​La convenzione Onu sulla disabilità? L’Italia non l’ha ancora digerita

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La Commissione dell’Onu ha appena stilato le sue osservazioni sulla situazione italiana. Per Giampiero Griffo serve più concretezza, perché l’impatto della Convenzione Onu in Italia, a dieci anni dalla sua approvazione, è ancora troppo limitato. «A Firenze trasformiamo il programma d’azione in piano d’azione. Programma significa indicazioni generali, un piano invece contiene impegni precisi», afferma.

Pochi giorni fa il Committee on the Rights of Persons with Disabilities (CRPD), il comitato dell’Onu che monitora Paese per Paese l’attuazione della Convenzione Onu sulle persone con disabilità, ha pubblicato le sue osservazioni rispetto al report presentato dall’Italia (qui e in allegato il testo). Giampiero Griffo è stato membro della delegazione italiana ai tempi dei lavori per la Convenzione sui diritti delle persone con disabilità (accompagnò il governo italiano alla firma a New York) ed è uno dei rappresentanti del Forum Italiano sulla Disabilità, che nei mesi scorsi ha presentato al Comitato Onu lo Shadow Report sull’attuazione della Convenzione in Italia. A lui abbiamo chiesto un commento.

Che valutazione ha dato all’Italia il comitato dell’Onu?
Intanto non è una pagella né una valutazione: quello fra il Comitato Onu e l’Italia – e ogni altro Paese che ha scelto di ratificare la Convenzione Onu sui Diritti delle persone con disabilità – è un dialogo costruttivo. Purtroppo il problema è che l’Italia non si è presentata con questo spirito, ma con un atteggiamento difensivo che il comitato ha colto… Infatti le raccomandazioni per l’Italia sono particolarmente impegnative, basta confrontare il report con quello di un qualsiasi altro paese grande, paragonabile all’Italia: solitamente il Comitato resta sui temi generali, con l’Italia invece è entrato molto nel dettaglio. La cosa fondamentale è che l’approccio “diritti umani” è volontario, gli impegni che derivano dalla ratifica di una Convenzioni sui diritti sono volontariamente assunti dal Paese che la firma, dialogo costruttivo significa questo, lavorare insieme per un obiettivo, non pensare che il Comitato sia lì per dire se siamo bravi o no. Peraltro nella delegazione italiana non c’era nemmeno un politico, è segno di una sottovalutazione del tema.

 Purtroppo il problema è che l’Italia non si è presentata con questo spirito, ma con un atteggiamento difensivo che il comitato ha colto… Infatti le raccomandazioni per l’Italia sono particolarmente impegnative, basta confrontare il report con quello di un qualsiasi altro paese grande, paragonabile all’Italia: solitamente il Comitato resta sui temi generali, con l’Italia invece è entrato molto nel dettaglio.

Giampiero Griffo

Quali sono le azioni indicate dal Comitato quindi?

È difficile sintetizzare, sono almeno una quarantina! Ci sono due ordini di raccomandazioni, alcune addirittura da realizzare nel giro di dodici mesi: riguardano l’introduzione di una definizione di accomodamento ragionevole (significa che quando c’è una discriminazione dei diritti umani legata alla disabilità va immediatamente messo in atto una soluzione pratica per superarla, ndr) e l’avvio immediato di un meccanismo di monitoraggio indipendente per la raccolta di dati in particolare sui minori con disabilità fra gli 0 e i 5 anni. Si parla poi anche di un rapporto immediato sulla situazione delle istituzioni segreganti. Tutto il resto è un insieme di indicazioni che vanno nella direzione di dare risposte sui temi più disparati, dall’ accessibilità ai Lea e ai Liveas. Un elemento essenziale è la disparità di condizione tra territori, che deriva da una definizione di disabilità non uniforme e purtroppo non ancora derivante dalla Convenzione. La sostanza è questa: l’implementazione della Convenzione richiede politiche, che non ci sono. In questo periodo il Governo ha reso pubblico un programma d’azione per il prossimo biennio, ma non lo ha finanziato: le riforme non si fanno con i fichi secchi. E poi qual è peso che ha la popolazione con disabilità ha nelle politiche generali italiane? L’Istat 2013 dice che se usiamo gli standard internazionali il 25% della popolazione italiana convive con una qualche disabilità, anche lieve: la disabilità non è un piccolo target e soprattutto nel corso della vita riguarderà tutti – il bambino, l’anziano, chi ha un incidente – queste sono politiche generali, non settoriali o di nicchia… Nelle osservazioni del Comitato è sottolineato con forza come questo mainstreaming sistematico ancora in Italia non c’è, tutto si riduce a politiche sociali e sanitarie. Ad esempio si fa più volte riferimento ai Sustainable Development Goals, è un’altra delle coerenze politiche, siamo nell’ambito mainstreaming, è un altro approccio.

Nelle osservazioni del Comitato è sottolineato con forza come questo mainstreaming sistematico ancora in Italia non c’è, tutto si riduce ancora solo a politiche sociali e sanitarie.

Tutto questo come ricadrà nel programma d’azione che verrà discusso a Firenze la settimana prossima?

L’opinione del movimento delle persone con disabilità è che il nostro programma d’azione debba essere rivisto alla luce di queste osservazioni. L’Italia dovrà inviare il prossimo report entro l’11 maggio 2023, accorpando tre relazioni intermedie, però questi temi devono essere immediatamente inseriti e affrontati. La nostra richiesta peraltro è che si passi da un Programma a un Piano d’azione, perché programma significa indicazioni generali, un piano invece contiene impegni e si presuppone finanziamenti. Ad esempio il precedente programma d’azione aveva al suo interno un piano del MAE sulla cooperazione internazionale, è una linea che ha avuto molta concretezza, più di tante altre linee.

Quanto del primo programma d’azione è stato realizzato?
Siamo ancora ai temi generali. Si doveva fare una definizione nuova di disabilità, non è stata fatta. Sulla vita indipendente si è fatta una sperimentazione, è uno dei pochi punti su cui c’è stato un investimento, ma ancora non è stato definito cosa della speriemntazione diventa ordinario: questo però è fondamentale, l’indipendenza è il punto di partenza, implica un riformulare le politiche, che spesso non sono indirizzate alla vita indipendente ma alla protezione, all’assistenza a volte al parcheggio delle persone con disabilità. Sulla scuola si è parlato molto ma ad oggi è stato fatto troppo poco. Su lavoro anche, la disoccupazione fra persone con disabilità supera l’80 %, in questi anni abbiamo perso tantissimi posti di lavoro, la legge 68 se applicata potrebbe dare risposte al 6-7% degli attuali disabili disoccupati, ma non è applicata: non c’è coerenza, non c’è sostegno, non c’è monitoraggio degli inadempienti. Noi siamo un movimento propositivo: andiamo a Firenze chiedendo queste cose, che dalla discussione generale si entri nel merito, che il Governo prenda alcuni impegni che producano un miglioramento delle condizioni delle persone con disabilità.

La Convenzione Onu in Italia non è stata ancora digerita: né dal Governo, né dagli enti locali, né – me lo lasci dire – dal movimento stesso delle persone con disabilità.
Giampiero Griffo

Dieci anni dopo l’approvazione della Convenzione cosa è cambiato in Italia sulla disabilità?

La Convenzione Onu in Italia non è stata ancora digerita: né dal Governo, né dagli enti locali, né – me lo lasci dire – dal movimento stesso delle persone con disabilità. È il meccanismo, la logica, che è tutta diversa, si devono dare a tutti le stesse opportunità, invece siamo rimasti ancora nella logica delle risorse. Noi scegliemmo l’approccio dei diritti umani proprio perché i diritti umani sono immediatamente esigibili, gli altri sono condizionati alla disponibilità di risorse. Ecco, diciamo che l’impatto non è stato quello che ci auspicavamo.

(Vita)

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Il primo Disability Pride ITALIA

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Nei giorni 8, 9 e 10 luglio, si terrà a Palermo quella che può essere considerata a buon diritto la più importante manifestazione che il mondo della disabilità unito abbia mai organizzato.
Scaturito dalla volontà degli organizzatori del Disability Pride newyorkese, avvenuto lo scorso luglio, insieme agli organizzatori dell’Handy Pride, che si è tenuto in provincia di Ragusa nel medesimo periodo, il Disability Pride sarà pertanto un’iniziativa internazionale che si svolgerà in contemporanea in Italia e negli Stati Uniti d’America. L’obiettivo è quello di rivendicare i 50 articoli della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, formalmente ottenuti ma in effetti mai applicati!
Il Disability Pride ITALIA, in ognuna delle tre giornate in programma, sarà articolato in due momenti: uno convegnistico, l’altro musicale. Questo perché è intenzione degli organizzatori coinvolgere all’iniziativa la città intera, quindi anche chi non è interessato alle Conferenze-Dibattito in programma, attenendosi così al principio cardine della Convenzione ONU, ovvero l’integrazione.
In occasione delle Conferenze-Dibattito verranno trattati diversi temi che riguardano il mondo della disabilità e saranno invitati gli organi istituzionali che si occupano delle materie in questione, poiché il Disability Pride vuole essere anche propositivo e intende dare degli opportuni suggerimenti su come affrontare determinate questioni.

Sono stato invitato a partecipare all’evento e a tenere un seminario/dibattito sul tema della Vita Indipendente e in particolare sull’Assistenza Domiciliare nei confronti delle persone affette da grave e gravissima disabilità. E’ mia intenzione fare il punto sulla situazione attuale rispetto alla Convenzione ONU per le persone con disabilità cercando di mettere in evidenza le buone pratiche che ancora non sono messe in atto nel rispettare la Convenzione stessa. Inoltre, porterò la mia esperienza personale in merito all’assistenza domiciliare, alla luce delle ultime iniziative che mi hanno visto protagonista sia per una petizione online che ho lanciato sull’assistenza in H24 sia in un servizio andato in onda su Striscia la Notizia dove ho denunciato lo stato di quasi abbandono in cui versano i cittadini siciliani con gravissima disabilità.

Il Disability Pride ITALIA si concluderà nel giorno in cui ci sarà il collegamento video con New York, momento al quale parteciperanno i sindaci delle due città e che sugellerà l’avvio di un’iniziativa destinata a ripetersi nel tempo e che dovrà coinvolgere progressivamente tutti i Paesi del mondo.

Inoltre il Disability Village, cioè l’aria dei Cantieri Culturali della Zisa in cui si terranno convegni e concerti, darà la possibilità di esporre sia alle associazioni che alle ditte specializzate nel semplificare la vita delle persone con disabilità.

Sul sito Internet www.disabilityprideitalia.org si trovano tutte le informazioni relative all’iniziativa, si possono visionare gli spazi che il Comune di Palermo ci ha messo gentilmente a disposizione e si ha l’opportunità di contattare gli organizzatori per aderire a quest’ambizioso progetto.
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Horus, tecnologia indossabile italiana in aiuto delle disabilità visive

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Il dispositivo osserva la realtà, la comprende e la descrive alla persona. E’ in corso la campagna di crowdfunding per lanciare la fase di test

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La start up italiana Horus Technology sta realizzando un prototipo che consentirà presto ad oltre 300 milioni di persone non vedenti e ipovedenti di comprendere il mondo circostante grazie ad un assistente personale disponibile in qualunque luogo e momento. 

Appoggiato su una struttura a forma di archetto, compatibile con qualunque paio di occhiali, Horus osserva la realtà, la comprende e la descrive alla persona, fornendo informazioni utili al momento opportuno: potrà riconoscere volti, oggetti, leggere testi, individuare la presenza di ostacoli o segnaletica stradale, come le strisce pedonali. 

Il dispositivo si compone di due parti, la prima contenente i sensori visivi e di orientamento e la seconda che include la batteria e l’unità centrale di elaborazione da tenere sempre con sé in tasca o in borsetta. L’interazione dell’utente con Horus avviene tramite pulsanti o in modo vocale. Sfruttando la conduzione ossea, l’udito della persona non ne risulta penalizzato ed è possibile sentire il dispositivo anche in contesti rumorosi.  

La campagna di crowdfunding lanciata dai giovani sviluppatori di Horus – il CEO Saverio Murgia, il CTO Luca Nardelli e la Business Developer Benedetta Magri -ha l’obiettivo di raggiungere un minimo di 20.000 euro, che permetteranno di iniziare i test con potenziali utenti, in modo che lo sviluppo sia indirizzato sin da ora nella direzione corretta. È già stato superato l’80% del totale grazie al sostegno di numerose persone che hanno sposato il progetto e compreso le potenzialità della tecnologia.  

Anche personaggi noti stanno sostenendo la causa attraverso un’iniziativa digitale che li vede impegnati nello svolgimento della propria attività professionale con gli occhi bendati, tra questi lo chef Davide Oldani, l’ex capitano dell’Inter Javier Zanetti, la make up artist Alessandra Angeli, la coppia di pattinatori Valentina Marchei e Ondrej Hotarek, l’attrice Giorgia Surina che balla con Carlo Elli, il fumettista Leo Ortolani, il comico Maccio Capatonda, il pubblicitario Gianni Miraglia e altri. 
(lastampa.it)

di Giovanni Cupidi

Lavoro per i disabili: l’Ue condanna l’Italia

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In Italia le opportunità lavorative e di integrazione per i disabili non sono molte nonostante a livello nazionale vi sia una legge specifica e l’Unione Europea preveda norme molto precise contro le discriminazioni. Da oggi a certificare l’inadempienza del nostro paese c’è anche la sentenza della Corte Europea di Giustizia che ha condannato l’Italia perché “è venuta meno al suo obbligo di recepire correttamente e completamente” le norme contro la discriminazione delle persone con disabilità ed in particolare l’articolo 5 della direttiva 2000/78/CE che stabilisce “un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro.”Alla sentenza della Corte di Giustizia si è arrivati dopo l’avvio nel 2006 di una procedura di infrazione della Commissione nei confronti dell’Italia perché inadempiente sulla corretta applicazione alle Direttive europee. La Commissione nei suoi giudizi sull’Italia hacontestato moltissimi punti della Legge 68/99, le procedure di applicazione della stessa e le norme adottate negli ultimi anni per adeguarsi alla legislazione europea. Pur ammettendo la legge italiana su alcuni aspetti offre “garanzie ed agevolazioni persino superiori” alla direttiva europea, la Commissione sostiene che questa obbliga solo una parte dei datori di lavoro ad assumere lavoratori svantaggiati e di conseguenza esclude una parte dei disabili dalle opportunità lavorative.Anche l’applicazione pratica della legge viene contestata perché l’adozione delle misure previste sarebbe affidata alle “autorità locali o alla conclusione di apposite convenzioni tra queste e i datori di lavoro e non conferirebbe quindi ai disabili diritti invocabili direttamente in giudizio”. In questo caso ad essere contestata è la complessa trafila che vede occuparsi della stessa materia Provincie, Regioni e Direzioni del lavoro senza una effettiva garanzia dei diritti sanciti e una reale possibilità di far varli valere giuridicamente.  Praticamente l’Europa fa notare all’Italia che seppure una legge c’è è difficile  applicarla e farla rispettare per i troppi passaggi burocratici fra gli enti pubblici.   
In definitiva il giudizio della Commissione Europea sulla Legge 68/99 è piuttosto duro perché sostiene che “il sistema italiano di promozione dell’integrazione lavorativa dei disabili è essenzialmente fondato su un insieme di incentivi, agevolazioni e iniziative a carico delle autorità pubbliche e riposa solo in minima parte su obblighi imposti ai datori di lavoro” mentre la normativa europea impone precisi obblighi e non solo incentivi. L’Italia nelle sue repliche, pur ammettendo delle lacune legislative, ha ribadito però che la Legge 68/99 garantisce “soluzioni in favore  dei disabili” e che alcune norme europee sono state interpretate in modo troppo restrittivo e in modo “difforme” dal testo.  Tali repliche tuttavia non hanno convinto la Corte di Giustizia Europea che ha invece confermato tutti i rilievi mossi dalla Commissione condannando l’Italia per non aver applicato in modo completo per tutti i datori di lavoro l’obbligo di assunzione dei disabili e garantire loro le giuste condizioni di lavoro. L’Italia, inoltre, essendo parte soccombente nel procedimento è stata condannata al pagamento delle spese legali. Di fatto tutti gli argomenti sollevati dalla Commissione e dalla Corte di Giustizia confermano  tutti i problemi le inadempienze che l’inchiesta Disoccupabili di Fainotizia ha documentato dando voce ai disabili stessi e che rendono sempre più urgente una nuova legislazione in materia. 
(fainotizia.it)

di Giovanni Cupidi

ITALIA: SOLO IL 16% DELLE PERSONE CON DISABILITÀ HA UN LAVORO

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A Reatech Italia, la fiera evento sulla disabilità in programma a ottobre a Milano, si parlerà anche di lavoro, e si cercherà di far incontrare domanda e offerta.

Reatech Italia è la fiera evento dedicata alla disabilità a tutto tondo e alle persone con esigenze speciali, che si terrà a Milano dal 10 al 12 ottobre 2013, nel corso della quale si cercherà di fare il punto sulla situazione italiana quanto a servizi, progetti, prodotti e tutto quello che riguarda l’universo disabilità.
In previsione di Reatech sono già partite alcune riflessioni, e di certo gli spunti non mancano. Uno dei primi? I numeri sul lavoro delle persone disabili in italia. Secondo il “World report on disability”, il nostro Paese vede solo un 16% delle persone con disabilità, tra i 15 e i 74 anni, occupate. Questo significa solo 300.000 persone. Se poi si inquadra la situazione a un livello globale, vediamo tutta la portata di queste misere cifre, che ci posizionano dopo Paesi non di certo ricchi o particolarmente sviluppati dal punto di vista economico, come Zambia e Malawi, dove i disabili con un lavoro sono rispettivamente il 45,5% e il 42,3%; 350.000 contro i circa 750.000 candidati potenziali. I conti non tornano. O meglio, tornano ma non come vorremmo. Purtroppo ancora oggi l’inserimento in azienda di una persona appartenente alle categorie protette è visto come un obbligo, più che una opportunità, con la diretta conseguenza che talvolta le stesse aziende preferiscono pagare le penali previste, piuttosto che far fronte all’obbligo.
E’ un sistema, questo, che aggiunge limiti a limiti, come dichiara Francesco Conci, direttore esecutivo di Fiera Milano congressi, organizzatore di Reatech Italia, il quale ricorda le conseguenze di tagli e disoccuazione sull’intera economia di una famiglia, sulla quale ricadono inevitabilmente anche i costi di servizi di assistenza. Riporta l’ADN Kronos le dichiarazioni di Conci: “Sul fronte opposto le aziende, che potrebbero beneficiare degli sgravi fiscali e avere manodopera a costi più vantaggiosi, spesso non sanno o non riescono ad assumere questo tipo d lavoratori. E, così, ciò che a volte la patologia non ha tolto ai disabili, ovvero la possibilità di rendersi utili, di produrre, di guadagnarsi uno stipendio e di progettare una vita, viene loro sottratto da un sistema arretrato, da una burocrazia strangolante e dalla mancanza di cultura nelle imprese”.
Mai come ora è quindi necessario creare opportunità per far incontrare domanda e offerta; nel caso, creando anche manifestazioni ad hoc, come Diveristalavoro, svoltasi lo scorso 5 giugno.
Anche nel corso della stessa Reatech Italia si prevede l’organizzazione di un momento di incontro tra domanda e offerta di lavoro, dove aziende e candidati possano fisicamente incontrarsi. Inoltre è prevista la predisposizione di uno sportello dedicato alle piccole o medie aziende che cerchino consigli per l’inserimento di personale appartenente alle categorie protette.
Reatech, lo ricordiamo, si svolgerà a Milano, presso gli spazi del MiCo – Milano Congressi dal 10 al 12 ottobre prossimi, e prevede una serie di incontri, convegni, spettacoli, mostre, eventi e best practice per favorire l’accessibilità e l’efficienza di tutti i servizi per il cittadino.
(www.disabili.com)

L’Italia in coda all’Europa nella tutela sociale dei disabili

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Modello assistenzialistico e responsabilità scaricate sulle famiglie

Secondo il rapporto Censis sulla disabilità, mancano politiche di inserimento lavorativo e di sostegno per far sì che la disabilità sia vista come una risorsa e non un onere.L’Italia si colloca al penultimo posto in Europa – prima della Spagna – per le risorse destinate alla tutela sociale delle persone disabili.
La spesa è infatti di 438 euro pro capite contro i 531 della media dell’UE. C’è inoltre una grande sproporzione tra le misure erogate sotto forma di prestazioni economiche e quelle in natura (beni e servizi), perché in quest’ultimo caso il valore pro capite annuo non raggiunge i 23 euro, meno di un quinto della spesa media europea (125 euro).Sono i dati che emergono dalla ricerca “I bisogni ignorati delle persone con disabilità”, promossa dalla Fondazione Cesare Serono e realizzata dal Censis, che evidenzia una grande distanza dai 703 euro pro capite annui della Germania e i 754 del Regno Unito. Il fanalino di coda del continente, la Spagna, si attesta sui 395 euro, ma per i servizi in natura supera l’Italia (Avvenire.it, 17 ottobre).
A mancare non sono solo le risorse economiche, ma soprattutto le politiche di inserimento lavorativo. In Italia, infatti, i disabili occupati sono il 18,4% tra i 15 e i 44 anni e il 17% tra i 45 e i 64 anni. Sono occupati meno di una persona Down su tre dopo i 24 anni, meno della metà delle persone con sclerosi multipla tra i 45 e i 54 anni e il 10% degli autistici con più di 20 anni.Circa l’inclusione scolastica, lo studio indica che “l’esperienza italiana rappresenta un’eccellenza” per l’obbligo per le scuole di accettare alunni con disabilità, ma le risorse dedicate alle attività di sostegno e integrazione “appaiono spesso inadeguate” (La Stampa.it, 17 ottobre).
Il modello italiano, spiega il rapporto, “rimane fondamentalmente assistenzialistico e incentrato sulla delega alle famiglie, che ricevono il mandato implicito di provvedere autonomamente ai bisogni delle persone con disabilità, di fatto senza avere l’opportunità di rivolgersi a strutture e servizi che, sulla base di competenze professionali e risorse adeguate, potrebbero garantire non solo livelli di assistenza migliori, ma anche la valorizzazione delle capacità e la promozione dell’autonomia delle persone con disabilità” (Famiglia Cristiana.it, 17 ottobre).
Allo stesso modo, il dibattito pubblico sui diritti delle persone con disabilità, “particolarmente vitale” in altri Paesi, in Italia sembra rimanere “appannaggio esclusivo degli addetti ai lavori”, e i temi relativi alla disabilità ottengono con estrema difficoltà l’attenzione dei media, apparendo nelle agende pubbliche “solo quando si tratta d’immaginare ipotesi di ‘recupero’ di spesa” (Agenzia Sir, 17 ottobre).
Per Salvatore Pagliuca, presidente nazionale di Unitalsi, il rapporto del Censis è “un campanello d’allarme” che preoccupa perché in tempi di crisi “si rischia che le categorie più fragili siano schiacciate da logiche politiche lontane dalla realtà”. Il fatto che in Italia ci siano poche risorse per la disabilità, ha osservato, “dipende da una questione culturale”, che va cambiata per far sì che la disabilità venga considerata “una risorsa e non un onere”.

http://www.aleteia.org/it/salute/news/litalia-in-coda-alleuropa-nella-tutela-sociale-dei-disabili-121086

di Giovanni Cupidi

Sesso e disabilita’: l’assistenza sessuale approda in parlamento

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In un articolo di qualche giorno fa vi introdussi, con l’aiuto di un film da poco uscito, l’argomento legato a “persone con disabilità e sessualità” accennandovi al fatto che ne avrei discusso più approfonditamente.
Al riguardo voglio segnalarvi un articolo pubblicato dall’agenzia di stampa primapress.it l’otto aprile che introduce una discussione, che poi è la discussione, sull’opportunità di finalmente legiferare in Italia come già fatto in altri Paesi Europei comunitari o non. Ovviamente il tabù nel nostro Paese è e sarà difficile da abbattere anche perché, come anche fa notare l’articolo, il confine tra assistenza sessuale e prostituzione in Italia è ancora più labile.
In ogni modo anche da noi se ne comincia a parlare più diffusamente e questo è un passo avanti.

di Giovanni Cupidi

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MILANO – Sesso e disabilità:  un binomio che in Italia subisce una censura ‘preventiva’, ben prima che l’argomento possa diventare concretamente oggetto di discussione.  Ciononostante, il diritto di ogni disabile a conoscere e a gestire la propria sessualità, compatibilmente con la propria patologia, è un tema oggetto di approfondimento in diversi Paesi europei.Da un punto di vista legislativo, ci troviamo di fronte a una questione aperta: “Ad oggi non esiste alcun progetto di legge nel nostro Paese che possa regolamentare un tema così delicato e, nonostante sia sufficiente oltrepassare il confine con la Francia o con la Svizzera per incontrare associazioni dedite alla cura e all’assistenza sessuale dei disabili, in Italia qualsiasi iniziativa del genere ricadrebbe ancora nel favoreggiamento della prostituzione con tutte le conseguenze del caso”, dichiara l’avvocato Lorenzo Puglisi, specializzato in diritto di famiglia e Presidente dell’associazione FamilyLegal. “La legge Merlin è una legge vecchia, totalmente insufficiente e inadeguata a regolamentare il fenomeno della prostituzione. In passato vi sono stati flebili tentativi di rinnovamento (come quello dell’ex ministro Carfagna), ma tutto si è arenato, mantenendo in vita una regolamentazione risalente agli anni 50”.
La Svizzera parrebbe essere nel frattempo diventata la meta prediletta ove usufruire di un servizio reale di ‘assistenza sessuale’. Il Paese mette infatti a disposizione dei disabili veri e propri team di specialisti per agevolare il contatto con la propria sessualità: dallo psicologo allo psicoterapeuta, dall’andrologo al sessuologo, fino alla figura più controversa e dibattuta, quella dell’assistente sessuale. Gli assistenti per disabili sono, infatti, figure professionali riconosciute e preparate grazie a corsi di formazione e di psicologia di base. Una seduta di un’ora costa al paziente una cifra intorno ai 150 franchi svizzeri (circa 124,53 euro).Anche in altri Paesi europei fra cui Francia, Svizzera, Danimarca, Olanda, Svezia e Germania questo servizio a tutela della sfera emotivo-sessuale dei disabili gode già di una disciplina a livello legislativo e sono nate associazioni che se occupano, mentre in Olanda è addirittura a carico del servizio sanitario nazionale. Anche in Gran Bretagna il governo è molto attento al tema disabili e sessualità e ha stanziato ben 520 milioni di sterline per progetti di assistenza. Non solo:  proprio i disabili e il sesso sono gli ingredienti dell’ultimo reality show che, non ancora andato in onda, sta già facendo discutere i sudditi inglesi. Il programma si intitolerà ‘Can have sex, will have sex’ (Possono fare sesso, faranno sesso) e andrà in onda su Channel 4.In Italia è grazie al web che l’argomento ha iniziato a sollevare una seppur minima attenzione e l’assistenza sessuale ai disabili ha poco a poco iniziato a trovare spazio nelle cronache grazie a blog e petizioni che hanno focalizzato l’attenzione su questo tema (http://www.loveability.it/). Il problema fondamentale da affrontare risulta essere, quindi, la qualifica di terapista sessuale. In Italia questa professione non è ancora stata presa in considerazione da un punto di medico, ma, al contrario, continua ad essere equiparata alla prostituzione:  “La legislazione italiana in materia parla chiaro: le pene vanno da uno a cinque anni di reclusione e si raddoppiano se al colpevole la persona era stata affidata per ragioni di cura, di educazione, di istruzione, di vigilanza o di custodia”, continua l’avvocato Puglisi.La questione non può continuare a essere ignorata, negando di fatto l’esistenza di una sfera emotiva e sessuale per i disabili. “Nel nostro Paese sono circa 3 milioni le persone con disabilità, e ogni anno ci sono circa 2.000 i nuovi casi. – spiega Marco Firmo, andrologo – Inizialmente è fondamentale il supporto di uno psicologo, che aiuti il disabile a prendere coscienza e ad accettare la propria condizione, ancor prima di affrontare eventuali cure mediche. Il secondo aspetto da considerare è quello più strettamente legato alla sfera sessuale, e qui entrano in gioco le competenze del sessuologo, che dovrà indirizzare il paziente verso una corretta ‘gestione’ della propria vita sessuale, in funzione della consapevolezza e dei propri desideri. In terzo step va affrontato insieme all’andrologo, il cui compito è quello di mettere il disabile nelle condizioni di esercitare ciò che desidera o di ripristinare eventuali funzioni alterate, e, possibilmente, di giungere ad  un recupero funzionale. Non da ultimo, l’attenzione va posta anche verso le possibili istanze del disabile legate alla procreazione, che richiedono un intervento tecnico sul piano funzionale e  rivolto alle tecniche di procreazione medica assistita”.Pioniere di questa battaglia nel nostro Paese è stato il toscano Max Ulivieri, costretto dalla nascita su una sedia a rotelle a causa della distrofia muscolare e felicemente sposato, che a febbraio ha lanciato una petizione online (firmiamo.it/assistenzasessuale) perché anche nel nostro Paese venga istituita questa figura.  I sessuologi si dividono: da una parte c’è chi sostiene che la questione vada affrontata e definita e che l’assistenza debba essere praticata da operatori volontari, di contro altri restano del parere che il dovere del medico si debba limitare a mettere l’individuo nelle condizioni di poter esercitare le proprie funzioni, fra cui quella sessuale.“Ciò che è evidente è che il problema esiste e procrastinare una soluzione, come si è soliti fare nel nostro Paese, rischierebbe solamente di alimentare organizzazioni clandestine o, nella migliore delle ipotesi, la migrazione verso l’estero come sta avvenendo per la fecondazione eterologa o la diagnosi preimpianto”, conclude l’avvocato Puglisi.