La vera rivoluzione? Il progresso tecnologico al servizio della disabilità

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Con l’avvento delle tecnologie digitali si è riusciti a raggiungere obiettivi che apparivano impossibili fino a pochi decenni fa

La storia dell’umanità è sempre stata segnata, nel bene e nel male, dal progresso tecnologico, che ci ha permesso di esprimere a pieno quello che ci differenzia dagli altri animali: la creatività e la ragione.
Dalla ruota in poi, con il passare degli anni il processo evolutivo tecnologico è diventato sempre più veloce e incessante; basti pensare a quello che siamo riusciti a creare nell’arco di un ventennio, e il merito è in buonissima parte di Internet e della connettività dei dispositivi a quella che, a tutti gli effetti, è una rete fatta di intelligenza condivisa.
Nell’articolo di oggi vogliamo parlare del rapporto tra tecnologia e disabilità, un tema spesso snobbato ma che merita attenzione. Quando pensiamo alle persone disabili tendiamo a concentrarci sulle patologie, sulle condizioni fisiche e psichiche, sullo stato di salute insomma. Non riusciamo a capire che quello di cui hanno bisogno non sono solo le cure mediche e il sostegno di personale adeguatamente preparato – sicuramente fondamentali – ma di tecnologie capaci di rendere meno complessi gesti e azioni che per tutti gli altri sono normalissimi, come mangiare, bere, leggere un libro, parlare con una persona.
Da quando la scienza medica si è aperta a nuovi scenari e ha iniziato a introdurre nelle terapie strumenti tecnologici più o meno sofisticati, molto è stato fatto in questo senso. Con l’avvento delle tecnologie digitali, poi, si è riusciti a raggiungere obiettivi che apparivano impossibili, pura fantascienza, fino a pochi decenni fa.

Nell’immaginario collettivo un esempio di persona disabile capace di andare oltre, molto oltre, i limiti che la sua condizione impongono, è Stephen Hawking, fisico britannico, uno degli scienziati più famosi al mondo, complici anche i Simpson, The Big Bang Theory, e il film biografico attualmente nelle sale, La teoria del tutto.
Hawking soffre di una malattia neuro-degenerativa, simile per certi versi alla Sclerosi laterale amiotrofica, che l’ha reso completamente paralizzato; la sua disabilità, però, non gli ha impedito di diventare un’icona della scienza mondiale, insegnando in prestigiose università e cambiando, con le sue scoperte, il modo in cui concepiamo l’universo.
A rendere tutto questo possibile, oltre alla sua mente geniale, è stato l’utilizzo di un sintetizzatore vocaledotato di un sensore a infrarossi collegato agli occhiali, che lo scienziato riesce a controllare tramite un muscolo della guancia. Attraverso il sensore, Hawking digita sulla tastiera il testo e una voce digitalizzata lo pronuncia per lui.
Lo scorso dicembre la società che produce il sintetizzatore utilizzato dallo scienziato, laSwiftKey, in collaborazione con Intel, ha rilasciato una nuova versione del sintetizzatore, basato sui cosiddetti software predittivi, capaci di prevedere quello che la persona connessa al dispositivo intende dire, riducendo di parecchio i tempi di reazione. Ora Hawking, le cui condizioni di salute sono peggiorate nel corso degli anni, dovrà scrivere solo il15-20% di una parola, dopodiché sarà il software a capire le intenzioni e suggerire alcune parole tra le quali scegliere.
Stephen Hawking è senza dubbio il personaggio più famoso a fare uso di un sintetizzatore vocale per superare il gap generato dalle sue condizioni di salute, ma non è certamente l’unico. In Italia, ad esempio, veniva utilizzato da Piergiorgio Welby, ex co-presidente dell’Associazione Luca Coscioni, che ha combattuto una lunga battaglia contro l’accanimento terapeutico e in favore dell’eutanasia.

Il ruolo delle app

Essere disabili non deve per forza significare l’esclusione totale da ogni genere di attività sociale, lavorativa o sportiva, anzi, dovrebbero essere incentivate, laddove possibile, sfruttando al massimo quello che la tecnologia digitale ci mette a disposizione.
Funzioni all’apparenza banali come la dettatura vocale, i parametri W3C per l’accessibilità dei siti web, gli SMS, la videochiamata, il lettore di codici a barre per l’identificazione del prodotto nei supermercati, la possibilità di leggere e scrivere in Braille con i dispositivi mobile, l’utilizzo dei Qr per il riconoscimento degli oggetti, l’assistente vocale tipoSiri, fino alle app per smartphone e tablet di ultima generazione, è tutto finalizzato a migliorare la vita delle persone con handicap fisici, motori o psichici.

Era il 2012, più precisamente l’11 giugno, quando il compianto Steve Jobs presentava al mondo intero le novità della Apple al WWDC 2012; durante l’evento fu proiettato un video nel quale fa la sua apparizione un giovane sviluppatore italiano,Giovanni Luca Ciaffoni.

Apple al WWDC 2012

Nel video si parla di una sua app, sviluppata presso l’Istituto dei Ciechi di Bologna, che si chiamaAriadne GPS. Un navigatore per non vedenti e ipovedenti che ti consente di esplorare il luogo che stai visitando; grazie al voice over, infatti, si accede a una mappa parlante, che pronuncia i nomi delle strade semplicemente toccando lo schermo dello smartphone.

Per mostrare un’app realizzata da un piccolo e sconosciuto sviluppatore italiano ci sarà stato un motivo. Evidentemente, anche il visionario fondatore dalla Apple aveva capito che con un’applicazione gratuita, o acquistabile con pochi euro, si può offrire a un disabile uno strumento che, diversamente, costerebbe migliaia di euro.

Robotica e stampanti 3-D

Il settore della robotica ha fatto passi da gigante negli ultimi 40 anni, ritagliandosi un ruolo fondamentale nella progettazione e realizzazione di device destinati a disabili, in particolare a tetraplegici e persone affette da handicap motori agli arti superiori o inferiori. Anche un colosso come Google sta cercando di dare il suo contributo, grazie ai Google Glass, che possono diventare uno strumento molto utile per, ad esempio, i non udenti, oppure la Self driving Car, per chi ha disabilità motorie.

Altro esempio degno di nota è HAL, acronimo diHybrid assistive limb, un esoscheletro motorizzato sviluppato dall’Università giapponese di Tsukuba e dalla azienda Cyberdyne che consente a chi è affetto da disabilità motorie di camminare e muovere gli arti. Per ora è ancora un prototipo, che è possibile noleggiare dall’azienda produttrice giapponese, ma l’obiettivo è che quello di avere uno sviluppo e una diffusione capillare in tutto il mondo.

Negli ultimi anni si stanno facendo strada nell’ambiente medico anche le stampanti 3-D, utilizzate per progettare e realizzare tessuti, ossa, vasi sanguigni, addirittura organi artificiali, e protesi per mani, braccia, gambe e piedi. Il futuro della medicina passa anche attraverso queste nuove tecnologie, che potrebbero davvero cambiare il modo in cui vengono eseguiti interventi chirurgici.

La speranza è che in futuro si possa lavorare sempre di più alla realizzazione di prodotto e strumenti in grado di rendere più agevole la vita di chi vive un disagio reale, insormontabile se non fosse per letecnologie digitali.
(ninjamarketing.it)

di Giovanni Cupidi

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Uno smartphone in Braille per chi non vede

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Ideato da un designer indiano, per ora è un prototipo: sarà in commercio entro fine anno

Uno smartphone in Braille che permetterà a chi è cieco o ipovedente di “leggere” testi e immagini sul telefonino e fare chiamate in completa autonomia. Il nuovo cellulare, che per ora è un prototipo, dovrebbe essere in commercio entro fine anno. Gli ultimi test sono in corso al Prasad Eye Institute in India, dove risiede un quinto di tutti i ciechi nel mondo. L’invenzione, infatti, è di un designer indiano, Sumit Dagar, che tre anni fa ha deciso di progettare il “Braille Smartphone” perché il mercato della telefonia ignora gli utenti non vedenti. Ma come funziona? Grazie a un’innovativa tecnologia touch screen converte parole e immagini nel linguaggio che porta il nome dell’ inventore, il francese Braille, divenuto cieco all’età di tre anni in seguito a un incidente.
Lo smartphone trasforma le informazioni sullo schermo, proiettandole sulla superficie. Le immagini diventano tridimensionali e lo stesso accade per i testi, che assumono la forma di bassorilievi in Braille. Lo schermo è composto da una griglia di punti, come i pixel: si solleva in base al contenuto da visualizzare. Nella parte bassa del dispositivo ci sono i classici tasti: “chiama”, “accendi”, “cancella”, “seleziona” . Per comporre i numeri di telefono compare sullo schermo un tastierino numerico ed è disponibile una tastiera qwerty come quella dello smartphone tradizionale.
«Le modifiche fisiche di superfici di materiali piezoelettrici, mediante impulsi elettrici, sono utilizzate da circa vent’anni per far emergere i punti della scrittura braille da righe di speciali display che così riproducono ciò che è scritto sullo schermo del computer – spiega Giulio Nardone, presidente dell’Associazione disabili visivi. Nel caso dello smartphone, è lo stesso schermo che ha la capacità di creare sporgenze percepibili al tatto».

Si apre dunque un mondo nuovo per chi non vede? Nardone è cauto. «Oggi noi ciechi utilizziamo il cellulare servendoci del sintetizzatore vocale che legge tutto ciò che appare sullo schermo – dice -. Anche quando si cammina per strada, per esempio, è possibile parlare al telefono con l’auricolare o ascoltare i messaggi, lasciando l’apparecchio in tasca e reggendo una borsa con una mano e il bastone bianco nell’altra. Non riesco ancora a immaginare i vantaggi sotto il profilo pratico – osserva il presidente dell’Associazione disabili visivi -. Per esempio, un sms di 20 parole, che la voce legge in 5 secondi, occuperebbe almeno 3 schermate del display e ci costringerebbe a usare entrambe le mani, una per reggere l’apparecchio, l’altra per scorrere con i polpastrelli le righe Braille».