Il sogno di Brent: Andrea Lucchetta mostra la vita, fra disabilità e sport

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Si può parlare di disabilità come si parla di mille altri argomenti di cui non abbiamo (non dobbiamo) avere paura. E’ così che cambia la cultura. E se cambia la cultura cambia la società. “Inspire a generation”, ispirare una generazione: era il motto dei Giochi paralimpici di Londra 2012. Si guardava avanti, al futuro. Non lontano, prossimo. Dal giorno dopo la fine dalla Paralimpiade, “non penseremo più allo sport nella stessa maniera, non penseremo più alla disabilità nella stessa maniera”, come disse Sebastian Coe, che quell’evento lo ha organizzato. Lo ha capito subito. Non per nulla è stato un grande campione. Allora non c’è da stupirsi se un altro grande campione, questa volta di volley e non di  atletica, si è messo in testa che raccontando lo sport si può educare i giovani alla vita. Lo ha fatto, lo sta facendo e lo farà in maniera straordinaria. Di più, è partito dallo sport per raccontare la disabilità. E anche questo gli è riuscito proprio bene.

“Il sogno di Brent”una pallone da basket che gli sta arrivando in faccia mentre è in carrozzina a indicargli un nuovo cammino. Dove lo sport è in primo piano, fra carrozzine che si usano per giocare a basket o gareggiare sulle pista di atletica, biciclette che si guidano con le mani, lame che servono per correre, il sudore e la fatica del triathlon. Un cammino con tanti incontri, uno per tutti quello con Giusy Versace, splendida testimonial paralimpica, che esce dalla realtà ma non la modifica entrando nella fantasia. Il cartone è andato in onda una domenica mattina su Rai2, ma speriamo che nelle feste natalizie la Rai trovi spazio nel palinsesto per riproporlo. Ne vale la pena.

“La A di ‘atleta’ è una lettera che accomuna tutti, in qualunque condizione”: Lucchetta è uno che lo sport lo ha vissuto a livelli altissimi, Olimpiadi e Mondiali e Scudetti a fare da cornice, dentro anche alla più bella Nazionale di volley di sempre. Ecco perché sa che quelle sono le parole giuste da usare. Ormai da anni lavora su un progetto che usa lo sport come veicolo educativo, ma lo fa divertendo (e divertendosi) attraverso lo Spike Team il cartone che apre le mattine di centinaia di migliaia di ragazzine e ragazzini, con lo sport a mostrare la vita. “Il sogno di Brent” rappresenta il percorso evolutivo di Spike Team: “Fare squadra nello sport e nella vita è quello che serve a tutti. Senza smettere di sognare. Per chi ha una disabilità, come per tutti del resto, lo sport non fa diventare supereroi o invincibili, ma aiuta a uscire da un guscio che rende invisibili”.

Lucchetta ha vissuto anche la straordinaria esperienza di Londra 2012. Per una felice intuizione di Sandro Fioravanti, responsabile della programmazione della Paralimpiade in Rai (che trasmetterà, unica tv in Italia, anche quella invernale di Sochi), ha commentato il sitting volley, la pallavolo che si gioca seduti, praticata in particolare da atleti amputati. “Quando me lo ha chiesto avevo già lo zaino pronto. Io già facevo praticare il sitting volley come avvicinamento al minivolley dai bambini. Abbassando la rete si abbattono ancora più le barriere, tutti possono murare o schiacciare, è davvero una attività molto educativa in assoluto”. Per preparare al meglio il cartone, ha passato giornate a Budrio, al centro di riabilitazione dell’Inail, letto per mesi blog e siti sull’argomento, parlato con atleti e persone amputate. Il regista Alessandro Belli ha avuto un caro amico amputato per un incidente in moto, che lo ha aiutato: “Si è aperto con me come mai aveva fatto”.

“Il sogno di Brent” è davvero una grande idea, nata dalla sensibilità di uno che nello sport ha vinto tutto quello che si poteva, realizzata insieme a Rai: “Nel film si affrontano temi crudi, quali l’emarginazione, la perdita degli amici, la disabilità permanente”. La Polizia di Stato lo mostra nelle scuole per le campagne legate alla sicurezza stradale, c’è il patrocinio di tre ministeri (Lavori Pubblici, Istruzione, Affari Regionali e Sport) e quello del Comitato Paralimpico, ci ha creduto l’Istituto per il credito sportivo. Davvero è un bel modo, per i più giovani, ma non solo, di avvicinarsi alla disabilità. C’è delicatezza e realismo. Anche così, si arriva a ispirare una generazione.

(invisibili.corriere.it)