Alleno l’Empoli dalla carrozzella» (grazie a Massimo Moratti)

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Paraplegico dall’età di 14 anni, Antonio Genovese oggi allena la squadra femmibarriere mentalinile. Ad aprirgli la strada nel mondo del calcio fu l’incontro con Massimo Moratti

Qualcuno, quando è entrato in carrozzina al corso per diventare allenatore professionista a Coverciano, lo ha guardato «come un alieno». Poi hanno conosciuto la sua determinazione e tutto è cambiato. Sulla soglia dell’«università» del calcio italiano, Antonio Genovese, 41 anni, sapeva già che niente e nessuno lo avrebbero fermato. Oggi, dopo 192 ore di studio e trasferte tra Milano (dove vive) e Firenze, stringe tra le mani il patentino. «Ce l’ho fatta, anche grazie ai miei compagni di corso. Sono il primo disabile in Italia che può fare l’allenatore professionista», racconta mentre viaggia verso gli allenamenti della squadra femminile delle Empoli Ladies, dove è il responsabile della tattica.

«Più che le barriere architettoniche – riflette mister Genovese – ho dovuto combattere le barriere mentali. “Ma questo mica vorrà venire ad allenarci?”, era lo sguardo interrogativo di alcuni che mi vedevano inchiodato ad una carrozzina. All’inizio mi dava fastidio, poi ho imparato a fregarmene». È l’inizio della svolta, che il mister racconta nel libro biografico, «L’allenatore in carrozzina», che ripartendo dal giorno più tragico arriva alla vittoria della sua Coppa del Mondo. È la caldissima estate del ‘91: Antonio e la sua famiglia sono in vacanza in Sicilia, ma una ruota scoppia e finiscono in una scarpata. Genovese ha 14 anni, si risveglia in ospedale. Vi rimarrà per molti mesi per una grave lesione spinale. Il calvario sembra senza fine.

Antonio reagisce, animato dalla passione incredibile per il calcio. E anche se il campo non lo può più calcare, lo sfogo diventa la tattica. Il Milan e i colori rossoneri sono per lui una fede inscalfibile, con un idolo su tutti: «Carletto Ancelotti». Ma il destino è «beffardo», perché la svolta arriva proprio grazie ai colori dei cugini-nemici nerazzurri. Il futuro mister ha 19 anni: è ricoverato al Niguarda per una brutta influenza. Un giorno, per far visita ad un amico, entra nella sua camera Massimo Moratti, presidente dell’Inter ed «un gran signore». Antonio gli racconta della sua passione per il pallone e che vorrebbe riuscire ad allenare. Il presidente gli lascia un recapito telefonico, dicendogli di chiamarlo l’indomani: «Non avrei mai creduto che mi avrebbe risposto…». Invece? «Fui convocato da Sandro Mazzola e mi fu dato l’incarico di osservatore giovanile per i nerazzurri».

Il sogno di Antonio si era avverato: dieci anni passati a girare l’Italia in lungo e in largo, alla scoperta di nuovi talenti. Poi il brusco stop, una rivoluzione ai vertici societari ed è (quasi) tutto da rifare. «Dovevo per forza rimboccarmi le maniche – ricorda Antonio – e poi ho deciso di scrivere questo libro per dare voce a chi non ne ha. A chi è in carrozzina ed è convinto di non poter diventare mister. A forza di consultare i bandi dei corsi ho scoperto che quello “Uefa B” prevedeva una quota per i disabili. Ho iniziato da lì e poi sono andato oltre». Oggi può allenare come vice anche in Serie A e B e come “primo” fino alla Lega Pro. Poi la sua storia lo ha portato a dedicarsi al calcio femminile con le Empoli Ladies: «Che differenza c’è tra allenare gli uomini e le donne? Le ragazze fanno tante domande riguardo preparazione e tattica… Ti senti più partecipe, con loro ho stabilito un buon feeling, come un fratello maggiore. Siamo secondi in classifica. A fine stagione vorrei che le ragazze fossero prime».

(corriere.it)

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Paralisi spinale: staminali dal bulbo olfattivo per rigenerare il midollo

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Passi da gigante nel trattamento delle lesioni spinali: da oggi si possono utilizzare staminali prelevate dal bulbo olfattivo del paziente stesso.

Ripristinare la funzionalità del midollo spinale con il trapianto di cellule staminali prelevate dal bulbo olfattivo: e’ questa la tecnica testata con successo da alcuni medici polacchi ed inglesi, che ha consentito ad un uomo paralizzato dal petto in giu’ di recuperare la sensibilità e il controllo motorio.

Nel 2010 Darek Fidyka, ex pompiere polacco, rimane paralizzato dal petto in giù dopo essere stato accoltellato. Il trattamento della sua lesione spinale ha visto applicare un nuovo approccio chirurgico, frutto di un programma di ricerca quarantennale tra Polonia e Inghilterra.

L’intervento, eseguito nel 2012, ha previsto la rimozione di uno dei bulbi olfattivi del paziente stesso: il bulbo olfattivo è la prima stazione di elaborazione delle informazioni trasportate dai neuroni olfattivi. Gli assoni di queste cellule formano al suo interno, insieme ai dendriti delle cellule mitrali, delle cellule a pennacchio (neuroni di secondo ordine), delle cellule granulari e delle cellule periglomerulari (interneuroni), delle strutture note come glomeruli olfattivi. L’assone di ciascun neurone olfattivo si distribuisce ad un singolo glomerulo, su cui convergono migliaia di altri assoni di neuroni olfattivi che però possiedono sulle ciglia lo stesso tipo di recettore. Questi neuroni sono la popolazione cellulare principale dell’epitelio olfattivo, ma non l’unica: ad esempio, attaccate alla lamina basale vi sono cellule staminali, in grado di creare un pool di cellulare pronte ad intervenire in caso di lesioni all’apparato neuronale responsabile della trasmissione degli impulsi olfattivi (evenienza alquanto frequente). Queste cellule hanno un’importanza che va ben oltre il loro ruolo di rimpiazzo di neuroni olfattivi, dal momento che sono i soli esempi di cellule staminali in grado di differenziarsi autonomamente in una tipologia di neuroni.

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Sistema olfattivo umano. 1: Bulbo olfattivo 2: Cellule mitrali 3: Osso 4: Epitelio nasale 5: Glomerulo 6: Recettore olfattivo

Per questa loro straordinaria caratteristica le olfactory ensheathing cells (OECs) sono state trapiantate nel midollo spinale di Darek Fidyka,  li’ dove c’era la lesione mentre in un secondo tempo sono state innestate delle fibre di tessuto nervoso prelevate dalla sua caviglia. In particolare 100 micro-iniezioni di OECs sono state fatte sopra e sotto la lesione, consentendo alle estremità delle fibre nervose recise di crescere e di ricongiungersi. Secondo l’equipe chirurgica, come riportato dalla rivista “Cell Transplantation”, le cellule impiantate sono in grado di rigenerare il midollo e riparare la lesione. Inoltre, trattandosi di un trapianto autologo, non c’è stato alcun pericolo di rigetto e si è quindi risparmiato l’utilizzo di farmaci immunosoppressori.

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In effetti i risultati non sono tardati ad arrivare e si sono dimostrati assolutamente sorprendenti. Dopo diversi cicli di fisioterapia, nel 2014 l’uomo è riuscito a camminare con l’aiuto di un deambulatore, ma negli ultimi giorni sono giunte notizie di ulteriori e incoraggianti progressi, come testimoniato dalle parole dello stesso paziente:

Posso sentire ogni muscolo e pressione dei piedi sui pedali. Mi sento piu’ forte. Un anno fa non sarei riuscito a pedalare su un triciclo”[…]“Quando non si può sentire quasi la metà del corpo, ci si sente impotenti, ma quando la sensibilità comincia a tornare è come se tu fossi nato di nuovo.” – (Darek Fidyka)

Ad oggi l’ex pompiere polacco è in grado di camminare lentamente usando delle stampelle e ha recuperato il controllo della vescica e delle funzioni sessuali.

Le nuove prospettive

Si tratta indubbiamente di un risultato molto interessante, che potrebbe aprirenuove prospettive nella ricerca scientifica in relazione ai pazienti paralizzati. I risultati dello studio, però, devono essere ancora confermati. Per questo i medici polacchi hanno presentato il Wroclaw Walk Again Project, con l’obiettivo di arruolare altre due persone paralizzate, con un tipo di lesione meno comune e chirurgicamente più impegnativa: con il midollo completamente reciso. Tutto il trial sarà finanziato dalla fondazione inglese Nicholls Spinal Injury, ed avrà la durata di circa tre anni. Questa nuova sfida sarà un banco di prova fondamentale per valutare le reali potenzialità di questa pratica chirurgica

Se riusciamo a riempire lo spazio tra i due monconi di midollo allora vuole dire che abbiamo trovato una cura per la paralisi e che poi potremo aiutare anche gli altri pazienti con lesioni piu’ comuni, causate da compressione o schiacciamento” – (Pawel Tabakow, capo del progetto)

I recenti sviluppi in questo campo costituiscono un precedente incredibile nella comunità scientifica mondiale: in due anni la medicina ha rimesso in piedi un uomo paralizzato, è l’inizio di un’era in cui la plegia non sarà più un danno irreversibile? Questo non lo sappiamo, ciò che possiamo dire, è che per ora è stato fatto ciò che meno di cinque anni fa si riteneva impensabile, e per questo, possiamo solo ringraziare la scienza.
(lamedicinainunoscatto.it)
 

di Giovanni Cupidi

IN SALA OPERATORIA IL CHIRURGO È PARAPLEGICO: “PER I PAZIENTI BASTA CHE IO SIA BRAVO”

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Paraplegico da 31 anni, oggi ne ha 48 e compie interventi d’avanguardia per asportare tumori mammari. Dal 1996 opera in piedi, grazie all’ausilio inventato per lui da un amico. “Per un sano egoismo, il paziente non pensa alla mia disabilità, ma al suo bisogno di guarire”

“Non penso di essere un fenomeno: credo che tutti, con determinazione, impegno e sacrificio, possano raggiungere i propri obiettivi, a prescindere dallo status fisico”. Parola di Paolo Anibaldi, chirurgo quarantottenne, responsabile del Day surgery all’ospedale “San Camillo de Lellis” di Rieti. Anibaldi aveva appena 17 anni quando la rottura di un angioma midollare gli provocò una paraplegia. Fino al 1996 ha operato “da seduto”, sulla sua carrozzina. Fino al giorno in cui un amico gli offrì l’ausilio che oggi gli consente di operare in piedi. Come racconta in un’intervista pubblicata sul numero 5 di SuperAbile Magazine, la rivista sulla disabilità edita da Inail.

Dottor Anibaldi, cosa ricorda di quel 2 maggio 1983, che cambiò la sua vita?
Ricordo bene alcune cose, male altre. In verità, ho i primi ricordi legati alle domande dei giornalisti. Ma dopo 31 anni per me quel giorno quasi non esiste più, l’ho rimosso. Non guardo al 2 maggio 1983, ma al 2 maggio del 2014, o del 2015.

La scelta di diventare medico è legata alla sua esperienza diretta con la malattia?
No. Da giovane sognavo di pilotare i caccia, in alternativa di essere chirurgo. Esclusa la prima possibilità, è scattata la seconda. Mi sono realizzato grazie alla mia professione, ma non ho mai creduto che essere un chirurgo paraplegico potesse essere una nota di orgoglio. La disabilità non ha in alcun modo inciso sulla mia vita professionale: ho scelto una professione in cui mi confronto ogni giorno con i pazienti, concentrati sul proprio problema e sulla necessità di risolverlo. Poco importa che il chirurgo sia disabile: ciò che conta è solo la guarigione. Ed è giusto così!

Nessuna diffidenza né resistenza, quindi, da parte dei pazienti?
No; alcuni erano sorpresi. Non è comune vedere una persona con disabilità e associarla alla sala operatoria, agli interventi. È evidente che io sia ben visibile; facilmente salta agli occhi un uomo vestito di verde, seduto su una carrozzina. Ma è solo il primo impatto: passati 20 secondi la carrozzina quasi non si vede più, perché il paziente pensa solo alla propria salute. Oggi, poi, c’è una diversa percezione della disabilità rispetto al passato. Merito soprattutto delle stesse persone disabili, che vivono la propria disabilità come una condizione di vita diversa, sicuramente impegnativa ma anche “piena”.

Lei ha operato per alcuni anni su una sedia, ma da tempo ormai opera in piedi. Come è accaduto?
Era il 1996 quando il mio amico Ivano Amici, titolare di un’officina meccanica della zona, vedendomi in ambulatorio sulla carrozzina, mi propose di realizzare per me un ausilio che mi avrebbe permesso di operare in piedi: ha messo insieme alcuni pezzi di acciaio ed è stata realizzata una particolare attrezzatura che appunto mi consente di operare stando in posizione eretta. A volte sento la stanchezza, ma è l’età che si fa sentire, non la posizione!

Della sua esperienza si inizia a parlare, anche grazie agli interventi eseguiti dalla sua équipe e alla gratitudine di tanti suoi pazienti. Cosa rappresenta questo successo per lei?
Sono contento che se ne parli, soprattutto perché questo sta incoraggiando altre persone a seguire la stessa strada. Io sono stato forse il primo chirurgo italiano disabile, ma poi altri come me sono riusciti a realizzarsi: si sono lanciati, decisi a superare la sfida.

Il suo lavoro assorbe tempo ed energia. Eppure lei è anche uno sportivo e sindaco del Comune di Castel Sant’Angelo.
Sì, ho praticato basket in carrozzina e insieme ai miei compagni di avventura; ci siamo divertiti, raggiungendo anche risultati di buon livello. Purtroppo oggi ” A ruota libera” non esiste più. Siamo arrivati in A1 e abbiamo giocato partite in coppe europee, ma il difficile momento economico non ci ha permesso di andare oltre. Anche l’impegno politico sta terminando. È stata un’esperienza importante. Impegnativa, certo, ma mi ha aiutato a ragionare in modo diverso: mi ha fatto conoscere aspetti della “cosa pubblica” che non ero in grado nemmeno di immaginare.

E adesso ha in mente qualche altra impresa da intraprendere?
Ho 48 anni, sono responsabile di una struttura ospedaliera, ho una figlia grande che studia all’estero: credo che sia il momento di tirare una linea e riprendersi il proprio tempo. Ho sempre pensato che si dovesse fare qualcosa in cui credere, della quale essere convinti, con un obiettivo da raggiungere. Credo di esserci riuscito. Magari domattina mi sveglierò con una sfida in mente: per ora, vivo intensamente le mie giornate e mi dedico ai miei pazienti, cercando come sempre di dare il meglio. La disabilità rende certamente la vita più faticosa, ma non deve impedirci di realizzare i nostri sogni”.
(superabile.it)

È iniziata l’era dell’uomo aumentato

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Un ragazzo paraplegico darà il calcio d’inizio ai Campionati del mondo, Brasile-Croazia il 12 giugno a San Paolo alle 17 locali. Il miracolo sarà reso possibile grazie al progetto Andar de Novo, diretto dal neuroscienziato brasiliano Miguel Nicolelis, condotto insieme a 170 ricercatori internazionali.

Il risultato è un esoscheletro che una volta indossato permetterà al paziente di muovere gli arti semplicemente pensando: gli elettrodi posti sul cranio invieranno il segnale elettrico a un computer posto sulla schiena che lo trasformerà in comando motorio. «Abbiamo proposto al Governo di inaugurare i Mondiali con una dimostrazione scientifica senza precedenti, invece che con la classica cerimonia di intrattenimento», ha spiegato Nicolelis «perché la nostra ambizione è mandare in soffitta le sedie a rotelle.

E confidiamo di restituire il movimento a chi non può camminare». Le più recenti innovazioni nel campo della robotica e delle interfacce uomo-macchina hanno dato un enorme impulso a simili tecnologie: Abi Research prevede una crescita del 68% all’anno della diffusione di esoscheletri entro il 2020.

In Giappone la Cyberdyne ha sviluppato Hal, tuta robot che ha vinto gli Edison Awards 2014 ed è in corso di sperimentazione in Germania, con i costi sostenuti da una società assicuratrice, mentre nel nostro Paese sono utilizzate da tempo, nel centro riabilitativo Villa Beretta di Costa Masnaga (Lecco), le gambe del progetto ReWalk, create dall’ingegnere tetraplegico israeliano Amit Goffer, che richiedono però l’utilizzo di stampelle. Addirittura l’americana EksoBionics ha presentato il primo esoscheletro le cui parti a contatto con il corpo del paziente sono create su misura, grazie al supporto delle stampanti 3D di 3DSystems, per consentire una migliore adattabilità delle gambe artificiali ed evitare eventuali lesioni da sfregamento che la persona non potrebbe percepire.

Naturalmente all’orizzonte non c’è solo la possibilità di usare gli esoscheletri per tornare a far camminare i disabili, ma anche quella di creare esseri umani potenziati: Hugh Herr, direttore del laboratorio di Biomeccatronica del Mit di Boston con le gambe amputate sotto il ginocchio, di recente ha rivelato due “gambaletti” motorizzati che permettono a una persona normodotata di trasportare 23 chili usando meno energia di quanta ne servirebbe altrimenti.

«Si tratta del primo esoscheletro che aumenta le capacità umane e riduce il costo metabolico –, ha spiegato Herr -in una misura pari a circa il 30%». E nella stessa direzione va il Body Extender, esoscheletro della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, con cui una persona può sollevare 50 chili con ciascuna mano. Le applicazioni sono molteplici, dalla logistica, ai lavori pesanti fino naturalmente all’industria militare. Il sogno futuro è, come ha detto Obama di recente in conferenza stampa «costruire Iron Man», ma se il presidente Usa scherzava, non è un gioco il progetto di esoscheletro dell’esercito americano ribattezzato Talos.

Il grande cruccio però rimane quello della disabilità. Se gran parte dei laboratori di ricerca sono impegnati a disegnare e sperimentare arti robotici sempre più leggeri, economici ed efficienti, c’è chi pensa che in futuro potrebbe non essercene bisogno: l’Università americana di Louisville e l’Istituto di Fisiologia Pavlov di San Pietroburgo, hanno appena presentato i risultati dell’applicazione di uno stimolatore epidurale in grado di far recuperare, seppure in maniera ancora scoordinata, il movimento volontario delle gambe. La ricerca, pubblicata su Brain, prevede l’installazione di elettrodi non tanto nella parte danneggiata del midollo spinale, quanto in quella sana più vicina agli arti, in modo da potenziare il lavoro dei neuroni che sono ancora in grado di funzionare.

L’impianto permette di riattivare l’attività elettrica del midollo, che così è di nuovo in grado di recepire il comando di movimento del cervello e di trasmetterlo alle gambe. Tutto viene attivato con un telecomando dal paziente, e modulando il voltaggio per ogni persona e ogni movimento differente, si possono elaborare algoritmi in grado di ottimizzare il segnale elettrico ideale per le diverse attività. Lo studio ha dimostrato che i pazienti hanno avuto bisogno di stimolazioni sempre minori per riattivare alcuni movimenti, facendo pensare che in futuro la tecnologia potrebbe essere utilizzata anche temporaneamente, per fare imparare al midollo a funzionare con quelle parti rimaste sane. L’era dell’essere umano aumentato è appena cominciata.
(ilsole24ore.it)

ReWalk: Manuela Migliaccio lo sperimenta

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ReWalk è un’ortesi (esoscheletro) motorizzata che si indossa esternamente agli indumenti degli arti inferiori. I motori elettrici, alimentati da una batteria posta in uno zaino portato sulle spalle, comandano le articolazioni delle anche e delle ginocchia e sono controllati da un sistema computerizzato, anch’esso alloggiato nello zaino. L’esoscheletro, destinato ad essere usato con due bastoni canadesi per garantire la stabilità della stazione eretta e della deambulazione, è attivato da un sensore, posizionato nella parte antero-superiore del corpo, controllato dal paziente mediante piccoli cambiamenti nel centro di gravità ovvero attraverso movimenti di inclinazione della parte superiore del corpo. 
ReWalk è disponibile in due versioni, una per i centri di riabilitazione (REWALK I), da utilizzare durante il trattamento riabilitativo, ed una personalizzata (REWALK P), da fornire al paziente al termine del trattamento riabilitativo.
ReWalk può consentire ad una buona parte di persone affette da paraplegia di portarsi in stazione eretta dalla posizione seduta, di deambulare e di salire le scale con un’autonomia continuativa di due ore.
Attualmente il Rewalk viene utilizzato per la deambulazione in soggetti paraplegici che hanno un ottimo controllo del tronco e con una lesione massima a livello D4.

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Lo ha sperimentato Manuela Migliaccio, 29enne napoletana paraplegica in seguito ad un incidente che le è capitato in Grecia nel 2009, che a distanza di 4 anni ha avuto l’opportunità di percorrere (o quasi) grazie a ReWalk, sulle proprie gambe, gli 11,5 chilometri della camminata non competitiva della StraBologna 2013; la manifestazione di promozione dell’attività sportiva dedicata alla solidarietà, organizzata ogni anno da Uisp Bologna.
ReWalk è composto da una struttura robotica di circa 18 kg con 4 motori elettrici prodotta dall’azienda israeliana Argo medical technologies.
Il controllo dell’esoscheletro si basa su sensori che analizzano i movimenti degli arti superiori e del busto, che vengono utilizzati per innescare e mantenere gli schemi di andatura degli arti inferiori. Una volta che ReWalk percepisce i movimenti delle braccia, i pulsanti su un telecomando permettono all’utilizzatore di selezionare varie impostazioni di programma e di scegliere la modalità di movimento: camminare, salire le scale, sedersi, alzarsi o altro. Piegando il busto come per fare un passo in avanti, dunque, l’esoscheletro è capace di registrare il movimento e farlo riprodurre alle gambe. Tuttavia, per usarlo è comunque necessario dotarsi di stampelle.
Manuela Migliaccio lo usa dal giugno 2012 nel centro riabilitativo Villa Berretta, a Costa Masnada in provincia di Lecco. Da dicembre, poi, la 29enne ha potuto usufruire del “mezzo” anche a casa, diventando la prima persona al mondo ad averlo a domicilio.
Manuela ha deciso di provare a partecipare a manifestazione podistiche non competitive, come la Corsa della Speranza di Lugano, di 5 chilometri. L’obiettivo alla StraBologna era quello di cercare di raggiungere il nastro di arrivo insieme agli altri partecipanti, partendo con qualche ora di anticipo, alle 5 del mattino. Questo perché la sua andatura non poteva essere superiore ai 2 chilometri orari circa, senza contare che le batterie che tengono in funzione l’esoscheletro durano al massimo 8 ore. Il suo personalissimo gruppo di supporto era composto dal fidanzato e da 2 fisioterapiste, Laura Colombo e Sabrina Basilico.
Sfortunatamente si è dovuta fermare a causa di un guasto meccanico al motore dell’anca sinistra, uno dei quattro della macchina robotica che le ha permesso di tornare a camminare. Grazie alla partenza anticipata di molte ore, l’esoscheletro, che ha un costo di circa 50 mila euro, avrebbe dovuto consentire a Manuela di arrivare al traguardo più o meno insieme agli altri partecipanti, a un passo di circa 2 chilometri all’ora. L’obiettivo di Manuela era superare le 6 ore di camminata grazie alle 2 stampelle che la sorreggono in piedi e allo zainetto con le batterie dell’esoscheletro, che porta sulle spalle.
Il guasto l’ha colta alla sprovvista, Manuela le ha tentate tutte, ha perfino chiamato in Israele, dove ha sede l’azienda che produce l’esoscheletro, per capire se si potesse riparare oppure no. “Lì in Israele – racconta la ragazza – hanno la possibilità di controllare a distanza cos’è che non funziona e se il guasto è riparabile”. Niente da fare però per quest’anno, il sogno di superare le sei ore di cammino e magari arrivare al traguardo deve essere rimandato. Quando il motore dell’anca sinistra ha smesso di funzionare è stato il sistema di scurezza di cui è dotato il ReWalk a sorreggere in piedi Migliaccio, che sarebbe potuta cadere a terra. Grazie al sistema di scurezza, infatti, la meccanica non collassa.
Ma Manuela non ha la minima intenzione di darsi per vinta e dopo la “tappa” bolognese della StraBologna mira ancora più in alto. I prossimi obiettivi saranno altre maratone, tra cui forse anche quella di New York, sempre con uno scopo dimostrativo, ma per lanciare un messaggio, per sensibilizzare chi come lei si è trovata costretta a cambiare totalmente la propria vita, ma che non ha mai rinunciato a sperare di poter tornare a camminare seppur con un ausilio di questo tipo. In un’intervista spiega però che nella Grande Mela durante la stagione della maratona piove spesso, e questo potrebbe impedirle di partecipare, perché l’esoscheletro non può bagnarsi.

(Una parte del testo è tratta e rielaborata da http://www.superabile.it)

di Giovanni Cupidi