ma anche i presupposti per una genitalità vissuta positivamente, ovvero la conoscenza del corpo proprio e altrui, la coscienza della propria identità sessuale e delle differenze sessuali, la comprensione della varietà dei rapporti interpersonali e dei differenti gradi di coinvolgimento e implicazioni, la consapevolezza dei significati del rapporto genitale, inteso nella sua funzione di soddisfacimento sia dei bisogni specificamente sessuali sia di quelli più ampiamente affettivi e relazionali. 
L’intervento pedagogico presuppone, naturalmente, la previa conoscenza delle capacità di comprensione del soggetto, del suo livello di sviluppo emotivo e pulsionale e deve essere attuato in seguito alla manifestazione dei bisogni e degli interessi specifici. 
E’ opportuno che gli educatori siano in grado di gestire adeguatamente i comportamenti del disabile di tipo sessuale, sensuale o specificamente genitale, evitando reazioni di negazione, di colpevolizzazione o di indifferenza. Affrontare correttamente le manifestazioni psicosessuali del soggetto rappresenta, inoltre, un importante deterrente per l’instaurarsi di condotte dagli esiti spesso irrimediabili, quali sfruttamento sessuale del disabile, gravidanze o trasmissione di malattie, o che compromettono od ostacolano l’inserimento sociale del portatore di handicap, perchè rifiutate o stigmatizzate a causa di pregiudizi. 
L’azione educativa deve essere mirata alla ricerca di nuove e stimolanti conoscenze, per instaurare relazioni affettive significative e gratificanti. La presenza attenta e benevola dell’educatore può evitare che tali relazioni divengano fonte di malessere e delusione perchè investite di aspettative irrealizzabili. 
L’attuazione di una azione pedagogica efficace, in grado di promuovere il benessere e la crescita dei disabili, nei limiti e nel rispetto delle difficoltà, dipende anche dalla capacità degli educatori di operare una chiara e consapevole distinzione fra i bisogni e le condotte psicosessuali del soggetto disabile dai propri vissuti emotivi e dagli eventuali conflitti non risolti relativi alla sessualità, per dare una risposta adeguata alle esigenze della persona in situazione di handicap. 
La dimensione psicosessuale dovrebbe essere affrontata e considerata al pari delle altre dimensioni della personalità e dl comportamento. Questo discorso rimanda necessariamente all’importanza di un adeguato percorso formativo per gli educatori e gli operatori che interagiscono con i soggetti disabili. Nel paragrafo seguente cercheremo di delineare un possibile percorso formativo, evidenziando gli imprescindibili presupposti che, a nostro avviso, devono orientarlo. 

La formazione:proposta di un progetto 

Ogni processo formativo costituisce un cammino faticoso e complesso e implica necessariamente una trasformazione personale, oltre che professionale, avendo come presupposto la ricerca della autenticità personale. Ciò è particolarmente importante per chi si occupa di soggetti disabili, giacchè si confronta con due realtà, l’handicap inteso come diversità e la sessualità, che per lungo tempo, e in alcuni casi tuttora, hanno rappresentato due tabù, sia considerati singolarmente sia in interazione. Ciò significa che gli operatori in formazione, a qualunque categoria appartengano, devono affrontare, elaborare e metabolizzare primariamente in sè due dimensioni di notevole pregnanza emotiva, psicologica, sociale e perfino morale. 
La sessualità, da un lato, intesa come dimensione umana fondamentale, deve essere profondamente analizzata e conosciuta dagli operatori, per evitare i condizionamenti di concezioni preconcette e/o stereotipate, a lungo diffuse e fuorvianti il rapporto con i soggetti disabili. 
L’handicap, dall’altro lato, presuppone da parte dell’operatore la necessità di confrontarsi con il vissuto emotivo suscitato dalla disabilità, che spesso ed a lungo si è tradotto in un atteggiamento pietistico o di superficiale solidarietà, inutili e da superare. Accostarsi all’handicap implica, inoltre, la riflessione e il confronto sul concetto di limite umano, che riguarda non solo la persona disabile, ma rappresenta una condizione ineluttabile dell’essere. 
Queste considerazioni inducono una serie di interrogativi che riguardano il processo formativo e le caratteristiche che esso deve possedere per essere efficace. In particolare, ci si domanda quali siano le responsabilità dell’operatore rispetto alle manifestazioni psicosessuali del disabile e di quali strategie e mezzi egli disponga per rispondervi adeguatamente. 
Dare risposta a tali quesiti non è semplice, così com’è difficile proporre un progetto formativo esauriente. Tuttavia, riteniamo che un possibile campo di indagine e di lavoro sia rappresentato dalla riflessione sul vissuto emotivo dell’operatore relativamente all’handicap e alla sessualità. 
Il presupposto su cui si basa il percorso formativo che intendiamo proporre è la convinzione che il soggetto disabile possieda delle peculiarità personali e di condotta che si distinguono per grado di gravità, di strutturazione e di manifestazione e che sia una persona unica e irripetibile, diversa ma non necessariamente malata e con il diritto imprescindibile di esprimere e vivere pienamente, per quel che la natura può permettergli, la propria psicosessualità. 
Sulla base di tali presupposti, riteniamo che il processo formativo non possa trascurare che il bisogno psicosessuale del disabile debba essere riconosciuto, accettato, difeso e favorito. Abbiamo già evidenziato che ciò implica lo sviluppo, anche se graduale, della capacità degli operatori di vivere le esigenze e le richieste psicosessuali della persona in situazione di handicap senza angoscia o panico e senza atteggiamenti di negazione, banalizzazione o di colpevolizzazione del disabile. 

L’esperienza formativa 

In questi ultimi anni l’attività del nostro Centro si è concentrata sulla strutturazione e realizzazione di un percorso formativo per operatori che collaborano con soggetti disabili. Tale percorso, come ogni formazione che intenda essere valida ed efficace, rispetta una condizione teorica e una più propriamente pratica. Tuttavia, l’obiettivo peculiare del progetto è rappresentato dal tentativo di operare una trasformazione profonda dell’operatore, promuovendo la sua autenticità storica, esistenziale e professionale. In particolare, il percorso proposto comprende indicazioni di carattere teorico-tecnico, relative alla dimensione psicosessuale e si fonda sulla teoria psicoanalitica, nello specifico sul modello di sviluppo elaborato da Erikson e proposto nel famoso libro “Infanzia e società”. 
Il percorso in sè non è dunque originale, ma crediamo che l’obiettivo di promuovere il confronto da parte dell’operatore con la propria dimensione psicosessuale, al fine di individuare, sperimentare ed elaborare i propri vissuti, spesso conflittuali, possa essere considerato un elemento creativo e innovativo. Molto spesso, infatti, i progetti formativi prendono in considerazione solo gli aspetti conoscitivi, informativi del problema e solamente in riferimento all’utente o paziente, disconoscendo l’importanza dei fattori emotivi e relazionali dell’operatore. Tali fattori inevitabilmente intervengono quando si instaura un rapporto umano, seppure di tipo professionale, e lo condizionano. Riteniamo, infatti, che ogni relazione d’aiuto, educativa o rieducativa, si declini all’interno di un “campo bipersonale”, un campo, cioè, in cui l’analisi della realtà dell’utente si associa necessariamente alla analisi e alla verifica dell’interazione che si costituisce nel setting lavorativo. In altri termini, uno spazio in cui la costruzione della realtà del disabile si intreccia in modo inevitabile con quella dell’operatore e in cui la nteso nella sua funzione di soddisfadimensione profonda dell’uno interagisce con quella dell’altro. 
Per quel che concerne la dimensione più propriamente tecnica, operativa il percorso formativo che intendiamo proporre e che riprende, come abbiamo detto, il modello evolutivo di Erikson (1976), consiste nell’elaborazione, assimilazione e accomodamento delle varie fasi della vita, che l’Autore individua in otto stadi cui corrisponde una specifica crisi psicosociale che deve essere superata. Il superamento della crisi e, dunque, il passaggio alla successiva fase di sviluppo dipende, oltre che dalle innate tendenze alla crescita di origine biologica, anche dalla risposta dell’ambiente familiare e sociale.
(superabile.it)

Bibliografia 

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3) Di Sauro R.,2002,L’ importanza della valutazione clinica in psicoterapia psicoanalitica,in Psicologia Clinica e Psicoterapia Psicoanalitica, Città Nuova, Roma 
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11) Sbardella A, Secchi A,1997, Sessualità ed handicap in Quaderni Centro Italiano Psicomotricità, Latina, stampato in proprio 
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13) Veglia F.,1991, Una carne sola, insegnare la sessualità agli handicappati, Franco Angeli,Milano 

Deputata Pd disabile pubblica sue foto in costume su Fb: “Non vergognatevi del vostro corpo”

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Laura Coccia lancia un messaggio per le giovani: “Non seguite gli stereotipi di bellezza. Ho superato i miei limiti grazie alla disabilità e allo sport”

Non vergognarsi mai del proprio corpo e dei propri difetti. È il messaggio forte indirizzato alle giovani ragazze che Laura Coccia, deputata Pd ed ex-atleta disabile, ha postato su Facebook, pubblicando una sua immagine, che la ritrae in bikini, senza veli a coprire le sue cicatrici.

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“A te ragazza piú o meno adolescente che guardandoti allo specchio vedi un corpo con milioni di difetti” scrive la deputata sulla sua bacheca, “A te ragazza disabile che soffri perché non potrai mettere i tacchi e ti vergogni di qualche cicatrice sparsa qua e là. A voi che pensate di non poter reggere il confronto con i modelli di donna stereotipate e con i tacchi a spillo. Sappiate che anche ‘bella’ è solo un aggettivo ed anche soggettivo, non c’è mai nulla di cui vergognarsi nel proprio fisico!”.

Un messaggio che arriva all’indomani dell’elezione di Miss Italia, anche se la Coccia non attribuisce un legame particolare tra il suo post e l’evento italiano della bellezza. “Per molte ragazze è un problema confrontarsi coi modelli televisivi” spiega al telefono. “Fin da adolescente ho avuto anche io questi problemi ma li ho superati grazie alla disabilità e all’atletica. Io ho una tetraparesi spastica: non mi posso nascondere, basta che mi alzi in piedi per vederla. Ma ho capito che mettendomi top e pantaloncini, scoprendo le mie cicatrici e correndo davanti a tante persone in uno stadio, potevo andare oltre i miei limiti”.

Laura Coccia è stata la prima ragazza disabile che nel 1999 all’età di 13 anni ha corso la finale nazionale dei 400 metri piani ai Giochi della Gioventù, come gli altri atleti normodotati. “Ho corso in una serie a parte e sul rettilineo d’arrivo c’è stata una vera standing ovation” continua la deputata “ma credevo che mi applaudissero perché gli facevo pena. Poi invece ho capito che quegli applausi erano perché ho avuto il coraggio di superare la mia disabilità, andare oltre il mio limite. A modo mio. Lì ho capito che i propri obiettivi si possono raggiungere anche senza seguire gli standard imposti dagli altri ma con gli strumenti che ognuno di noi ha. So cosa vuol dire avere dei sogni e avere dei sogni infranti. Ma nascondersi non serve, non serve mettersi vestiti larghi o rinchiudersi dentro casa perché ci si vergogna di non corrispondere agli stereotipi di bellezza che la società richiede. La vita è lì fuori. Con le sue cicatrici e i suoi difetti”.
(repubblica.it)