Disabilità e inclusione, il progetto LudoMi del Politecnico apre due Stanze Magiche per bambini nelle scuole del milanese

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La responsabile scientifica Franca Garzotto: “Qui bambini con e senza disabilità possono svolgere attività multisensoriali di gioco e apprendimento, inclusive e adattabili alle specifiche esigenze di ognuno di loro”

L’inclusione di bambini con disabilità cognitiva insieme a loro coetanei non disabili è al centro di un progetto innovativo che utilizza ambienti e servizi ludico-educativi creati espressamente per loro, stimolanti e coinvolgenti. L’obiettivo è quello di creare nuovi spazi inclusivi con soluzioni ad alta tecnologia. Questo è il progetto LudoMi finanziato dal Politecnico di Milano attraverso il programma Polisocial Award con il contributo del Comune di Cornaredo.
A questo scopo è stata sviluppata Magika, una tecnologia che permette di trasformare un qualunque ambiente in una Stanza Magica, dove luci, proiezioni, musica, suoni, aromi, e materiali fisici sono smart, cioè controllabili digitalmente, programmabili ed interattivi. Nella Stanza Magica i bambini con e senza disabilità possono svolgere attività multisensorialidi gioco e apprendimento, inclusive e adattabili alle specifiche esigenze di ognuno di loro”, spiega a ilfattoquotidiano.it Franca Garzotto, responsabile scientifica del progetto e professore associato di ingegneria informatica del Dipartimento di Elettronica, Informazioni e Bio-ingegneria del Politecnico.
Stanze magiche verranno inaugurate il primo aprile in due scuole di Cornaredo, l’Istituto Comprensivo Statale di via 4 Novembre e l’ICS Da Vinci, dove saranno fruite da 51 classi, circa 1.340 bambini (dai 3 ai 14 anni) e 58 insegnanti, in una data scelta dai promotori con particolare attenzione. “Abbiamo deciso di partire in coincidenza con la Giornata Mondiale della consapevolezza sull’Autismo che si celebra il 2 aprile. La nostra iniziativa tuttavia – aggiunge Garzotto – non è stata concepita esclusivamente per i bambini con autismo, ma anche per tutti coloro che hanno difficoltà nelle sfere cognitive, emotive, comunicative oltre che relazionali”.
Hanno aderito al progetto anche il consorzio Sercop di dieci comuni dell’area metropolitana milanese e le onlus L’Abilità, Fraternità e Amicizia, Fondazione “Dopo di Noi” e Abaco Genitori. Che tipo di utenza potrà usufruire di Magika? Secondo la responsabile, che da oltre un decennio si occupa di tecnologie digitali interattive e multisensoriali rivolte alle persone con disabilità e che ha coordinato anche un progetto europeo su questo tema, di cui LudoMi ne è l’evoluzione, “il progetto si rivolge soprattutto ai bambini che vivono in periferia, dove i servizi specializzati per i bimbi con disabilità sono molto meno diffusi che nel centro di Milano, offrendo loro il risultato di un lavoro di ricerca tecnologica innovativo iniziato 4 anni fa”. Le due Stanze Magiche potranno essere inoltre fruite da bimbi disabili dei comuni periferici limitrofi che fanno riferimento al consorzio Sercop, in orari e giorni extrascolastici, per un totale stimato di ulteriori circa 720 minori. Ai servizi offerti potranno partecipare anche bambini con disabilità che frequentano i centri delle onlus Fraternità e Amicizia, L’Abilità e Spazio Aperto.
“Nella Stanza Magica sono disponibili sette tipologie di attività, ognuna pensata come gioco e mirata a sviluppare competenze diverse. Vi sono svariati giochi per ogni tipologia, e tutti sono configurabili in termini di complessità e caratteristiche visive ed interattive”, sottolinea Garzotto al Fatto.it. Per interagire con la Stanza Magica i bambini hanno la possibilità di manipolare oggetti tramite la tecnologia, utilizzando gesti di mani e braccia (ad esempio per selezionare specifici elementi proiettati sul muro) e movimenti nello spazio (per raggiungere zone evidenziate dalle proiezioni sul pavimento). In alcuni giochi è richiesto di associare stimoli visivi e stimoli sonori, classificare oggetti, giocare alla battaglia navale, cimentarsi nel classico Memory, vestire un avatar, fare la spesa, partecipare attivamente a storie multimediali. Oppure i bimbi semplicemente attenuano il loro stress sperimentando luci, proiezioni e odori particolarmente rilassanti.
LudoMi potrà essere riproposto in altri contesti al di fuori di Cornaredo? “Per le sue caratteristiche di sostenibilità e replicabilità, il servizio potrà essere in seguito esteso anche ad altre realtà, periferiche e non. Sono stati avviati contatti con il Comune di Milano – spiega la responsabile scientifica -. Una versione della Stanza Magica è stata installata in un centro terapeutico nel capoluogo lombardo e un altro a Roma. Le richieste provenienti da altre Regioni sono numerose, ma siamo ancora in una fase sperimentale che richiederà verifiche non tanto tecniche, quanto psico-pedagogiche”.

(ilfattoquotidiano.it)

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Disabili, in Italia la solidarietà sostituisce i servizi. Non possiamo accettarlo

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di Fabiana Gianni

Ultimamente leggo molte notizie che rendono note le qualità solidali della nostra società. Effettivamente l’Italia pullula di gruppi più o meno organizzati che a vario titolo dedicano il loro tempo, le loro competenze e le loro risorse alle necessità del prossimo. Indubbiamente è un valore importante. Certamente motivo di orgoglio.

La solidarietà sostituisce la carenza dei servizi. Questo è il dato di fatto. La mia domanda è un’altra: è accettabile? E quanto questo principio di solidarietà così pregnante penalizza l’inclusione e l’integrazione? È possibile che nel 2018 si debba ancora ricorrere al volontariato per poter fruire di servizi essenziali al perseguimento dei una vita dignitosa, decorosa, inclusiva e autonoma?

Esiste poi un aspetto economico che non si può ignorare: molte di queste realtà vivono di contributi pubblici che sono erogati sulla base di progetti presentati e ritenuti validi all’interno di prerequisiti che di volta in volta sono la cornice entro la quale disegnare un’idea di servizio o di assistenza. Mi sorge sempre più spesso un dubbio: se il singolo disabile avesse a disposizione più risorse economiche, assegnate in base a un progetto realmente ritagliato sulle sue esigenze, non sarebbe più inclusivo, più motivante? Sarebbe anche più realistico e più concreto che la persona scegliesse direttamente dove spendere queste risorse e a quale servizio rivolgersi, così da lasciare spazio a quel libero arbitrio dell’autodeterminazione che – per quanto assistito da amministratori o tutori – deve rimanere rispettoso della persona.

Continuare a finanziare centri ad hoc e servizi per la disabilità a mio avviso non fa altro che favorire il ghetto. Si continua a mettere insieme gente con problematiche differenti, età diverse, ambizioni, possibilità, sogni e situazioni totalmente diverse con l’unico requisito che torna a essere la disabilità. Non ci trovo nulla di inclusivo in tutto questo. Il pacchetto/prodotto servizio viene così stigmatizzato per un’altra ipocrisia di fondo: situazioni dove la persona disabile vive una condizione tanto grave da poter recare danno a sé stessa o agli altri. In questi casi è fuori tema e fuori indirizzo dirlo apertamente. Si procede verso il deteriore. Si toglie tutto a tutti purché siano disabili.

Gli anni passano, la mia consapevolezza cresce e mi appare all’orizzonte una condizione di aberrazione. Dopo tre anni di nido, altri tre di scuola materna e poi cinque di primaria e otto di secondaria – con le varie “ripetenze”, ancora triste strategia del percorso didattico che deve durare tanto a lungo perché rappresenta l’anticamera del nulla – ecco che si arriva alla maturità. Si lotta per ogni genere di causa: dal pasto, al pannolone; dal diario all’utilizzo del pc ; dalla gita mancata alla festa organizzata di nascosto; genitori che vengono cresciuti nel loro ruolo come fossero annientati e solo da assecondare. Genitori che assorbono così tante bugie sulla versione inclusiva offerta dalle parti che alla fine ci credono a tal punto da perdere l’obiettività. Coloro che la mantengono sono così delusi da rischiare di cadere nella versione fatalista e di resa.

Un mondo che fa finta di andare avanti mentre di fatto rema contro. Una società che sostiene idee e pratiche ma toglie la possibilità di fare una doccia fuori orario perché la cooperativa è chiusa. Progetti finanziati in luoghi inaccessibili o in orari improbabili. O strutture. Quelle non mancano mai, anche se hanno cambiato nome grazie alla farsa di una legge sul dopo di noi che aiuta i ricchi a fare quello che già facevano prima e danneggia i poveri coperti di altri improprie incombenze. Un pianeta assistenziale di 15 giorni di vacanza per far riposare genitori fantasmi che spesso non hanno più la forza neanche di verificare e di capire ma ambiscono solo a poter dormire otto ore di seguito. E la faccenda veramente triste è che nessuno parla. Siamo tutti in special edition, mamme alfa, beta e gamma, padri esemplari e fratelli e sorelle meravigliosi. Rivendico la mia totale imperfezione. Rivendico il diritto all’errore, alla rassegnazione, al fallimento, all’arrabbiatura, alla rabbia e poi anche alla gioia, alla pace e alla vita ricostruita con grande sacrificio nel rispetto del dono supremo che ella stessa rappresenta.

Dobbiamo avere il coraggio di dire la verità. Dobbiamo imparare a mostrarci nella realtà dei fatti perché finché la disabilità sarà costellata di geni cresciuti da Ufo, gli altri ci vedranno così e l’inclusione sarà solo un sogno in più, uno dei tanti. Partiamo dal raccontarci cosa faranno i ragazzi in tutta Italia che a giugno usciranno dalle scuole superiori. Partiamo da qui e poi andiamo a ritroso fino al nido e iniziamo a correggere il percorso perverso del buonismo ipocrita. L’inclusione parte da qui.

(ilfattoquotidiano.it)

Disabilità e lavoro, cosa fa un ergonomo dell’inclusione

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Questa figura si occupa di utilizzare le nuove tecnologie per agevolare il lavoro in azienda di persone con disabilità. Cresce l’attenzione anche per il sostegno dei lavoratori più anziani

Si può parlare di tecnologia senza considerare l’ergonomia? L’ergonomia è la scienza che mette in relazione l’uomo con la macchina, una relazione che spesso si inserisce in un contesto che richiede maggiore efficacia ed efficienza, come quello organizzativo, e ha conseguenze fisiche e psicologiche sull’individuo. Per rispondere a questi bisogni, fra le nuove professioni in via di definizione vi è anche l’ergonomo dell’inclusione. Tra le sue funzioni vi è quella, ad esempio, di mappare le condizioni di disabilità dei lavoratori in un’azienda al fine di proporre gli ausili adeguati che ne assistano le attività a livello sensoriale, motorio e cognitivo.

Questo consentirebbe, anche in caso di sopraggiunta disabilità e grazie all’evolversi delle tecnologie, di continuare a svolgere le funzioni coerenti con il proprio background, senza costringere l’organizzazione a rivedere gli incarichi e a relegare persone con attitudini manageriali o con specifiche abilità a compiti sottodimensionati rispetto alle loro potenzialità (tipico, un tempo, la scelta di spostare al centralino chi aveva una ricaduta di sclerosi multipla).

Ogni nuova tecnologia pone (o risolve) una questione di benessere lavorativo. È un tema urgente rispetto a taluni aspetti della salute dell’individuo, legati non solo a situazioni di disabilità, ma anche all’invecchiamento della popolazione. Nel contesto attuale e futuro del mondo del lavoro avrà sempre più importanza progettare la tecnologia in funzione delle abilità specifiche del lavoratore, mappando cosa questo può fare e cosa no, le modalità che ha a disposizione per interagire con la macchina e la definizione delle tecnologie in grado di utilizzare quelle modalità.

Le opportunità che le tecnologie offrono oggi alle imprese permettono di abbozzare le competenze dell’ergonomo dell’inclusione. Questa figura complessa si trova all’incrocio fra l’ergonomo cognitivo, che attinge le competenze da psicologia, neuroscienze e ingegneria dell’informazione, l’ergonomo fisico, di formazione medica, e l’ergonomo organizzativo, che deve possedere conoscenze di management e di ingegneria gestionale.

Cosa fa l’ergonomo dell’inclusione
Secondo l’esperienza di Giacinto Barresi, che si occupa di ergonomia cognitiva e neuroergonomia come ricercatore presso l’Istituto italiano di tecnologia (Iit) e che collabora al progetto Teep-Sla, “l’ergonomo dell’inclusione deve definire capacità, limiti e bisogni del lavoratore con disabilità, in relazione con gli obiettivi dell’organizzazione, per scegliere o progettare l’ausilio adatto a mantenerne le attività, il ruolo e l’identità nel contesto lavorativo più a lungo possibile, e riducendo ogni discriminazione”.

Per fare questo occorre avere competenze legate al design e alla valutazione dell’accessibilità, allo sviluppo di tecnologie assistive, al coinvolgimento degli stakeholder aziendali, oltre alla capacità di facilitare l’integrazione con la terapia e la ricerca. Le tecnologie assistive individuate e assegnate dopo la mappatura in azienda possono seguire la persona, essendo utilizzabili sia a casa e che sul posto di lavoro, divenendo quindi rimborsabili dal Sistema sanitario nazionale. Sulla figura dell’ergonomo dell’inclusione c’è ancora poca cultura, ma esistono diversi gruppi di lavoro dellaSocietà italiana di ergonomia e fattori umani, fra i quali anche il Design for all.

Il tema della disabilità, se si cercano i numeri, non ha confini precisi. Come sottolinea Claudio Messori della Lega per i diritti delle persone con disabilità(Ledha), sconta una difficoltà nell’estrazione di dati significativi e nell’uniformità delle regole fra le regioni. Secondo i dati diffusi dall’Osservatorio sulla salute in occasione nell’ultima giornata della disabilità (che hanno però come base dati Istat raccolti nel 2013), su una popolazione di 4,5 milioni di disabili (di cui 2,5 milioni circa sono over 65) il 18% lavora. È una percentuale destinata a crescere, anche in considerazione delle nuove normative. Per quanto riguarda gli studenti, secondo il ministero dell’Istruzione, su un totale di circa 7,5 milioni di ragazzi e ragazze, circa 250mila hanno una disabilità.

Le novità normative e le mappe dell’inclusione
Il dibattito sulle politiche, sui progetti e sulle azioni concrete per rendere effettivi i diritti delle persone con disabilità è in corso ed è sempre più urgente. L’Onu ha richiesto maggiore inclusività nella gestione delle risorse umane, inserendola nell’obiettivo numero 10 di quelli di sviluppo sostenibile nell’agenda 2030.

Sul fronte della normativa nazionale sono in corso adeguamenti importanti. La legge 68/99 sull’inserimento obbligatorio di quote di disabili all’interno delle realtà aziendali ha avuto con il Jobs Act un’ulteriore rafforzamento, estendendo l’obbligo immediato anche alle imprese con 15 dipendenti, pur prevedendo la possibilità di contratti in somministrazione. Le multe sono state inasprite, arrivando a 300 euro al giorno per ogni inadempienza fino a quando non si è in regola, e l’adeguamento è stato reso più urgente che in passato, quando ci si poteva accontentare di affidarsi esclusivamente agli accomodamenti ragionevoli previsti dalla legge 18/2009, di ratifica della convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità.

Secondo Silvia Bruzzone, direttore dell’ Osservatorio Chronic Diseases and Work di Adapt, per regolare la disciplina di questo strumento viene utilizzata una formula troppo generica, che lascia ampi spazi di interpretazione e applicazione, che possono essere considerati positivamente solo se esistono professionalità e competenze in grado di individuarli adeguatamente.

Rispetto a lavoro e inserimento si fa riferimento alla normativa sul rapporto di pubblico impiego (articolo 39-ter, decreto legislativo 165/2001) e alla legge 68/99 in tema di collocamento mirato, che prevedono un responsabile dei processi di inserimento. Bruzzone riconosce che “le difficoltà non sono poche perché si tratta di proporre alle aziende anche medio-piccole e al settore pubblico un cambio reale di prospettiva rispetto al pregiudizio che da sempre esiste circa la salute e la condizione di disabilità, che è originata dalla società e dall’ambiente circostante, proprio per gli aspetti psicologici a essa sottesi e sovente liquidati come situazione di debolezza e/o improduttività”.

L’esigenza di figure nuove
Le tecnologie emergenti, come ad esempio gli esoscheletri o le brain computer interface, promettono di ri-potenziare le abilità di persone in difficoltà nello svolgimento di compiti anche semplici, come muoversi o comunicare. Oltre alle esigenze di chi ha malattie croniche, più o meno progressive, congenite o acquisite durante la vita adulta, va anche considerato l’impatto dirompente sul management dei problemi di tenuta fisica e psicologica che rischiano i dipendenti over 60. Il rischio di depressione di fronte a cambiamenti culturali e tecnologici molto accelerati è molto alto.

Questa è la ragione dell’esistenza di altre figure che si inseriscono nel campo in cui opera anche l’ergonomo dell’inclusione, come il capability manager e il disability manager. “Al capability manager si chiede di estendere la capacità di creare reti di servizi e soluzioni, in aiuto alle fragilità sociali create dal più recente fenomeno della longevità, dall’invecchiamento della popolazione, dal protrarsi dell’età di permanenza sul lavoro” spiega Maria Grazia Giorgetti di Manager Italia.

Il disability manager è il primo profilo ad avere un riconoscimento anche statistico ed è già previsto dalla legge. Comincia ora a prendere forma con progetti pilota in Liguria e Lombardia. Secondo la classificazione appena stabilita, questa figura farà parte (dal punto di vista burocratico) dei tecnici dell’organizzazione e della gestione dei fattori produttivi e darà appoggio al comparto risorse umane. In termini di formazione l’università dovrà costruire un profilo trasversale che attinga conoscenze anche distanti fra loro, da quelle di change management e mentoring a quelle di bioetica e normativa sul lavoro.

Ancora oggi il responsabile della disabilità non è computato nella quota di inclusione delle aziende. Obiettivo di Prioritalia è far sì che anche i dirigenti abbiano accesso a questa possibilità di attenzione contrattuale.

Un nuovo approccio culturale
Le urgenze restano quelle di una nuova cultura delle abilità residue e del superamento dei pregiudizi organizzativi. Se la tecnologia può intervenire potenziando le abilità di chi ha una disabilità, va però ricordato che alcune tecnologie – come i chatbot – possono ridurre gli impieghi in settori tradizionalmente adatti all’inclusione, come i call center.

Nel maggio 2001 l’Organizzazione mondiale della sanità ha pubblicato la classificazione internazionale del funzionamento, della salute e della sisabilità (Icf), riconosciuta da 191 Paesi come il nuovo strumento per descrivere la salute e la disabilità delle popolazioni. Nell’Icf la disabilità non è più identificata con una diagnosi ma diventa un concetto relazionale e multidimensionale. Nel modello biopsicosociale alla base dell’Icf si prende in considerazione l’intera persona con i suoi problemi e con le sue capacità, oltre alla tutela della qualità della vita e il suo benessere. Si individuano gli ostacoli da rimuovere e gli interventi da realizzare in suo favore affinché possa vivere un’esistenza attiva e serena. Questo apre la strada a diversi interventi in azienda e all’integrazione di competenze per costruire benessere sul posto di lavoro in maniera sempre più ampia.

(wired.it)

​Disability Management: processi culturali e organizzativi per garantire l’inclusione lavorativa

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Il 25 novembre 2016 presso l’Aula Rogers della Scuola di Architettura del Politecnico di Milano si è tenuto il primo convegno italiano sul disability management intitolato “Disability Management: Buone pratiche e prospettive future in Italia” promosso da IBM Italia e dall’Associazione Pianeta Persona con il patrocinio di Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Regione Lombardia, Comune di Milano, Politecnico di Milano, CALD (Coordinamento Atenei Lombardi per la Disabilità), ADAPT e sponsorizzato da Abilitando, Jobmetoo, Randstad e Fondazione ASPHI Onlus. Le organizzatrici sono state Consuelo Battistelli, diversity engagement partner di IBM Italia, e Veronica Mattana, psicologa del lavoro.
Il convegno è stato strutturato in tre parti. Nella prima parte hanno avuto luogo alcuni interventi di carattere generale, nella seconda si è svolta una tavola rotonda focalizzata sul disability management dal punto di vista istituzionale, nella terza si è tenuta un’altra tavola rotonda che invece ha affrontato il disability management dal punto di vista delle imprese.

Disability management e inclusione delle persone con disabilità nel mondo del lavoro



Dopo i saluti istituzionali ha preso la parola Licia Sbattella, professore associato presso il Politecnico di Milano e delegato del Rettore per le situazioni di disabilità, che ha spiegato l’approccio adottato dalla propria università per accompagnare gli studenti con disabilità alla laurea e all’ingresso nel mondo del lavoro. Negli ultimi anni il Politecnico di Milano ha visto aumentare di numero gli studenti con disabilità (prevalentemente motorie e sensoriali, ma anche genetiche e psichiche) o disturbi dell’apprendimento; questo ha portato l’ateneo a sviluppare uno specifico approccio basato sull’accompagnamento personalizzato e l’accomodamento ragionevole: la persona con disabilità che si laurea al Politecnico ha le stesse competenze di tutti gli altri studenti, ottenute però attraverso specifici sostegni adatti alla sua personale situazione.
In quest’ottica è stato costituito un servizio specializzato chiamato “Multi Chance Poli Team” – composto da esperti di informatica, psicologia del lavoro, psicoterapia, architettura e ingegneria – orientato a supportare lo studente in tutto il percorso, compreso l’ingresso nel mondo del lavoro, sia dal punto di vista psicologico che dal punto di vista disciplinare. Il servizio si avvale anche della collaborazione degli altri studenti per garantire il tutorato e il supporto tra pari.
Il seguente intervento è stato affidato a Silvia Angeloni, professore associato di economia aziendale presso l’Università degli Studi del Molise, che ha presentato un approfondimento teorico sul disability management. Angeloni ha dapprima indicato le tre principali aree d’intervento del disability management – la prevenzione di malattie, infortuni, disabilità; l’accomodamento ragionevole per i lavoratori con disabilità; la gestione del ritorno al lavoro delle persone con disabilità acquisita – per poi descriverne i vantaggi: a) riduzione dei costi e aumento della produttività; b) conformità alla legge; c) vantaggio competitivo (connesso alla responsabilità sociale d’impresa); d) benessere per tutti i lavoratori; e) efficienza amministrativa. Perché il disability management è oggi importante? Basti pensare che oggi circa il 15% della popolazione mondiale ha una disabilità, e tale numero può aumentare a cause di fattori come la diffusione di forme di lavoro precarie e instabili (con maggior rischio d’infortuni e disturbi psichici per i lavoratori), l’impatto del telelavoro (che può portare all’isolamento e a patologie posturali legate alla postazione non idonea) e l’invecchiamento della popolazione.

Disability management, inclusione lavorativa e istituzioni del territorio



La prima tavola rotonda ha visto confrontarsi Isabella Ippoliti, psicologa del lavoro, ergonoma, counselor di Cluster Italia, Carlo Mariani, educatore professionale e responsabile degli inserimenti lavorativi della cooperativa sociale Il Portico, Fabrizio Ravicchio, assegnista di ricerca presso l’Istituto per le Tecnologie Didattiche (C.N.R. di Genova) ed Elio Borgonovi professore ordinario presso l’Università Commerciale Luigi Bocconi e coordinatore del CALD.
Il confronto ha fatto emergere differenti esperienze territoriali che hanno favorito l’ingresso nel mondo del lavoro di persone con disabilità. Ippoliti ha evidenziato come solo un approccio interdisciplinare possa dare risultati positivi, raccontando come lei stessa abbia unito competenze psicologiche ed ergonomiche. In questo senso è importante inquadrare il disability management come l’unione di differenti competenze – il management, l’economia aziendale, la psicologia sociale e del lavoro – per comprendere le dinamiche culturali, i processi comunicativi e organizzativi di un’azienda e garantire il concreto ed efficace inserimento della persona con disabilità.
Carlo Mariani ha portato l’esperienza della cooperativa sociale Il Portico, che da trent’anni garantisce l’inserimento lavorativo a categorie svantaggiate, in particolare prsone con disabilità psichica. Nella cooperativa, ha sottolineato Mariani, non vi sono differenze formali tra i lavoratori, solo diversità di capacità e competenze; le persone con disabilità sono occupati in tutti i settori, compresa l’amministrazione.
Fabrizio Ravicchio ha invece presentato il progetto “Scintilla” finalizzato a garantire l’inserimento lavorativo di persone con disabilità grave, spesso impossibilitate a spostarsi dal proprio domicilio, attraverso il telelavoro. Grazie alle nuove tecnologie queste possono formarsi e lavorare a distanza (da casa o dal luogo di cura) e i ricercatori del progetto intendono comprendere a fondo dinamiche e potenzialità di questo strumento, predisponendo i piani formativi per gli enti di formazione e inserimento (come le cooperative sociali).
Elio Borgonovi ha invece posto l’accento sulla costruzione dell’inclusione sociale, cioè la possibilità per le persone di essere libere, autonome e responsabili. Alla base dell’inclusione però vi sono l’assenza di povertà, la salute, il lavoro e la conoscenza ma questi prerequisiti la società non è sempre stata in grado di garantirli. La cultura industriale del ‘900 è stata il fordismo, un paradigma fortemente basato sulla standardizzazione che omologando i processi produttivi e la gestione del lavoro non poteva includere chi non presentava le caratteristiche prefissate come le persone con disabilità. La sfida dell’inserimento lavorativo è quindi favorire il cambiamento della cultura organizzativa delle aziende.

Diversità, disabilità e imprenditorialità

La seconda tavola rotonda ha messo invece in rilievo l’esperienza di diverse aziende. Si sono avvicendati gli interventi di Paolo Sangalli, executive sponsor PwD di IBM Italia, Cristina Toscano, referente selezione persone con disabilità di Intesa San Paolo, Andrea Rubera, equity & inclusion management specialist di TIM e Guido Migliaccio, professore associato di economia aziendale presso l’Università degli Studi del Sannio.
Paolo Sangalli ha descritto gli strumenti adottati da IBM Italia per garantire l’inserimento e la carriera lavorativa alle persone con disabilità (di cui vi abbiamo già raccontato in un’intervista a Consuelo Battistelli).
Cristina Toscano ha descritto il modello di welfare aziendale di Intesa San Paolo e come questo possa garantire l’inclusione dei lavoratori con disabilità. Il perno dell’approccio di Intesa San Paolo è la cura delle reti che si esplicita nella costruzione e nel mantenimento dei legami con le tutte le sedi del gruppo e con i partner esterni. L’obiettivo delle reti interne è sviluppare la cultura aziendale e la conoscenza delle persone che lavorano nell’impresa, mentre l’obiettivo delle reti esterne è sviluppare un rapporto con i partner che vada oltre l’acquisto e la vendita di merci e servizi.
Andrea Rubera ha invece descritto l’evoluzione della politica aziendale di TIM per l’inclusione. In TIM l’esigenza di avere una specifica politica per l’inclusione è nata dal basso, grazie alla spinta degli stessi lavoratori che esprimevano diversità per condizioni di salute, cultura, sesso, genere e religione. Per TIM quindi l’inclusione è valorizzare la diversità fornendo a ciascun lavoratore ciò di cui ha bisogno per esprimere il suo potenziale. L’azienda è partita introducendo un diversity manager, per poi arrivare ad avere un diversity board e ora un equity & inclusion specialist.
Ha chiuso la tavola rotonda Guido Migliaccio evidenziando come certamente la disabilità possa avere dei costi e delle negatività sia per le imprese che per la società in generale, ma anche come possa rivelarsi un valore aggiunto per l’impresa se i lavoratori sono opportunamente integrati nell’organizzazione.

Conclusioni
Ha concluso la mattinata Matilde Leonardi, responsabile SOSD Neurologia, Salute Pubblica, Disabilità e direttrice del Coma Research Center presso l’IRCCS Istituto Neurologico Carlo Besta, sottolineando come sia sempre più difficile definire chi ha o non ha una disabilità in quanto a livello epidemiologico sono in aumento le situazioni di malattia cronica o invalidante (sia fisiche che psichiche) e come questo sarebbe comunque controproducente in quanto porta a tutele per specifici gruppi anziché per la popolazione in generale. È quindi opportuno attuare politiche di sostegno e inclusione centrate sui bisogni piuttosto che sull’appartenenza a un dato gruppo sociale o sulla diagnosi di una particolare patologia. 

(secondowelfare.it)

I disabili fanno bene alla scuola

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Vi segnalo un breve l’articolo che riporto di seguito pubblicato ad inizio luglio sull’ Internazionale come spunto per riflettere su come le realtà storico-culturali nel giro di pochi anni si ribaltano. Di come un Paese come il nostro sia stato portatore sano di conquiste civili e di come adesso stia rischiando di tornare indietro e di come Paesi che erano restii ad accettare cambiamenti adesso siano da imitare se non da invidiare anche culturalmente parlando.
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La grande maggioranza dei genitori tedeschi promuove l’inclusione scolastica dei disabili o, più esattamente, le scuole che praticano l’inclusione. La cosa non era scontata. Il tema è complesso. Uno dei più significativi meriti della scuola italiana è avere intrapreso e realizzato fin dagli anni settanta l’inclusione scolastica dei disabili, gli handicappati si diceva allora. Le resistenze furono molte, ma sono state vinte dall’esperienza. Finalmente nel 2009 l’inclusione è stata sancita dalle Nazioni Unite. Così, dopo l’Italia, anche altri paesi si sono mossi, tra gli altri la Germania e i suoi land. Vittorioso a livello istituzionale, il principio dell’inclusione pareva che continuasse a trovare resistenze nell’opinione pubblica e nelle famiglie.

In febbraio la fondazione Bertelsmann ha intervistato un campione rappresentativo della popolazione adulta – 4.321 genitori con figli tra i 6 e i 16 anni sia che frequentano sia che non frequentano scuole aperte alla inclusione dei disabili – e ha ora pubblicato il suo rapporto, “Come i genitori vedono l’inclusione”. Die Zeit on line del 5 luglio lo riprende e ne riporta la sintesi. “Bei voti alle scuole dell’inclusione”, dice il titolo. I genitori di alunni in scuole inclusive, siano o no disabili, sono soddisfatti delle scuole assai più degli altri con figli in scuole non inclusive: gli insegnanti curano molto di più il loro lavoro e i ragazzi, anche i non disabili, hanno livelli di profitto e di partecipazione assai più alti.
(internazionale.it)

di Giovanni Cupidi

DISABILITA’: DETENUTI RIMETTONO A NUOVO CARROZZINE E PROTESI

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È il progetto d”inclusione lavorativa “L’Atelier dell’Ausilio”, finanziato dalla Fondazione con il Sud: coinvolge numerosi partner pubblici e privati. La presentazione venerdi’ 12 settembre nel carcere di Lucera (Puglia)

Carrozzine e protesi per disabili rimesse a posto e pronte a funzionare o ri-funzionare perfettamente grazie al lavoro dei detenuti della casa circondariale di Lucera, in provincia di Foggia. E’ il senso del progetto “L’Atelier dell’Ausilio” che verra’ presentato venerdi’ 12 settembre a Lucera, finanziato dalla Fondazione con il Sud e che coinvolge numerosi partner pubblici e privati per l’Iniziativa Carceri 2013. Capofila del progetto la cooperativa sociale “L’obiettivo” in partenariato con Escoop, l’Istituto Ortopedico Reha srl, l’associazione di volontariato Lavori in Corso. Partner pubblici del progetto sono l’Ufficio del Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della liberta’ personale della regione Puglia, l’U.E.P.E., Ufficio Esecuzione Penale Esterna di Foggia, la casa circondariale di Lucera, la Asl di Foggia e gli Ambiti territoriali di Cerignola e di Lucera. Il progetto prevede la sperimentazione di un modello di inclusione socio-lavorativa di persone in esecuzione penale negli Ambiti territoriali di Cerignola e dell’Appennino Dauno Settentrionale, attraverso la costituzione, start up e sviluppo di una impresa sociale che gestira’ una struttura produttiva nel settore dei Servizi di ritiro, riparazione e manutenzione, ricondizionamento e sanificazione degli ausili protesici per disabili. L’impresa avra’ due bracci operativi: la bottega e l’officina. La “Bottega dell’ausilio” sara’ ubicata nella casa circondariale di Lucera, grazie all’adeguamento funzionale di un intero piano e si occupera’ di smontare e rimontare pezzi di ausili ancora funzionanti, per nuovi assemblaggi; l’”Officina dell’ausilio” avra’ invece sede a Cerignola e si occupera’ del ritiro degli ausili obsoleti o dismessi e del processo di sanificazione, ricondizionamento e rigenerazione. Dieci in totale le persone in restrizione della liberta’ personale coinvolte, tra detenuti della casa circondariale di Lucera e persone in esecuzione penale esterna in carico all’Ufficio di esecuzione penale esterna di Foggia e che lavoreranno prevalentemente nell’Officina dell’Ausilio o che si occuperanno di installare gli ausili presso il domicilio delle persone disabili. L’iniziativa, finanziata con 350 mila euro, sara’ presentata ufficialmente alla stampa venerdi’ 12 settembre, alle ore 10.30, nell’aula consiliare del Comune di Lucera, in corso Garibaldi. Alla presentazione parteciperanno i referenti dei vari partner coinvolti nel progetto. (www.redattoresociale.it) 

di Giovanni Cupidi

PER “UNO SVILUPPO INCLUSIVO DELLA DISABILITÀ”: APPROVATO A NEW YORK IL DOCUMENTO FINALE

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Si chiude il “meeting di alto livello” sulla disabilità, si apre l’Assemblea generale della Nazioni Unite. A firmare il documento, presente anche il ministro Giovannini: “Il governo italiano sta facendo passi avanti, come il programma biennale”

Si è svolto ieri, a New York, il “meeting di alto livello” sulla disabilità, che ha aperto la 68° Assemblea delle Nazioni Unite. “a strada da seguire: un’agenda per lo sviluppo inclusivo della disabilità, verso il 2015 e oltre” è stato il tema introno al quale si sono confrontati, prima in plenaria poi divisi in due gruppi di lavoro, i delegati dei diversi Stati: rappresentanti delle istituzioni, ma anche delle associazioni e delle organizzazioni di disabili. E’ stato discusso e firmato dai partecipanti il documento finale proposto dal Presidente dell’Assemblea generale, che riafferma l’urgenza di rafforzare l’inclusione delle persone disabili nei processi di sviluppo e di cooperazione. “Era presente, tra gli altri, il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali Enrico Giovanni, che ha definito le persone con disabilità “non un problema, ma un capitale umano”. Negli ultimi mesi, “il governo italiano ha compiuto passi avanti”, ha detto ancora il ministro, ricordano in particolare l’approvazione, nel giugno scorso, del Programma d’azione biennale per la disabilità. “Abbiamo rifinanziato il fondo per l’occupazione e l’assunzione dei disabili – ha aggiunto – che era stato azzerato dal governo precedente”. Tale fondo ammontava “in passato a 40 milioni di euro, poi è diventato di 2 milioni e ora è tornato a 22. Non possiamo investire di più per ora, vista la crisi, in tutto il settore del lavoro”, ha precisato il ministro, ribadendo però che non si deve correre “il rischio che i disabili vengano ghettizzati. Mi sono reso conto – ha concluso – che tanti Paesi guardano all’esperienza italiana come a un esempio”.
Tra i contributi portati all’Onu dalle diverse organizzazioni, c’è l’ultimo video della campagna “Say yes to inclusion”, realizzato promosso dall’organizzazione “End Exclusion”. Si tratta di una campagna mondiale per l’inclusione delle persone disabili nella lotta contro la povertà, nell’ambito della quale si stanno realizzando e pubblicando video provenienti da tutto il mondo. “Le persone hanno dato il loro supporto – si spiega nel video – scattando fotografie e girando video in cui danno il segno ‘sì’nella loro lingua dei segni locale”. Da febbraio – data di avvio della campagna, “abbiamo raccolto 15mila contributi, tra foto e video – riferiscono gli organizzatori – da 62 paesi diversi”.
(superabile.it)

di Giovanni Cupidi