I malati di Sla scrivono al Papa

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Salvatore Usala gli chiede di unirsi alla loro protesta, il presidio davanti al Ministero dell’Economia dal 22 ottobre

 

Carissimo Papa Francesco,

 

mi presento. Sono Salvatore Usala, malato di SLA, con tracheostomia e PEG, vivo a Monserrato, vicino Cagliari. Hai conosciuto i miei compagni di malattia e di lotta: purtroppo non sono potuto venire, avevo gli assistenti in ferie. Abbiamo due associazioni: una sarda, Viva la Vita Sardegna Onlus, l’altra nazionale, Comitato 16 Novembre Onlus, io sono segretario di entrambe. Ho accolto con vera gioia le tue rivoluzionarie esternazioni sui Gay, sul dio Danaro, sulla Lotta e tante altre che rasentano “l’eversione Papale”.

Sei un uomo speciale che scende dal Suo scranno, terra, terra, al livello degli umili e dei bisognosi. Ti ammiro per il coraggio mostrato, per la coerenza e per non avere mai peli sulla lingua.

Il 16 settembre abbiamo mandato una lettera al Governo che ti allego. In sintesi chiediamo che i malati restino a casa o rientrino dai ricoveri in Residenze Sanitarie Assistenziali (RSA). Lo stato spende 18 miliardi per le RSA, noi abbiamo proposto di utilizzare il 25%, 4,5 miliardi, per riportare in famiglia disabili, vecchi e malati.

Chiediamo il 50% di quanto lo stato spende per le RSA, i risparmi, pari a 2,1 miliardi, possono essere utilizzati per evitare l’aumento dell’IVA o per creare lavoro oppure per aiutare la povera gente. Da precisare che si creerebbero 200.000 posti di lavoro.

Il progetto è fattibile in 5 minuti, basta volerlo: hanno tagliato ospedali, centri, posti letto solo per tagliare, spesso in maniera sconsiderata e inopportuna.

Il fatto che la sanità è circondata da lobby, sciacalli e avvoltoi, pronti ad ogni meschinità pur di arricchirsi. Ci sono tanti loschi figuri che fanno collezione di RSA come fossero figurine. Ci sono anche tante eccellenze dove i pazienti hanno un trattamento umano.

I disabili stanno bene in famiglia, in mezzo agli affetti familiari, stanno molto meglio e si spende la metà. Il progetto funziona in Sardegna dal 2006, abbiamo dimezzato i posti in RSA rispetto alla media nazionale, con notevole sgravio per le casse regionali. Vogliamo esportare il MODELLO SARDEGNA a tutte le regioni. Dal giorno 22 ottobre saremo in presidio permanente, giorno e notte, davanti al Ministero dell’Economia. Faremo lo sciopero della fame ed anche della sete, se necessario. Non ci muoveremmo sino ad avere risposte concrete, il Governo deve prendere impegni, non possiamo più aspettare.

Francesco, TI INVITO al nostro presidio, la Tua prestigiosa presenza darà alla manifestazione un alto prestigio per vincere una battaglia di civiltà e dignità, TI PREGO!

Tutti i disabili te ne saranno grati, ed anche i lavoratori che troveranno lavoro.

Per quanto mi riguarda non posso lamentarmi, la regione Sardegna mi passa 57.000 euro, nel 2014 saranno 65.000, potrò assumere un altro assistente.

Potevo decidere di non fare la tracheostomia 5 anni fa, sarei morto, ho scelto la vita per lottare. LA MIA VITA NON MI APPARTIENE, appartiene ai malati silenti, ai depressi, a chi non puo difendersi, a chi è stanco di protestare, a chi è stanco di vivere in uno stato che trascura i bisogni degli ultimi. Nel 2008 avevamo 3 miliardi nel sociale, nel 2013 600 milioni strappati l’anno scorso a rischio della vita.

Verrò dalla Sardegna con viaggio di sola andata, dal 22 ottobre sarò in sciopero della fame totale, dal 24 non assumerò più liquidi, è la mia sfida all’ipocrisia del denaro, davanti al palazzo del potere. Rischio la morte celermente, sono fragile come un bambino, la vita in un corpo inerme, ma non ho paura di morire. Sarò la vittima sacrificale in uno stato indegno di essere chiamato civile.

Sono sempre stato coerente, di parola, da buon sardo nuorese, l’Italia diventerà la vergogna d’Europa, dopo spenderanno il doppio.

PAPA FRANCESCO, MI SERVE AIUTO, CONFORTO E CONSIGLI. TI ASPETTO!

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LA LETTERA: “Nostra figlia è disabile, per lei niente comunione”

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La storia della piccola Roberta Del Monte, affetta da una malattia genetica rara. La madre: “Una catechista e il vescovo credono che non abbia diritto al sacramento”. La famiglia scrive al Papa.

L’hanno dimenticata il giorno in cui doveva confessarsi. «Tanto non parla», avrebbe detto il parroco del paese. Poi dovevano rimediare con la comunione, ma il suo nome tra quelli dei ragazzi invitati per il catechismo è scomparso. «Non sa la differenza tra il corpo di Cristo e il pane sulla tavola». Sarebbero state le parole del vescovo. Così i suoi genitori hanno spedito una lettera al Papa chiedendo una benedizione per la loro bambina.
E’ una storia di solitudine e incomprensione quella della piccola Roberta Del Monte di San Fele, di suo padre Donato, onesto lavoratore, e della madre Mirella, una donna forte che ha deciso di tentarle tutte per farle avere una vita dignitosa. La solitudine è quella di una famiglia alle prese con una malattia genetica rara: l’omocistinuria che ha lasciato in Roberta danni psicomotori irreversibili intaccandole il linguaggio. Lei ora frequenta l’asilo e da qualche anno cammina ma non molto bene e ha bisogno di assistenza anche per le operazioni più semplici. Poi c’è l’incomprensione. Quella di chi sta negli uffici dell’amministrazione e non capisce certe esigenze, e di chi indossa la tunica ma non riesce a calarsi nei panni di Roberta, Donato, Mirella e della sua sorella maggiore.«Mia figlia Roberta con il grave handicap che non ha mai frequentato il catechismo, e la chiesa soltanto per il suo battesimo. Anchè perché spesso sono stata ripresa dalle suore che mi dicevano di portarla fuori dato che dava fastidio. Pure quando sua sorella si è cresimata io e la piccolina siamo rimaste fuori per non creare problemi». Così racconta Mirella, riassumendo il contenuto della lettera indirizzata al Santo Padre non più tardi di qualche giorno fa, in cui spiega che l’anno scorso aveva espresso il desiderio al parroco di San Fele Don Francesco Consiglio di iniziarla ai sacramenti. «La frequenza del catechismo non è mai stato un problema per lui. Gli ho chiesto se era obbligatoria perché Roberta a volte è un po’ rumorosa e lui mi ha detto di stare tranquilla e portarla pure per un paio d’ore quando facevano qualche festicciola. Ma il giorno stabilito per la prima confessione è andato da mio marito per scusarsi di essersi dimenticato della bambina. Ha provato ad abbozzare dicendo “che tanto non parla”, e che quest’anno avrebbe potuto fare la confessione assieme alla comunione. A ottobre però, qualche giorno prima che venissero stampati gli inviti per i bambini che dovevano prepararsi alla comunione, sono andata da una mia amica, una catechista, e mi ha detto che un’altra catechista si era opposta alla cosa. Ma Don Francesco invece di prendersela con questa, ha accusato la mia amica di aver rivelato cose che dovevano restare nella canonica, tant’è che lei non c’è più voluta andare. Io ho chiesto un chiarimento su quello che era avvenuto con l’altra ma lui ha insistito dicendomi che si fidava ciecamente, che l’avrebbe lasciata al suo posto e che potevo far fare la comunione a Roberta in un’altra classe oppure a lei soltanto, dopo che tutti gli altri bambini l’avevano già fatta, il 19 maggio scorso. Ma a me questa soluzione non mi è andata bene, perché mia figlia merita lo stesso rispetto che ha qualsiasi altro bambino, invece è stata discriminata solo perché è handicappata. Ed è così che la chiamano qui a San Fele la mia Roberta. Pure il vescovo della diocesi di Melfi, Rapolla e Venosa monsignor Gianfranco Todisco non ha preso provvedimenti e l’ultima volta che l’ho incontrato mi ha detto che non avevamo nessun diritto perchè Roberta non poteva capire il significato della comunione».
Mirella si è sentita abbandonata anche dai genitori degli altri bambini che facevano la comunione il 19 maggio, e racconta con amarezza di essersi sentita dire da alcune suore che alla fine la figlia non aveva bisogno dei sacramenti perché era già “figlia di Dio”. «Quando era appena nata e stava per morire mi hanno rimproverata perché non era ancora battezzata e rischiava di non andare in cielo. Allora non era figlia di Dio? A San Fele c’è un’altra bimba che è vero sì sta meglio di Roberta, ma anche lei non parla, e ha fatto la confessione lo stesso l’anno scorso e poi quest’anno la comunione. Lei ha preso un simbolo, come quello che chiedevo per Roberta. E poi quale altra bambina di dieci anni capisce davvero la differenza tra il pane e il corpo di Cristo?». (ilquotidianodellabasilicata.com)

di Giovanni Cupidi