IL “COMITATO SIAMO HANDICAPPATI NO CRETINI” A PALAZZO CHIGI – IL MIO INTERVENTO SU RADIO3

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Nei giorni scorsi il Comitato Siamo Handicappati No Cretini (de quale sono vicepresidente) ha svolto a Roma due importanti incontri istituzionali rispettivamente con il Sottosegretario alla Disabilità Vincenzo Zoccano e la presidente della Commissione Affari Sociali Marialucia Lorefice.

Abbiamo presentato un documento con richieste specifiche e molto tecniche che, a nostro avviso, possono dare un impulso significativo al comparto della disabilità. Un sistema che unisce a un aumento (indispensabile) del Fondo per la non autosufficienza un meccanismo di controlli e monitoraggio informatizzato su tutto il territorio nazionale. Abbiamo anche chiesto modifiche strutturali e organizzative

L’incontro con Zoccano è stato molto cordiale e al contempo schietto. (il link della diretta Facebook). Non abbiamo risparmiato critiche propositive al governo e al ministero che riteniamo ancora poco incisivo sulla vita del governo. Abbiamo chiesto atti di coraggio significativi, tempistiche e cronoprogrammi delle attività che diano entro pochi mesi delle risposte, o quantomeno una parvenza di avvio delle attività che rispecchino le promesse elettorali.
Zoccano ha risposto come questo Ministero è stato giudicato un ghetto a priori e ha anche ribadito che provvederà ad una ricognizione interministeriale sulle politiche che ruotano intorno alle persone con disabilità. Ha aggiunto che inoltre si prefigge l’obiettivo di essere un collante, un coordinamento anche rispetto al legislatore. All’incontro era presente, tra gli altri, anche la deputata alla Camera Azzurra Cancelleri.

Al nostro intervento sulla richiesta di un incremento del FNA già in questa finanziaria ha risposto come la fotografia che noi abbiamo fatto sia assolutamente realistica, non allarmistica ma allarmante. Ha sottolineato che le nostre richieste saranno accolte ma con tempi non prevedibili a causa -dice il sottosegretario- della situazione devastante ereditata dagli ultimi 20/30 anni e come tutto questo non è realizzabile entro l’8 novembre.
Abbiamo quindi richiesto CORAGGIO e detto che siamo pronti a scendere in piazza perchè nessuna politica si fa senza soldi. Zoccano ha tenuto a dire come non mancherà il suo impegno e che avrebbe presentato il nostro documento, avendo espresso apprezzamento per la versione in braille che gli abbiamo portato, all’attenzione di Luigi Di Maio, di Salvini e di tutti i ministri. Il sottosegretario conclude che il documento presentato sia lucido ed eccellentemente tecnico e che il Presidente del Consiglio, i due leader politici e l’intera compagine del Parlamento lo avrebbero preso in debita considerazione.

Il secondo incontro è stato con la Presidente della commissione Affari Sociali della Camera, Lorefice (il link della diretta). Anche questo molto cordiale e schietto. Abbiamo illustrato il documento rappresentando il ruolo del Parlamento e delle commissioni in questo momento molto importante. Abbiamo quindi riportato l’attenzione sulla situazione drammatica delle persone con disabilità grave.

Dopo una seria predisposizione delle problematiche ed una nostra presa di posizione sulle richieste effettuate, la Presidente Lorefice ha sostanzialmente ribadito ciò che ci aveva detto il sottosegretario Zoccano assicurando massimo impegno nel lavoro parlamentare esortandoci z far pervenire alla commissione anche proposte di legge e proposte per la legge di bilancio. Abbiamo subito colto l’occasione per chiedere di calendarizzare immediatamente il disegno di legge sul caregiver per il quale, insieme alla CONFAD, saremo interlocutori. Inoltre ci hanno chiesto di inviare “qualsiasi altra proposta” che possa essere posta all’attenzione del Parlamento.

ASCOLTA IL MIO INTERVENTO

Ho raccontato dei nostri incontri istituzionali durante la trasmissione Prima Pagina su Radio3 RAI condotta da Gian Antonio Stella esprimendo tutti i dubbi sulle reali misure presenti nella manovra economica appena approvata in favore delle persone con disabilità.

Siamo soddisfatti dall’esito di questi incontri? Ovviamente no, o meglio non del tutto! Ribadiamo la nostra linea e dobbiamo constatare che mancano risposte concrete nel breve periodo e che sono state espresse difficoltà per rivedere al rialzo, almeno per il momento, le previsioni di legge finanziaria e di bilancio 2019.
Non ci accontenteremo e ci chiediamo se siamo davvero una priorità per questo governo pronti a scendere in piazza con una manifestazione nazionale affinché da subito il Governo introduca quelle misure che abbiamo indicato in favore delle persone con disabilità, pronti come sempre a collaborare e al dialogo costruttivo ma su una strada condivisa.

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Antonio, detenuto disabile: “Più sezioni dedicate, per stare vicino alla famiglia”

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Ventiquattro ore in una cella di pochi metri. Per mesi, anni. In attesa di un fine pena che raddoppia di intensità quando ad aspettarlo è un detenuto disabile. Parla Antonio, 62 anni, paraplegico, che avanza la proposta. “La giornata più bella è quella dei colloqui con i miei familiari”

Ventiquattro ore in una cella di pochi metri. Per settimane, mesi, anni. In attesa di un fine pena che raddoppia di intensità quando ad aspettarlo è un detenuto disabile.

Sono 628, secondo l’ultimo censimento del Dap (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria) e non sempre hanno attrezzature e stanze idonee al loro stato fisico le persone con disabilità ristrette nelle carceri italiane.

Ma il dipartimento ha già lanciato la sua sfida: “Un carcere a misura di disabile – spiegava  alla nostra agenzia Paola Montesanti, direttore dell’Ufficio IV, Servizi Sanitari del Dap – è possibile e passa attraverso interventi personalizzati, territorialità della pena e formazione di detenuti in grado di prendersi cura dei compagni di cella disabili (caregiver). Tra i primi passi in questa direzione la definizione di sistemi di informazione tempestiva sugli ingressi in carcere e di monitoraggio permanente delle presenze”. E una circolare del Dap che detta le linee guida per garantire anche ai detenuti con disabilità una permanenza dignitosa negli istituti di pena.

A Bari, più di un anno fa, il lancio del primo progetto sulla formazione professionale dei caregivers: detenuti specializzati nell’assistenza e nel sostegno ai compagni con disabilità. Ma cosa cambia nella vita di un detenuto disabile quando ad assisterlo non è il ‘piantone’ ma un compagno formato professionalmente? Risponde Antonio, 62 anni, italiano, paraplegico.

Come trascorrono le tue giornate in carcere?
Male, perché non riesco ad andare all’aria (nel cortile del passeggio per l’ora d’aria concessa a tutti i detenuti due volte al giorno ndr) e per il resto rimango a letto.

Quali sono le maggiori difficoltà che deve affrontare quotidianamente una persona detenuta con disabilità?
Tantissime, perché non posso fare le attività (corsi culturali, sportivi e ricreativi destinati ai detenuti negli appositi spazi interni agli istituti ndr) e penso sempre alla mia condizione.

Quale tipo di assistenza offre il compagno caregiver?
Ti dà una mano per vestire, andare in bagno, pulire la cella e lavare i vestiti.

Qual è il rapporto che si instaura con il compagno caregiver?
Di amicizia e di rispetto.

Quali vantaggi hai trovato nell’essere assistito da un compagno professionalmente specializzato?
Insomma, non è come essere assistito in una casa di cura.

Che succede quando il compagno care giver viene trasferito o esce dal carcere? Ci si abitua subito a un altro assistente?
In carcere ci abituiamo a qualsiasi situazione.

Cosa dovrebbe fare il carcere, oltre a progetti come la formazione dei caregivers, per diventare più vivibile per i detenuti disabili?
Fare in modo che ci siano sezioni per detenuti disabili in più, per essere vicini alla famiglia.

La giornata più bella e quella più difficile che hai trascorso da quando sei in carcere
La giornata più bella è quella dei colloqui con i miei familiari. La più difficile è quando ho preso la condanna e di sapere che oltre il carcere avrei subito la mia disabilità, perché mi auguravo di poter rimare agli arresti domiciliari.

(redattoresociale.it)

Caregiver familiari scrivono a Mattarella: “Presidente ci conceda la ‘grazia’”

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Una lettera aperta al Capo dello Stato per chiedere di “poter accedere all’istituto della Grazia, che solo il Presidente della Repubblica nel nostro Paese può concedere”. A scriverla il Coordinamento Famiglia disabili gravi e gravissimi che si rivolge direttamente a Sergio Mattarella per chiedere il riconoscimento dei diritti dei “caregiver familari”, quelle persone, cioè, interamente votate all’assistenza h 24 di un familiare affetto da una grave ed invalidante patologia, costretti a rinunciare ad una normale vita lavorativa per assicurare al proprio congiunto cure ed affetto a domicilio. Relegati in una “condizione di arresti domiciliari pur senza aver commesso alcun reato”, si rivolgono al Capo dello Stato che venga “restituita, ai nostri familiari e a noi stessi, quella libertà che ci è stata sottratta senza alcuna condanna né processo giudiziario”

Con la missiva, che partirà domani mattina, a pochi giorni dalla giornata di Martedì 7 Aprile, internazionalmente dedicata al “Lavoro Invisibile”: quello delle casalinghe, delle madri di famiglia e dei Caregiver familiari “invisibili tra gli invisibili”, il Coordinamento intende portare all’attenzione della massima carica dello Stato “la condizione in cui vivono alcune migliaia di cittadini italiani in un contesto di gravissima fragilità, totalmente abbandonati dal proprio Paese”.

“Siamo persone impegnate in ambito domestico – spiega il Coordinamento – nel lavoro di cura di familiari non autosufficienti a causa di gravi disabilità. Il nostro onere, frutto di valori fondamentali come la famiglia e l’amore, non prevede attualmente nel nostro Paese nemmeno l’accesso ai diritti umani fondamentali come il riposo, la salute, la vita sociale a causa del quotidiano svilimento della nostra Costituzione da parte di quelle istituzioni che, in una sorta di impunità ormai tristemente e supinamente tollerata dai più, giustificano la propria colpevole assenza a volte con l’ingovernabilità, a volte con la burocrazia soffocante, ma soprattutto, con una indisponibilità economica che preferisce investire nell’allontanamento e ricovero coatto le persone che amiamo ed alla quale dovrebbero invece garantire il totale rispetto al loro diritto d’inclusione”.

Sottolineando come “in tutti gli altri Paesi dell’Unione Europea con l’esclusione della sola Italia, anche in quelli che vivono una situazione economica pesantissima, la figura del Caregiver familiare viene affiancata e sostenuta con leggi specifiche per permettergli di continuare a svolgere la propria importante funzione in condizioni umane accettabili”, i Familiari dei disabili gravi e gravissimi denunciano come, “ad ulteriore conferma della totale indifferenza nei confronti dei Caregiver familiari”, non sia stato previsto “il loro inserimento tra le categorie salvaguardate dalla Riforma Previdenziale che, basata sulle prolungate aspettative di vita della popolazione, ha invece incomprensibilmente esteso il loro impegno lavorativo che, non dimentichiamo si somma quotidianamente al lavoro di cura svolto per il proprio familiare”.

“Tuttavia – prosegue ancora il Comitato – ci sono anche Caregiver familiari che invece il lavoro sono stati costretti ad abbandonarlo per garantire quel sostegno assistenziale indispensabile alla sopravvivenza del loro caro colpevolmente ignorato dai servizi posti a supporto. In tutta la nazione, infatti vengono erogati a domicilio supporti minimali, sulla base di parametri incomprensibilmente differenziati sul territorio nazionale, spesso basati sulla patologia dell’assistito invece che sulla misurazione obiettiva del livello di sostegno necessario”.

“Questo – evidenzia il Coordinamento – costringe molte famiglie gravemente disabili ad un graduale impoverimento fino alla totale indigenza disponendo unicamente delle sole, minime provvidenze che lo Stato eroga alle persone con disabilità”. Provvidenze che, ricordano “sono state addirittura prese di mira per trasformarle, agli occhi delle istituzioni italiane, in reddito ossia in ricchezza disponibile”. (indennità e pensioni riconosciute a persone non in grado di provvedere a loro stesse inserite nel computo dei redditi quell’ISEE).

“Questa situazione sempre più gravosa per le famiglie Caregiver – stigmatizzano – ormai costantemente sotto il ricatto di veder sottrarre al proprio nucleo affettivo il familiare con disabilità per il ricovero in Istituto (e questo infierire su condizioni di fragilità nel nostro Codice Civile viene definito “stato di schiavitù” alle cui moderne forme ha recentemente fatto riferimento anche Papa Francesco) le ha costrette quindi alla rinuncia di tutti quei diritti che nel mondo vengono considerati come “fondamentali” e irrinunciabili per potersi definire un Paese civile”.

“Chiediamo pertanto a lei, nostro Presidente della Repubblica, nella sua funzione di Garante della Costituzione italiana – prosegue la lettera a Mattarella – che inserisca tra le sue priorità la promozione del riconoscimento delle tutele minime dei Caregiver familiari – quali quelle sanitarie, previdenziali ed assistenziali – in considerazione del lavoro di cura che essi somministrano quotidianamente e senza soluzione di continuità pur senza accesso a ferie, riposo notturno garantito, festività e nemmeno alla possibilità di ammalarsi…”.

“In considerazione, infine, del fatto che noi Caregiver familiari, siamo spesso rinchiusi, insieme ai cari di cui ci curiamo, nelle nostre case in una condizione di arresti domiciliari pur senza aver commesso alcun reato – conclude il Coordinamento – ci rivolgiamo a lei per chiedere di poter accedere all’Istituto della Grazia, che solo il Presidente della Repubblica nel nostro Paese può concedere, perché venga restituita, ai nostri familiari e a noi stessi, quella libertà che ci è stata sottratta senza alcuna condanna né processo giudiziario”.
(adnkronos.com)

di Giovanni Cupidi

Nuovo Isee e disabilità, botta e risposta tra un “caregiver” e il viceministro Guerra

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Potrebbe essere vicino al traguardo l’iter di approvazione del nuovo indicatore economico: costante l’attenzione delle famiglie di disabili, che chiedono di escludere dal conteggio le provvidenze. Il viceministro: “Le politiche per la disabilità non si fanno con l’Isee”

ROMA – Il governo Letta, crisi o non crisi, potrebbe riuscire a licenziare in questi giorni il nuovo Isee: previsto dalla con la manovra “Salva Italia” (legge n. 214 del 2011) e già sottoposto al vaglio delle commissioni competenti sia alla Camera che al Senato, il provvedimento attende solo il via libera del ministero dell’Economia e delle finanze e l’approvazione finale, come decreto del Presidente del Consiglio.

Isee e disabilità. Obiettivo del nuovo indicatore sarebbe quello di misurare in maniera più efficace l’effettiva condizione economica degli italiani, per poi basare su questa l’elargizione di servizi in maniera gratuita o compartecipata. La questione tocca quindi particolarmente le persone con disabilità e le loro famiglie, beneficiari di servizi socio-assistenziali e chiamati in causa direttamente dalla bozza di decreto che, in linea con la manovra Salva Italia, prevede che nel reddito siano computate anche pensioni d’invalidità e indennità di accompagnamento. Se quindi è stata costante l’attenzione delle famiglie e delle associazioni a questo tema, in questi giorni torna alta la preoccupazione.

Botta e risposta. Alla questione è stato dedicato nei giorni scorsi un seminario presso la Casa del volontariato a Carpi, intitolato “L’impatto dell’Isee sulle famiglie e sul welfare locale”, a cui ha preso parte, tra gli altri, il viceministro al Welfare Maria Cecilia Guerra. “L’impatto è presto detto – commenta su Facebook Chiara Bonanno, mamma di un ragazzo disabile e animatrice di diverse iniziative in sostegno della disabilità – Le famiglie si stanno organizzando per adire a vie legali contro una legge discriminante ed anticostituzionale”. Replica il viceministro: “Isee è un metro, una misura della condizione economica delle famiglie e deve essere fatta nel modo il più possibile accurato. Questo è lo scopo della riforma – spiega Guerra – Poi la misura delle tariffe e le condizioni di accesso alle prestazioni e ai servizi sono decise dagli enti erogatori, non dal decreto sull’Isee. Con la riforma dell’Isee non si aumenta né si taglia la spesa di welfare. Si permette solo di evitare che famiglie più ricche accedano ad esempio all’asilo nido con tariffe più basse rispetto a famiglie più povere”.

Indennità, franchigie e categorie. Chiara Bonanno, però, ribatte, dando vita ad un botta e risposta “pubblico”, che diventa un’occasione per approfondire i nodi più critici della riforma. “Dunque per lei l’indennità di accompagnamento e le pensioni d’invalidità civile rappresentano una ricchezza per le persone con disabilità?”, domanda al viceministro, che spiega: “La riforma prende ampiamente in considerazione la situazione speciale delle persone con disabilità. Se da un lato si considerano le indennità fra il reddito, dall’altro si considerano in parte analiticamente e in parte forfetariamente (per tenere conto del lavoro di cura dei familiari) le spese superiori che una persona con disabilità deve affrontare. La disabilità è poi classificata in tre diverse categorie di gravità, definite con l’accordo delle federazione dei disabili. Il disabile adulto che vive con i genitori viene considerato nucleo a se stante, le franchigie per i bimbi sono aumentate. Diversamente dall’attuale Isee, si favoriscono i disabili più gravi e più poveri rispetto a quelli meno gravi e meno poveri. A me sembra un ottimo risultato. Poi ovviamente le politiche per la disabilità non si fanno con l’Isee”.

Un caregiver da 6.500 euro. Per quanto riguarda il riconoscimento del caregiver familiare, tema caro a molte famiglie, il viceministro osserva che “si tiene conto, attraverso una franchigia, dei costi del care giver familiare, quelli che non possono essere documentati”. Una risposta che però non soddisfa Chiara Bonanno, che in nome della sua lunga esperienza di “caregiver” ribatte ancora: “La franchigia per le persone con disabilità grave e gravissima è di 6500 euro! Lei ha mai sentito parlare di una condizione di gravissima pluridisabilità?? Temo di no, altrimenti non affermerebbe che il lavoro di cura del familiare viene compreso in una franchigia di appena 6500 euro per i non autosufficienti… Inoltre, mi perdoni, ma affermare che l’indennità di accompagno copra interamente il lavoro di cura del familiare significa non avere nemmeno una vaga idea di cosa sia il lavoro di cura di una persona con disabilità grave e/o gravissima! Se a un badante, impiegato per un quinto del tempo che trascorre un familiare con una persona con disabilità grave, si propone una retribuzione di 6.500 euro annui si rotola dal ridere! Questa sua dichiarazione è, purtroppo, l’esempio più eclatante di come le associazioni che vengono giudicate dal governo come rappresentanti della condizione di disabilità rappresentano interessi altri, probabilmente legati ai servizi, e non certo alle reali condizioni delle persone con disabilità ed ai loro familiari”.

(superabile.it)

Governo e Parlamento, la disabilità sta aspettando

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Questo articolo è stato pubblicato sul corriere.it qualche  giorno fa all’insediamento del nuovo Governo Letta. Da leggere attentamente!

di Franco Bomprezzi

Finalmente ci siamo. Quasi. Un Governo politico sta per iniziare a guidare il Paese. Non ricordo neppure più quale sia l’ultimo tema affrontato e poi mollato per strada, a proposito di politiche per la disabilità. Il paradosso è che in molti hanno preferito, in questi mesi, l’assoluta mancanza di decisioni politiche, così sono stati evitati, o almeno rinviati, ulteriori danni, oltre a quelli già inferti con i drastici tagli a qualsiasi finanziamento destinato a sostenere gli interventi in favore delle persone con disabilità e delle famiglie. Provo dunque, modestamente e senza alcuna pretesa di esaurire l’agenda del nuovo Parlamento, a elencare alcuni punti che sono in sospeso da tempo immemorabile. Non so quanto durerà questa legislatura, ma mi sono accorto – qualcuno mi smentisca – che la parola “disabilità” è risuonata assai raramente nel concitato dibattito politico di questi mesi. Una rinfrescatina della memoria dunque non guasta.

Il fondo per la non autosufficienza: vi dice niente? Mi pare che siamo rimasti al palo. Anche perché non sono mai stati definiti i criteri per la ripartizione dei pochi fondi, e per l’implementazione di un finanziamento fondamentale per venire incontro alla situazione drammatica di migliaia di famiglie nelle quali vivono, fra mille sacrifici, persone con disabilità grave e gravissima.

Anche la parola “caregiver” probabilmente dice poco. Eppure c’è una battaglia che si è arenata sulle secche dello scioglimento anticipato del Parlamento, per vedere riconosciuto almeno il ruolo di chi è di fatto l’unico autentico baluardo umano a difesa della dignità e dell’esistenza in vita delle persone con grave disabilità. Si possono discutere i dettagli, ma sarebbe un delitto ricominciare da capo.

La “vita indipendente”? Proverei a fare un test ai nuovi parlamentari, e temo che in pochi sappiano che stiamo parlando di una legge dello Stato, che prevede la promozione di progetti, finanziati in modo adeguato, che consentano alle persone con disabilità di vivere la propria esistenza in modo autonomo, non dovendo ricorrere per forza a forme di residenzialità assistita, ma costruendosi un presente e un futuro dignitoso e libero. Non mi soffermo sui dettagli. E’ tutto sulla carta, ormai, anche laddove si era riusciti a partire con esperimenti positivi. Non c’è di peggio, lo sappiamo, delle docce scozzesi: come il dover rinunciare alla libertà dopo averla sperimentata.

Se poi dico “Liveas” temo che in molti, fra Camera e Senato, sgraneranno gli occhi e cercheranno di prendere tempo, per consultare almeno google o wikipedia. Sono i “livelli essenziali di assistenza sociale”, fondamentali per definire una volta per tutte quali prestazioni sociali sono vincolanti sul territorio nazionale, e dunque in ogni Regione. Peccato che tuttora non esistano, nonostante siano previsti per legge da anni. Senza di loro ognuno può fare come crede, e infatti la scelta più diffusa è quella di fare il minimo possibile, se non addirittura un bel nulla.

“Nomenclatore tariffario” non è un insulto, ma si tratta dello strumento, fermo da oltre un decennio, che consente di autorizzare gli ausili e le protesi, ossia gli strumenti più idonei, moderni e appropriati per ridurre il deficit delle persone con disabilità. Basti pensare che tuttora mancano in questo elenco le novità tecnologiche digitali degli ultimi anni. Un rapido ripensamento di questo strumento servirebbe, fra l’altro, a ridare ossigeno a un buon numero di aziende che lavorano ormai in stato di asfissia.

“Inclusione scolastica”: già. Ovvero le nozze con i fichi secchi. La capacità mostruosa degli ultimi governi di barare con i numeri, aumentando gli alunni per classe e spalmando le ore di lavoro di insegnanti di sostegno, spesso demotivati, non adeguatamente formati, alle prese con situazioni complesse e senza alcuna reale collaborazione dall’intero mondo della scuola. Il risultato, sotto gli occhi di tutti, è che gli alunni con disabilità vivono in condizioni evidenti – molto spesso – di emarginazione e di esclusione, senza alcun progetto reale costruito sulla persona, come una delle più avanzate legislazioni europee in materia – ossia la nostra – prevederebbe. Perché non pensare ad esempio, da subito, a una formazione intensiva degli insegnanti curriculari e non solo degli insegnanti di sostegno?

Il lavoro poi: ormai è quasi una chimera persino per giovani con disabilità che si laureano a pieni voti. E’ incredibile il livello di pregiudizio che sta “pregiudicando” la possibilità di inserimenti lavorativi anche laddove la legge, venendo incontro in termini di agevolazioni contributive e fiscali, potrebbe essere uno strumento prezioso per le aziende e un’occasione importante per far uscire molte famiglie dalla assoluta necessità di ricevere interventi assistenziali e pensionistici. Diecimila nuovi lavoratori con disabilità sono altrettante pensioni di invalidità risparmiate dallo Stato: assai più della lotta ai “falsi invalidi”.

Ma soprattutto spero che Governo e Parlamento affrontino questi temi senza l’ossessione del taglio di spesa a tutti i costi. Il risultato disastroso di questo atteggiamento, negli ultimi anni, ha comportato solo macerie sociali e nuova povertà, creando angoscia, se non disperazione, in famiglie dignitose che cercano comunque di cavarsela, o si rivolgono a Comuni, Province e Regioni che spesso si rimpallano la responsabilità di non avere fondi sufficienti per la gestione dei servizi.

C’è solo un modo, serio e corretto, di affrontare i temi della disabilità: rivolgersi a chi ne sa di più. Le competenze esistono e sono consolidate, persino nei ministeri. Ma soprattutto nelle associazioni, piccole e grandi, che hanno maturato finalmente una visione globale dei diritti, grazie anche alla lettura attenta della Convenzione Onu.

Niente su di noi senza di noi: questo monito, ripetutamente espresso dai rappresentanti più illuminati dell’associazionismo italiano ed europeo, va tenuto presente soprattutto adesso, quando si comincia, in Parlamento e nel Governo, a lavorare sul complesso delle politiche sociali ed economiche. Sarebbe grave, dopo tanto silenzio, scoprire che si ricomincia da capo, come fossimo eternamente all’anno zero.