“Strisce blu” gratis per disabili senza patente. Lo ha stabilito la Cassazione.

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Anche le persone disabili che non hanno la patente e un’auto propria – ad esempio coloro che hanno problemi intellettivi o motori molto gravi – hanno diritto a parcheggiare gratuitamente l’automobile di chi li accompagna in centro, negli stalli a strisce blu, quando gli spazi di sosta riservati a chi ha un handicap sono occupati. Lo ha deciso la Cassazione accogliendo il ricorso della onlus Utim (Unione per la tutela delle persone con disabilità intellettiva) contro il Comune di Torino che nel 2016 ha approvato un regolamento che prevede per i disabili con patente e autoveicolo il diritto a posteggiare gratis sulle strisce blu, “escludendo da tale agevolazione” i disabili non muniti di patente e autoveicolo salvo che non dimostrino di dover andare nel centro cittadino (almeno dieci volte nel mese) per esigenze di lavoro o di cura. Per gli ‘ermellini‘ il regolamento “è discriminatorio“, diversamente da quanto stabilito dalla Corte di Appello di Torino nel 2017 che adesso dovrà “rimuovere” gli effetti della delibera del 2016 e risarcire le ‘vittime‘.
L’udienza in Cassazione si è svolta lo scorso 21 maggio e oggi è stato depositato il verdetto: il Comune di Torino si è regolarmente costituito, per contrastare il ricorso della onlus Utim, ed è stato difeso dagli avvocati Massimo Colarizi, Giuseppina Gianotti e Susanna TuccariL’Amministrazione comunale torinese, in quanto verosimilmente conscia che gli appositi spazi riservati al parcheggio esclusivo degli invalidi sono normalmente insufficienti – scrivono i supremi giudici nella sentenza 24936 -, ha rilasciato ai disabili muniti di patente e proprietari di veicolo uno speciale permesso gratuito per il parcheggio sulle strisce blu del centro cittadino“. “Tuttavia nel far ciò – prosegue il verdetto -, il Comune ha contestualmente posto in essere una condotta discriminatoria indiretta di danni dei disabili (presumibilmente affetti da una patologia più grave) non muniti di patente e non proprietari di un autoveicolo, che necessitano per i loro spostamenti del necessario ausilio di un familiare, i quali possono fruire dello stesso permesso solo se in grado di documentare accessi frequenti nel centro cittadino per lo svolgimento di attività lavorative, di assistenza e cura”. Ad avviso della Suprema Corte, “non vi è dubbio che una tale previsione si configuri come discriminatoria ai danni di quest’ultima categoria di disabili”, in quanto non reputa “meritevole di tutela l’accesso gratuito del disabile al centro cittadino per motivi di mero svago e di relazione sociale (come invece consentito ai disabili con patente ed autoveicolo)“. Aggiungono gli ‘ermellini’ che il motivo della diversità di trattamento prevista dal Comune “risiede nell’intento di prevenire abusi nell’utilizzo del permesso speciale da parte degli stessi familiari“, ma “se è pur vero che tale rischio esiste non può certo essere risolto negando un diritto“, semmai occorre predisporre “un adeguato, e anche severo, sistema di controlli e sanzioni“. Ora la Corte di Appello deve rimuovere gli effetti discriminatori della delibera estendendo il “beneficio” previsto per i disabili con patente ed autovettura anche ai disabili più gravi, e deve anche riesaminare le domande di risarcimento danni presentate dai disabili discriminati.
(ANSA).

La disabilità supera i permessi edilizi

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In Italia, si possono eliminare le barriere architettoniche senza i normali permessi edilizi.
Lo ha deciso la Corte di Cassazione revocando l’ordine di demolizione, disposto dal Tribunale di Bari, di una rampa costruita per consentire l’accesso ai disabili in uno stabile privato. Ciò in ragione del fatto che queste opere rientrano nell’attività edilizia libera. La quale, in base alla legge, consiste in interventi volti “a garantire l’accessibilità, l’adattabilità e la visitabilità degli edifici privati” ai portatori di handicap.
Questo tipo di modifiche però, in base a quanto spiegato dai Supremi Giudici, ha come vincolo quello di non alterare la facciata dell’immobile o di non modificarne la destinazione d’uso.

di Giovanni Cupidi

Pensioni di invalità e limiti reddituali: assegnata la proposta di legge

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In un precedente articolo avevo segnalato un comunicato ufficiale della F.I.S.H. ONLUS sui limiti reddituali delle pensioni di invalidità civile in presenza del coniuge e di come la Giurisprudenza avesse sentenza dopo sentenza creato un corto circuito assurdo. Bene in quresti giorni vi sono novità e si spera ci si incammini verso una soluzione positiva tramite un ddl apposito.
A tal proposito riporto un nuovo comunicato della FISH :

Il 20 maggio scorso la FISH ha chiesto formalmente alla presidente della Camera, Laura Boldrini, e a molti Parlamentari di procedere rapidamente all’assegnazione e alla calendarizzazione della proposta di legge n. 538 presentata alla Camera nel marzo scorso.
L’intento della proposta (prima firmataria Margherita Miotto) è raggiungere una interpretazione autentica e una definizione della querelle che riguarda migliaia di pensioni di invalidità.
Come la FISH annota, a causa del sovrapporsi scoordinato di successive normative in materia di provvidenze assistenziali, e a conseguenti interpretazioni contraddittorie di Cassazione (2011 e 2013), chi eroga la pensione (270 euro) agli invalidi civili, e cioè INPS, ha stabilito di non considerare più solo il reddito personale dell’interessato, ma anche quello del coniuge creando assurde e inaccettabili disparità di trattamento. La disposizione era contenuta in una Circolare di fine 2012. Questa decisione, assunta non in forza di una norma del Parlamento, è stata opportunamente, ma solo temporaneamente, sospesa dal Ministero del Lavoro nel gennaio scorso, in attesa di istruttoria il cui esito è incerto.
Notizia di queste ore: la proposta di legge che dovrebbe risolvere in Parlamento, e non già nelle aule di tribunale, la questione è stata formalmente assegnata alla XII Commissione Affari sociali.
“Un primo importante risultato è stato raggiunto – plaude Pietro Barbieri, presidente della Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap – Ora è necessario che la discussione inizi quanto prima e proceda celermente. Questo dipende dalla volontà dei componenti della Commissione che non mancheremo di sensibilizzare nuovamente. Confidiamo che sia il segnale di un intento di attenzione più ampia alla disabilità”.
La FISH seguirà, quindi, molto da vicino l’iter dandone conto fino all’esito finale che ci si augura rapido e positivo.6 giugno 2013.
(FISH ONLUS)

di Giovanni Cupidi

Sentenza Cassazione – “Maltrattamenti in famiglia”

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“Sono da considerarsi maltrattamento non solo comportamenti diretti ad opprimere una persona, ma anche le “omissioni” per “deliberata indifferenza” verso un disabile”
Lo ho puntualizzato la Cassazione, con la sentenza 9724/2013, respingendo il ricorso di una donna ucraina di 66 anni dichiarata dai giudici di merito colpevole di maltrattamenti commessi tra l’agosto e l’ottobre 2004 ai danni della persona di cui avrebbe dovuto prendersi cura, un uomo down inabile totale. La corte di Appello di Roma, nel ribadire la colpevolezza, e concedendo le attenuanti generiche, aveva rilevato da parte della donna comportamenti “di consapevole e continuativa umiliazione”, tali da determinare nella vittima “uno stato di palese turbamento e di ingiustificata prostrazione e sofferenza”
I vicini di casa dell’uomo avevano testimoniato uno stato di totale abbandono sia dell’uomo che dell’appartamento. La badante tramite il suo avvocato, nel ricorso in Cassazione ho sostenuto la totale assenza di dolo nei suoi comportamenti, ammettendo semmai una “incolpevole inadeguatezza o inidoneità” nell’assistere e accudire una persona con problemi di comunicazione. La sesta sezione penale ha invece spiegato che “il reato di maltrattamento è integrato non soltanto da specifici fatti commissivi direttamente opprimenti la persona offesa”, ma anche “da fatti omissivi di deliberata indifferenza verso elementari bisogni esistenziale di una persona disabile”. D’altra parte “le esigenze vitali e i bisogni di socialità e affettività di una persona con sindrome di Down – ricorda la Suprema Corte – sono acquisiti nel patrimonio di conoscenza collettivo e non richiedono una preparazione medica”.
In più una tale forma di maltrattamento nei confronti di persone di “notoria grande sensibilità” quali sono i portatori di sindrome di down “accentuano la gravità del fatto”.
Il reato in questo caso è stato dichiarato comunque estinto per prescrizione. 

http://www.diritto24.ilsole24ore.com/guidaAlDiritto/penale/sentenzeDelGiorno/2013/02/maltrattamenti-in-famiglia-per-la-badante-indifferente-verso-il-disabile.html

di Giovanni Cupidi