​Disabilità e danza, l’innovazione parte da Rovereto

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La danza che include i corpi “diversi” considerandoli non come limitazioni, ma come opportunità per scoprire nuove e altre estetiche. Moving beyond inclusion questo il titolo della tre giorni in programma fino a domani a Rovereto (Trento) che rappresenta la prima tappa di un percorso biennale di confronto, formazione e produzione artistica sulla danza inclusiva. Il progetto, cofinanziato dall’Unione Europea, vede il festival di danza Oriente Occidente come referente dell’iniziativa per l’Italia progettata insieme ad altri cinque partner: la Candoco Dance Company (Regno Unito), la Producentbyran Goteborg Danskompaniet Spinn (Svezia), il Croatian Institut for Movement and Dance (Croazia), il Tanzfähig Berlin (Germania) e il BewegGrund (Svizzera).L’iniziativa si pone a conclusione del festival di danza Oriente Occidente, che si chiude domani a Rovereto con il Bolero di Ravel rivisitato da Emio Greco per il Ballet National de Marseille, dopo aver ospitato il coreografo belga Jan Fabre, lo spagnolo Marcos Murau, l’israeliana Batsheva Dance Company e l’americano Kyle Abraham.

La novità di quest’anno, appunto, è il progetto che mira a sviluppare le capacità, le competenze e la partecipazione del pubblico nel settore professionale della danza inclusiva con artisti abili e disabili. L’obiettivo è quello di promuovere un percorso innovativo, dalla formazione professionale alla produzione di nuovi spettacoli da presentare al pubblico. «Attualmente le opportunità per gli artisti con disabilità di sviluppare le proprie capacità e la possibilità di lavorare con una molteplicità di artisti rimangono limitate e svincolate, in modo particolare in Italia, dove le diverse proposte sono difficilmente individuabili a causa della mancanza sia di un censimento delle realtà operanti sul territorio nazionale sia di un percorso istituzionalizzato» spiegano gli organizzatori del festival.
Al termine della serie di conferenze, momenti di formazione e spettacoli, Oriente Occidente lancerà domani la Carta di Rovereto, ovvero la proposta di un censimento degli artisti, delle compagnie e delle associazioni operanti in Italia su progetti di formazione e creazione artistica coreutica con persone disabili. Sempre domani, spettacolo di chiusura (ad entrata gratuita) all’Auditorium Menotti con lo spettacolo Trio di Aulon Marchal e la compagnia svedese Spinn

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Arte e disabili, la compagnia teatrale che supera le barriere a passo di danza

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L’integrazione a Reggio Emilia passa dalla danza e anche da una delle più prestigiose manifestazioni dedicate ai giovani artisti. Tra i partecipanti al Premio Giorgio Gaber per le nuove generazioni organizzato dal Teatro Stabile di Grosseto in collaborazione con Unicef, quest’anno c’era anche la Compagnia Danzability, un collettivo di danzatori abili e disabili che da anni propone esperienze creative per promuovere la danza come linguaggio universale per superare difficoltà motorie e barriere fisiche di ogni tipo. La compagnia è stata selezionata per presentare una versione ridotta de “La Giostra degli Amleto”, realizzata nel 2013 da un’idea di Stefano Masotti eSara Brambati con la compagnia ZeroFavole, e riadattata per l’occasioneda Laura Matano e Mirella Gazzotti.

A Grosseto i giovani performer del progetto reggiano sono andati in scena insieme a ragazzi delle scuole superiori che hanno lavorato passo dopo passo con loro. “Per l’occasione, accanto agli artisti disabili, sono stati chiamati anche alcuni ragazzi normodotati, che si sono esibiti insieme a loro nello spettacolo”, spiegaDaria De Luca, presidente dell’associazione Cinqueminuti, che con il Centro permanente danza Let’s Dance e alcune cooperative sociali come Il Piccolo Principe gestisce la Compagnia Danzability. “E’ stato un lungo lavoro di integrazione, e partecipare al Premio Gaber, dedicato al talento dei giovani senza distinzioni, è un altro passo su questa strada, perché permette al laboratorio di proiettarsi in uno spazio reale e uscire dai contenitori e dagli eventi legati alla disabilità. Questo spettacolo dimostra proprio che ci sono infinite possibilità di esprimersi anche se non siamo tutti uguali, e che ognuno può diventare capace di fare ciò che desidera”.

I componenti della compagnia rifuggono le forme di pietismo e qualsiasi obiettivo che vada al di là della comunicazione artistica. I risultati, spiega la responsabile, devono essere misurati sulla performance, al di là che a metterla in scena siano abili o disabili. “Il giudizio di questa rassegna è una cosa molto importante – continua De Luca – Lo spettacolo va valutato come creazione artistica in sé, e non con occhi diversi perché realizzato da persone con disabilità”. I risultati arriveranno dopo la metà di giugno, ma la partecipazione al Premio per la Compagnia Danzability è già una vittoria. “Sotto i riflettori ci sono ragazze in sedia a rotelle, altre con gravi disabilità e limiti fisici – racconta la presidente – Oppure persone che per comunicare, solitamente hanno bisogno di un accompagnatore o di un facilitatore. Ma con la danza, ogni comunicazione supera le barriere e diventa più facile, si crea qualcosa di unico”.

L’obiettivo è questo sin dal 2003, quando dal Centro permanente danza Let’s dance è nato il progetto Danzability per comunicare con la danza attraverso un gruppo multidisciplinare che negli anni ha visto alternarsi professionisti, ragazzi disabili, giovani artisti e performer. Sono nate esperienze creative, produzioni, laboratori per promuovere l’integrazione e l’interazione delle persone diversamente abili attraverso le arti performative. E in futuro ci sono altri progetti, altri traguardi da raggiungere.

I frutti di quel lavoro cominciato oltre dieci anni fa si raccolgono ora, ma sono valsi già tante soddisfazioni che vanno al di là degli spettacoli e dei premi, anche del Gaber. “Per le famiglie e i ragazzi, approcciarsi alla danza significa confrontarsi con i propri limiti fisici e di movimento, ma sviluppare anche nuove competenze e linguaggi – continua De Luca – La danza da sempre è vista come la disciplina del corpo perfetto. Avvicinandosi ad essa, le persone disabili superano tutti gli stereotipi e si riappropriano della loro vita. E’ un modo di affermarsi in una società, al di là di tutte le barriere oggettive. La danza esiste anche per loro”. 
(ilfattoquotidiano.it)