Make up più facile per le donne con disabilità: il progetto di Grace Beauty

Standard

La bellezza è un diritto fondamentale. E un brand anglosassone, al motto di “beauty for all”, sta lavorando per rendere il make up, a partire dal mascara, un gesto davvero inclusivo

Quello dell’inclusività è un diktat sempre più forte da parte delle aziende cosmetiche. S’inserisce in questa idea il progetto del brand anglosassone Grace Beauty, che ha creato una serie di tools pensati per agevolare l’uso del mascara alle donne con disabilità. È un errore, infatti, dare alla cosmetica un ruolo di secondo piano in molte vite che devono far fronte ogni giorno a problemi più grandi, come seri problemi di mobilità: sentirsi bellissime, valorizzarsi, anche solo con un filo di trucco, è un diritto fondamentale di ogni donna, in ogni condizione fisica.

Il primo tool creato da Grace Beauty, Ring Grip, ad esempio, è un anello in cui s’infila il tubetto di mascara e che permette di ancorarlo alla mano in modo da evitare di perderlo. Perfetto per chi soffre, ad esempio di tremori.

C’è poi Safe Grip, un pomello in silicone, in cui infilare sempre il mascara, l’ideale per chi ha problemi con la presa, a causa di atrofia.

Infine, c’è lo Square Grip, un accessorio che permette di creare un aggancio più solido su entrambe le estremità del mascara e quindi di aprirlo e chiuderlo senza che scivoli dalle mani.

Per ora il sito del brand è ancora in costruzione ma la data di lancio è prevista per giugno, quando verranno rese possibili le spedizioni in tutto il mondo ed estesa la gamma ad altre tipologie di prodotti.

Nel frattempo, sulle pagine Instagram del brand i commenti di entusiasmo si moltiplicano: c’è Eileen che scrive “un grazie sincero da un amante del mascara con l’artrite”, o ancora Sarah che commenta “Lo voglio! Non posso contare le volte in cui ho dovuto riprendere il mascara caduto a terra a causa dei miei tremori, è così frustrante!”.

(iodonna.it)

Annunci

Noi, donne con disabilità di Gaza

Standard

Donne palestinesi con disabilità impegnate nel Progetto “INCLUDE

image

(immagine tratta dalla rivista «Voice of Women»)

«Scrivo sulla mia disabilità per far sì che tutto il mondo sappia quanto noi, persone con disabilità, soffriamo, ma anche per mostrare al mondo che la vera disabilità risiede nella mente. Questa formazione mi ha portato sulla giusta via per fare in modo che la mia comunità e le altre comunità sappiano cosa significa la disabilità».
Sono parole di Ahlan, giovane donna palestinese con disabilità di Gaza, che spiega così l’effetto sulla sua vita avuto dal lavoro di formazione sull’uso dei media, nell’àmbito del Progetto INCLUDE – Empowerment socio economico delle donne con disabilità nella Striscia di Gaza, promosso dalla ONLUS riminese EducAid(Cooperazione e Aiuto Internazionale in Campo Educativo), insieme alla RIDS, la Rete Italiana Disabilità e Sviluppo, voluta, nel 2011, dalla stessa EducAid, insieme all’AIFO (Associazione Italiana Amici di Raoul Follereau), a DPI Italia (Disabled Peoples’ International) e alla FISH(Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), per realizzare iniziative di informazione, formazione e consulenza in Italia e a livello internazionale.

In questi giorni Ahlan fa parte di una delegazione dicinque donne palestinesi con disabilità, in rappresentanza di altrettante organizzazioni di persone con disabilità di Gaza, giunta nel nostro Paese per incontrare la società civile italiana e le rappresentanze istituzionali, oltreché per stringere alleanze e per ricordare che a Gaza esiste e resiste una società che, nonostante le condizioni a dir poco difficili, ha voglia di riscatto e chiede che i propri diritti siano rispettati.

Come abbiamo raccontato ampiamente anche su queste pagine, negli ultimi quattordici anni Gaza ha visto un progressivo isolamento sia culturale che economico; persone e merci fanno sempre più fatica a entrare e a uscire dai 365 chilometri quadrati in cui la Striscia è rinchiusa, e a farne le spese sono soprattutto le persone più vulnerabili, tra cui le donne con disabilità, che già di per sé vivono una doppia discriminazione – come donne e come persone con disabilità – pagando quindi un prezzo molto alto.
Iniziato nei primi mesi del 2013, quando anche il nostro giornale ne aveva spiegato le caratteristiche, il Progetto INCLUDE si è dato l’obiettivo di attivare e sostenere ilprotagonismo delle stesse donne palestinesi con disabilità, nel migliorare le loro condizioni di vita sia da un punto di vista economico, sia nel promuovere il rispetto dei loro diritti di donne e di persone con disabilità.
«Per poter raggiungere questi risultati – si legge in una nota diffusa dalla FISH – EducAid e la RIDS hanno messo in campo, negli ultimi due anni, numerose attività tra loro in sinergia, ad esempio promuovendo la creazione di microimprese, attraverso un finanziamento a fondo perduto a beneficio di 35 donne con disabilità. Su un altro versante, inoltre, sono state formate 120 donne con disabilità all’uso e alla produzione di video, foto e articoli raccolti all’interno della rivista “Voice Of Women”, diffusa attraverso un sito dedicato e tramite i social media del progetto. In tale quadro è stata avviata anche una riflessione sul monitoraggio dell’attuazione della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, ratificata dallo Stato di Palestina il 2 aprile dello scorso anno. E infine, un gruppo di 20 ragazze con disabilità, con il supporto di esperti di livello internazionale, ha potuto realizzare un’importante“ricerca emancipatoria”, tesa cioè a individuare e ad analizzare i fattori sociali, economici e culturali che, nello specifico contesto locale, ostacolano l’inclusione sociale delle donne con disabilità».

A coronamento, dunque, di questo percorso, la delegazione di donne con disabilità, come detto, è arrivata in questi giorni in Italia e sta vivendo un percorso ricco di eventi e incontri, a partire da quello del 2 marzo, presso l’Università di Bologna, con i docenti e gli studenti della Scuola di Psicologia e Scienze della Formazione.
Trasferitasi successivamente a Roma, la delegazione si è recata al Ministero degli Esteri e a quello del Lavoro e delle Politiche Sociali – ricevuta dal responsabile di quest’ultimo Dicastero, Giuliano Poletti – e quindi presso organizzazioni impegnate per la tutela e la promozione dei diritti delle persone con disabilità, fra cui la stessa FISH.

Inoltre, infine, il 4 marzo, le donne palestinesi, accompagnate anche dal presidente della FISH Vincenzo Falabella, sono state ricevute da Papa Francesco in un’udienza pubblica.**
(superando.it)

**parte rielaborata

di Giovanni Cupidi

Donne, Amore e disabilità

Standard

L’amicizia è la più preziosa delle esperienze di relazione. Se è vera, si dice, non finisce. Ma se il diavolo ci mette la coda finisce anche quella. Resta un senso di desolazione e di aridità interiore devastante. Ci si sente pervasi da uno squallore com’é di certi luoghi, di certe case, di certi stati di abbandono e di incuria che restituiscono la dimensione interiore del gelo e dell’incubo. E anche dopo essersi salvati da questa palude resta la tristezza profondissima e un senso vago di nausea. Tra le esperienze di vita, il tradimento di un’amicizia è sempre un buco nero che risucchia energie vitali; subìto da persone con disabilità o da persone colpite da quell’handicap invisibile che è l’accudire familiari con disabilità non si può nemmeno annoverare tra i lutti. E’ semplicemente un non senso impresso come un sigillo maledetto sulla propria vita.

Forse è per questo che non si parla facilmente di sentimenti quando il contesto è quello un po’ misterioso che ruota intorno alla disabilità; forse perché mentre dalla parte dell’offerta (di tenerezza) si teme di operare il politicamente scorretto, dall’altra – quella della domanda- ci si convince che è normale che le storie finiscano male o che non inizino proprio o che non si cerchino affatto, come se fosse un tabù il desiderarle. Se ne parla spesso ormai ma ho la sensazione (ed è un dato tutto personale) che per quanto si circumnavighino terre nuove in tema di affettività, non si riesce mai a sbarcare. Come se ci fosse una paura di fondo, qualcosa che trattiene ogni desiderio, anche di conoscenza. Pudore forse, o senso d’inadeguatezza più che oggettivo disagio. Eppure l’istanza è vasta e profonda sia da parte di chi l’amore – in tutte le sue forme- lo cerca, sia da pare di chi vorrebbe amare senza pregiudizi, anche una persona con disabilità o un caregiver. Basta consultare la barra a destra per vedere che anche qui sul blog gli argomenti più letti sono da sempre quelli che riguardano i sentimenti, la sessualità, il rapporto col proprio corpo e con la propria affettività; in una parola, la fonti di autostima.

Nemmeno le ultime delicatezze di Franco Bomprezzi (un pensiero alle donne nel corso di un bilancio personale di mezz’agosto, mentre più forte si scatenava la furia del femminicidio) hanno potuto rendere un discorso compiuto ed efficace su questo tema che spesso suscita entusiasmi, ma anche critiche; o contrapposizioni, a volte anche di genere (per esempio quando si parla di assistenti sessuali ma solo in relazione ai maschi e non anche alle femmine; o di nuove compagne che gli uomini trovano con più facilità mentre per una donna è più difficile farsi accettare con quel burqa che è la propria condizione di badante a vita, come se sotto non ci fossero nudità, anche dell’animo, che chiedono solo di essere vestite diversamente).

Poi, risolutiva nella sua semplicità, arriva una folata di vento che spazza via tutti questi pensieri, tutte queste congetture. E’ una storia, quella della madre di un figlio autistico – Mariella – che decide una sera che a qualcosa non può proprio rinunciare: ad essere presente al Premio Estense al quale partecipa come finalista Gianluca Nicoletti, noto giornalista e autore di Una notte ho sognato che parlavi – Così ho imparato a fare il padre di mio figlio autistico. Mariella diventa così la assoluta protagonista di uno strepitoso corollario al Premio che avrà eco su La Nuova Ferrara, il quotidiano a cui Mariella ha scritto, dichiarando le proprie intenzioni da novella Cenerentola. Proprio Nicoletti, poi, vincerà il prestigioso premio e le risponderà dal suo blog con parole di disarmante bellezza per la cognizione di causa che dimostra di possedere sulla condizione più intima delle donne prigioniere non (e qui vorrei correggere Nicoletti) della disabilità dei figli quanto piuttosto di se stesse e della propria scelta di sacrificio personale a favore del figlio e della famiglia tutta.

Ma, osservo, se le donne hanno chiuso il cancello sulla propria libertà vuol dire che ne posseggono la chiave. Se questo è vero, possono riaprire quel cancello quando vogliono e godere dell’ora d’aria quando ne hanno il desiderio e non solo il bisogno; perché l’autostima a cui accennavo non piove dal cielo, e la cura di sé, anche minima, ne è parte integrante. Per questo il feedback maschile ha un valore incommensurabile nella vita di quelle donne che se non hanno più a cuore la somma delle “lasciate” e delle “perdute”, sanno sapientemente tenere il conto delle piccole conquiste e degli atti di volontaria gratificazione. E che sanno essere riconoscenti a quegli uomini che, lasciandosi cogliere dalla curiosità, provano a decifrare un universo in divenire fatto di nuove consapevolezze.

(corriere.it)

Un crimine contro tutte le donne con disabilità

Standard
Coordinamento Gruppo Donne UILDM*

Tale viene considerata, dal Gruppo Donne UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare), la sterilizzazione forzata, pratica ancora sin troppo diffusa nel mondo e della quale si è tornato a parlare in queste settimane, dopo che in Australia una Commissione del Senato ha confermato che essa «non sarà vietata»

Donna rannicchiata su di séIl Gruppo Donne UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare) esprime forte disapprovazione nei confronti della sterilizzazione forzata delle donne e ragazze con disabilità, praticata in diversi Paesi del mondo e recentemente oggetto di una pronuncia da parte di una Commissione del Senato australiano che, pur non vietandola, propone la «creazione di leggi e regolamenti più restrittivi e una più adeguata formazione del personale medico e dei familiari delle persone con disabilità» [se ne legga già anche nel nostro giornale, N.d.R.]. Il dibattito è acceso e i motivi che spingerebbero a tale pratica riguarderebbero – a detta delle famiglie delle giovani coinvolte (per lo più ragazze affette da deficit psichici) – proprio la loro protezione, data l’incapacità di controllare la propria vita sessuale o di gestire il rapporto con la corporeità femminile. Contro tale pratica, d’altro canto, si è espressa la Commissione per i Diritti Umani australiana (Human Rights Commission), che ne auspica la messa al bando, salvo in circostanze di pericolo di vita.

Sulla pratica della sterilizzazione forzata si era espresso già in passato l’EDF (European Disability Forum) che nel 2009, rifacendosi agli articoli 16 e 23 della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, aveva ribadito come la sterilizzazione forzata sia «una forma di violenza che nega i diritti delle persone con disabilità a formare una famiglia, a decidere sul numero di figli che eventualmente vogliano avere, ad avere accesso a informazioni corrette sulla pianificazione familiare e riproduttiva e a vivere la propria fecondità su basi uguali a quella delle altre persone».

Noi crediamo che ciascuna donna abbia il diritto a decidere del proprio corpo, autodeterminandosi in rapporto all’essere donna in primis e poi persona con disabilità. E crediamo che sia compito delle Istituzioni accompagnare le famiglie e le ragazze disabili in un percorso di consapevolezza del proprio corpo, della propria femminilità, che tenga conto dei deficit, ma che non le privi della possibilità di essere madri, se non attraverso una scelta cosciente e condivisa. È certamente il cammino più difficile perché pone i soggetti interessati – istituzioni, famiglie e donne con disabilità – nella posizione di considerare prima di ogni altro aspetto la dignità e l’integrità della persona, il diritto all’autodeterminazione e il desiderio di vivere un’esistenza piena e completa.

Auspichiamo, dunque, che a livello internazionale il dibattito sulla sterilizzazione forzata possa sfociare in una condanna unanime da parte degli Stati, che ne vietino la pratica a favore di istituti quali il “consenso informato” e la “capacità legale”, in pieno accordo con lo spirito e i princìpi della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone  on Disabilità.