Concetto di Disabilità e Università come strumento per l’integrazione

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Il concetto di disabilità nasce nel 1980 con la Classificazione Internazionale delle Menomazioni, Disabilità e Svantaggi Esistenziali (ICIDH-International Classification of Impairments, Disabilities and Handicaps) divulgata dallOrganizzazione Mondiale della Sanità, che definendo e classificando le condizioni di menomazione, disabilità e handicap poneva la prima fondamentale distinzione tra la condizione di malattia, basata sulla sequenza etiologia-patologia, e la condizione di disabilità, intesa come limitazione o perdita (conseguente a menomazione) della capacità di compiere unattività nel modo o nellampiezza considerati normali per un essere umano. Dalla definizione di disabilità derivava direttamente il concetto di handicap, inteso quale condizione di svantaggio conseguente ad una menomazione o ad una disabilità che in un certo soggetto limita o impedisce l’adempimento del ruolo normale per tale soggetto in relazione alletà, sesso e fattori socio-culturali.

Tale classificazione, pur avendo il merito del passaggio da unottica puramente medica della condizione di malattia a un modello di tipo funzionale, utilizza termini con una valenza intrinsecamente negativa, quali disabilità e handicap, ed è eccessivamente incentrata sulla persona, piuttosto che sullinsieme di fattori individuali, ambientali e sociali che determinano lo stato funzionale di un individuo.

Pertanto, alla luce della consapevolezza e della maturità acquisita a livello internazionale relativamente al tema della disabilità, lOMS ha ritenuto di rivedere lICIDH, tenendo conto della Norme standard per la parità di opportunità per i disabili emanate dall’ONU nel 1991. La nuova classificazione, lICF (International Classification of Functioning, Disability and Health), non classifica le persone, ma descrive la situazione di ogni singola persona in termini di attività (esecuzione di compiti) e partecipazione (coinvolgimento in una situazione della vita) e di limitazioni allattività e restrizioni alla partecipazione. Inoltre la classificazione include tutti i possibili fattori personali, ambientali e di contesto che si ritiene possano influenzare il funzionamento e le disabilità delluomo. La classificazione delinea quindi un modello sociale in cui disabilità e funzionamento umano sono il risultato di una interazione complessa, bidirezionale e dinamica fra lo stato di salute e i fattori di contesto.

È quindi chiaro che la condizione di disabilità non riguarda più soltanto il singolo individuo, ma va applicata allintero ambiente in cui la persona vive e opera: correggendo i fattori di contesto che determinano una restrizione della partecipazione della persona non solo si avrà la piena integrazione del cittadino con disabilità nella società civile, ma si avrà una crescita e un arricchimento della società stessa, che potrà soltanto giovarsi delle potenzialità e capacità che la persona con disabilità è in grado di esprimere.

Questa visione implica un cambiamento culturale che deve coinvolgere tutti gli strati della società: va superata la concezione paternalistica della persona con disabilità come un soggetto debole, bisognoso di assistenza, e va invece promossa una cultura della diversità che sia ispirata ai principi della partecipazione, della integrazione e della solidarietà, in modo da consentire allindividuo di raggiungere la piena autonomia ed identità, di affermarsi come persona e come cittadino e di rappresentare una risorsa per la società.

Il primo obiettivo da raggiungere per ottenere una reale integrazione è quindi laccrescimento della consapevolezza della società riguardo alle persone con disabilità, di quali siano i loro diritti, i loro bisogni, il loro potenziale ed il loro contributo; ma in misura ancora maggiore va elevato il livello di consapevolezza delle persone con disabilità stesse riguardo i loro diritti e le loro capacità, in modo da accrescere la fiducia in se stessi e metterle in grado di usufruire delle opportunità a disposizione. È dunque necessario che le informazioni sui programmi ed i servizi a disposizione delle persone disabili e delle loro famiglie vengano fornite in maniera chiara, accessibile e aggiornata e che siano promosse e sostenute campagne dinformazione che diano una immagine positiva delle persone con disabilità e le considerino cittadini con gli stessi diritti e doveri degli altri.

Le persone con  disabilità  devono essere messe in grado di esercitare i loro diritti  specialmente nel campo dello studio e del lavoro e devono avere le stesse opportunità di svolgere un lavoro produttivo e remunerativo, adeguato alle competenze acquisite durante il proprio percorso formativo. Nessun progetto di integrazione sociale può prescindere dallintegrazione lavorativa della persona con disabilità: il lavoro infatti è il principale fattore di socializzazione e lo strumento fondamentale per la costruzione del diritto di cittadinanza e per lacquisizione dellidentità adulta.
È evidente che la persona con disabilità va sostenuta durante tutto il suo percorso formativo, innanzitutto promuovendone l’autonomia: questo può essere ottenuto programmando interventi di assistenza di tipo socio-sanitario continuativa e personalizzata in base ai bisogni individuali e permettendo l’accesso ai servizi e alle prestazioni soprattutto nelle situazioni in cui ciò risulta più difficile, ossia nelle condizioni di gravi disabilità e nelle zone più periferiche.
L’integrazione lavorativa va poi perseguita con la messa a disposizione di aiuti costanti quali un training adeguato, il tutorato specializzato e l’orientamento lavorativo; anche qui va promossa una cultura della diversità che coinvolga le aziende pubbliche e private perché includano le problematiche connesse alla disabilità in tutti gli aspetti delle loro attività.

L’istituzione universitaria, nella sua veste di luogo di conoscenza, di formazione e di ricerca, riveste una importanza fondamentale nel processo di integrazione delle persone con disabilità.

L’Università deve innanzitutto formare operatori capaci di interagire con le persone con disabilità in chiave professionale, senza atteggiamenti emotivi o assistenziali; devono essere realizzati percorsi formativi e di perfezionamento che siano integrati e interdisciplinari, che consentano l’acquisizione della  capacità  di lavorare in equipe e di una qualità professionale rapportata allintegrazione. Infatti l’inadeguatezza professionale e la scarsa competenza sono i fattori maggiormente responsabili della mancata realizzazione delle condizioni di pari opportunità negli ambienti di vita, di studio e di lavoro. Le figure professionali addette alla disabilità devono possedere capacità di ascolto, di osservazione e di valutazione dei reali bisogni delle persone con disabilità in un dato contesto sociale e devono essere in grado di programmare forme di intervento personalizzate e integrate che tengano conto delle aspettative e delle motivazioni dei destinatari.

È poi necessario che l’Università faccia parte di una rete di servizi che coinvolga le istituzioni, gli enti locali, la scuola, le aziende sanitarie e le associazioni di persone con disabilità e di volontariato. I servizi universitari vanno programmati e coordinati con i servizi scolastici, sanitari, socio-assistenziali, culturali e ricreativi e con altre attività presenti sul territorio, al fine di progettare azioni di tipo educativo, riabilitativo e di socializzazione individualizzate ed integrate con attività extrauniversitarie.

I principi che devono ispirare  l’università in questo percorso sono quelli dellaccoglienza, dellinformazione, della promozione, dellorientamento e dellinserimento negli studi e nel lavoro nella prospettiva dell’integrazione e con lobiettivo di rendere lintero contesto sociale competente.

di Giovanni Cupidi

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