A Gaza le atlete di basket paralimpico superano le ferite della guerra

Standard

La squadra femminile di basket paralimpico della Striscia di Gaza con l’allenatore statunitense Jess Markt, nel campo profughi di Khan Younis, il 28 maggio 2016. (Khalil Hamra, Ap/Ansa)

Sulla sua sedia a rotelle Wessal infila con entusiasmo passaggi e canestri: assieme ad altre palestinesi, si prepara a formare la prima squadra femminile di basket paralimpico della Striscia di Gaza. E oggi in particolare le giocatrici non risparmiano gli sforzi perché sui spalti vuoti del campo Khan Younis è giunto un allenatore importante a dar loro consigli e incoraggiamenti: lo statunitense Jess Markt, figura leggendaria del basket in sedia a rotelle.

Per Wessal Abou Aliane, 40 anni e quattro figli, compiere evoluzioni in campo è un modo per “sentirsi libera e forte” e di dimenticare “lo sguardo negativo che la gente ha sulla disabilità. Cerco di non farci caso, ma so che c’è ancora tanta strada da fare prima di poterci dire totalmente integrate nella società”, spiega mentre corre con il viso incorniciato da un velo.
“È la società a essere disabile”, le fa eco la sua compagna di squadra, Taghrid Abou Hatab, 48 anni. “Non chiediamo pietà, conosciamo la nostra forza e la nostra volontà e sappiamo che potremmo dare molto alla società”, protesta Taghrid che è divorziata e si occupa da sola delle due figlie.

Le famiglie e la società dovrebbero fare la loro parte per opporsi alla forte pressione sociale che spesso impedisce alle ragazze di fare sport

Alla fine del primo allenamento, Jess Markt applaude le 24 giocatrici del giorno. Le aveva già viste l’anno scorso: “In questi mesi hanno fatto dei veri progressi” e “potrebbero presto confrontarsi con delle squadre straniere”.
Tuttavia resta ancora molta strada da fare, e non solo in termini sportivi. “L’ostacolo più grosso per queste donne è trovare sostegno, squadre che diano loro un’occasione di giocare regolarmente e con attrezzature adatte”. E anche “le famiglie e la società” dovrebbero fare la loro parte per opporsi alla “forte pressione sociale che spesso impedisce alle ragazze di fare sport”, a Gaza forse ancora di più che in altri paesi nei quali ha lavorato, prosegue.
I giocatori in sedia a rotelle potrebbero “dimostrare che Gaza non è solo guerra e violenza” e “diventare ambasciatori nelle competizioni internazionali”, dichiara Souheir Zaqout, portavoce del Cicr a Gaza.
Le ferite delle guerre israeliane
Più di 75mila abitanti di Gaza su un totale di 1,9 milioni di abitanti soffrono di una disabilità motoria o visiva. Per un terzo sono vittime di ferite riportate nelle tre guerre condotte da Israele contro Gaza dal 2008. Piano piano cominciano a nascere delle squadre paralimpiche. Quest’anno il Cicr ha fornito 70 sedie a rotelle a otto squadre.
Una di queste, Al Farissat, in cui si allenano una sessantina di donne, ha consentito a Faiza Abou Hassan di risalire la china. “Ero depressa e frustrata, ma grazie alla squadra mi sono iscritta all’università”, dice con orgoglio questa studente al secondo anno di scienze dell’educazione, che siripromette di diventare “campione del mondo di basket”.
Tuttavia, dice con amarezza l’allenatrice della squadra Al Farissat, Sawsan al Khalili, dalla sua nascita – un anno fa – la squadra lotta per ottenere una palestra, ma non ci è ancora riuscita per mancanza di finanziamenti. “La società integra sempre meglio i disabili, soprattutto perché dopo le guerre quasi in ogni casa c’è una persona con una disabilità”, sottolinea Fadi Dib, allenatore di 32 anni della squadra paralimpica della Mezzaluna rossa di Khan Younis. Sono però del tutto assenti “le decisioni politiche e le leggi per promuovere i loro diritti”.
Houda Abou Odeh ha raccolto la sfida. A 36 anni, crede con tutta se stessa nella squadra femminile di basket in sedia a rotelle: “Non ci arrenderemo davanti ai limiti imposti dalla società. Realizzeremo il nostro sogno di accedere alle competizioni internazionali. E vinceremo!”.
(Traduzione di Giusy Muzzopappa)
(internazionale.it)

Annunci

Noi, donne con disabilità di Gaza

Standard

Donne palestinesi con disabilità impegnate nel Progetto “INCLUDE

image

(immagine tratta dalla rivista «Voice of Women»)

«Scrivo sulla mia disabilità per far sì che tutto il mondo sappia quanto noi, persone con disabilità, soffriamo, ma anche per mostrare al mondo che la vera disabilità risiede nella mente. Questa formazione mi ha portato sulla giusta via per fare in modo che la mia comunità e le altre comunità sappiano cosa significa la disabilità».
Sono parole di Ahlan, giovane donna palestinese con disabilità di Gaza, che spiega così l’effetto sulla sua vita avuto dal lavoro di formazione sull’uso dei media, nell’àmbito del Progetto INCLUDE – Empowerment socio economico delle donne con disabilità nella Striscia di Gaza, promosso dalla ONLUS riminese EducAid(Cooperazione e Aiuto Internazionale in Campo Educativo), insieme alla RIDS, la Rete Italiana Disabilità e Sviluppo, voluta, nel 2011, dalla stessa EducAid, insieme all’AIFO (Associazione Italiana Amici di Raoul Follereau), a DPI Italia (Disabled Peoples’ International) e alla FISH(Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), per realizzare iniziative di informazione, formazione e consulenza in Italia e a livello internazionale.

In questi giorni Ahlan fa parte di una delegazione dicinque donne palestinesi con disabilità, in rappresentanza di altrettante organizzazioni di persone con disabilità di Gaza, giunta nel nostro Paese per incontrare la società civile italiana e le rappresentanze istituzionali, oltreché per stringere alleanze e per ricordare che a Gaza esiste e resiste una società che, nonostante le condizioni a dir poco difficili, ha voglia di riscatto e chiede che i propri diritti siano rispettati.

Come abbiamo raccontato ampiamente anche su queste pagine, negli ultimi quattordici anni Gaza ha visto un progressivo isolamento sia culturale che economico; persone e merci fanno sempre più fatica a entrare e a uscire dai 365 chilometri quadrati in cui la Striscia è rinchiusa, e a farne le spese sono soprattutto le persone più vulnerabili, tra cui le donne con disabilità, che già di per sé vivono una doppia discriminazione – come donne e come persone con disabilità – pagando quindi un prezzo molto alto.
Iniziato nei primi mesi del 2013, quando anche il nostro giornale ne aveva spiegato le caratteristiche, il Progetto INCLUDE si è dato l’obiettivo di attivare e sostenere ilprotagonismo delle stesse donne palestinesi con disabilità, nel migliorare le loro condizioni di vita sia da un punto di vista economico, sia nel promuovere il rispetto dei loro diritti di donne e di persone con disabilità.
«Per poter raggiungere questi risultati – si legge in una nota diffusa dalla FISH – EducAid e la RIDS hanno messo in campo, negli ultimi due anni, numerose attività tra loro in sinergia, ad esempio promuovendo la creazione di microimprese, attraverso un finanziamento a fondo perduto a beneficio di 35 donne con disabilità. Su un altro versante, inoltre, sono state formate 120 donne con disabilità all’uso e alla produzione di video, foto e articoli raccolti all’interno della rivista “Voice Of Women”, diffusa attraverso un sito dedicato e tramite i social media del progetto. In tale quadro è stata avviata anche una riflessione sul monitoraggio dell’attuazione della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, ratificata dallo Stato di Palestina il 2 aprile dello scorso anno. E infine, un gruppo di 20 ragazze con disabilità, con il supporto di esperti di livello internazionale, ha potuto realizzare un’importante“ricerca emancipatoria”, tesa cioè a individuare e ad analizzare i fattori sociali, economici e culturali che, nello specifico contesto locale, ostacolano l’inclusione sociale delle donne con disabilità».

A coronamento, dunque, di questo percorso, la delegazione di donne con disabilità, come detto, è arrivata in questi giorni in Italia e sta vivendo un percorso ricco di eventi e incontri, a partire da quello del 2 marzo, presso l’Università di Bologna, con i docenti e gli studenti della Scuola di Psicologia e Scienze della Formazione.
Trasferitasi successivamente a Roma, la delegazione si è recata al Ministero degli Esteri e a quello del Lavoro e delle Politiche Sociali – ricevuta dal responsabile di quest’ultimo Dicastero, Giuliano Poletti – e quindi presso organizzazioni impegnate per la tutela e la promozione dei diritti delle persone con disabilità, fra cui la stessa FISH.

Inoltre, infine, il 4 marzo, le donne palestinesi, accompagnate anche dal presidente della FISH Vincenzo Falabella, sono state ricevute da Papa Francesco in un’udienza pubblica.**
(superando.it)

**parte rielaborata

di Giovanni Cupidi