Gli studenti di serie B: “buona scuola” e disabilità

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Su “La Repubblica” di ieri Adriano Sofri, solitamente molto attento ai temi sociali, interviene su un aspetto particolare della riforma della scuola entrando nel merito della delega al Governo per la revisione del ruolo e delle competenze degli insegnanti di sostegno (I professori di serie B, 21 maggio 2015).

Nel pezzo di Sofri vi è più di un’imprecisione. Innanzitutto quella delega va riempita di contenuti ed indicazioni operative, ma non è un mistero che l’intento sia di rifarsi alla specifica proposta di legge (A.C. 2444) promossa dalle Federazioni delle associazioni delle persone con disabilità e dei loro familiari (FISH e FAND) e frutto di un lungo confronto con il Ministero. Quindi l’esigenza di una riforma del ruolo e delle competenze dell’insegnante di sostegno parte proprio “dal basso”, dai primi portatori di interessi, dall’intenzione di garantire innanzitutto il miglior diritto allo studio delle persone con disabilità.

Nell’Anno scolastico 2014/2015 gli studenti in Italia sono 7 milioni 900 mila con 728.325 insegnanti.

Gli insegnanti di sostegno sono 101.000 circa per una popolazione di studenti con disabilità di circa 207.000. L’organico degli insegnanti di sostegno è quindi in un rapporto 1 a 2. Il rapporto tra docenti di sostegno e docenti curricolari è di 1 a 7.

L’organico di sostegno non può essere considerato in sofferenza a meno che non si interpreti quell’insegnante come assistente personale. Ma non è quello il ruolo: per quel ruolo sono previsti gli assistenti educativi e alla comunicazione e gli assistenti materiali.

Il ruolo dell’insegnante di sostegno è quello del facilitatore, di essere il “ponte” fra l’alunno con disabilità, il docente, il gruppo classe. E questo ruolo impone alcuni presupposti.

Il primo è una specifica formazione in pedagogia speciale. Il sostegno adeguato lo si garantisce non con le inclinazioni personali o con una innata sensibilità, ma con specifiche competenze.

Va, quindi, riconosciuta e rimarcata, all’interno del corpo docente, la funzione educativa dell’azione di sostegno, non certo sostitutiva di specifiche figure assistenziali.

Tali figure assistenziali devono essere garantite su tutto il territorio nazionale in modo omogeneo, ma per le note vicende relative a fondi e frammentazioni delle competenze non lo sono. In queste sacche di disomogeneità l’insegnante di sostegno finisce per assumere ruoli di assistenza materiale, se non riabilitativa.

Il sostengo ha dunque un ruolo, una mansione, delle competenze precise. Non si comprende quindi perché qualunque disciplina non sia intercambiabile, il sostegno sì. Ecco la discriminazione: la marginalità. Tutte le discipline sono intoccabili, ma tutti, al contempo, possono – nel regime attuale – gestire il sostegno.

Nella realtà dei fatti la situazione assume connotazioni assai gravi di rinnovata marginalizzazione e confinamento.

Primo fra tutti il fenomeno crescente delle cosiddette “classi di sostegno” (da 5 a 7 alunni con disabilità con 1 – 2 insegnanti di sostegno): un ghetto illegale!

E ancora: insegnanti di sostegno senza alcuna formazione che usano quel ruolo per maturare punteggio nella propria classe di concorso (cosa consentita solo in questo caso), col risultato di dare scarse risposte all’alunno con disabilità e di praticare concorrenza sleale ad altri precari che non scelgono questa scorciatoia. Avere il coraggio di denunciare questo fenomeno – lo sapevamo – infastidisce interessi consolidati e visioni corporative che hanno poco a che vedere con il diritto allo studio e la qualità dell’educazione.

Per questi motivi riteniamo benvenuti i tentativi di sanare queste distorsioni, di garantire ai nostri figli una prospettiva diversa da quella del parcheggio in corridoio assieme al bidello.
(fishonlus.it)

di Giovanni Cupidi

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Segregazione delle persone con disabilità: si muove l’Europarlamento

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“In tutta l’Unione europea vi sono centinaia di migliaia di minori, disabili, persone affette da problemi di salute mentale, anziani e persone senza fissa dimora che vivono segregati all’interno di istituti e subiscono per tutta la vita le conseguenze dell’istituzionalizzazione.”

“Gli Stati membri dell’UE dovrebbero essere incoraggiati ad abbandonare l’assistenza istituzionale a favore di un sistema di assistenza e sostegno basato sulla famiglia e sulla comunità.”

È lo stralcio di una Dichiarazione scritta su cui 13 europarlamentari chiedono la sottoscrizione da parte dell’Europarlamento. Se la dichiarazione raccoglierà l’adesione della maggioranza diventerà un atto di indirizzo di storica rilevanza culturale e politica: no alla segregazione delle persone con disabilità.

“Siamo molto soddisfatti che FISH sia esattamente nel solco di quelle che sono le riflessioni più avanzate in tema di diritti umani. Le persone con disabilità devono poter scegliere dove vivere e con chi vivere. Le politiche sociali devono favorire innanzitutto la domiciliarità e solo in casi particolari contribuire alla realizzazione di soluzioni alternative che comunque, per standard e organizzazione, devono riprodurre il contesto familiare.”

Così commenta Vincenzo Falabella, presidente della Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap.“La Convezione ONU sui diritti delle persone con disabilità, all’articolo 19, ribadisce il contrasto alla segregazione e all’isolamento. Su questo principio richiamiamo l’impegno politico del nostro Parlamento e quello culturale delle associazioni e delle organizzazioni dell’impegno civile. Ovviamente chiediamo a tutti gli europarlamentari di sottoscrivere la dichiarazione.”

L’impegno per la deistituzionalizzazione – e quindi l’inclusione – delle persone con disabilità è un tema centrale per FISH su cui ha approvato una specifica mozione all’ultimo congresso.

Scarica la Dichiarazione scritta degli europarlamentari

(fishonlus.it)

di Giovanni Cupidi

FNA: Renzi (forse) rimpingua il Fondo. Disabili in piazza.

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Dopo il taglio di 100 milioni rispetto alla cifra dello scorso anno, il premier dalla Leopolda s’impegna a riportare il fondo a quota 350 milioni. Le associazioniconfermano che la richiesta era ben diversa:“Serve un miliardo”. Confermata la mobilitazione.

Il fondo per la non autosufficienza toccherà per il 2015 la stessa quota che ha avuto nel 2014: 350 milioni di euro. L’impegno è stato assunto dal premier Matteo Renzi dal palco della Leopolda, promettendo così una correzione al testo della legge di stabilità che nella versione firmata dal capo dello Stato e arrivata in Parlamento prevede un taglio di 100 milioni  rispetto alla somma messa a disposizione nel 2014. Tale decisione non basta comunque a rasserenare gli animi delle associazioni delle persone con disabilità che confermano le mobilitazioni inclusa una manifestazione di protesta in programma per il 4 novembre sotto il Ministero di Economia e Finanza.

La decisione iniziale del governo di tagliare il Fondo per l’assistenza ai disabili gravi e gravissimi, oltre ad essere insensata e deprecabile, strideva fortemente  con la maratona social di questa estate: ricordiamo tutti l’ “ice bucket challenge” per raccogliere fondi in favore della SLA e alla quale partecipò anche Renzi in maglietta e pantaloncini gettandosi in testa un bel secchio di acqua gelata. Oltre alla effettiva necessità di aumentare il Fondo, era evidente che anche da un semplice punto di vista comunicativo la faccenda non potesse durare a lungo senza che una correzione in corsa venisse almeno annunciata.

Tutto ciò comunque non basta perché, anche con un Fondo a quota 350 milioni, si tratta sempre di una cifra non sufficiente a soddisfare tutte le esigenze alle quali dovrebbe far fronte. Nel 2014 dei 350 milioni stanziati, 75 erano stati immediatamente indirizzati all’assistenza delle persone con disabilità gravissime (inclusi i malati di sclerosi laterale amiotrofica) e dei rimanenti 275 milioni il 40% è stato ugualmente destinato, in sede di riparto alle regioni, ai disabili gravi.

Sia il Comitato 16 Novembre (che rappresenta le persone affette da SLA), che la Fish (Federazione italiana superamento handicap) avevano chiesto nei giorni scorsi un incontro con Renzi, invito che il premier non aveva accolto, e avevano deciso di scendere in piazza dopo aver ricevuto dai sottosegretari a Welfare, Economia e Salute solo poche e tutte da verificare rassicurazioni.

Nonostante l’impegno preso dal premier Renzi, la Fish vuole vedere atti concreti. Il presidente della FISH Vincenzo Falabella ha dichiarato: “Aspettiamo intanto che ci sia un riscontro tangibile” sottolineando il fatto che “quand’anche il Fondo tornasse a quota 350 milioni certo non sarebbe una soddisfazione”, e ancora, “noi abbiamo chiesto una programmazione del Fondo che arrivi ad un miliardo nel giro di pochi anni”; una proposta che anche il ministero del Welfare aveva fatto propria chiedendo 400 milioni per il 2015, 600 milioni per il 2016 e 1 miliardo per il 2017. “Abbiamo anche indicato quali potevano essere a nostro avviso i capitoli su cui intervenire per poter rifinanziare il Fondo e siamo ancora disponibili a dare tutto il nostro supporto”, dice ancora Falabella aggiungendo ancora come l’obiettivo della mobilitazione sia quello di spingere il governo e il Parlamento a trovare, durante l’iter parlamentare appunto, le cifre che possano far crescere il Fondo in un’ottica di programmazione di lungo periodo.

Più dura la posizione del Comitato 16 Novembre: “Renzi – dice la portavoce Mariangela Lamanna – non ha capito niente e con queste dichiarazioni ufficiali dimostra che non ci ascolta: non c’è bisogno di 350 milioni ma di una cifra di un miliardo da raggiungere in poco tempo. Noi vogliamo un Piano per la non autosufficienza finalizzato all’assistenza domiciliare indiretta, e per fare questo benedetto piano serve un miliardo. Noi di 350 milioni non ce ne facciamo niente. Se Renzi conferma quota 350 milioni non cambia nulla”. “Se il governo – aggiunge – ha aspettato le proteste e l’indignazione delle grosse associazioni per correre ai ripari significa che a monte non c’è l’attenzione dovuta a disabilità: è la prova provata che la disabilità non interessa”.

Il Comitato 16 Novembre, quindi, conferma la manifestazione di piazza del 4 novembre: “Siccome Renzi va da tutti e ascolta tutti, noi il 4 siamo lì per parlare con lui, trovi il tempo per venire anche da noi. Noi affrontiamo un viaggio in condizioni critiche, e se possiamo muoverci noi, si può muovere anche lui”.

di Giovanni Cupidi

DISABILITA’. RENZI E STRADA VOUCHER, ASSOCIAZIONI: BUONA, MA A DUE CONDIZIONI

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Il presidente del Consiglio indica la via del “voucher universale per i servizi alla persona e alla famiglia”. Per le associazioni impegnate nella promozione della vita indipendente ci sono luci e ombre: “I progetti devono essere personalizzati e mantenere una rete di relazioni” (RED.SOC.) ROMA – Positiva la strada del voucher ma a due condizioni: l’importo deve essere personalizzato e il sistema deve prevedere un contesto di servizi e di rete che evitino l’isolamento sociale della persona. E’ questo uno dei pensieri dominanti, fra le associazioni delle persone con disabilita’, rispetto alla proposta presentata dal presidente del Consiglio Matteo Renzi nelle sue “Linee guida per una riforma del terzo settore”. Una delle 29 azioni (e’ la numero 26) indicate dal premier riguarda proprio la previsione di una “disciplina sperimentale del ‘voucher universale per i servizi alla persona e alla famiglia’, come strumento di infrastrutturazione del ‘secondo welfare’”. Un riferimento, quello al “secondo welfare”, che riguarda quei programmi di protezione e di investimento sociale che si aggiungono e si intrecciano a quelli del “primo welfare” (di natura esclusivamente pubblica) e che ne integrano le funzioni, in particolare dal punto di vista della copertura e della tipologia di servizi offerti. Con un ruolo attivo e fondamentale ricoperto da una vasta gamma di soggetti fra cui imprese, terzo settore, enti locali e sindacati. La proposta di Renzi riguarda l’intero settore dei “servizi alla persona e alla famiglia”, e pertanto assorbe un orizzonte piu’ ampio rispetto a quello delle esigenze specifiche delle persone con disabilita’. Le quali, pero’, rappresentano comunque un’ampia fetta dei possibili destinatari della misura. “Ma – ammonisce Silvia Cutrera, presidente dell’Agenzia per la Vita Indipendente (AVI) di Roma – ogni tipo di intervento destinato alle persone con disabilita’ deve essere legato non solo ai bisogni assistenziali ma anche alle esigenze di relazione della persona”. Cutrera, che e’ vicepresidente della Fish (all’interno della quale cura in particolare il gruppo di lavoro su politiche, servizi e modelli organizzativi per la vita indipendente e l’inclusione nella societa’) specifica che la bonta’ della misura dipendera’ inevitabilmente da tre fattori: “quanto, a chi e per quale ragione”. Cioe’, a chi sara’ dato il voucher, a quanto ammontera’ e quale sara’ il requisito per averlo. “Nonostante la Convenzione Onu – dice – le persone disabili sono ancora oggi considerate oggetto di cura: il voucher in genere soddisfa l’assistenza nuda e cruda, cioe’ i bisogni essenziali della persona, ma in un’ottica di vita indipendente andrebbe considerato anche cio’ che serve a partecipare attivamente alla vita di societa’”. Un disabile gravissimo ha un bisogno che si stima in migliaia di euro, ma anche chi ha una disabilita’ piu’ lieve ma vive ad esempio in un contesto sociale particolarmente difficile (ad esempio in una citta’ con trasporto urbano totalmente inaccessibile) puo’ aver bisogno di cifre alte per poter vivere un’inclusione sociale. Insomma, non conta solo la situazione personale della persona, ma anche il contesto di vita. Il particolare dei requisiti non e’ affatto di secondo piano, come fa notare anche Germano Tosi, dell’associazione Consequor e di Enil, il Network europeo per la vita indipendente: oggi, spiega, ci sono un numero elevatissimo di situazioni che rientrano nella definizione di “persona con handicap con connotazione di gravita’” (art. 3 comma 3, Legge 104/1992), ma ognuna di esse ha una sua specificita’ che potrebbe stridere con un sistema standardizzato per voucher. “In questo senso il voucher puo’ essere pericoloso e fa sorgere dei dubbi, meglio sarebbe un sistema in cui ogni persona con disabilita’ possa scrivere il proprio progetto di vita e sulla base di quella decisione ricevere l’emolumento che gli spetta”. Personalizzazione, dunque, e non standardizzazione: non importi uguali per tutti, con somme prestabilite e tutte uguali (o differenziate in due o tre fasce), ma massima considerazione dei percorsi di vita personali. E’ d’accordo anche Silvia Cutrera: “Che lo si chiami voucher, pagamento diretto o in qualunque altro modo, fondamentale e’ l’aspetto della personalizzazione che gia’ e’ molto sviluppato nei progetti che in alcune realta’ territoriali sono da tempo attivi”. Esperienze, come quelle della Sardegna, del Piemonte o della stessa citta’ di Roma, che “ormai non sono progetti, ma pratica consolidata”. A Roma, ad esempio, viene fatta una rilevazione sui bisogni delle persone, con un progetto personalizzato che quantifica un budget poi erogato direttamente alla persona: con obbligo di puntuale rendiconto mensile al municipio, la persona usa i fondi per pagare l’assistenza personale (secondo le regole del contratto nazionale assistenti familiari). In ogni caso, e’ importante garantire alla persona un contesto di relazione: cio’ che fanno, ad esempio, i Centri per la vita indipendente di AVI: sono centri gestiti da persone disabili che lavorano sull’autodeterminazione di altre persone disabili, dando assistenza anche amministrativa nella gestione dei voucher o degli altri contributi per contrattualizzare i propri assistenti personali; strutture che, al contempo, riescono a mantenere la persona all’interno di un contesto di comunita’, contrastando l’isolamento e la solitudine. Un’azione importante eppure difficile che – dice Cutrera – meriterebbe di essere rafforzata. Piu’ che mai positivo, da questo punto di vista, che le Linee Guida presentate da Renzi indichino anche (punto numero 6) la necessita’ di un aggiornamento della legge 328/2000 per assicurarsi “la collaborazione degli enti non profit alla programmazione e non solo all’esecuzione delle politiche pubbliche”. Il che significa nuovi criteri e nuova modalita’ operative nella programmazione e nella gestione dei servizi sociali, con un riconoscimento forte delle realta’ che facilitano il mantenimento di un contesto di relazione e socialita’. (redattoresociale.it)

«Nulla su di noi, senza di noi»: mostra sulla disabilità a Padova

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Il 10 gennaio 2014 verrà inaugurata a Padova ula mostra sulla disabilità «Nulla su di noi, senza di noi», promossa dalla Federazione italiana per il superamento dell’handicap (FISH). L’apertura della mostra avrà luogo con un evento alle ore 17.15 presso il cortile pensile di Palazzo Moroni, nel cuore storico della città patavina.Interverranno alte personalità e cariche istituzionali, tra le quali il sindaco di Padova Ivo Rossi, che aprirà l’incontro, e Stefano Borgato, della redazione di Superando.it, che si presterà per l’occasione come coordinatore dell’evento.
Saranno presenti inoltre Franco Bomprezzi, giornalista e presidente di Ledha (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità), Marco Mascia, direttore del Centro di Ateneo per i Diritti Umanidell’Università di Padova, e Matteo Schianchi, storico e scrittore.
La mostra fotografica è stata inaugurata ufficialmente, in altre città sparse sul territorio nazionale, lo scorso 3 Dicembre in occasione della Giornata internazionale delle persone con disabilità.
Come ci ricorda l’associazione Fish, l’iniziativa è stata fortemente voluta e sostenuta, poiché rappresenta «un’occasione per ricordare le condizioni di vita di milioni di cittadini e delle loro famiglie, ma anche un momento per ribadire la necessità di un impegno comune per garantire loro fondamentali diritti umani. Ancora troppe persone a causa della disabilità vivono situazioni di marginalità e addirittura di segregazione».
Non parliamo solo dei paesi poveri del mondo, dove la mancanza di servizi e infrastrutture per tutti si riflette in particolar modo sulle persone con necessità psico-fisiche particolari. Anche in Italia, «la via da percorrere sulla strada della piena inclusione è ancora lunga». Da ricordare il grande passo avanti compiuto dall’ONU nel 2006 con l’approvazione della Convenzione per i diritti delle persone con disabilità, fondamentale strumento giuridico per la tutela dei disabili, poi ratificata dall’Italia nel 2009.
In questi anni, lo slogan «Nulla su di noi, senza di noi» è stato il grido portato avanti nelle battaglie delle persone con handicap e delle numerose associazioni che le hanno sostenute. Essi rivendicano il diritto a una partecipazione attiva in tutte le decisioni che riguardano la loro vita e la possibilità di dare la propria opinione in qualità di soggetti interessati per quanto riguarda ad esempio le politiche pubbliche degli stati cui appartengono. Un ruolo di cittadini di serie A insomma, come tutti gli altri.
Esplicativo il sottotitolo della mostra: «Le persone con disabilità e le loro famiglie: una partecipazione da protagonisti. Appunti per immagini». Il percorso espositivo propone la storia, le azioni, la voglia di partecipazione degli individui disabili e delle famiglie al loro fianco, nelle sfide quotidiane così come nelle rivendicazioni politiche, attraverso immagini simbolo e commenti che testimoniano i diversi passaggi epocali.
La raccolta di foto mostra alla cittadinanza alcuni momenti significativi nell’evoluzione della condizione e della tutela dei disabili dagli anni Settanta a oggi. L’iniziativa intende contribuire ad un momento di riflessione e sensibilizzazione, che renda “visibili” le lotte, le campagne, le esperienze e le storie individuali che hanno segnato il protagonismo delle persone con handicap e delle loro famiglie nel nostro Paese.
La mostra rimarrà aperta al pubblico fino al 3 febbraio 2014. In aggiunta alle associazioni già citate, hanno reso possibile la realizzazione del progetto il Comune di Padova, la supervisione di Roberto Koch dell’Agenzia Contrasto e la collaborazione di tante realtà locali che hanno messo a disposizione i propri archivi fotografici.
(ilreferendum.it)

di Giovanni Cupidi

Legge di stabilità: dismesse le politiche per la disabilità

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La discussione attorno al disegno di legge di stabilità 2014 è giunta ad un punto che consente le prime riflessioni che non sono delle migliori. In queste settimane la FISH ha mantenuto interlocuzioni aperte con i Gruppi parlamentari al Senato presentando proposte sugli elementi che ritiene maggiormente rilevanti per le persone con disabilità.
Già in origine il disegno di legge è molto carente e debole in quanto ad interventi a favore della disabilità e della non autosufficienza, ma il Senato – ad oggi – non l’ha di certo migliorato in modo significativo.Fondo per le non autosufficienze: il disegno di legge prevede uno stanziamento di 250 milioni, cifra di molto inferiore alla drammaticità delle esigenze e al di sotto di quanto stanziato per il 2013 (275 milioni). Solo ieri, in Commissione Bilancio, il sottosegretario Baretta ha annunciato il ripristino del Fondo ai livelli del 2013 (275 milioni). Il Presidente della Commissione Azzollini assicura che la “Commissione e il Governo si sono impegnati a reperire la copertura necessaria per finanziare interventi specifici a favore delle patologie o delle disabilità gravissime, per un importo pari, come già detto, a 75-80 milioni di euro”. Nella migliori delle ipotesi, nonostante le proposte e le proteste espresse in modo forte e determinato dalle associazioni delle persone con disabilità, il Fondo sarà aumentato di 75/80 milioni rispetto al 2013. Il tutto fra molteplici artifizi e acrobazie di bilancio e nessun impegno per gli anni successivi. Una situazione che testimonia in modo crudo l’assenza di volontà di interventi strutturali e programmati per la non autosufficienza, a favore della domiciliarità e di sostegno ai singoli e alle loro famiglie.Al contempo, il Fondo Nazionale per le Politiche sociali rimane al palo: il finanziamento è inferiore a quello del 2013. Poco più di 300 milioni per i minori, la disabilità, la famiglia, le emergenze sociali.Sono stati dichiarati inammissibili o respinti gli emendamenti per la revisione della norma istitutiva dell’ISEE: si chiedeva di abrogare il computo nel reddito familiare delle provvidenze assistenziali come le pensioni di invalidità e le pensioni sociali.
Respinti gli emendamenti per l’approvazione rapida del nomenclatore tariffario degli ausili e delle prestazioni riabilitative, aspetti che assumono particolare rilevanza in una fase come quella attuale in cui il rischio è quello di un taglio lineare di spesa anziché quello dell’appropriatezza della spesa e di una spending review sostenibile e adeguata.
Respinte anche le proposte di maggiori detrazioni per le spese di assistenza (badanti) per le persone non autosufficienti che avrebbero contribuito anche all’emersione del lavoro sommerso, oltre che ad aiutare tanti nuclei familiari.
“Pessimi segnali per le persone con disabilità e per i loro familiari – commenta Pietro Barbieri, presidente della Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap – Scarsa concretezza, nessuna volontà di affrontare in modo strutturale le emergenze sociali del Paese. Sembra incredibile che questo sia lo stesso Governo che solo quattro mesi fa ha approvato uno specifico Programma pluriennale per la disabilità, con tanti buoni intenti e propositi. Ci auguriamo che la Camera, ricevendo il disegno di legge, intervenga in modo più cosciente e determinato, altrimenti le uniche reali dismissioni riguarderanno le già traballanti politiche per la disabilità.”
FISH ONLUS

di Giovanni Cupidi

Previdenza: Fish, penalizzato chi assiste disabili

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La riforma pensionistica firmata Fornero ”sta facendo sempre piu’ sentire il suo peso: permessi e congedi per l’assistenza a persone con gravi disabilita’ incidono negativamente sul riconoscimento della cosiddetta ‘pensione anticipata”’. Lo afferma la Fish (Federazione italiana superamento handicap) sottolineando che oggi e’ all’esame della Commissione bilancio un emendamento che abroga la norma restrittiva della riforma per chi assiste familiari portatori di handicap e che potrebbe essere bocciato per mancanza di fondi. ”Come noto – afferma la Fish – per richiedere la pensione anticipata non e’ prevista un’eta’ anagrafica minima, ma chi la richiede prima dei 62 anni subisce una penalizzazione dell’1% per ogni anno di anticipo entro un massimo di due anni e del 2% per ogni anno ulteriore rispetto ai primi 2. La Legge 14/2012 ha precisato un elemento: le penalizzazioni non operano se quell’ anzianita’ contributiva ‘derivi esclusivamente da prestazione effettiva di lavoro, includendo i periodi di astensione obbligatoria per maternita’, per l’assolvimento degli obblighi di leva, per infortunio, per malattia e di cassa integrazione guadagni ordinaria’. Sono esclusi dal computo, quindi, permessi e congedi fruiti dai lavoratori per assistere i familiari con grave disabilita’. La Fish – precisa un comunicato – ”ha chiesto di sanare questo paradosso che rappresenta uno ‘schiaffo’ al lavoro di cura assicurato da migliaia di lavoratori. La sollecitazione e’ stata raccolta in Commissione Affari sociali: e’ stato approvato uno specifico emendamento nel disegno di legge di conversione del decreto-legge 101/2013 sulle Razionalizzazione nelle pubbliche amministrazioni. L’emendamento abroga di fatto la norma restrittiva della riforma Fornero. Oggi gli emendamenti sono all’esame della Commissione Bilancio, prima di approdare in Aula. Purtroppo vengono riportate voci assolutamente negative: quell’emendamento verrebbe bocciato per assenza di copertura finanziaria”. ”Se confermata, la bocciatura di quell’emendamento sarebbe un fatto ulteriormente grave – commenta Pietro Barbieri, Presidente della Fish – un gesto di spregio che disconosce la valenza e la sostanza del lavoro di cura di cui moltissimi lavoratori, soprattutto donne, si fanno carico tutti i giorni, soprattutto per l’assenza e la carenza di servizi pubblici adeguati”.

di Giovanni Cupidi