Manifestazione a Palermo per la Vita Indipendente

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Il Ministero delle Politiche Sociali ha avuto modo di appurare come la Linea 3 del Piano Di Azione Biennale proposta in occasione della 4ª Conferenza Nazionale Sulla Disabilità e approvato con Decreto del Presidente della Repubblica del 4 ottobre 2013, non è stata portata a compimento.
Ancora oggi, infatti, nel nostro Paese non è stato attuato l’articolo 19 della Convenzione Onu Sui Diritti Delle Persone con Disabilità, nonostante questa sia stata ratificata e diventata legge, in Italia, già nel 2009.

In Italia, poi, tra Regione e Regione ci sono delle evidenti disparità e la Sicilia, per quanto ci riguarda,  per quelle che sono le tematiche relative  ai servizi Sociali e Sanitari, è sempre in coda alla classifica.

Se prendiamo in considerazione i progetti denominati “Vita Indipendente”, che consentirebbero (qualora applicati) alle persone affette da forme di grave disabilità di poter sostenere le spese per un’assistenza adeguata, la Regione Sicilia non solo è inadempiente ma ha anche avuto il cattivo gusto di indicare dati quanto meno discutibili alle Istituzioni Sovrannazionali.

Come ad esempio quelli trasmessi al Comitato di Vigilanza Onu secondo i quali la Sicilia è la Regione che dal 2013 spende di più per i progetti riguardanti la “Vita Indipendente”.

Nel documento inviato dal Ministero alle Nazioni Unite, alla risposta numero 38 (pag 8), è scritto:

Since 2013 23,200,000.000€ have been made available to the Regions for experimental projects on independent living, according to the table below

ossia in italiano:

Dal 2013, €23,2 milioni sono stati destinati alle Regioni per progetti sperimentali di “vita indipendente”, con una ripartizione descritta nel seguente elenco…

Andando poi a vedere più nel particolare l’elenco, la Sicilia risulterebbe addirittura la regione  che spende più di tutte stanziando cifre del tipo:

€233.600 per il 2013

€1.103.968 per il 2014

€1.144.000 per il 2015

 Alla luce di tutto ciò, in qualità di diretti interessati e in rappresentanza di tutti i siciliani che vivono in situazione di grave o gravissima disabilità, comunichiamo alle Autorità, alla Società Civile e agli organi d’informazione che saremo presenti giorno 20 Ottobre 2016 , A partire dalle ore 10:30, presso Piazza Indipendenza nei pressi del Palazzo che ospita la Presidenza della Regione Siciliana per manifestare a favore della piena attuazione, in tutte le sue forme, dei progetti denominati “Vita Indipendente” e chiediamo inoltre un incontro, nella stessa giornata, con il Presidente della Regione Rosario Crocetta, con l’Assessore alla Famiglia e alle Politiche Sociali Gianluca A. Miccichè e con l’Assessore alla Salute Baldassarre Gucciardi, per fare piena luce su questa vicenda e sulla reale destinazione dei fondi sopra elencati e quindi per ottenere quelli che sono i nostri diritti.

 Carmelo Comisi

Presidente MoVIS ONLUS

 Luca Genovese

Presidente Parent Project Onlus

 Maria Rosa Conte

Presidente Insieme per l’Autismo ONLUS

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​“CARA FIORELLA TI SCRIVO” – LA LETTERA DI BARBARA (aggiornamento)

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Cari lettori, ricorderete senz’altro che tempo fa abbiamo ospitato sulle pagine del blog la lettera che la nostra amica Barbara scrisse alla nota cantante Fiorella Mannoia per denunciare le discriminazioni subite da lei e non solo da lei con una disabilità motoria per assistere al concerto all’Arena di Verona che vedeva la Mannoia tra le protagoniste della serata, serata contro la violenza sulle donne. Ebbene, l’organizzazione a giustificazione della mancata disponibilità di posti per le persone che utilizzano una sedia a rotelle, citando la lettera, fu: “Ci hanno detto che hanno riservato per la serata solo 8 posti per le carrozzine (sul conteggio intero della platea dell’Arena) e credimi, io che vado spesso in Arena, 8 sono davvero pochissimi posti e hanno comunque detto che la “situazione particolare” si è creata proprio a causa delle strutture di ripresa”.

Quella che vedete qui sopra cerchiata in giallo è esattamente la postazione dedicata alle persone in carrozzina adibita alle “strutture di ripresa” ma come potete vedere è ASSOLUTAMENTE LIBERA!
Si sa, noi persone con disabilità più o meno grave spesso riusciamo ad andare ben oltre la nostra menomazione o fragilità e riusciamo con abbondante resilienza ad assorbire molte delle privazioni che siamo costretti ad affrontare e diventiamo tolleranti ma ciò che non possiamo e non siamo disposti a tollerare sono le prese per il culo! Quelle no! Una serata nata contro la violenza sulle donne che alla fine provoca proprio sofferenza a una donna…che beffa!
Abbracciamo e siamo vicini a Barbara e a tutti coloro i quali è stato proibito partecipare ad un concerto.
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La lettera di Barbara 
“Carissima FIORELLA ti scrivo per segnalarti una cosa abbastanza grave a parer mio che sono una donna disabile in carrozzina e che si è sentita dire, per ragioni di puro spettacolo (causa telecamere e strutture audio video) che non potrà partecipare allo spettacolo in Arena (nella mia città, fra la mia gente, ascoltando le mie cantanti preferite) solo perchè necessito dei posti riservati ai disabili della platea che verranno utilizzati dalle strutture di ripresa. Ho parlato con gli organizzatori locali che sono stati gentilissimi ma che mi hanno girato alla F&P che organizza l’intero evento.
Hanno detto una cosa assurda; permettimi di segnalarla in nome di tutte le persone disabili che come me si sentiranno negare l’ingresso a questo meraviglioso evento. Ci hanno detto che hanno riservato per la serata solo 8 posti per le carrozzine (sul conteggio intero della platea dell’Arena) e credimi, io che vado spesso in Arena, 8 sono davvero pochissimi posti e hanno comunque detto che la “situazione particolare” si è creata proprio a causa delle strutture di ripresa.

Per farci capire che non solo i disabili sono penalizzati, pensa la buffa ironia e scusami la franchezza…la leggera presa per i fondelli se detta ad un disabile in carrozzina, hanno dovuto sacrificare anche posti a sedere per i normodotati che però…bontà loro possono con le loro gambe accedere altrove.

Volevo solo farvelo sapere, fartelo sapere perchè da donna a donna ma sopra ogni cosa, da persona a persona…credo che anche tu sentirai che è stata commessa (non solo nei miei riguardi sia chiaro) una certa ingiusta discriminazione.
Barbara”

La lezione di Alex Zanardi

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di Lucio Luca

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Io quell’incidente me lo ricordo bene. Anche perché l’ho rivisto un sacco di volte su YouTube e continuo ancora a chiedermi come caspita sei uscito vivo da quell’ammasso di lamiere. Davvero, come hai fatto?
Eri morto, irrimediabilmente morto. Penso che nemmeno tua moglie Daniela e tuo figlio Niccolò, che ti strapparono letteralmente alla Signora Nera per riportarti a casa sulle colline bolognesi, credessero in quei terribili momenti che dalle macerie sarebbe nato per la seconda volta un campione più forte di prima, incredibilmente più forte, anche senza gambe, con il corpo martoriato dalle ferite e i segni indelebili di quello schianto.
Io non so dove caspita hai trovato la forza di ricominciare tutto daccapo, allenandoti come un pazzo per dimostrare al mondo, ma soprattutto a te stesso, che l’anima è più forte di una macchina da corsa che ti centra a 200 all’ora e che ti riduce in poltiglia.
Vabbè, uno dice, alla fine ti è andata bene. Sei vivo, sei comunque una persona conosciuta, hai fatto la Formula 1, basta che vai in tv dalle Barbare D’Urso e affini a raccattare un gettone di presenza e puoi serenamente (?) continuare a tirare avanti senza l’affanno di arrivare alla fine del mese. E invece no, tu sei uno corna dure e le comparsate non ti possono bastare. Tu vuoi fare le olimpiadi, ok le paraolimpiadi, va bene lo stesso.
E ti metti a correre in bici, l’hand bike mi pare che si chiami, non usi le gambe che hai regalato al cielo, ma le braccia che improvvisamente sono diventate forti, fortissime, e quel trabiccolo vola, vola che sembra quasi una macchina da corsa, quelle che hai comunque nel cuore. Che poi, io mi chiedo, ma come cazzo si può ancora avere nel cuore una cosa che ti stava spedendo al Campo Santo? Vabbè, tu sei Alex Zanardi da Castel Maggiore… ogni tanto me lo scordo.
E corri, corri, corri… E vinci. Le vinci a Londra, quelle cazzo di Olimpiadi – ok, paraolimpiadi, è uguale – ma siccome sei Alex Zanardi da Castel Maggiore, non ti basta e continui ad allenarti come un pazzo. Anche se non sei più un ragazzino, hai 50 anni e una famiglia che ti vuole bene, potresti rilassarti ma figurati se lo farai mai. E l’altro giorno ti presenti a Rio, fai una rimontona che manco il Liverpool nella finale di Champions contro il Milan e vinci la medaglia d’oro un’altra volta. Che sarà, la seconda? La terza? Non lo so, penso solo che non sarà l’ultima. Perché tu sei Alex Zanardi da Castel Maggiore… senza chiacchiere.
Ai giornalisti dici due o tre cose che ancora mi vengono i brividi a sentirle. “Io vedo dei traguardi dove altri non vedono neppure dei percorsi” – è il tuo inno alla vita, a non mollare mai, a combattere fino alla fine. E vale più di migliaia di trattati sociologici e puttanate da social network. “Io penso che Nostro Signore abbia problemi ben più seri per occuparsi del mio destino, ma stavolta sono sicuro che mi ha spinto lui, altrimenti non ce l’avrei fatta…”. “Se ci impegnassimo di più a essere brave persone, questo paese andrebbe meglio. Molto meglio…”.
E mi viene in mente che due o tre anni fa, animato da sacro furore, scrissi persino una mail a tre o quattro parlamentari amici (oddio, amici… diciamo conoscenti) per suggerire loro di battersi e convincere così il presidente della Repubblica a nominare Zanardi senatore a vita. Qualcuno mi disse che era una cazzata e infatti aspetto ancora una risposta dai parlamentari amici (oddio amici… diciamo conoscenti). Secondo me, però, non è una cazzata, perché se penso che in quei palazzi c’è gente che confonde il Cile col Venezuela, che blatera di scie chimiche, che si dice di sinistra e poi asfalta i diritti dei lavoratori andando a cena con i padroni, o che di giorno incontra la Merkel e la sera si spartisce le aspiranti starlette perché “la patonza deve girare”, e insomma… se in quei palazzi c’è gente del genere, perché non potrebbe starci anche uno che ogni giorno ci insegna cos’è la vita soltanto con il sorriso?
Forse, potrebbe essere la risposta, perché con quelli, effettivamente, ha ben poco da spartire. E comunque sia… in bocca al lupo Alex, ché di Olimpiadi – ok, paraolimpiadi ma è lo stesso – ne hai davanti ancora tante.
(https://abbraccioblog.wordpress.com/2016/09/16/la-lezione-di-alex-zanardi/)

​Paralimpiadi, è ora di cambiare!

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di Antonio Giuseppe Malafarina 
Guardo la sfilata dei nostri atleti durante la cerimonia d’apertura delle Paralimpiadi e provo una sensazione di sconforto. Di smarrimento. Come se fossi invischiato di ragnatele dentro. Un senso di sgretolamento. Ci sono degli sportivi al centro, accomunati da un fattore diversificante, e attorno una maggioranza di altre persone accomunate dal non condividere quel fattore. Mi domando perché gli atleti comuni da una parte e noi dall’altra. Addirittura gli altri sfilati settimane prima, marcando una netta separazione. Siamo tutti diversi nella nostra comunanza di umanità e uguali nella nostra singolarità di persone. Le Olimpiadi dovrebbero essere Olimpiadi, punto e basta. Allora perché non le Nerolimpiadi, le Biondlimpiadi e, soprattutto, le Femminelimpiadi divise dalle Maschilimpiadi?

Alcuni sostengono che la separazione sia necessaria per questioni logistiche. Sembra che sia difficile, ossia costoso, accorpare le due manifestazioni, perché, a questo punto, di due manifestazioni distinte si tratta. Lo ha sancito anche la cerimonia di chiusura delle Olimpiadi che ha rimandato a quelle successive e non alla loro spontanea prosecuzione, cioè le Paralimpiadi. Io immagino che unire le due manifestazioni sia complesso e lo penso a partire proprio dalle esigenze degli atleti con disabilità.

Alloggiare e muoversi in un ambito sovrappopolato di atleti, come è un villaggio olimpico, per una persona con disabilità penso sia più complicato che non all’interno di un ambiente dedicato. Immagino il viavai di persone che si muovono in carrozzina fra quelle cieche e quelle senza deficit che non sia quello della distrazione. Guai in vista. E gli allenamenti affollati come un ipermercato al sabato.
Ma è questa una condizione sufficiente per separare atleti da atleti? È come dire che Olimpiadi maschili e femminili dovrebbero essere distinte perché servono spogliatoi e toilette differenziate. Servono? Si fanno. Si sono fatti. Bisogna creare soluzioni affinché si possa stare insieme, perché se gli atleti sono diversi l’atleta è uno.
Io sostengo che sportivi disabili e non dovrebbero correre nelle stesse categorie, là dove è possibile. Altrimenti dovrebbero correre contemporaneamente. Vuoi mettere i 100 metri per la disabilità corsi nelle stesse giornate in cui corre Bolt con quelli corsi un mese dopo? L’impatto mediatico è differente e la diseguaglianza grava tutta sugli atleti disabili, cioè su tutte le persone con disabilità, che restano vittime dell’esempio. Passa il concetto, in parole povere, che gli atleti con disabilità siano una cosa a parte. Se gli atleti gareggiassero insieme, invece, sarebbe evidente a tutti che si tratta unicamente di sport. E là dove ci sono specialità dedicate agli uni piuttosto che agli altri l’importante è stare nella stessa cornice. Categorie diverse per un solo obiettivo: vincere l’Olimpiade.
Si dirà che le Paralimpiadi tanto bene hanno fatto nel migliorare la cultura della disabilità e che l’interesse mediatico è stato crescente, specialmente a partire dall’edizione di Londra. Vero. Sono d’accordo. Ma non basta. Non sono contro lo sport olimpico per le persone con disabilità, sono contro la selezione a priori. Contro la discriminazione progettuale. Contro regolamenti che potrebbero essere concepiti meglio.
Non escludo, ed anzi ritengo, che la divisione fra Olimpiadi e Paralimpiadi sia un compromesso politicamente corretto per invitare la maggior parte possibile dei Paesi a partecipare. Ovvero che sia un espediente per indurre l’adesione di quelle nazioni che non accetterebbero facilmente di mescolare i loro connazionali con disabilità a quelli privi. Ma dobbiamo fermarci al politicamente corretto?
In attesa di una nuova era olimpica io esigo una cerimonia unica che si chiami cerimonia d’apertura delle Olimpiadi ed una conclusiva che sia cerimonia conclusiva di tutto l’impianto. Via le Paralimpiadi. Se ci sono si deve capire che si tratta di un sottoinsieme alla pari. Anzi, invece che metterle in fondo io le metterei in apertura. Partono le Olimpiadi e dai con gli atleti con disabilità. Poi gli altri. E il medagliere? Perché diviso, suggerisce Luca Mattiucci, responsabile di Corriere sociale?

C’è il rischio che così facendo non si capisca che le persone con disabilità hanno esigenze particolari e che, in molte parti del mondo, sono ben lontane dall’eguaglianza sociale. Alle Olimpiadi però, proprio perché siamo lì per esprimere il meglio della competitività, bisogna trasmettere che quelle in vetrina sono tutte persone alla pari e non che ci sono lì alcuni poveretti a ricevere il loro contentino quadriennale.
Questo, ahimè, è il pensiero che ancora molti percepiscono, si vede da molti commenti sui post a riguardo. Ed è quello che ho percepito io guardando dignitosi atleti sfilare in quello che Martina Gerosa, disability e case manager, definisce un circolo dove ballano animali anziché bestie. Lei, persona con disabilità uditiva, aggiunge che rendere ciò che è diverso normalità è la sfida di cui preferisce occuparsi. Io sto con lei.

Viva lo sport. Viva gli atleti con disabilità e senza. Viva le Paralimpiadi come viva la Formula Uno: così com’è adesso finisce per piacere quasi solo agli appassionati. È ora di cambiare.

(Invisibili, corriere.it)

​Disabilità, ecco la guida sull’accessibilità dei luoghi turistici di Bruxelles

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Si chiama “Bruxelles per tutti”, è in tre lingue (inglese, francese e olandese) e contiene indicazioni utili per le persone a ridotta mobilità che soggiornano in città. Al suo interno si trovano censiti hotel, ristoranti, spazi commerciali, centri sportivi e luoghi di divertimento
Si chiama “Bruxelles per tutti” ed è una guida che contiene informazioni sull’accessibilità di alberghi, ristoranti, spazi commerciali, centri sportivi e luoghi di divertimento. La guida è stata realizzata dall’associazione Amt (Accèss et mobilité pur tous) Concept che da 10 anni promuove l’informazione sull’accessibilità e sui servizi per le persone a mobilità ridotta sia attraverso la guida (la prima è uscita nel 2003) che sul sito www.bruxellespourtous.be. Scaricabile dal sito di Amt in 3 versioni (inglese, francese e olandese), la guida ha come obiettivo quello di facilitare il soggiorno a Bruxelles per i viaggiatori con disabilità. “Anche se negli ultimi anni sono stati apportati miglioramenti significativi a Bruxelles, l’accessibilità dei luoghi turistici è ancora lontana dall’essere raggiunta – dicono gli autori – in particolare per quel che riguarda i trasporti, gli edifici pubblici, i negozi, i ristoranti e i luoghi di divertimento”. La guida intende dare informazioni rigorose sullo stato dei luoghi come, ad esempio, la presenza di gradini, la larghezza delle porte o una fioriera mal posizionata che può impedire l’accesso alle persone con ridotta mobilità o ai loro accompagnatori. “Questa nuova edizione cartacea contiene informazioni semplici e concise sull’accessibilità e rimanda al sito Internet per eventuali approfondimenti”, precisa Miguel Gerez, direttore di Amt Concept.
In qualità di ministro per le Politiche per la disabilità di Bruxelles, ho il compito di favorire l’inclusione delle persone disabili nella società – scrive Céline Fremault, che ha la delega anche alla Casa e all’Ambiente, nella prefazione alla guida – La Carta “Handistreaming” (che vuole favorire l’inclusione in tutti gli ambiti pubblici) realizzata a dicembre 2015 ha proprio questo obiettivo ed è un segnale forte del mio impegno. Spero che la guida ‘Bruxelles pour tous’ in versione aggiornata e completata con i miglioramenti fatti negli anni per rendere la città più inclusiva permetta alle persone a ridotta mobilità di godere appieno di tutte le attività organizzate a Bruxelles”.

(Redattore Sociale)

​Disabilità e danza, l’innovazione parte da Rovereto

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La danza che include i corpi “diversi” considerandoli non come limitazioni, ma come opportunità per scoprire nuove e altre estetiche. Moving beyond inclusion questo il titolo della tre giorni in programma fino a domani a Rovereto (Trento) che rappresenta la prima tappa di un percorso biennale di confronto, formazione e produzione artistica sulla danza inclusiva. Il progetto, cofinanziato dall’Unione Europea, vede il festival di danza Oriente Occidente come referente dell’iniziativa per l’Italia progettata insieme ad altri cinque partner: la Candoco Dance Company (Regno Unito), la Producentbyran Goteborg Danskompaniet Spinn (Svezia), il Croatian Institut for Movement and Dance (Croazia), il Tanzfähig Berlin (Germania) e il BewegGrund (Svizzera).L’iniziativa si pone a conclusione del festival di danza Oriente Occidente, che si chiude domani a Rovereto con il Bolero di Ravel rivisitato da Emio Greco per il Ballet National de Marseille, dopo aver ospitato il coreografo belga Jan Fabre, lo spagnolo Marcos Murau, l’israeliana Batsheva Dance Company e l’americano Kyle Abraham.

La novità di quest’anno, appunto, è il progetto che mira a sviluppare le capacità, le competenze e la partecipazione del pubblico nel settore professionale della danza inclusiva con artisti abili e disabili. L’obiettivo è quello di promuovere un percorso innovativo, dalla formazione professionale alla produzione di nuovi spettacoli da presentare al pubblico. «Attualmente le opportunità per gli artisti con disabilità di sviluppare le proprie capacità e la possibilità di lavorare con una molteplicità di artisti rimangono limitate e svincolate, in modo particolare in Italia, dove le diverse proposte sono difficilmente individuabili a causa della mancanza sia di un censimento delle realtà operanti sul territorio nazionale sia di un percorso istituzionalizzato» spiegano gli organizzatori del festival.
Al termine della serie di conferenze, momenti di formazione e spettacoli, Oriente Occidente lancerà domani la Carta di Rovereto, ovvero la proposta di un censimento degli artisti, delle compagnie e delle associazioni operanti in Italia su progetti di formazione e creazione artistica coreutica con persone disabili. Sempre domani, spettacolo di chiusura (ad entrata gratuita) all’Auditorium Menotti con lo spettacolo Trio di Aulon Marchal e la compagnia svedese Spinn

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​La convenzione Onu sulla disabilità? L’Italia non l’ha ancora digerita

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La Commissione dell’Onu ha appena stilato le sue osservazioni sulla situazione italiana. Per Giampiero Griffo serve più concretezza, perché l’impatto della Convenzione Onu in Italia, a dieci anni dalla sua approvazione, è ancora troppo limitato. «A Firenze trasformiamo il programma d’azione in piano d’azione. Programma significa indicazioni generali, un piano invece contiene impegni precisi», afferma.

Pochi giorni fa il Committee on the Rights of Persons with Disabilities (CRPD), il comitato dell’Onu che monitora Paese per Paese l’attuazione della Convenzione Onu sulle persone con disabilità, ha pubblicato le sue osservazioni rispetto al report presentato dall’Italia (qui e in allegato il testo). Giampiero Griffo è stato membro della delegazione italiana ai tempi dei lavori per la Convenzione sui diritti delle persone con disabilità (accompagnò il governo italiano alla firma a New York) ed è uno dei rappresentanti del Forum Italiano sulla Disabilità, che nei mesi scorsi ha presentato al Comitato Onu lo Shadow Report sull’attuazione della Convenzione in Italia. A lui abbiamo chiesto un commento.

Che valutazione ha dato all’Italia il comitato dell’Onu?
Intanto non è una pagella né una valutazione: quello fra il Comitato Onu e l’Italia – e ogni altro Paese che ha scelto di ratificare la Convenzione Onu sui Diritti delle persone con disabilità – è un dialogo costruttivo. Purtroppo il problema è che l’Italia non si è presentata con questo spirito, ma con un atteggiamento difensivo che il comitato ha colto… Infatti le raccomandazioni per l’Italia sono particolarmente impegnative, basta confrontare il report con quello di un qualsiasi altro paese grande, paragonabile all’Italia: solitamente il Comitato resta sui temi generali, con l’Italia invece è entrato molto nel dettaglio. La cosa fondamentale è che l’approccio “diritti umani” è volontario, gli impegni che derivano dalla ratifica di una Convenzioni sui diritti sono volontariamente assunti dal Paese che la firma, dialogo costruttivo significa questo, lavorare insieme per un obiettivo, non pensare che il Comitato sia lì per dire se siamo bravi o no. Peraltro nella delegazione italiana non c’era nemmeno un politico, è segno di una sottovalutazione del tema.

 Purtroppo il problema è che l’Italia non si è presentata con questo spirito, ma con un atteggiamento difensivo che il comitato ha colto… Infatti le raccomandazioni per l’Italia sono particolarmente impegnative, basta confrontare il report con quello di un qualsiasi altro paese grande, paragonabile all’Italia: solitamente il Comitato resta sui temi generali, con l’Italia invece è entrato molto nel dettaglio.

Giampiero Griffo

Quali sono le azioni indicate dal Comitato quindi?

È difficile sintetizzare, sono almeno una quarantina! Ci sono due ordini di raccomandazioni, alcune addirittura da realizzare nel giro di dodici mesi: riguardano l’introduzione di una definizione di accomodamento ragionevole (significa che quando c’è una discriminazione dei diritti umani legata alla disabilità va immediatamente messo in atto una soluzione pratica per superarla, ndr) e l’avvio immediato di un meccanismo di monitoraggio indipendente per la raccolta di dati in particolare sui minori con disabilità fra gli 0 e i 5 anni. Si parla poi anche di un rapporto immediato sulla situazione delle istituzioni segreganti. Tutto il resto è un insieme di indicazioni che vanno nella direzione di dare risposte sui temi più disparati, dall’ accessibilità ai Lea e ai Liveas. Un elemento essenziale è la disparità di condizione tra territori, che deriva da una definizione di disabilità non uniforme e purtroppo non ancora derivante dalla Convenzione. La sostanza è questa: l’implementazione della Convenzione richiede politiche, che non ci sono. In questo periodo il Governo ha reso pubblico un programma d’azione per il prossimo biennio, ma non lo ha finanziato: le riforme non si fanno con i fichi secchi. E poi qual è peso che ha la popolazione con disabilità ha nelle politiche generali italiane? L’Istat 2013 dice che se usiamo gli standard internazionali il 25% della popolazione italiana convive con una qualche disabilità, anche lieve: la disabilità non è un piccolo target e soprattutto nel corso della vita riguarderà tutti – il bambino, l’anziano, chi ha un incidente – queste sono politiche generali, non settoriali o di nicchia… Nelle osservazioni del Comitato è sottolineato con forza come questo mainstreaming sistematico ancora in Italia non c’è, tutto si riduce a politiche sociali e sanitarie. Ad esempio si fa più volte riferimento ai Sustainable Development Goals, è un’altra delle coerenze politiche, siamo nell’ambito mainstreaming, è un altro approccio.

Nelle osservazioni del Comitato è sottolineato con forza come questo mainstreaming sistematico ancora in Italia non c’è, tutto si riduce ancora solo a politiche sociali e sanitarie.

Tutto questo come ricadrà nel programma d’azione che verrà discusso a Firenze la settimana prossima?

L’opinione del movimento delle persone con disabilità è che il nostro programma d’azione debba essere rivisto alla luce di queste osservazioni. L’Italia dovrà inviare il prossimo report entro l’11 maggio 2023, accorpando tre relazioni intermedie, però questi temi devono essere immediatamente inseriti e affrontati. La nostra richiesta peraltro è che si passi da un Programma a un Piano d’azione, perché programma significa indicazioni generali, un piano invece contiene impegni e si presuppone finanziamenti. Ad esempio il precedente programma d’azione aveva al suo interno un piano del MAE sulla cooperazione internazionale, è una linea che ha avuto molta concretezza, più di tante altre linee.

Quanto del primo programma d’azione è stato realizzato?
Siamo ancora ai temi generali. Si doveva fare una definizione nuova di disabilità, non è stata fatta. Sulla vita indipendente si è fatta una sperimentazione, è uno dei pochi punti su cui c’è stato un investimento, ma ancora non è stato definito cosa della speriemntazione diventa ordinario: questo però è fondamentale, l’indipendenza è il punto di partenza, implica un riformulare le politiche, che spesso non sono indirizzate alla vita indipendente ma alla protezione, all’assistenza a volte al parcheggio delle persone con disabilità. Sulla scuola si è parlato molto ma ad oggi è stato fatto troppo poco. Su lavoro anche, la disoccupazione fra persone con disabilità supera l’80 %, in questi anni abbiamo perso tantissimi posti di lavoro, la legge 68 se applicata potrebbe dare risposte al 6-7% degli attuali disabili disoccupati, ma non è applicata: non c’è coerenza, non c’è sostegno, non c’è monitoraggio degli inadempienti. Noi siamo un movimento propositivo: andiamo a Firenze chiedendo queste cose, che dalla discussione generale si entri nel merito, che il Governo prenda alcuni impegni che producano un miglioramento delle condizioni delle persone con disabilità.

La Convenzione Onu in Italia non è stata ancora digerita: né dal Governo, né dagli enti locali, né – me lo lasci dire – dal movimento stesso delle persone con disabilità.
Giampiero Griffo

Dieci anni dopo l’approvazione della Convenzione cosa è cambiato in Italia sulla disabilità?

La Convenzione Onu in Italia non è stata ancora digerita: né dal Governo, né dagli enti locali, né – me lo lasci dire – dal movimento stesso delle persone con disabilità. È il meccanismo, la logica, che è tutta diversa, si devono dare a tutti le stesse opportunità, invece siamo rimasti ancora nella logica delle risorse. Noi scegliemmo l’approccio dei diritti umani proprio perché i diritti umani sono immediatamente esigibili, gli altri sono condizionati alla disponibilità di risorse. Ecco, diciamo che l’impatto non è stato quello che ci auspicavamo.

(Vita)