Quel calcio alla disabilità

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Una frazione di secondo. L’inquadratura dura solo un attimo. Un arbitro bambino alza il cartellino rosso e i ballerini della cerimonia di apertura si arrestano. Il “giudice di gara” corre a bordo campo dove Juliano Pinto, paraplegico brasiliano con un esoscheletro tira un calcetto a un pallone. Molte regie dei network tv internazionali si sono persi lo storico gesto durato pochi frame. L’hanno inquadrato per un momento e poi via verso la festa di apertura dei mondiali di Calcio in Brasile. Il protagonista di quest’istante è un ragazzo paraplegico di 29 anni in sedia a rotelle che grazie a gambe bioniche si alza in piedi e dà il calcio d’inizio. Di cinguettio in cinguettio la foto vola sui social network (@walkagainprojct). Guardo il ragazzo ingabbiato in un esoscheletro bionico a controllo cerebrale e penso a un bambino malfermo sulle gambe nell’atto di spingere la palla con il piede. Così imponente grazie alla supertuta che lo fa somigliare a Robocop e così fragile dentro quell’armatura mentre si alza dalla sedia a rotelle.

Mi sembra di rileggere sul suo volto quell’emozione/stupore di tornare a guardare il mondo da un’altezza considerata nella norma. L’ho provata e ho cercato di raccontarla quando testai un esoscheletro simile (a controllo meccanico e non cerebrale). Immagino lo sforzo fisico e psicologico di quel ragazzo a dare il via ai Mondiali di Calcio. Il suo gesto meccanico, ma dettato dalla sua volontà, in mezzo ai gesti atletici dei migliori calciatori al mondo. Macchine perfette, corpi scolpiti… il calciatore è il “figo” per eccellenza. Ecco quindi il sogno che si realizza. E’ difficile trasmettere la complessità di quel movimento. Sono stato “bipede” prima di avere l’incidente e mai avrei pensato che un atto tanto banale, come tirare un calcio a un pallone, fosse in realtà tanto complesso. Una volta avrei visto il pallone e quasi senza impegno… tac un bel calcione. Pensiero e azione. Millesimi di secondo. Il cervello che comanda e il corpo che esegue.

Compresi dove stava la difficoltà a 26 anni adagiato in un letto di ospedale. L’avrei capito quando di nascosto (forse un po’ anche da me stesso, per paura della terribile delusione) chiudevo gli occhi e concentravo tutto il mio pensiero sul pollice del piede. Volontà e cervello impegnati allo stremo per impartire un ordine semplicissimo: “muoviti”. Il “muoviti è un ordine” è diventato pian piano un “ti prego dai un segno di vita”. Nulla se non cloni temporanei, micromovimenti dovuti a contrazioni involontarie dei muscoli. Una volta immaginai pure che mi stessero premendo un piede. Nulla. Rimasero deluse anche quelle persone che per curiosità o speranza mi toccavano mentre ero distratto (come si fa quando si arriva alle spalle di una persona). Nulla. La paraplegia non è soltanto il non movimento. E’ anche questo. E’ il non sentire le sensazioni sulla pelle dal petto in giù (almeno per il mio tipo di lesione), è il non sentire se hai mal di pancia, il non controllare le proprie funzioni fisiologiche. E’ il sentirsi inferiore agli altri (e la società contribuisce molto a questa sensazione) perché non hai le stesse capacità degli altri. Poco importa che tu ne abbia altre, ma in cima ad una scala – che porta magari al tuo vecchio impiego – non ci arriverai mai. E’ il vivere in attesa che qualcosa cambi, che si arrivi a una cura (Leggi Carrozzine di Stoccolma)

E ora in mondo visione quel gesto, semplice e banale, che viene compiuto da una persona in carrozzina. Sotto gli occhi di milioni, se non miliardi, di persone. E un fremito mi corre lungo la schiena. Si è riacceso il motore della speranza, ma anche quello della paura. Il terrore che si gridi al miracolo (purtroppo come ho letto in vari articoli sul web accanto all’errore di indicare il ragazzo come tetraplegico – lesione che non consente l’uso degli arti superiori – invece che paraplegico). Io ho provato quelle gambe bioniche, e anche se si tratta di una versione avanzata, non è ancora una soluzione per tutti. Quel bellissimo oggetto frutto del lavoro di 170 ricercatori (e molte migliaia impegnate su altri progetti) è un passo avanti nella ricerca.

La speranza non deve diventare illusione. Il confine è sottilissimo. In attesa dell’evoluzione della specie degli esoscheletri, godiamoci lo spettacolo dei mondiali e Forza Azzurri!
(invisibili – corriere.it)

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IL CALCIO D’INIZIO DEI MONDIALI DI BRASILE LO DA’ UN DISABILE CON ESOSCHELETRO

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E’ significativo che a dare il calcio d’inizio ai Mondiali di calcio di Brasile 2014 sia stata una persona paraplegica indossando un esoscheletro.

 Grazie a questa struttura avvenieristica, che si indossa in tutto il corpo, dalla testa ai piedi, il ragazzo che lo ha indossato ha potuto muoversi, calciare il pallone e percepirne le sensazioni del tatto grazie a una speciale “pelle artificiale”, denominata CellulARSkin, formata da sensori e microprocessori che inviano al cervello le informazioni dell’ambiente (dimensioni, temperatura ecc).

 Questo esoscheletrio, che è frutto di un lunghissimo lavoro di studio di un team numeroso, in sostanza interpreta le intenzioni della persona, attraverso uno speciale casco, traducendole in azioni. In pratica, legge il comando del cervello e lo esegue, dando corpo ai comandi della persona paralizzata. 

Altissima tecnologia per l’apertura di questo mondiale, quindi, ma anche un bel messaggio di inclusione che speriamo non rimanga inascoltato.
 

È iniziata l’era dell’uomo aumentato

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Un ragazzo paraplegico darà il calcio d’inizio ai Campionati del mondo, Brasile-Croazia il 12 giugno a San Paolo alle 17 locali. Il miracolo sarà reso possibile grazie al progetto Andar de Novo, diretto dal neuroscienziato brasiliano Miguel Nicolelis, condotto insieme a 170 ricercatori internazionali.

Il risultato è un esoscheletro che una volta indossato permetterà al paziente di muovere gli arti semplicemente pensando: gli elettrodi posti sul cranio invieranno il segnale elettrico a un computer posto sulla schiena che lo trasformerà in comando motorio. «Abbiamo proposto al Governo di inaugurare i Mondiali con una dimostrazione scientifica senza precedenti, invece che con la classica cerimonia di intrattenimento», ha spiegato Nicolelis «perché la nostra ambizione è mandare in soffitta le sedie a rotelle.

E confidiamo di restituire il movimento a chi non può camminare». Le più recenti innovazioni nel campo della robotica e delle interfacce uomo-macchina hanno dato un enorme impulso a simili tecnologie: Abi Research prevede una crescita del 68% all’anno della diffusione di esoscheletri entro il 2020.

In Giappone la Cyberdyne ha sviluppato Hal, tuta robot che ha vinto gli Edison Awards 2014 ed è in corso di sperimentazione in Germania, con i costi sostenuti da una società assicuratrice, mentre nel nostro Paese sono utilizzate da tempo, nel centro riabilitativo Villa Beretta di Costa Masnaga (Lecco), le gambe del progetto ReWalk, create dall’ingegnere tetraplegico israeliano Amit Goffer, che richiedono però l’utilizzo di stampelle. Addirittura l’americana EksoBionics ha presentato il primo esoscheletro le cui parti a contatto con il corpo del paziente sono create su misura, grazie al supporto delle stampanti 3D di 3DSystems, per consentire una migliore adattabilità delle gambe artificiali ed evitare eventuali lesioni da sfregamento che la persona non potrebbe percepire.

Naturalmente all’orizzonte non c’è solo la possibilità di usare gli esoscheletri per tornare a far camminare i disabili, ma anche quella di creare esseri umani potenziati: Hugh Herr, direttore del laboratorio di Biomeccatronica del Mit di Boston con le gambe amputate sotto il ginocchio, di recente ha rivelato due “gambaletti” motorizzati che permettono a una persona normodotata di trasportare 23 chili usando meno energia di quanta ne servirebbe altrimenti.

«Si tratta del primo esoscheletro che aumenta le capacità umane e riduce il costo metabolico –, ha spiegato Herr -in una misura pari a circa il 30%». E nella stessa direzione va il Body Extender, esoscheletro della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, con cui una persona può sollevare 50 chili con ciascuna mano. Le applicazioni sono molteplici, dalla logistica, ai lavori pesanti fino naturalmente all’industria militare. Il sogno futuro è, come ha detto Obama di recente in conferenza stampa «costruire Iron Man», ma se il presidente Usa scherzava, non è un gioco il progetto di esoscheletro dell’esercito americano ribattezzato Talos.

Il grande cruccio però rimane quello della disabilità. Se gran parte dei laboratori di ricerca sono impegnati a disegnare e sperimentare arti robotici sempre più leggeri, economici ed efficienti, c’è chi pensa che in futuro potrebbe non essercene bisogno: l’Università americana di Louisville e l’Istituto di Fisiologia Pavlov di San Pietroburgo, hanno appena presentato i risultati dell’applicazione di uno stimolatore epidurale in grado di far recuperare, seppure in maniera ancora scoordinata, il movimento volontario delle gambe. La ricerca, pubblicata su Brain, prevede l’installazione di elettrodi non tanto nella parte danneggiata del midollo spinale, quanto in quella sana più vicina agli arti, in modo da potenziare il lavoro dei neuroni che sono ancora in grado di funzionare.

L’impianto permette di riattivare l’attività elettrica del midollo, che così è di nuovo in grado di recepire il comando di movimento del cervello e di trasmetterlo alle gambe. Tutto viene attivato con un telecomando dal paziente, e modulando il voltaggio per ogni persona e ogni movimento differente, si possono elaborare algoritmi in grado di ottimizzare il segnale elettrico ideale per le diverse attività. Lo studio ha dimostrato che i pazienti hanno avuto bisogno di stimolazioni sempre minori per riattivare alcuni movimenti, facendo pensare che in futuro la tecnologia potrebbe essere utilizzata anche temporaneamente, per fare imparare al midollo a funzionare con quelle parti rimaste sane. L’era dell’essere umano aumentato è appena cominciata.
(ilsole24ore.it)

ReWalk: Manuela Migliaccio lo sperimenta

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ReWalk è un’ortesi (esoscheletro) motorizzata che si indossa esternamente agli indumenti degli arti inferiori. I motori elettrici, alimentati da una batteria posta in uno zaino portato sulle spalle, comandano le articolazioni delle anche e delle ginocchia e sono controllati da un sistema computerizzato, anch’esso alloggiato nello zaino. L’esoscheletro, destinato ad essere usato con due bastoni canadesi per garantire la stabilità della stazione eretta e della deambulazione, è attivato da un sensore, posizionato nella parte antero-superiore del corpo, controllato dal paziente mediante piccoli cambiamenti nel centro di gravità ovvero attraverso movimenti di inclinazione della parte superiore del corpo. 
ReWalk è disponibile in due versioni, una per i centri di riabilitazione (REWALK I), da utilizzare durante il trattamento riabilitativo, ed una personalizzata (REWALK P), da fornire al paziente al termine del trattamento riabilitativo.
ReWalk può consentire ad una buona parte di persone affette da paraplegia di portarsi in stazione eretta dalla posizione seduta, di deambulare e di salire le scale con un’autonomia continuativa di due ore.
Attualmente il Rewalk viene utilizzato per la deambulazione in soggetti paraplegici che hanno un ottimo controllo del tronco e con una lesione massima a livello D4.

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Lo ha sperimentato Manuela Migliaccio, 29enne napoletana paraplegica in seguito ad un incidente che le è capitato in Grecia nel 2009, che a distanza di 4 anni ha avuto l’opportunità di percorrere (o quasi) grazie a ReWalk, sulle proprie gambe, gli 11,5 chilometri della camminata non competitiva della StraBologna 2013; la manifestazione di promozione dell’attività sportiva dedicata alla solidarietà, organizzata ogni anno da Uisp Bologna.
ReWalk è composto da una struttura robotica di circa 18 kg con 4 motori elettrici prodotta dall’azienda israeliana Argo medical technologies.
Il controllo dell’esoscheletro si basa su sensori che analizzano i movimenti degli arti superiori e del busto, che vengono utilizzati per innescare e mantenere gli schemi di andatura degli arti inferiori. Una volta che ReWalk percepisce i movimenti delle braccia, i pulsanti su un telecomando permettono all’utilizzatore di selezionare varie impostazioni di programma e di scegliere la modalità di movimento: camminare, salire le scale, sedersi, alzarsi o altro. Piegando il busto come per fare un passo in avanti, dunque, l’esoscheletro è capace di registrare il movimento e farlo riprodurre alle gambe. Tuttavia, per usarlo è comunque necessario dotarsi di stampelle.
Manuela Migliaccio lo usa dal giugno 2012 nel centro riabilitativo Villa Berretta, a Costa Masnada in provincia di Lecco. Da dicembre, poi, la 29enne ha potuto usufruire del “mezzo” anche a casa, diventando la prima persona al mondo ad averlo a domicilio.
Manuela ha deciso di provare a partecipare a manifestazione podistiche non competitive, come la Corsa della Speranza di Lugano, di 5 chilometri. L’obiettivo alla StraBologna era quello di cercare di raggiungere il nastro di arrivo insieme agli altri partecipanti, partendo con qualche ora di anticipo, alle 5 del mattino. Questo perché la sua andatura non poteva essere superiore ai 2 chilometri orari circa, senza contare che le batterie che tengono in funzione l’esoscheletro durano al massimo 8 ore. Il suo personalissimo gruppo di supporto era composto dal fidanzato e da 2 fisioterapiste, Laura Colombo e Sabrina Basilico.
Sfortunatamente si è dovuta fermare a causa di un guasto meccanico al motore dell’anca sinistra, uno dei quattro della macchina robotica che le ha permesso di tornare a camminare. Grazie alla partenza anticipata di molte ore, l’esoscheletro, che ha un costo di circa 50 mila euro, avrebbe dovuto consentire a Manuela di arrivare al traguardo più o meno insieme agli altri partecipanti, a un passo di circa 2 chilometri all’ora. L’obiettivo di Manuela era superare le 6 ore di camminata grazie alle 2 stampelle che la sorreggono in piedi e allo zainetto con le batterie dell’esoscheletro, che porta sulle spalle.
Il guasto l’ha colta alla sprovvista, Manuela le ha tentate tutte, ha perfino chiamato in Israele, dove ha sede l’azienda che produce l’esoscheletro, per capire se si potesse riparare oppure no. “Lì in Israele – racconta la ragazza – hanno la possibilità di controllare a distanza cos’è che non funziona e se il guasto è riparabile”. Niente da fare però per quest’anno, il sogno di superare le sei ore di cammino e magari arrivare al traguardo deve essere rimandato. Quando il motore dell’anca sinistra ha smesso di funzionare è stato il sistema di scurezza di cui è dotato il ReWalk a sorreggere in piedi Migliaccio, che sarebbe potuta cadere a terra. Grazie al sistema di scurezza, infatti, la meccanica non collassa.
Ma Manuela non ha la minima intenzione di darsi per vinta e dopo la “tappa” bolognese della StraBologna mira ancora più in alto. I prossimi obiettivi saranno altre maratone, tra cui forse anche quella di New York, sempre con uno scopo dimostrativo, ma per lanciare un messaggio, per sensibilizzare chi come lei si è trovata costretta a cambiare totalmente la propria vita, ma che non ha mai rinunciato a sperare di poter tornare a camminare seppur con un ausilio di questo tipo. In un’intervista spiega però che nella Grande Mela durante la stagione della maratona piove spesso, e questo potrebbe impedirle di partecipare, perché l’esoscheletro non può bagnarsi.

(Una parte del testo è tratta e rielaborata da http://www.superabile.it)

di Giovanni Cupidi