La lezione di Alex Zanardi

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di Lucio Luca

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Io quell’incidente me lo ricordo bene. Anche perché l’ho rivisto un sacco di volte su YouTube e continuo ancora a chiedermi come caspita sei uscito vivo da quell’ammasso di lamiere. Davvero, come hai fatto?
Eri morto, irrimediabilmente morto. Penso che nemmeno tua moglie Daniela e tuo figlio Niccolò, che ti strapparono letteralmente alla Signora Nera per riportarti a casa sulle colline bolognesi, credessero in quei terribili momenti che dalle macerie sarebbe nato per la seconda volta un campione più forte di prima, incredibilmente più forte, anche senza gambe, con il corpo martoriato dalle ferite e i segni indelebili di quello schianto.
Io non so dove caspita hai trovato la forza di ricominciare tutto daccapo, allenandoti come un pazzo per dimostrare al mondo, ma soprattutto a te stesso, che l’anima è più forte di una macchina da corsa che ti centra a 200 all’ora e che ti riduce in poltiglia.
Vabbè, uno dice, alla fine ti è andata bene. Sei vivo, sei comunque una persona conosciuta, hai fatto la Formula 1, basta che vai in tv dalle Barbare D’Urso e affini a raccattare un gettone di presenza e puoi serenamente (?) continuare a tirare avanti senza l’affanno di arrivare alla fine del mese. E invece no, tu sei uno corna dure e le comparsate non ti possono bastare. Tu vuoi fare le olimpiadi, ok le paraolimpiadi, va bene lo stesso.
E ti metti a correre in bici, l’hand bike mi pare che si chiami, non usi le gambe che hai regalato al cielo, ma le braccia che improvvisamente sono diventate forti, fortissime, e quel trabiccolo vola, vola che sembra quasi una macchina da corsa, quelle che hai comunque nel cuore. Che poi, io mi chiedo, ma come cazzo si può ancora avere nel cuore una cosa che ti stava spedendo al Campo Santo? Vabbè, tu sei Alex Zanardi da Castel Maggiore… ogni tanto me lo scordo.
E corri, corri, corri… E vinci. Le vinci a Londra, quelle cazzo di Olimpiadi – ok, paraolimpiadi, è uguale – ma siccome sei Alex Zanardi da Castel Maggiore, non ti basta e continui ad allenarti come un pazzo. Anche se non sei più un ragazzino, hai 50 anni e una famiglia che ti vuole bene, potresti rilassarti ma figurati se lo farai mai. E l’altro giorno ti presenti a Rio, fai una rimontona che manco il Liverpool nella finale di Champions contro il Milan e vinci la medaglia d’oro un’altra volta. Che sarà, la seconda? La terza? Non lo so, penso solo che non sarà l’ultima. Perché tu sei Alex Zanardi da Castel Maggiore… senza chiacchiere.
Ai giornalisti dici due o tre cose che ancora mi vengono i brividi a sentirle. “Io vedo dei traguardi dove altri non vedono neppure dei percorsi” – è il tuo inno alla vita, a non mollare mai, a combattere fino alla fine. E vale più di migliaia di trattati sociologici e puttanate da social network. “Io penso che Nostro Signore abbia problemi ben più seri per occuparsi del mio destino, ma stavolta sono sicuro che mi ha spinto lui, altrimenti non ce l’avrei fatta…”. “Se ci impegnassimo di più a essere brave persone, questo paese andrebbe meglio. Molto meglio…”.
E mi viene in mente che due o tre anni fa, animato da sacro furore, scrissi persino una mail a tre o quattro parlamentari amici (oddio, amici… diciamo conoscenti) per suggerire loro di battersi e convincere così il presidente della Repubblica a nominare Zanardi senatore a vita. Qualcuno mi disse che era una cazzata e infatti aspetto ancora una risposta dai parlamentari amici (oddio amici… diciamo conoscenti). Secondo me, però, non è una cazzata, perché se penso che in quei palazzi c’è gente che confonde il Cile col Venezuela, che blatera di scie chimiche, che si dice di sinistra e poi asfalta i diritti dei lavoratori andando a cena con i padroni, o che di giorno incontra la Merkel e la sera si spartisce le aspiranti starlette perché “la patonza deve girare”, e insomma… se in quei palazzi c’è gente del genere, perché non potrebbe starci anche uno che ogni giorno ci insegna cos’è la vita soltanto con il sorriso?
Forse, potrebbe essere la risposta, perché con quelli, effettivamente, ha ben poco da spartire. E comunque sia… in bocca al lupo Alex, ché di Olimpiadi – ok, paraolimpiadi ma è lo stesso – ne hai davanti ancora tante.
(https://abbraccioblog.wordpress.com/2016/09/16/la-lezione-di-alex-zanardi/)

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​Paralimpiadi, è ora di cambiare!

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di Antonio Giuseppe Malafarina 
Guardo la sfilata dei nostri atleti durante la cerimonia d’apertura delle Paralimpiadi e provo una sensazione di sconforto. Di smarrimento. Come se fossi invischiato di ragnatele dentro. Un senso di sgretolamento. Ci sono degli sportivi al centro, accomunati da un fattore diversificante, e attorno una maggioranza di altre persone accomunate dal non condividere quel fattore. Mi domando perché gli atleti comuni da una parte e noi dall’altra. Addirittura gli altri sfilati settimane prima, marcando una netta separazione. Siamo tutti diversi nella nostra comunanza di umanità e uguali nella nostra singolarità di persone. Le Olimpiadi dovrebbero essere Olimpiadi, punto e basta. Allora perché non le Nerolimpiadi, le Biondlimpiadi e, soprattutto, le Femminelimpiadi divise dalle Maschilimpiadi?

Alcuni sostengono che la separazione sia necessaria per questioni logistiche. Sembra che sia difficile, ossia costoso, accorpare le due manifestazioni, perché, a questo punto, di due manifestazioni distinte si tratta. Lo ha sancito anche la cerimonia di chiusura delle Olimpiadi che ha rimandato a quelle successive e non alla loro spontanea prosecuzione, cioè le Paralimpiadi. Io immagino che unire le due manifestazioni sia complesso e lo penso a partire proprio dalle esigenze degli atleti con disabilità.

Alloggiare e muoversi in un ambito sovrappopolato di atleti, come è un villaggio olimpico, per una persona con disabilità penso sia più complicato che non all’interno di un ambiente dedicato. Immagino il viavai di persone che si muovono in carrozzina fra quelle cieche e quelle senza deficit che non sia quello della distrazione. Guai in vista. E gli allenamenti affollati come un ipermercato al sabato.
Ma è questa una condizione sufficiente per separare atleti da atleti? È come dire che Olimpiadi maschili e femminili dovrebbero essere distinte perché servono spogliatoi e toilette differenziate. Servono? Si fanno. Si sono fatti. Bisogna creare soluzioni affinché si possa stare insieme, perché se gli atleti sono diversi l’atleta è uno.
Io sostengo che sportivi disabili e non dovrebbero correre nelle stesse categorie, là dove è possibile. Altrimenti dovrebbero correre contemporaneamente. Vuoi mettere i 100 metri per la disabilità corsi nelle stesse giornate in cui corre Bolt con quelli corsi un mese dopo? L’impatto mediatico è differente e la diseguaglianza grava tutta sugli atleti disabili, cioè su tutte le persone con disabilità, che restano vittime dell’esempio. Passa il concetto, in parole povere, che gli atleti con disabilità siano una cosa a parte. Se gli atleti gareggiassero insieme, invece, sarebbe evidente a tutti che si tratta unicamente di sport. E là dove ci sono specialità dedicate agli uni piuttosto che agli altri l’importante è stare nella stessa cornice. Categorie diverse per un solo obiettivo: vincere l’Olimpiade.
Si dirà che le Paralimpiadi tanto bene hanno fatto nel migliorare la cultura della disabilità e che l’interesse mediatico è stato crescente, specialmente a partire dall’edizione di Londra. Vero. Sono d’accordo. Ma non basta. Non sono contro lo sport olimpico per le persone con disabilità, sono contro la selezione a priori. Contro la discriminazione progettuale. Contro regolamenti che potrebbero essere concepiti meglio.
Non escludo, ed anzi ritengo, che la divisione fra Olimpiadi e Paralimpiadi sia un compromesso politicamente corretto per invitare la maggior parte possibile dei Paesi a partecipare. Ovvero che sia un espediente per indurre l’adesione di quelle nazioni che non accetterebbero facilmente di mescolare i loro connazionali con disabilità a quelli privi. Ma dobbiamo fermarci al politicamente corretto?
In attesa di una nuova era olimpica io esigo una cerimonia unica che si chiami cerimonia d’apertura delle Olimpiadi ed una conclusiva che sia cerimonia conclusiva di tutto l’impianto. Via le Paralimpiadi. Se ci sono si deve capire che si tratta di un sottoinsieme alla pari. Anzi, invece che metterle in fondo io le metterei in apertura. Partono le Olimpiadi e dai con gli atleti con disabilità. Poi gli altri. E il medagliere? Perché diviso, suggerisce Luca Mattiucci, responsabile di Corriere sociale?

C’è il rischio che così facendo non si capisca che le persone con disabilità hanno esigenze particolari e che, in molte parti del mondo, sono ben lontane dall’eguaglianza sociale. Alle Olimpiadi però, proprio perché siamo lì per esprimere il meglio della competitività, bisogna trasmettere che quelle in vetrina sono tutte persone alla pari e non che ci sono lì alcuni poveretti a ricevere il loro contentino quadriennale.
Questo, ahimè, è il pensiero che ancora molti percepiscono, si vede da molti commenti sui post a riguardo. Ed è quello che ho percepito io guardando dignitosi atleti sfilare in quello che Martina Gerosa, disability e case manager, definisce un circolo dove ballano animali anziché bestie. Lei, persona con disabilità uditiva, aggiunge che rendere ciò che è diverso normalità è la sfida di cui preferisce occuparsi. Io sto con lei.

Viva lo sport. Viva gli atleti con disabilità e senza. Viva le Paralimpiadi come viva la Formula Uno: così com’è adesso finisce per piacere quasi solo agli appassionati. È ora di cambiare.

(Invisibili, corriere.it)

Giusy Versace e io: nascere disabili o diventarlo è diverso?

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Vi propongo di leggere questo bell’articolo pubblicato sulla rubrica la 27ora de il corriere della sera. Il racconto/incontro dell’autrice  con Giusy Versace, campionessa paraolimpica di cui ho già parlato sul mio blog, e di come vivono diversamente e da donne la loro diversa disabilità.

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di Anna Gioria

Mi trovo in un’elegante cioccolateria di Milano. Sono molto emozionata sto aspettando la campionessa paraolimpica Giusy Versace. Da quando ho letto il suo libro autobiografico Con la testa e con il cuore si va ovunque, ho avuto il desiderio di incontrarla. È molto tempo che nutro il desiderio di confrontarmi con una persona che abbia fatto un percorso di vita simile, ma nello stesso tempo diverso dal mio. Ecco leggendo il suo libro, fin dalle prime pagine, ho capito che doveva essere lei, una donna che a causa di un incidente stradale molto grave ha perso entrambe le gambe, maha saputo reagire ed è riuscita a rifarsi una vita. La vedo, sta per arrivare, nonostante l’utilizzo delle protesi si muove con molta agilità e naturalezza. Quando capisce che sono io la persona che deve incontrare, mi sfodera un sorriso smagliante. Ne resto catturata. Nel contempo, però si denota subito il suo carattere deciso; l’unica indecisione che ha dimostrato è stata quella di essere molto attirata da una bellissima coppa di gelato o optare per una salutare spremuta. Alla fine ha scelto la seconda, in vista degli imminenti mondiali a cui vorrebbe partecipare, quindi non può trasgredire nell’alimentazione. Per questo suo gesto l’ammiro maggiormente, ha una forza che certamente io non ho.

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Leggere il libro Con la testa e con il cuore si va ovunquedi Giusy Versace è stato un importante spunto di riflessione sul confronto delle diverse esperienze di vita.
Giusy vive una condizione di handicap causato da un incidente automobilistico avvenuto quando aveva 28 anni, in seguito a questo ha perso gli arti inferiori; nonostante ciò grazie a molta riabilitazione ed all’utilizzo delle protesi, la protagonista non solo è riuscita a riappropriarsi della propria vita, ma è diventata un’atleta paraolimpica. 
La mia disabilità è stata provocata da una nascita asfittica per mancata assistenza perinatale. In seguito a ciò, quando avevo 6 mesi, i migliori luminari della pediatria di allora mi hanno pronosticato una vita priva di alcuna possibilità di linguaggio e di movimento. A distanza di 44 anni posso affermare che tali diagnosi si sono dimostrate del tutto inesatte, ma non è stato frutto di un miracolo. Infatti, grazie ad una vita spesa in ogni tipo di cure riabilitative in varie parti del mondo, sono riuscita a raggiungere un’autonomia tale che mi ha permesso di conseguire 2 lauree, vivere da sola a Milano, lavorare presso il Corriere Della Sera, avere una vita ricca di amicizie e di interessi.
Leggendo il libro, innanzitutto, ho potuto assodare quella che è sempre stata una delle mie più grandi convinzioni: ritengo, infatti, che per una persona che come me fin dalla nascita vive una condizione di disabilità è «più facile» accettarsi rispetto ad una a cui un handicap sopraggiunge in seguito ad una malattia o ad un incidente.
Questo perché nel primo caso la situazione di handicap fa parte di sé fin da subito, mentre nel secondo la vita cambia repentinamente da un momento all’altro: una situazione che porta a fare un continuo confronto tra il prima e il dopo, paragone che reputo tremendo. Tale differenza l’ho constatata soprattutto in due passi del romanzo.Quando la prima volta dopo l’incidente, Giusy decide di recarsi in spiaggia, uno dei passi più forti in cui la protagonista è assalita dai dubbi, dalla vergogna di mettersi in costume con le protesi, scoppia in un pianto dirompente vergognandosi e timorosa degli sguardi altrui. Mentre io non ho mai avuto questo tipo di problema perché io sono io così come sono, non sono mai stata «un’Anna normale», ma sono Anna, punto.
D’altro canto, sempre riferendomi al discorso  dell’accettazione, credo che Giusy abbia avuto il grande vantaggio di avere il sostegno morale e psicologicodell’intera sua famiglia, cosa per cui la «invidio» (nel senso buono della parola), in quanto io ho avuto solamente il validissimo supporto insostituibile di mia mamma, mentre gli altri parenti, papà compreso, mi hanno sempre considerata una diversa, qualcosa da nascondere, provando pietà nei miei confronti, sentimento che non tollero nel modo più assoluto.Logicamente questo avveniva in particolare quando io ero piccola e mi ha condizionato molto nel rapporto che ho con loro: infatti anche se adesso gli stessi parenti sono fieri di me e mi apprezzano per quello che sono, io non riesco a provare un affetto sincero nei loro confronti. Per questo mio sentimento ho letto con una punta di invidia le pagine in cui Giusy è circondata dai cugini e dagli zii; in particolare mi sono commossa quando la protagonista descrive il rapporto di solidarietà e di cameratismo con lo zio, tipo di relazioni parentali che alla sottoscritta sono mancate, supplite dall’adolescenza in poi con amicizie molto importanti.
Un’altra fondamentale differenza che ho potuto constatare tra me e e la protagonista del libro è il discorso della fede.Giusy è molto credente, penso che questo suo credo molto forte ce l’avesse già prima dell’incidente, la cosa sorprendente è che non l’abbia perso dopo la tragedia. Nel suo raccontare il suo viaggio a Lourdes ho percepito una serenità e una devozione, anche nei momenti più critici, in cui «persone come noi» si pongono il fatidico quesito «perché proprio a me?».A tale proposito io ho un approccio molto diverso, non credo, o meglio credo a modo mio; nel porre la domanda, ho un atteggiamento molto più violento, arrabbiato. Molto probabilmente ciò dipende dal fatto che ho frequentato le scuole in ambienti religiosi, dove ho ricevuto alcune ingiustizie abbastanza gravi, che hanno segnato la mia fede. Lo so che quest’ultima dovrebbe andare oltre a tutto, ma purtroppo non è così… non ho raggiunto una maturità religiosa tale da poter superare questo limite.

Ciò che più ammiro in Giusy è la sua determinazione e la sua volontà di sottoporsi alla riabilitazione, cosa che a me spesso manca; probabilmente in lei c’è il forte desiderio di tornare ad essere quella di prima, il confronto con il suo passato la incentiva a lottare ed andare avanti.

Da un punto di vista più pratico ci sono tre punti del libro in cui Giusy mi ha fatto rivivere due mie esperienze simili, ma anche diverse dalle sue. L’episodio in cui lei racconta di quando parte in aereo con i propri genitori per raggiungere il centro di riabilitazione vicino a Bologna: è il suo primo viaggio da portatrice di handicap, durante il quale fa il paragone rispetto a quando viaggiava da sola per lavoro ed era lei stessa che si organizzava tutto e correva da un aereo all’altro, invece adesso è costretta ad essere assistita, cosa per lei alquanto difficile da accettare.
Mentre leggevo queste pagine mi sono rammentata del mio primo viaggio che ho fatto da sola in aereo, all’eta di 23 anni per raggiungere degli amici in Puglia per trascorrere da loro le vacanze, e soprattutto mi è ritornata in mente la gioia e la soddisfazione di quel momento in cui per la prima volta mi sono sentita veramente una persona libera e autonoma. UNA VERA CONQUISTA!
Un altro punto molto intenso è l’arrivo di Giusy al centro di riabilitazione di Budrio, in cui per la prima volta si sente in mezzo a persone di disabilità e prova un conseguente disagio; le parole con cui lei descrive questo suo imbarazzo e questa sua inadeguatezza mi hanno fatto rivivere i sentimenti che ho provato io quando sono andata per la prima volta al centro di riabilitazione in Svizzera; dove anche io per la prima volta mi sono trovata in un ambiente in cui erano tutti disabili.
Un’altra situazione in cui mi sono immedesimata è il panico provato percorrendo l’autostrada la prima volta dopo l’incidente: è lo stesso panico che provo io quando mi trovo in ambienti molto piccoli come gli ascensori, perché «rivivo» il momento della mia nascita asfittica e della conseguente mancanza di ossigeno.

di Giovanni Cupidi

Giusy Versace, con la testa e con il cuore si va ovunque

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Forse non tutti conoscono la storia di Giusy Versace, atleta paralimpica italiana, la prima con amputazione bilaterale alle gambe in gara ai campionati nazionali di atletica leggera. Nel 2005, durante una trasferta di lavoro, Giusy ha un terribile incidente automobilistico nel quale perde entrambe le gambe. Questo evento, ovviamente, cambia la sua vita ma grazie al suo carattere fortemente determinato, ciò non ha mai avuto il significato di una resa, tutt’altro.
Nel 2010 inizia a correre con delle protesi in carbonio e poi inizia a vincere ma soprattutto a lanciare messaggi positivi invogliando la gente che come lei vive delle disabilità a non nascondersi, a non vergognarsi e ad avvicinarsi allo sport.
Nel giugno 2011 in Spagna, a Valencia, Giusy centra il minimo richiesto sui 100 m per le Paralimpiadi di Londra 2012. Il 12 luglio 2012 al Meeting internazionale di Celle Ligure ha corso i 200 metri in31”21, conseguendo la miglior performance italiana di sempre nella sua categoria (T43).
In questi mesi Giusy è stata in Sicilia, ad Enna, per provare le nuove protesi (quelle famose di Pistorius) con cui ha partecipato e con le quali parteciperà ai prossimi meeting.
Riporto con piacere l’articolo (ben fatto) che parla di Giusy su paralimpici.gazzetta.it e voglio sottolineare la grande forza, tenacia e l’impegno che Giusy mette nello sport da persona con disabilità ma anche, e forse soprattutto, le problematiche che pone all’attenzione pubblica e le soluzioni (anche tecniche e tecnologiche del caso) o comunque il modo in cui affrontarle.
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di Sebastian Donzella

Secondo la leggenda le macchie intorno agli occhi del ghepardo sono dovute al pianto. Per la scomparsa dei figli, ritrovati dopo grandi sofferenze. Stessi sentimenti e stesse emozioni provate e sopportate da Giusy Versace. L’atleta paralimpica, per i suoi felini, ne ha fatta di strada. Per avere le cheetah, le protesi da corsa a forma di zampa di ghepardo, diventate celebri perché indossate da Oscar Pistorius, è arrivata fino all’ombelico della Sicilia.Il bell’abbraccio di Giusy a Rosario Gagliano, tecnico delle protesi in Sicilia“Provare le protesi è sempre stancante. Leva, metti, leva, metti. Sempre mantenendo una grande concentrazione. Una volta che vengono settate, infatti, non si può più tornare indietro. Non posso scoprire difetti a Milano, sarebbe troppo tardi. Guarda i tecnici mentre le regolano: è una questione di millimetri”. Dopo più di mille chilometri. Giusy, per le sue protesi, da Milano, dove lavora, si spinge fino a Enna, nel  centro della più grande isola d’Italia. Lì ha scoperto le cheetah. Lì ha scoperto di avere un amico.Rosario Gagliano, grazie a lei, ha incominciato a seguire persone con disabilità in cerca di riscatto nello sport. Prima di Giusy, infatti, il suo centro protesi non aveva mai avuto rapporti con atleti. Poi è arrivata la calabrese dalla testa dura che  voleva le gambe flessibili. Hanno iniziato a lavorare sulle cheetah e da allora non si sono più fermati. Ora il lavoro è in vista della stagione che comincia (gli Assoluti di atletica a Grosseto sono nei prossimi giorni): nuove gambe per nuovi obiettivi.Il bel sorriso di Giusy Versace sulla pista di Enna (foto Sarah Furnari)“Le prime sensazioni sono buone. Credo che potremo fare molto bene. Queste nuove protesi sembrano avere una migliore aderenza, speriamo di poter abbassare qualche tempo”. Nello splendido centro sportivo ennese le prime prove sono state positive. Soddisfatta lei, soddisfatti i tecnici, soddisfatto il fidanzato.Antonio, ex sprinter paralimpico, è ritornato a correre grazie a lei. Non in pista, ma nella vita: “Per seguirla ci vuole un fisico d’atleta. È un vulcano di idee, sempre in movimento, sempre propositiva. Per starle dietro serve allenamento”. In effetti, nella sua seconda esistenza, dopo l’incidente, Giusy ha corso e corre tanto, dentro e fuori dalla corsia. In ordine sparso: campionessa europea e italiana, commentatrice sportiva, scrittrice, esperta di moda, presidente di una onlus. Non a caso al bar, tra una pausa e l’altra, le si avvicina una signora per complimentarsi: “Guardati, sei perfetta!”. Lei minimizza e ricorda che “Con la testa e con il cuore si va ovunque”. Anche se tra una presentazione del (suo) libro e l’altra, il tempo sembra non bastare mai. “A volte devo dire di no e la cosa mi dispiace da morire. Non voglio fare la ‘preziosa’, quella che ‘se la tira’, però non sempre riesco a essere disponibile”. In tanti, infatti, l’hanno scoperta (o ritrovata) nel romanzo autobiografico “Con la testa e con il cuore” (da leggere, #sapevatelo!).Giusy con il Gruppo che la segue per le protesi a Enna (Rosario Gagliano è alla sua dx), insieme al fidanzato Antonio (primo da sx) (foto Sarah Furnari)Anche pensando alle scelte per Londra 2012 e la mancata convocazione: “Aver partecipato come inviata alle Paralimpiadi mi è piaciuto molto. Anche se avrei voluto esserci come atleta. Il mio 2012 è stato sfortunato, entravo e uscivo dall’ospedale continuamente: ho avuto due fratture e d’urgenza mi hanno asportato la tiroide. Il bello è che, andando contro i consigli dei medici, ho continuato a correre fino al 5 agosto, seguendo le direttive della Federazione. E poi mi hanno lasciata fuori. Non contesto la decisione, però potevano spiegarmi il perché: non basta trincerarsi dietro l’espressione ‘scelta tecnica’”.Giusy insieme a Rosario Gagliano: non ce ne voglia Rosario, ma meglio lei anche a danzare (foto Sarah Furnari)Per Giusy, grande credente e volontaria Unitalsi, la persona viene al primo posto.  “Vengo a Enna proprio perché non mi trattano come un automa. Abbiamo iniziato insieme questo percorso sportivo: ho corso il rischio e fortunatamente mi è andata bene. Con la mia Onlus, Disabili No Limits (www.disabilinolimits.org), abbiamo deciso di far partire un progetto in comune: noi raccogliamo fondi per donare ausili per lo sport a chi ne fa richiesta, loro li realizzano a prezzo di costo”. Un’iniziativa che ha già regalato medaglie allo sport italiano: tra i beneficiari, infatti, ci sono Davide Melis e Francesco Comandè, medagliati agli ultimi campionati nazionali.Prima di tutto viene la persona, dicevamo. Da qui alla grande attenzione per i diritti dei più deboli il passo è breve: “Io non ho queste protesi perché sono brava e bella. Le ho perché sono infortunata sul lavoro. Quindi me le paga l’Inail, dopo tanti anni di contributi versati. Purtroppo c’è una grande disparità con chi viene assistito solo dallo Stato. L’Asl ti dà solo la gamba di legno. E poi? Lo sapete che causa problemi alla schiena, oltre a non permettere dei movimenti fluidi? Parliamo tanto di integrazione, ma così non la si fa. Lotto perché il tariffario nazionale è fermo agli anni ’90, non vi sono inserite le protesi da corsa. Lo sport deve essere garantito a tutti, è un’occasione di riscatto”.

http://paralimpici.gazzetta.it/2013/05/03/con-la-testa-e-con-il-cuore-si-va-ovunque-giusy-versace-le-protesi-la-sicilia/

di Giovanni Cupidi

Sport paralimpico, si rafforza la collaborazione tra Inail e Cip

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Inail e Comitato italiano paralimpico (Cip) rafforzano la loro sinergia per la riabilitazione e il reinserimento sociale delle persone con disabilità da lavoro attraverso la pratica sportiva. Il presidente dell’Istituto, Massimo De Felice, e il presidente del Cip, Luca Pancalli, hanno sottoscritto il rinnovo della convenzione-quadro attivata per la prima volta nel 2001 che, oltre a favorire l’avviamento allo sport e la promozione di eventi, ha posto le basi per un’attività di ricerca finalizzata alla sperimentazione di protesi a elevata complessità tecnologica, con il coinvolgimento del Centro Inail di Vigorso di Budrio.
Nel 2012 tesserati più di 400 atleti. Le aree di intervento regolamentate dalla nuova convenzione con il Cip si inseriscono nella cornice tracciata dall’accordo Stato-Regioni del 2 febbraio 2012, che ha individuato, tra gli ambiti nei quali è possibile sviluppare collaborazioni tra l’Istituto e i servizi sanitari regionali, quello della promozione della pratica sportiva a livello agonistico e amatoriale per le persone con disabilità.
La convenzione, in particolare, rinnova la possibilità per gli assistiti Inail di tesserarsi gratuitamente al Cip, con la copertura del costo dell’eventuale certificato medico sportivo e di un corso annuale nella disciplina sportiva prescelta. Un’opportunità che l’anno scorso è stata colta da oltre 400 disabili da lavoro e che, con il nuovo accordo, si arricchisce anche della possibilità di frequentare un ulteriore corso annuale integrativo in un’altra disciplina il cui svolgimento sia funzionale al percorso di riabilitazione dell’assistito, su richiesta dell’équipe multidisciplinare dell’Istituto responsabile della sua tutela globale.

Eventi promozionali e sportelli informativi.
Per favorire la diffusione della cultura dell’attività motoria per le persone con disabilità, in particolare tra tecnici sportivi, medici di base, medici specialisti in medicina dello sport, studenti e laureati in scienze motorie, l’intesa prevede anche l’organizzazione di eventi promozionali, come la Giornata nazionale paralimpica, l’ampliamento del numero e delle attività di sportelli informativi presso le strutture dell’Inail, attraverso i Comitati regionali del Cip, e la creazione di rapporti di collaborazione con altri enti e istituzioni per sostenere progetti finalizzati alla riabilitazione, integrazione e socializzazione mediante l’attività sportiva. Il Cip, inoltre, potenzierà la propria azione di supporto del canale tematico dedicato allo sport sul sito web di SuperAbile, il contact center integrato Inail per la disabilità, prestando un’attenzione particolare alle notizie di carattere regionale e locale.De Felice: “Un elemento importante nelle politiche della riabilitazione”. “La sinergia tra il Cip e il nostro Istituto – sottolinea il presidente dell’Inail De Felice – in questi anni ha già permesso di ottenere risultati molto significativi, che sono stati raggiunti utilizzando la pratica sportiva come elemento importante del processo riabilitativo delle persone con disabilità, per la riconquista delle motivazioni e della vita attiva. Con la nuova convenzione quadro l’impegno dell’Inail in questa direzione si articola in tre ambiti principali: il potenziamento del lavoro di ricerca per le protesi sportive, l’approfondimento delle tematiche dello sport nel portale SuperAbile, e la creazione di banche dati sul rapporto tra disabilità e attività sportiva, per fornire basi statistiche di conoscenza e orientare così lo studio, la ricerca e la conseguente azione politica dell’Istituto”. Per concretizzare questi nuovi obiettivi l’INAIL potenzia le risorse investite nel quadriennio di durata della Convenzione e spinge verso la territorializzazione delle iniziative in linea con l’Accordo-quadro approvato in Conferenza Stato Regioni nel 2012, che prevede tra i diversi ambiti di collaborazione tra Regioni e Istituto anche la promozione della pratica sportiva.Pancalli: “Promozione a tutto campo della pratica sportiva tra le persone disabili”. “Desidero, prima di tutto, ringraziare il Presidente Massimo De Felice e l’intera struttura INAIL per la sottoscrizione di questa nuova convenzione – commenta Luca Pancalli, presidente del Comitato Italiano Paralimpico – che rilancia, ancora una volta di più, l’impegno congiunto delle nostre due organizzazioni su temi che, da sempre, condividiamo e sui quali lavoriamo sin dall’inizio della storia del movimento paralimpico in Italia. INAIL e CIP sono compagni di viaggio da oltre cinquanta anni, da quei lontani Giochi di Roma ’60 che videro gettare le prime e significative basi di quello che oggi è il paralimpismo nel nostro Paese, un viaggio fatto di condivisione di principi e valori, di integrazione, socializzazione ed inclusione sociale. Posso ormai affermare che si tratta di un binomio consolidato nel tempo, che oggi si rinnova e si alimenta di nuovi ed importanti stimoli, non soltanto nella pratica sportiva di vertice, che ci ha visto, peraltro, protagonisti ai Giochi Paralimpici di Londra dello scorso anno, ma anche in tutte quelle attività di ricerca, studio, formazione, avviamento allo sport delle persone infortunate sul lavoro, che riteniamo strategiche e fondamentali per il futuro. Da tempo, ormai, siamo impegnati, sempre più incisivamente, nella promozione e nell’individuazione di persone disabili da avviare alla pratica sportiva, mission principale della nostra organizzazione, vera e propria sfida che vogliamo vincere, con strumenti che questa nuova convenzione ci fornisce in maniera ancora più concreta. I 400 disabili da lavoro avviati allo sport, solo nello scorso anno, sono un successo che deve essere replicato e, ove possibile, reso ancora più significativo con numeri che, mi auguro, confermino questo trend di crescita. Sarebbero la risposta ideale al lavoro e all’impegno messo in campo in questi anni di collaborazione a tutto campo con INAIL”.Spazi dedicati anche ai prossimi Giochi di Sochi e Rio de Janeiro. La nuova convenzione entrerà in vigore il prossimo 2 luglio, alla scadenza di quella siglata nel 2010, e avrà durata quadriennale; ciò consentirà in sincronia con il ciclo paralimpico una migliore programmazione delle iniziative di supporto alla preparazione degli atleti italiani che gareggeranno alle Paralimpiadi di Rio de Janeiro del 2016. Come previsto dall’intesa appena sottoscritta, l’Inail, dopo aver partecipato come partner privilegiato del Cip alla “Casa Italia Paralimpica” di Londra 2012 – dove ha usufruito di spazi dedicati per presentare iniziative istituzionali come il servizio SuperAbile e le attività di studio e sperimentazione nel campo delle protesi sportive – amplierà la sua presenza già a partire dagli XI Giochi invernali in programma a Sochi, in Russia, nel 2014.

di Giovanni Cupidi