GIU’ LE MANI DAL GLHO – GIU’ LE MANI DAL PEI – LA PETIZIONE

Standard

SE VUOI FERMARE QUESTO ATTO DI GRAVE ILLEGITTIMITA’, SE VUOI TUTELARE GLI ALUNNI CON DISABILITA’, FIRMA LA PETIZIONE

Siamo dei genitori con figli con disabilità che frequentano la scuola appartenenti a più Regioni d’Italia, abbiamo appreso che il Governo ha intenzione di volere portare a termine il pessimo lavoro di smantellamento dei diritti degli alunni con disabilità che il precedente governo aveva attuato con l’approvazione del DLGS 66 del 2017 (denominato beffardamente decreto
per la promozione dell’inclusione scolastica!).
• Questo governo intende approvare una riforma che toglie del tutto il potere attribuito
per legge al GLHO, (Gruppo di lavoro Operativo per l’alunno con disabilità), nell’ambito della redazione del PEI di indicare le ore di sostegno necessarie per l’alunno/a con disabilità di qualunque tipo;
• Il GLHO come tutti sanno è quel gruppo pluridisciplinare composto da: docenti di
sostegno, docenti non di sostegno, operatori sanitari e con la partecipazione della famiglia che ha il delicato compito attribuitogli dalla legge 104 del 1992 e dal DPR di attuazione 1994 di redigere congiuntamente ogni anno scolastico il PEI (Piano educativo individualizzato) in favore dell’alunno con disabilità;
• Come è noto il potere e l’obbligo al GLHO di INDICARE LE ORE DI SOSTEGNO NEL PEI è stato attribuito per legge, dal comma 5 dell’art. 10 Dl. 2010 n. 78, conv. in legge
2010 n. 122, secondo questa norma, introdotta dopo la famosa sentenza della Corte Costituzionale n. 80 del 2010, per garantire nella sua effettività il diritto allo studio e all’istruzione dell’alunno con disabilità, solo il GLHO, che conosce la storia e la vita dell’alunno/a può avere il potere di indicare le ORE ritenute necessarie per garantire il diritto allo studio e all’istruzione.
IL NUOVO GOVERNO, PURTROPPO, IN CONTINUITA’ CON IL PRECEDENTE, VUOLE ABROGARE QUESTA NORMA DI FATTO NEUTRALIZZANDO, ANZI AZZERANDO, I POTERI DEL GLHO IN ORDINE ALL’INDICAZIONE DELLE ORE DI
SOSTEGNO!
ECCO COME VUOLE FARLO
Nel testo del Dlgs 66 del 2017 (Decreto per la promozione dell’Inclusione degli alunni con disabilità) l’art. 18 comma 1 lettera a) prevede l’abrogazione del terzo e del quinto periodo del comma 5 dell’art. 10 Dl. 2010 n. 78, conv. in legge 2010 n. 122, cioè in parole semplici della norma di legge che attribuisce oggi i poteri al GLHO di indicare le ore di sostegno nel PEI (di fatto neutralizzando i compiti del GLHO, il quale non avrebbe più il potere di indicare le ore necessarie per l’alunno/a con disabilità).
Quindi il GLHO per la sua composizione pluridisciplinare e la partecipazione della
famiglia, l’unico che conosce la storia, la vita, le capacità, le potenzialità dell’alunno/a
con disabilità, non avrebbe più nessuno potere di personalizzare il PEI con riferimento alle ore di sostegno!
Nessun altro organo però può sostituire il gruppo GLHO!
Noterai che l’art. 7 del DLGS 2017 n. 66, “Piano Educativo Individualizzato” non prevede il potere del GLHO di indicare le ore, perché una volta abrogata per legge la norma che oggi attribuisce questo potere al GLHO, quest’ organo finirà per occuparsi di altro!
Non avrà più il potere di indicare le ore di sostegno necessarie per l’alunno/a con disabilità!

TUTTO CIO’ PERO’ E’ GRAVISSIMO PERCHE’ E’ ILLEGITTIMO, LEDE IL DIRITTO FONDAMENTALE DEGLI ALUNNI CON DISABILITA’ ALLO STUDIO
E ALL’ISTRUZIONE – LE FAMIGLIE PERDEREBBERO UN PUNTO DI
RIFERIMENTO FONDAMENTALE PER LA VITA DEI LORO FIGLI DOVE
POTERSI CONFRONTARE NELL’ AMBITO DELLA REDAZIONE DEL PEI PER
L’INDICAZIONE DELLE ORE DI SOSTEGNO AI LORO FIGLI.
QUALORA CIO’ DOVESSE AVVENIRE PORTEREBBE AD UNA LESIONE
IRRIMEDIABILE DEI DIRITTI DEGLI ALUNNI CON DISABILITA’ E UN TAGLIO PROBABILMENTE MOLTO RILEVANTE DI DOCENTI DI SOSTEGNO.
PERCHE TALE TENTATIVO E’ ILLEGITTIMO.

Perché ciò determina un abuso palese sia dell’oggetto della delega, sia dei principi e
criteri direttivi contenuti nella legge 107/2015 legge sulla buona scuola), che non (ha mai previsto un ipotesi di tale genere, né può ritenersi che il potere del governo possa estendersi fino al punto di ledere irrimediabilmente i diritti costituzionali degli alunni con disabilità.
Nessuno dei criteri o dei principi direttivi, per non parlare dell’oggetto della delega, contenuti nella lettera c) del comma 181 L. 107 del 2015, fa riferimento alcuno alla possibilità per il legislatore delegante di intervenire normativamente sulla possibilità “ di neutralizzare il potere del GLHO nell’ambito della redazione del PEI, un potere giuridico sostanziale attribuitogli per legge, quale è quello di indicare le ore necessarie ed effettive di sostegno che ogni singolo alunno/a ha diritto a usufruire seconda la necessaria personalizzazione
caso per caso, che solo questo specifico organo che conosce la storia e la vita
dell’alunno/a è in grado di realizzare in collaborazione con la famiglia.
Tale operazione è manifestamente illegittima, non è possibile operarla, qualunque siano le ragioni che impongono la soppressione dei poteri del GLHO nell’ambito della redazione del PEI, con specifico riferimento all’ indicazione delle ore di sostegno necessarie, quand’anche
fossero, come temiamo, ragioni di carattere finanziario, si andrebbero a scontrare con i limiti invalicabili che i diritti fondamentali impongono al legislatore, come ha più volte ha ribadito la Corte Costituzionale affermando che: “ i diritti sociali sono diritti fondamentali;
l’art. 38 è norma vincolante per il legislatore; un diritto fondamentale costituisce un
limite invalicabile alla discrezionalità del legislatore che è tenuto a renderlo effettivo,
affinchè la sua affermazione non si traduca una mera previsione programmatica, ma
venga riempita di contenuto concreto e reale (Cost. n. 80/2010 e 2016/275).
Gli alunni con disabilità e le famiglie sarebbero privati i primi di un loro diritto certo e soggettivo, le famiglie di uno strumento di tutela qualora il diritto dei loro figli venisse negato!
Si determinerebbe con molta probabilità un taglio notevolissimo di posti sul sostegno per i docenti specializzati, malgrado i dati dello stesso MIUR riportano una carenza di cattedre sul sostegno impressionante dovuta anche all’aumento ogni anno degli alunni con disabilità;
Dai dati MIUR emerge infatti che nell’ultimo anno 2016/2017, circa 51.949 docenti di fatto, (su cui si avvicendano ogni anno docenti precari specializzati, docenti di ruolo in assegnazione provvisoria e docenti non specializzati), hanno coperto cattedre sul sostegno:
Dunque le cattedre ci sono, i posti sul sostegno sono in abbondanza, gli alunni con disabilità crescono ogni anno, eppure il governo anziché stabilizzare tutti i docenti precari specializzati e di ruolo specializzati su tutti i posti disponibili sul sostegno e garantire in questo modo una vera ed effettiva continuità didattica, mira a togliere i poteri al GLHO, non vuole che sia
quest’ organo a dare le ore di sostegno agli alunni con disabilità, vuole che sia un organo
amministrativo ( il GIT?), ( la commissione prevalentemente sanitaria che dovrà redigere il profilo di funzionamento?) a indicare le ore di sostegno, (cioè un organo periferico del MIUR il primo e a prevalenza sanitaria il secondo!), che non conoscono nessuno degli alunni con disabilità e dovrà stabilire le ore che saranno necessarie tenendo conto delle esigenze di risparmio delle risorse.

PER TUTTO CIO’ CHIEDIAMO
Al Sig. Ministro dell’ Istruzione, della Ricerca e dell’ Università, Prof. Bussetti, che noi non
ci stiamo, non commetta l’errore di portare avanti la neutralizzazione dei poteri del GLHO con riferimento all’ indicazione delle ore di sostegno necessarie per gli alunni con disabilità, lei sa bene come noi, essendo stato un docente di sostegno, che non esiste nessun altro organo che può sostituirsi al GLHO in questo compito delicatissimo per la vita degli alunni e per la garanzia del loro diritto allo studio, all’ istruzione e all’inclusione scolastica.
Pertanto le chiediamo di sopprimere l’art. 18 del Dlgs 66 del 2017, nella parte in cui mira ad abrogare la norma di legge che oggi attribuisce al GLHO il potere di indicare le ore di sostegno, riconoscendogli i medesimi poteri che oggi questo organo ha per legge e
riconsegnando alle famiglie i diritti per i loro figli.

SE VUOI FERMARE QUESTO ATTO DI GRAVE ILLEGITTIMITA’, SE VUOI TUTELARE GLI ALUNNI CON DISABILITA’, FIRMA LA PETIZIONE
Facciamo sentire alta la nostra voce urlando:
GIU’ LE MANI DAL GLHO – GIU’ LE MANI DAL PEI

Annunci

Musei accessibili ai disabili, la tecnologia può tanto (ma non viene usata)

Standard

Se l’innovazione non è diffusa non serve a creare inclusione, specie in relazione alla disabilità, una condizione che può riguardare tutti noi in determinati momenti della vita. Ecco perché la tecnologia per i musei e per tutti gli istanti della vita può e deve essere inclusiva pur senza essere costosa o individualizzata

Una domanda aperta, non senza risposta, che nasconde una seconda domanda: cosa parliamo quando parliamo di esperienza museale per una persona con disabilità? Come possiamo rendere inclusiva la risposta?

Innovazione, condivisione, inclusione

Abbiamo imparato che per ogni innovazione tecnologica introdotta dobbiamo fare passare del tempo per poter vedere a cosa realmente può essere utilizzata affinché sia realmente utile. Una innovazione è efficace se diventa condivisa e quindi se diventa una cifra comune nella relazione tra le persone e la società nel suo insieme, specie se lavora sui principi dell’inclusione.
Tutte le tecnologie che usiamo e che hanno cambiato la nostra vita hanno passato una prima fase nella quale con grande riluttanza sono state male accettate; in un secondo tempo, gradualmente, sono state accolte non senza timori. Infine l’accettazione: da innovazione a pratica quotidiana.
Il tempo che ciascuno di noi ha per adattarsi all’innovazione è legato alla nostra capacità di trovare un nuovo equilibrio all’interno dei micro sconvolgimenti che comunque e sempre provocano alla nostra esperienza del mondo: le nostre abitudini e le nostre rappresentazioni della realtà devono essere riviste all’interno di nuove mappature mentali. L’innovazione cambia radicalmente la nostra esperienza quotidiana in relazione al nostro modo di percepire il mondo.

Dobbiamo lavorare sul ricollocare il nostro punto di vista all’interno della novità che l’innovazione porta, in altre parola rielaborare la nostra idea di esperienza.
In taluni casi l’innovazione non porta a cambiamenti ma a veri e propri apertura di orizzonte di movimento e di conoscenza. Questo è sicuro il modo migliore per comprendere l’importanza delle tecnologie nella nostra vita quotidiana.

L’innovazione nei musei

Ci sono luoghi speciali dove non solo si cambia l’esperienza ma si apre a nuove fasce di pubblico: i musei.
Da almeno trent’anni i non vedenti utilizzano libri in formato elettronico e hanno a disposizione strumenti per la trasmissione e la conservazione della conoscenza. Da meno tempo utilizzano tecnologie portatili che gli permettono di porre domande all’interno della rete in qualsiasi luogo, in qualsiasi momento. Possono ottenere risposte grazie a ricerche personali, grazie alla sperimentazione dei nuovi codici linguistici che li porta a raccogliere i dati per ampliare la propria esperienza del mondo.

È necessario quindi passare dalla sperimentazione, dai proclami, che terminano dopo la prima sperimentazione ad una vera pratica inclusiva.

Perché l’innovazione senza continuità non è inclusiva

Se l’innovazione non è diffusa, non lavora su un’idea di catena, di continuità, non serve a creare inclusione. Se viene a mancare un passaggio tutto ciò che si è creato prima e dopo non serve.
Specie in relazione alla disabilità: questa non è legata necessariamente a una menomazione bensì è il risultato negativo e stigmatizzante che si verifica tra una persona (con le sue condizioni di salute e le sue funzionalità) e il contesto (sfavorevole) in cui si trova a operare e compiere attività.
Occorre quindi un cambiamento percettivo. Nessuno è salvo: non è una condizione che appartiene a un numero ristretto, definito e circoscritto di persone in quanto è una caratteristica che riguarda potenzialmente tutti gli esseri umani in determinati momenti della vita.
Di tutto questo può farsi carico la tecnologia sia per i musei che per tutti gli istanti della vita, nel rispetto di “un approccio progettuale mirato alla creazione di soluzioni inclusive, utilizzabili dal maggior numero possibile di persone, senza dover ricorrere ad adeguamenti o soluzioni speciali, riducendo o azzerando i costi aggiuntivi connessi a soluzioni individualizzate”.
Questo approccio antidiscriminatorio ha come riferimento ideale tutti gli utenti di un dato ambiente, senza distinzione di età, abilità, genere, ecc (Convenzione ONU su Diritti delle persone con Disabilità UN, 2006 – ratificata nel 2011 come legge dello stato Italiano).

(agendadigitale.eu)

DIGITALIFE, UNA OCCASIONE PERSA

Standard

Cari lettori,

vi propongo il video che lo scorso settembre (2017, una vita fa praticamente) avevo preparato in vista della realizzazione del film ancora in preparazione DigitaLife – Il Film! Ne avevo parlato anche sui miei canali social Facebook e Instagram linkando anche al video trailer. Proprio perché ve ne avevo annunciato la partecipazione credo sia giusto dirvi perché non ne farà più parte. Partecipazione la mia che vedeva la produzione ben contenta di raccontare la mia storia in relazione ad “internet” e col mondo digital e concordata nelle modalità di riprese del video richiestemi. Oltre a questo video dal mio filmaker editato ho dato anche tutto il girato non montato. Pochi giorni fa purtroppo ho ricevuto una email dalla produzione che mi comunicava, senza tante spiegazioni, l’esclusione della mia storia dal film con la sola citazione nei titoli di coda. Sicuramente ci sarà un chiaro motivo per questa scelta ma per me comunque rimane una occasione persa per una bella storia di disabilità da raccontare! Effettivamente un po’ mi dispiace.
Attendo di vedere il film e farvi conoscere la mia opinione al riguardo.

Voglio ringraziare innanzitutto la mia crew che sempre mi supporta nella realizzazione dei video, Davide Vallone e Veronica Femminino con la partecipazione di Gabriele Milone. Ringrazio anche Luca Francescangeli per avermi segnalato qst opportunità.

ALUNNI CON DISABILITÀ: TUTTI I DATI

Standard

Reso noto da parte del Miur il Focus che fornisce con cadenza biennale una fotografia del grado d’inclusione degli alunni con disabilità nel sistema scolastico italiano. Il totale degli alunni con disabilità è cresciuto dell’8,3%, rispetto all’a.s. 2014/15.

I dati raccolti dalle Rilevazioni sulle scuole – Dati generali per l’a.s. 2016/2017 mostrano come tale incremento appare decisamente ragguardevole in particolare a fronte della diminuzione dell’1,6% del totale degli alunni frequentanti le scuole italiane, registrata tra i due anni.

Gli alunni con disabilità che frequentano le scuole italiane di ogni ordine e grado sono 254.366, il 2,9% del totale della popolazione studentesca. In totale, nell’anno scolastico 2016/2017 il 43,3% delle classi aveva almeno un alunno disabile.

È la scuola primaria a registrare, in termini assoluti, la presenza più elevata di alunni con disabilità, 90.845. Mentre è la scuola secondaria di I grado ad avere la più alta incidenza di disabili sul totale della sua popolazione studentesca, pari al 4%.

Il 93% degli alunni con disabilità frequenta le scuole statali che hanno una media di presenze, rispetto al totale della propria popolazione studentesca del 3,1% contro l’1,6% delle non statali.

Gli alunni con disabilità nel Centro Italia sono il 3,1% (51.259), al Nord-Est sono il 2,6% (42.353), nel Nord-Ovest sono il 3% (66.804), al Sud sono il 2,9% (93.950). La punta massima si registra in Abruzzo con una percentuale media del 3,6% e la minima in Basilicata con il 2,2%.

Nel 96,1% dei casi la disabilità è di tipo psicofisico. Nella scuola di II grado il 23,6% delle studentesse e degli studenti con disabilità frequenta un liceo, il 26,6% un istituto tecnico e il 50% un istituto professionale.

Dall’a.s. 2009/10 si è registrato un miglioramento del rapporto numerico tra alunne/alunni disabili e posti di sostegno, passando da 2,09 alunni a 1,80. La percentuale del contingente dei docenti di sostegno sul totale del corpo docente è passata dall’8,6% del 2001/2002 al 16,3% del 2016/2017.

(notiziedellascuola.it)

Sostenibilità fa rima con disabilità

Standard

La grande e ancor troppo misconosciuta nuova prospettiva dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite è quella, sostanzialmente, del buon senso: c’è la spinta, attraverso i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile (noti come sustainable development goals, o SDGs) approvati dall’Assemblea delle Nazioni Unite nel settembre del 2015, verso la costruzione di un nuovo orizzonte globale di pace e diritti umani, sconfiggendo, una volte per tutte, la povertà assoluta. L’Italia non è restata a guardare e, grazie ad una direttiva dello scorso marzo, ha istituito una Commissione Nazionale per lo Sviluppo Sostenibile, guidata dal Presidente del Consiglio, che ha il compito di attuare l’Agenda ONU e la Strategia Nazionale Italiana per lo sviluppo sostenibile. Perché l’Italia possa partecipare efficacemente al processo che, a differenza dei precedenti Obiettivi del Millennio (2000-2015), interessa stavolta tutti i paesi del pianeta e non solo quelli in via di sviluppo, è evidente che sarà necessario un enorme sforzo di coordinamento interno e di orientamento delle politiche nazionali in armonia con i principi espressi negli obiettivi dell’ONU. C’è, tuttavia, un secondo aspetto che rende peculiare la sfida dell’Agenda e che deve informare l’azione dei governi, in particolare quello Italiano. Una delle grandi novità dei SDGs è che per la prima volta la dimensione della disabilità viene espressamente fatta propria dalla strategia ONU in materia di sviluppo sostenibile: si passa, in altre parole, all’esplicito riconoscimento che l’obiettivo di una società sostenibile – perché inclusiva – non può essere raggiunto se non si prende in considerazione il ruolo delle persone con disabilità che, secondo il rapporto mondiale dell’OMS sulla disabilità del 2011, sono circa un miliardo. È un elemento di valore aggiunto che parte dalla constatazione che povertà e disabilità sono fenomeni che si rafforzano mutualmente e che la frequente condizione di multidiscriminazione cui sono soggette le persone con disabilità nel mondo (la dimensione disabilità interseca quella del genere, dell’occupazione, degli ostacoli ad una effettiva partecipazione alla vita sociale e politica, solo per fare qualche esempio) può impedire il successo dell’ambizioso programma delle Nazioni Unite. La “dimenticanza” della disabilità da parte dell’ONU nelle precedenti azioni globali a favore dello sviluppo sostenibile era, di fatto, stata già sanata grazie all’adozione della Convenzione sui diritti delle persone con disabilità (UNCRPD, 2006), che l’Italia ha ratificato nel 2009. La Convenzione, infatti, sancisce in modo inequivocabile il diritto per le persone con disabilità ad una effettiva inclusione nella società e al pieno godimento dei propri diritti umani, al pari di tutti gli altri cittadini. Tuttavia, i SDGs includono espressamente, in almeno 5 di essi (istruzione, occupazione, lotta contro la discriminazione, trasporti e spazi urbani, adeguata collazione di dati statistici), la disabilità come fattore di successo per il percorso verso uno sviluppo sostenibile. Si riprende, insomma, il concetto espresso qualche anno fa da Zygmunt Bauman, secondo cui la robustezza di una società, al pari di quella di un ponte, si misura dalla forza dell’anello più debole (meglio, fragile) delle catene che lo sorreggono: la sfida, comune ai SDGs e alla Convenzione del 2006, è quella di rendere le donne e gli uomini con disabilità attori a tutto tondo (sociali, politici, economici) delle comunità. È una sfida che interessa anche l’Italia: non solo per i passi avanti che, al pari di tutti i Paesi sviluppati, deve compiere sulla promozione dei diritti delle persone con disabilità, ma anche perché il Comitato di Ginevra che monitora l’attuazione della Convenzione all’interno dei diversi paesi, nel formulare nel 2016 una serie di raccomandazioni sulla implementazione della Convenzione in Italia, ha espressamente legato le due dimensioni delle disabilità e dello sviluppo sostenibile ai fini dell’assolvimento degli obblighi per il nostro Paese. Ciò significa che l’Italia, nell’attuazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile in materia di promozione dei diritti delle donne, della lotta alla discriminazione o per l’accesso a sistemi di trasporto accessibili e sicuri (per citarne alcuni) dovrà tenere in considerazione i corrispondenti articoli della Convenzione ONU dei diritti delle persone con disabilità. Disabilità e sostenibilità, insomma, non solo non si escludono, ma devono interrelarsi per il successo delle rispettivi strategie, che sono interdipendenti. Buon senso, insomma, che abbisogna, tuttavia, di visione politica e operatività delle strutture se vogliamo che la nostra sia davvero una società inclusiva e sostenibile, per il 2030 e oltre.

(formiche.net)

Disabili, in Italia la solidarietà sostituisce i servizi. Non possiamo accettarlo

Standard

di Fabiana Gianni

Ultimamente leggo molte notizie che rendono note le qualità solidali della nostra società. Effettivamente l’Italia pullula di gruppi più o meno organizzati che a vario titolo dedicano il loro tempo, le loro competenze e le loro risorse alle necessità del prossimo. Indubbiamente è un valore importante. Certamente motivo di orgoglio.

La solidarietà sostituisce la carenza dei servizi. Questo è il dato di fatto. La mia domanda è un’altra: è accettabile? E quanto questo principio di solidarietà così pregnante penalizza l’inclusione e l’integrazione? È possibile che nel 2018 si debba ancora ricorrere al volontariato per poter fruire di servizi essenziali al perseguimento dei una vita dignitosa, decorosa, inclusiva e autonoma?

Esiste poi un aspetto economico che non si può ignorare: molte di queste realtà vivono di contributi pubblici che sono erogati sulla base di progetti presentati e ritenuti validi all’interno di prerequisiti che di volta in volta sono la cornice entro la quale disegnare un’idea di servizio o di assistenza. Mi sorge sempre più spesso un dubbio: se il singolo disabile avesse a disposizione più risorse economiche, assegnate in base a un progetto realmente ritagliato sulle sue esigenze, non sarebbe più inclusivo, più motivante? Sarebbe anche più realistico e più concreto che la persona scegliesse direttamente dove spendere queste risorse e a quale servizio rivolgersi, così da lasciare spazio a quel libero arbitrio dell’autodeterminazione che – per quanto assistito da amministratori o tutori – deve rimanere rispettoso della persona.

Continuare a finanziare centri ad hoc e servizi per la disabilità a mio avviso non fa altro che favorire il ghetto. Si continua a mettere insieme gente con problematiche differenti, età diverse, ambizioni, possibilità, sogni e situazioni totalmente diverse con l’unico requisito che torna a essere la disabilità. Non ci trovo nulla di inclusivo in tutto questo. Il pacchetto/prodotto servizio viene così stigmatizzato per un’altra ipocrisia di fondo: situazioni dove la persona disabile vive una condizione tanto grave da poter recare danno a sé stessa o agli altri. In questi casi è fuori tema e fuori indirizzo dirlo apertamente. Si procede verso il deteriore. Si toglie tutto a tutti purché siano disabili.

Gli anni passano, la mia consapevolezza cresce e mi appare all’orizzonte una condizione di aberrazione. Dopo tre anni di nido, altri tre di scuola materna e poi cinque di primaria e otto di secondaria – con le varie “ripetenze”, ancora triste strategia del percorso didattico che deve durare tanto a lungo perché rappresenta l’anticamera del nulla – ecco che si arriva alla maturità. Si lotta per ogni genere di causa: dal pasto, al pannolone; dal diario all’utilizzo del pc ; dalla gita mancata alla festa organizzata di nascosto; genitori che vengono cresciuti nel loro ruolo come fossero annientati e solo da assecondare. Genitori che assorbono così tante bugie sulla versione inclusiva offerta dalle parti che alla fine ci credono a tal punto da perdere l’obiettività. Coloro che la mantengono sono così delusi da rischiare di cadere nella versione fatalista e di resa.

Un mondo che fa finta di andare avanti mentre di fatto rema contro. Una società che sostiene idee e pratiche ma toglie la possibilità di fare una doccia fuori orario perché la cooperativa è chiusa. Progetti finanziati in luoghi inaccessibili o in orari improbabili. O strutture. Quelle non mancano mai, anche se hanno cambiato nome grazie alla farsa di una legge sul dopo di noi che aiuta i ricchi a fare quello che già facevano prima e danneggia i poveri coperti di altri improprie incombenze. Un pianeta assistenziale di 15 giorni di vacanza per far riposare genitori fantasmi che spesso non hanno più la forza neanche di verificare e di capire ma ambiscono solo a poter dormire otto ore di seguito. E la faccenda veramente triste è che nessuno parla. Siamo tutti in special edition, mamme alfa, beta e gamma, padri esemplari e fratelli e sorelle meravigliosi. Rivendico la mia totale imperfezione. Rivendico il diritto all’errore, alla rassegnazione, al fallimento, all’arrabbiatura, alla rabbia e poi anche alla gioia, alla pace e alla vita ricostruita con grande sacrificio nel rispetto del dono supremo che ella stessa rappresenta.

Dobbiamo avere il coraggio di dire la verità. Dobbiamo imparare a mostrarci nella realtà dei fatti perché finché la disabilità sarà costellata di geni cresciuti da Ufo, gli altri ci vedranno così e l’inclusione sarà solo un sogno in più, uno dei tanti. Partiamo dal raccontarci cosa faranno i ragazzi in tutta Italia che a giugno usciranno dalle scuole superiori. Partiamo da qui e poi andiamo a ritroso fino al nido e iniziamo a correggere il percorso perverso del buonismo ipocrita. L’inclusione parte da qui.

(ilfattoquotidiano.it)

Un nuovo studio dona la speranza per la perdita dell’udito

Standard

I ricercatori di USC e Harvard hanno sviluppato un nuovo approccio per riparare le cellule in profondità nell’orecchio: un potenziale rimedio che potrebbe ripristinare l’udito per milioni di persone anziane e di coloro che soffrono di perdita dell’udito.

Lo studio di laboratorio dimostra l’efficacia di un farmaco di azzerare i nervi e le cellule danneggiati all’interno dell’orecchio. È un potenziale rimedio per un problema che affligge due terzi delle persone oltre 70 anni e il 17% di tutti gli adulti, solo negli Stati Uniti.

Quello che c’è di nuovo è che abbiamo capito come somministrare un farmaco all’interno dell’orecchio in modo che non si disperda e faccia quello che dovrebbe fare”, ha detto Charles E. McKenna, un corrispondente autore per il professore di chimica e di studio all’USC Dornsife College of Letters, Arts and Sciences. “Dentro la parte interna dell’orecchio c’è del fluido che scorre costantemente che spazzerebbe via i farmaci disciolti, ma il nostro nuovo approccio affronta questo problema, questo è il primo per la perdita dell’udito e l’orecchio, ed è anche importante perché può essere adattabile ad altre patologie”.

Lo studio apre nuovi orizzonti perché i ricercatori hanno sviluppato un nuovo metodo di somministrazione del farmaco. In particolare, si rivolge alla coclea, una struttura a forma di chiocciola nell’orecchio interno, dove le cellule sensibili trasmettono il suono al cervello. La perdita dell’udito si verifica a causa dell’invecchiamento. Nel tempo, cellule sensoriali simili a peli e fasci di neuroni che trasmettono le loro vibrazioni si rompono, così come le sinapsi a nastro, che connettono le cellule.

La ricerca è stata condotta su tessuti animali in una capsula di Petri. Non è ancora stato testato su animali vivi o umani. Tuttavia, i ricercatori sono fiduciosi date le somiglianze delle cellule e dei meccanismi coinvolti. Secondo McKenna, poiché la tecnica funziona in laboratorio, i risultati forniscono “prove preliminari forti” che potrebbero funzionare nelle creature viventi. Stanno già pianificando la fase successiva che coinvolge animali e perdita dell’udito.

I ricercatori hanno progettato una molecola che combina il 7,8-di idrossiflavone, che imita una proteina fondamentale per lo sviluppo e la funzione del sistema nervoso, e il bisfosfonato, un tipo di farmaco che si attacca alle ossa. L’associazione dei due ha fornito la soluzione rivoluzionaria, hanno detto i ricercatori, mentre i neuroni rispondevano alla molecola, rigenerando le sinapsi nel tessuto dell’orecchio del topo che portavano alla riparazione delle cellule ciliate e dei neuroni, che sono essenziali per l’udito.

È una prova di principio per un nuovo approccio che è estremamente promettente, è un passo importante che offre molte speranze”. ha detto McKenna.

Si prevede che la perdita uditiva aumenterà con l’invecchiamento della popolazione. Ricerche precedenti hanno dimostrato che l’ipoacusia dovrebbe quasi raddoppiare in 40 anni. Danni all’orecchio interno possono portare a “perdita dell’udito nascosta”, ovvero la difficoltà nel sentire bisbigli e suoni dolci, specialmente in luoghi rumorosi. La nuova ricerca dà speranza a molti sperando di evitare la perdita dell’udito, migliorando la qualità della vita.

Il documento è stato pubblicato il 4 aprile sulla rivista Bioconiugate Chemistry.

(beppegrillo.it)