Disabili e sesso: dagli ostacoli fisici a quelli sociali

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L’esperta: «Il riconoscimento delle esigenze fisiologiche si scontra col pregiudizio»

Un fermo immagine dal film «The Session»


Avere una vita affettiva e sessuale piena e soddisfacente rimane spesso un traguardo irraggiungibile per le persone con disabilità motorie e sensoriali. Molte malattie congenite ma anche eventi traumatici e malattie croniche, possono causare handicap visibili o invisibili che ostacolano lo svolgimento di attività fisiche che consideriamo del tutto normali, come camminare, vestirsi, mangiare. E avere contatti fisici e rapporti sessuali.  

Alle barriere fisiche, che spesso possono essere superate, si aggiungono quelle culturali che sono più difficili da abbattere: i portatori di un handicap e i disabili sono visti spesso come adulti asessuati, che quindi non hanno necessità di soddisfare pulsioni sessuali. Si pensa che essi non rispettino i canoni dell’attrazione fisica e che, comunque, abbiano dei bisogni ben più importanti, la cui soddisfazione è prioritaria rispetto a qualunque altra esigenza seppur fisiologica. 

I PAESI IN CUI L’ASSISTENZA SESSUALE È GIA’ UN DIRITTO 

 I vari tipi di impedimenti fisici che le diverse forme di disabilità comportano potrebbero suggerire che la sessualità debba essere affrontata con approcci differenti da caso a caso. Eppure, sono in molti a sostenere che per un vero riconoscimento della disabilità e dei suoi bisogni sia necessario abbandonare la segmentazione per patologie. «Ci sono tanti tipi di corpi, di sensibilità e di desideri. Nel caso della disabilità fisica, la sessualità non è compromessa ma è diversa» spiega Alisa Arfini, sociologa e collaboratrice dell’Università Statale di Milano, che punta il dito contro la sessualità stereotipata della nostra società, nella quale un disabile (ma anche molti normodotati) faticano a riconoscersi.  

 «E così spesso le difficoltà maggiori – ci spiega – non sono vissute da chi ha un problema congenito ma da chi deve invece affrontare uno sforzo aggiuntivo per ricostruire e reinventare il proprio modo di vivere il corpo, l’erotismo e l’affettività». 

 LA DESESSUALIZZAZIONE DEL CORPO DISABILE  

«Il vero problema – spiega la studiosa – è il mancato riconoscimento del fatto che il disabile possiede come tutti una sfera erotica ed è in grado di suscitare e di provare desiderio e piacere».  

 Questo errore di giudizio è radicato ed origina da un immaginario collettivo che rappresenta solo un’esigua varietà di corpi, presi a modello di bellezza, sempre giovani, tonici e sani, di cui il sesso è appannaggio esclusivo, suggerendo implicitamente che per tutti gli altri l’erotismo è «sconveniente». 

 Eppure, il benessere di un individuo dipende dalla sua salute, anche da quella sessuale. La definizione della salute sessuale data dall’Organizzazione mondiale della sanità OMS recita così: «La salute sessuale è l’integrazione degli aspetti somatici, affettivi, intellettuali e sociali dell’essere sessuato, allo scopo di pervenire ad un arricchimento della personalità umana e della comunicazione dell’essere».  

OLTRE E PRIMA DEL SESSO, L’INTERA SFERA SOCIALE  

L’Oms fa riferimento ad un intreccio di fattori, non solo fisici ma anche emotivi e sociali. In genere, il disabile deve rompere quella condizione di isolamento che gli impedisce di sviluppare la propria socialità, spesso a causa anche di una scarsa autonomia dovuta alla dipendenza dai familiari (spesso i disabili vivono in casa, dal momento che le cure ricadono sui familiari), ad esempio.  

 E la disabilità è oggi vista proprio in questa dimensione multiprospettica, dove a contare è tanto il funzionamento biologico dell’organismo quanto quello sociale. Perché, anche se spesso queste persone non possono cucinare, camminare o vestirsi da sole, hanno bisogno come chiunque altro di instaurare legami affettivi. «Bisogna creare luoghi di incontro che nel nostro paese sono stati tradizionalmente un servizio di welfare pubblico svolto dalla Chiesa» spiega la sociologa. «L’associazionismo punta al rafforzamento del tessuto sociale, così come alla creazione di occasioni per facilitare l’incontro (La festa di inaugurazione di una nuova associazione «Desiderabili» si terrà a Verona il prossimo 15 ottobre)». 

 UN PROBLEMA DI TUTTI  

Non bisognerebbe mai dimenticare che queste problematiche ci riguardano tutti, come membri di una società civile. Inoltre, anche a causa dell’invecchiamento della popolazione, è altamente probabile che saranno in molti a sperimentare nel corso della propria vita una qualche forma di disabilità. Non voler vedere le esigenze dei disabili non servirà ad allontanare l’idea che il problema possa toccare anche noi. 

(corriere.it)

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E se una persona con disabilita’ si innamorasse di te?

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Sembra un argomento tabù, come se le persone con disabilità non fossero contemplabili come potenziali partner. Ma è davvero così?

Amore, disabilità, sessualità: una triade che funziona o non funziona? Esiste? Può svilupparsi? Su questo ci siamo interrogati in un articolo di qualche tempo fa, e su questo  si è concentrato lo psicologo Lelio Bizzarri, che le scorse settimane ha lanciato la questione tramite un questionario on-line, raccogliendo dati molto interessanti. Ne è uscita una immagine che verrà presentata al pubblico il prossimo primo dicembre.

IL QUESTIONARIO  –   Lo psicologo Bizzarri da anni si occupa del tema. Ha quindi deciso di approfondire la questione, mettendo on line un questionario anonimo dal titolo “Sessualità e disabilità: indagine su atteggiamenti ed esperienze”  nel quale ha raccolto le esperienze di quasi mille partecipanti, i cui risultati saranno presentati il dicembre a Roma, presso l’Ordine degli Psicologi del Lazio. Così ha raccontato Bizzarri a Redattore Sociale : “Ho riscontrato che, in letteratura così come nelle condivisioni di operatori, genitori e persone disabili stesse, questo è un argomento tabù come se le persone con disabilità non fossero contemplabili come potenziali partner. D’altro canto però, ho conosciuto decine di persone disabili, anche con gravi patologie, che hanno rapporti sessuali, storie sentimentali o hanno avuto dei figli insieme al proprio partner, sia questo disabile o no. Allora mi sono chiesto se questi assunti circa l’indesiderabilità delle persone disabili siano davvero così incrollabili”.

APERTURA AD AVERE UN PARTNER DISABILE – A Redattore Sociale Bizzarri anticipa alcuni dei risultati della ricerca. A grandi linee, emerge che la percezione comune è che è normale che una persona disabile si innamori. Inoltre, quasi la metà del campionenon esclude la possibilità di coinvolgersi sessualmente e sentimentalmente con una persona con disabilità fisica o sensoriale. Solo 17 intervistati (l’1,86%, del campione) escludono categoricamente che potrebbero ricambiare.  “Ciò testimonia che il tabù sessualità e disabilità comincia a crollare – afferma Bizzarri, che però aggiunge – Stando ai dati, mentre tanti si dichiarano teoricamente disponibili a una relazione con un partner disabile,ancora pochissime sono, in effetti, le coppie “miste”. ”

DISABILITA’ COGNITIVA – Tra i dati rilevati, dicevamo che oltre il 90% del campione considera normale che una persona con disabilità abbia sentimenti erotici. Ma ci sono da fare dei distinguo. Infatti l’8% considera non normale la sessualità in un una persona con deficit cognitivi – percentuale che scende al 3% nel caso dei disabili motori e sensoriali.

UN TABU’ CHE VACILLA? – Le risposte sembrano ritornarci l’immagine di una società nettamente aperta alla sessualità delle persone con disabilità. Va ricordato che il campione, dome dichiara lo stesso Bizzarri, seppur limitato, è composto però da una grande varietà di persone differenti per genere, età, residenza, titolo di studio e rapporto con la disabilità. E proprio questa varietà varrebe la pena di indagare, per capire se e come questi atteggiamenti cambiano al cambiare delle variabili, e soprattutto rispetto al fatto di essere disabile o meno. “Anche qui infatti esiste un pregiudizio: che cioè l’essere disabile predisponga positivamente verso altre persone con disabilità. Il questionario ci aiuterà a capire se sia davvero così”, ha dichiarato Bizzarri.

TUTTE LE RISPOSTE AL QUESTIONARIO – Ci sarà modo di discutere del tema in maniera più approfondita nel corso della presentazione dei dati complessivi della ricerca, che si svolgerà il 
1 dicembre presso la sede dell’Ordine degli Psicologi del Lazio dalle 9 alle 13. L’ingresso è gratuito ma i posti sono limitati, pertanto è necessaria la prenotazione questa pagina, dove trovate anche tutte le informazioni di accessibilità della sede e su come arrivare.
(disabili.com)

PSICOLOGIA CLINICA E SESSUALITÀ DELLA PERSONA CON DISABILITÀ

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Introduzione 

Fino ad alcuni decenni fa il discorso relativo alla sessualità nei soggetti portatori di handicap veniva considerato tabù e, di conseguenza, eluso dalla letteratura. 
Attualmente, al contrario, l’argomento viene affrontato con sempre maggiore frequenza, sia da parte degli operatori sia dai mezzi di comunicazione. Le ragioni di questo mutamento e dell’interesse crescente nei confronti di tale tematica possono essere molteplici. 
La prima ragione è la caduta di alcuni tabù sessuali e la “costante penetrazione nella coscienza sociale di una nuova sensibilità relativa ai diritti dei portatori di handicap, diritti che tendono, com’è giusto, verso il più possibile” (Ianes-Folgheraiter, in Dixon H. 1990, pag. 7). 
La seconda ragione può essere attribuita al fatto che la tematica relativa alla sessualità dei disabili sia diventata “di moda”, ovvero che “faccia tendenza”. A ciò ha contribuito indubbiamente il fatto che i due termini del discorso, “handicap” e “sessualità”, progressivamente “hanno subìto una particolare forma di censura che non ha comportato l’imposizione del silenzio, quanto piuttosto l’elaborazione di un nuovo linguaggio” (Pennella, 1997). 
La terza ragione può essere individuata nella crescente richiesta di formazione da parte dei genitori e degli operatori, che spesso si trovano ad affrontare direttamente il problema della psicosessualità dei portatori di handicap. 
La quarta ragione, strettamente correlata alla precedente, rimanda al fatto che i bisogni e i desideri sessuali delle persone con disabilità non possono più essere ignorate, sia per la maggiore espansione della coscienza del disabile sia per la crescente accettazione da parte della coscienza sociale. Ciò pone fortemente in discussione la presenza educativa e rieducativa dei genitori e degli educatori e richiede una imprescindibile riflessione sul loro ruolo e sulle modalità più adeguate per affrontare questo problema, nel pieno rispetto della dignità e dei diritti del disabile. La crescente domanda formativa ha naturalmente stimolato una altrettanto crescente offerta da parte degli esperti. Occorre però precisare che, nonostante si discuta da qualche tempo della relazione problematica fra handicap e sessualità, solo recentemente essa viene affrontata in modo serio e sistematico, anche in virtù del fatto che “l’incontro tra la psicologia e l’handicap e la moderna sessuologia è molto recente ed è legato essenzialmente a quei cambiamenti all’interno di queste discipline che hanno permesso di intravedere la possibilità di insegnare la sessualità in un’ottica non veramente assistenzialistica, ma piuttosto educativa nel senso più pregnante del termine” (Veglia, 1991 cit. in Fabrizi, 1997). 

Handicap e sessualità: una visione socioculturale

Fino ad alcuni anni fa, non molti per la verità, la dimensione della sessualità era negata alla persona disabile e i tentativi di risolvere il problema sono nati più dall’esigenza di fornire una soluzione immediata piuttosto che di affrontarlo in modo costruttivo, cioè considerando la sessualità e come mezzo per garantire il benessere attraverso una sempre maggiore affermazione e integrazione del soggetto handicappato. 
In particolare, le strategie adottate si risolvevano in interventi di tipo fisico (uso di psicofarmaci, legamento delle tube, ovariectomia per le donne ed evirazione per gli uomini), psicologico (punizioni, minacce, rinforzo di condotte sostitutive o compensatorie) o psicosociale (isolamento, impedimento di contatti con persone dell’altro sesso). Queste soluzioni si sono rivelate fallimentari per il fatto di trascurare la promozione del benessere degli individui e di misconoscere il diritto umano fondamentale anche della persona disabile di poter esprimere i propri bisogni psicosessuali. La notevole valenza ansiogena delle realtà considerate, l’handicap e la sessualità, giustifica in parte questo atteggiamento di negazione e di repressione e, nonostante la maggiore libertà verso la sfera sessuale, la difficoltà di gestire un fenomeno così complesso è tuttora presente. Genitori e educatori dei disabili, infatti, riescono con difficoltà ad accettare che una persona in situazione di handicap possa manifestare bisogni sessuali analoghi a quelli di una persona normodotata. Il disagio nell’accogliere la dimensione sessuale e la sua espressione nella persona disabile può essere imputato alla biologizzazione della sessualità, ossia alla tendenza a considerarla come mera realtà naturale/organica scarsamente o per nulla correlata a fattori affettivi, relazionali, sociali, ecc. La diretta conseguenza di tale visione è la considerazione della sessualità come dimensione fruibile solo da persone con un apparato biologico sano e funzionale. 
Questo discorso rimanda direttamente ad una questione più ampia, concernente due aspetti correlati: la dicotomia natura/cultura e la dicotomia corpo soggetto/corpo oggetto. La prima implica l’identificazione dell’handicap come complesso sintomatologico derivante da una affezione organica prenatale, natale o postnatale della persona disabile come portatrice di una lesione organica ed ha determinato per lungo tempo la considerazione quasi esclusiva dell’aspetto organico dell’handicap (Pennella, 1997). Gli interventi clinici, com’è facile prevedere, sono una prerogativa della scienza medica. 
La seconda dicotomia rinvia, come afferma Pasini (1991) ad “una visione dualista del mondo e dell’uomo, alla vecchia separazione tra il corpo e lo spirito…”Tale visione postula l’esclusiva appartenenza dell’handicap e della sessualità alla condizione biologica, lasciando poco spazio ad interpretazioni più complesse ed integrate. Al contrario, noi riteniamo che l’evoluzione individuale non possa essere interpretata al di fuori del contesto sociale, senza correre il rischio di elaborare concezioni fallaci e riduttive. La dimensione sessuale, dunque, inevitabilmente si incontra con la visione psicologica del corpo-soggetto, “entrambe pur possedendo una indubbia natura biologica, acquistano tuttavia un senso grazie al loro inserimento all’interno di una dimensione culturale” (Pennella, 1997). 

La psicosessualità nella struttura della persona 

L’Organizzazione Mondiale della Sanità offre una definizione della sessualità che consideriamo pienamente condivisibile e che recita così: “La salute sessuale è l’integrazione degli aspetti somatici, affettivi, intellettuali e sociali dell’essere sessuato, allo scopo di pervenire ad un arricchimento della personalità umana e della comunicazione dell’essere. 
Alcuni autori (Covigli, 1987; Valente Torre , Cerrato, 1987; Sbardella , Secchi, 1997) evidenziano che la sessualità non coincide esclusivamente con la genitalità e la soluzione della “questione sessuale” non può trascurare altri aspetti ad essa connessi, quali la corporeità, il contatto fisico, la tenerezza, l’affettività, ecc. 
“La sessualità è una dimensione strettamente psichica, di enorme complessità, come hanno rilevato gli studi psicoanalitici: tutta la letteratura di impostazione analitica ha sottolineato la dinamica affettiva, profonda e precoce nella relazione primaria del bambino con i genitori (o con gli adulti significativi sostitutivi) nel determinare la genesi e lo sviluppo della sessualità” (Sbardella, Secchi, id). 
La sessualità, o meglio la psicosessualità, possiede una dimensione genetica in quanto aspetto umano fondamentale che appartiene all’individuo fin dalla nascita e ne accompagnerà l’esistenza, sviluppandosi verso una strutturazione sempre più complessa e integrata. Essa si inserisce in una prospettiva dinamica, essendo intimamente connessa ad ogni altra dimensione della personalità. 
La psicosessualità possiede, inoltre, una dimensione strutturale in quanto comprende elementi e caratteristiche proprie sia del Super-Io che dell’Io e dell’Es, seppure in modo variabile lungo il corso dell’esistenza. 
Dal punto di vista topico, la psicosessualità possiede aspetti consci, preconsci ed inconsci, la cui conoscenza consente di attribuire significato al comportamento e di operare scelte libere e gratificanti. Nell’economia psichica, la psicosessualità possiede una spinta maturativa uguale e, molto spesso, maggiore ad altre dimensioni psicosociali ed ambientali. Essa, infatti, può contribuire alla promozione dell’immagine di sè, dell’autostima, della capacità di affermazione e di interazione significativa e gratificante. 
La psicosessualità rappresenta una realtà complessa e composta da numerosi elementi, la cui scarsa articolazione e sconnessione iniziali vengono gradualmente superate, per giungere ad una integrazione più o meno completa, favorita, peraltro, dalla stessa maturità psicosessuale. Gli elementi che la compongono possiedono una fondamentale valenza maturativa, tanto che l’assenza o la carenza di uno di essi può compromettere lo sviluppo e la stabilità della dimensione psicosessuale dell’individuo. Tali elementi coincidono con sei differenti aspetti: l’area biofisiologica, definita dalla dimensione cromosomica, genetica, endocrina, morfologica e funzionale della sessualità; l’aspetto pulsionale che rimanda alla energia sessuale propria dei bisogni, dei desideri, delle aspettative individuali; l’ambito emotivo-affettivo, cui appartengono i sentimenti e le emozioni, sostanzialmente euforici, che accompagnano la dimensione psicosessuale, in particolare il riconoscimento e l’accettazione della propria identità di persona sessuata, e rappresentano una fonte di soddisfacimento, di gratificazione e di realizzazione; l’ambito cognitivo coincide con il riconoscimento e la comprensione della realtà sessuale, sia in generale sia della propria, che consente di attribuire alla dimensione sessuale la giusta importanza, di comprendere la propria identità psicosessuale, definendo in modo autonomo e personale il proprio ruolo sessuale e, infine, individuare e valutare realisticamente i propri desideri, le proprie aspirazioni e le aspettative nei confronti di questa particolare dimensione della personalità; l’aspetto storico-culturale, ossia la conoscenza e la comprensione dei condizionamenti che la storia e la cultura hanno imposto alla realtà psicosessuale, per poter assumere nei loro confronti un atteggiamento critico, operando scelte autonome e personali; infine, l’ambito dei valori che definisce la collocazione, responsabile, critica e autonoma, della sessualità all’interno del proprio quadro assiologico. 
La sessualità umana è, dunque, profondamente e inevitabilmente intrisa di psiche, in quanto oltre l’imprescindibile aspetto biofisiologico, comprende e interessa aspetti presenti in ogni area della personalità, quella affettiva, percettiva, emotiva, relazionale, pulsionale, motivazionale, ecc. Tale interdipendenza giustifica l’estrema difficoltà di comprendere la sessualità, analizzandola esclusivamente secondo la prospettiva biofisiologica, indubbiamente importante, ma non unica. La dimensione sessuale, per i motivi che abbiamo proposto, rappresenta un elemento primario per definire e valutare la maturità individuale, in quanto costituisce uno degli aspetti fondamentali che la integrano e la determinano e, al tempo stesso, ne è un indicatore basilare. Tuttavia, la stabilità della realtà sessuale risente notevolmente delle sollecitazioni contraddittorie cui è sottoposta, ed è perciò spesso fragile e precaria. In condizioni di crisi, infatti, la dimensione psicosessuale è uno dei primi aspetti della personalità a manifestare disturbi di diversa gravità, che interessano non solo il livello del desiderio, ma anche quello più concreto della condotta sessuale. 
Il discorso sulla psicosessualità risulta particolarmente complesso a causa della notevole influenza esercitata da una considerevole serie di fattori, personali, storici, educativi, socio-culturali, religiosi, ecc., e che può determinare l’emergere di vissuti negativi che impediscono di affrontarla e viverla con serenità, apertura e obiettività nei suoi diversi aspetti. Inoltre, nonostante la notevole quantità di informazioni disponibili per tutti, si riscontra, soprattutto negli adulti e negli anziani, la difficoltà di raggiungere un livello adeguato di comprensione e di consapevolezza circa la complessità della dimensione psicosessuale. Tale carenza può essere in parte attribuita alla difficoltà di accedere ad una appropriata condizione formativa, che consenta di utilizzare la realtà psicosessuale come strumento di integrazione e di crescita personale, attraverso un approccio libero, aperto, sereno e consapevole. In molte circostanze, infatti, nonostante il crollo dei tabù riguardanti la sessualità, quest’ultima non è oggetto di comunicazioni obiettive, chiare e costruttive. 
Si assiste perciò ancora oggi alla attuazione di processi formativi parziali e riduttivi, che non rappresentano delle valide esperienze educative, riducendosi, in molti casi, ad una sterile e inefficace trasmissione di informazioni. Tale condizione può essere attribuita al fatto che i contenuti relativi alla sessualità sono spesso condizionati negativamente da interessi, preoccupazioni e scopi poco sereni e, a livello più o meno conscio, da sentimenti di colpa, vergogna e inadeguatezza. Queste difficoltà si riverberano in modo sfavorevole sulla possibilità degli individui di raggiungere la piena maturazione psicosessuale. 

Psicosessualità e persone con disabilità

L’esistenza e la manifestazione da parte degli individui disabili di bisogni, desideri e condotte psicosessuali, contrariamente a quanto avveniva in passato, non possono più essere negate o ignorate, ma esigono pieno rispetto e impegno per una possibile la realizzazione. 
Tali manifestazioni sessuali si esprimono nelle diverse tappe evolutive, in accordo con il grado e il livello di integrazione personale, di sviluppo cognitivo e fisico, di competenza relazionale e di adattamento e autonomia sociale. Ciò non significa che le difficoltà che il disabile presenta, in particolare se portatore di un handicap psichico, a livello di comunicazione verbale e non verbale, di sviluppo sociale, di integrazione emotiva, di dinamica relazionale, ecc. consentano di instaurare e mantenere relazioni affettivo- sessuali o anche solo genitali significative. Nel caso il cui ciò avvenga, è molto raro che il rapporto si trasformi in una relazione di coppia stabile e duratura. L’esigenza, infatti, di costruire legami durevoli appartiene generalmente a disabili che hanno raggiunto un buon livello di sviluppo cognitivo ed emotivo. 
Queste persone devono essere aiutate e sostenute nei momenti decisivi, che riguardano l’instaurarsi e il consolidarsi del rapporto ed eventuali desideri di formalizzazione del legame o di procreazione. Riteniamo, infatti, che la possibilità di manifestare e vivere i bisogni e i desideri sessuali, in accordo con il proprio grado di coscienza e capacità, sia un diritto umano fondamentale, che non deve essere ignorato ma rispettato e reso possibile. Ciò in particolare per le persone che, a causa delle loro difficoltà, necessitano dell’aiuto degli altri per realizzare la propria psicosessualità. 
E’ necessario, inoltre, distinguere con precisione le pulsioni e i desideri sessuali e le condotte attuate per realizzarli, dai comportamenti che hanno un significato più ampio, poichè rimandano ad esigenze di tipo affettivo-erotiche o a bisogni di relazioni interpersonali più durevoli. Con questo si vuole sottolineare la necessità di interpretare correttamente le esigenze e le richieste del disabile, giacchè alcune condotte apparentemente sessuali celano invece problematiche o richieste più diffusamente affettive e relazionali. 

Gli atteggiamenti degli educatori

Le affermazioni precedenti introducono il discorso relativo all’importanza e alle responsabilità che gli educatori hanno nel favorire la realizzazione del diritto dei disabili di esprimere e vivere la dimensione psicosessuale, al pari delle altre sfere della personalità e sempre secondo le proprie possibilità e in funzione del proprio benessere. Il presupposto fondamentale che consente agli educatori di dare una risposta efficace a tale esigenza, è la capacità di vivere senza angoscia le manifestazioni sessuali dei portatori di handicap, evitando atteggiamenti repressivi o di negazione. 
Un altro aspetto importante è l’acquisizione di una preparazione adeguata per rispondere alle esigenze di educazione sessuale dei soggetti disabili. 
E’ opportuno evidenziare che ci si riferisce ad una educazione sessuale che non riguarda restrittivamente la realtà e la attività propriamente genitale (riguardanti cioè il rapporto genitale, le misure contraccettive o la prevenzione di malattie sessualmente trasmissibili), ma anche i presupposti per una genitalità vissuta positivamente, ovvero la conoscenza del corpo proprio e altrui, la coscienza della propria identità sessuale e delle differenze sessuali, la comprensione della varietà dei rapporti interpersonali e dei differenti gradi di coinvolgimento e implicazioni, la consapevolezza dei significati del rapporto genitale, inteso nella sua funzione di soddisfacimento sia dei bisogni specificamente sessuali sia di quelli più ampiamente affettivi e relazionali. 
L’intervento pedagogico presuppone, naturalmente, la previa conoscenza delle capacità di comprensione del soggetto, del suo livello di sviluppo emotivo e pulsionale e deve essere attuato in seguito alla manifestazione dei bisogni e degli interessi specifici. 
E’ opportuno che gli educatori siano in grado di gestire adeguatamente i comportamenti del disabile di tipo sessuale, sensuale o specificamente genitale, evitando reazioni di negazione, di colpevolizzazione o di indifferenza. Affrontare correttamente le manifestazioni psicosessuali del soggetto rappresenta, inoltre, un importante deterrente per l’instaurarsi di condotte dagli esiti spesso irrimediabili, quali sfruttamento sessuale del disabile, gravidanze o trasmissione di malattie, o che compromettono od ostacolano l’inserimento sociale del portatore di handicap, perchè rifiutate o stigmatizzate a causa di pregiudizi. 
L’azione educativa deve essere mirata alla ricerca di nuove e stimolanti conoscenze, per instaurare relazioni affettive significative e gratificanti. La presenza attenta e benevola dell’educatore può evitare che tali relazioni divengano fonte di malessere e delusione perchè investite di aspettative irrealizzabili. 
L’attuazione di una azione pedagogica efficace, in grado di promuovere il benessere e la crescita dei disabili, nei limiti e nel rispetto delle difficoltà, dipende anche dalla capacità degli educatori di operare una chiara e consapevole distinzione fra i bisogni e le condotte psicosessuali del soggetto disabile dai propri vissuti emotivi e dagli eventuali conflitti non risolti relativi alla sessualità, per dare una risposta adeguata alle esigenze della persona in situazione di handicap. 
La dimensione psicosessuale dovrebbe essere affrontata e considerata al pari delle altre dimensioni della personalità e dl comportamento. Questo discorso rimanda necessariamente all’importanza di un adeguato percorso formativo per gli educatori e gli operatori che interagiscono con i soggetti disabili. Nel paragrafo seguente cercheremo di delineare un possibile percorso formativo, evidenziando gli imprescindibili presupposti che, a nostro avviso, devono orientarlo. 

La formazione:proposta di un progetto 

Ogni processo formativo costituisce un cammino faticoso e complesso e implica necessariamente una trasformazione personale, oltre che professionale, avendo come presupposto la ricerca della autenticità personale. Ciò è particolarmente importante per chi si occupa di soggetti disabili, giacchè si confronta con due realtà, l’handicap inteso come diversità e la sessualità, che per lungo tempo, e in alcuni casi tuttora, hanno rappresentato due tabù, sia considerati singolarmente sia in interazione. Ciò significa che gli operatori in formazione, a qualunque categoria appartengano, devono affrontare, elaborare e metabolizzare primariamente in sè due dimensioni di notevole pregnanza emotiva, psicologica, sociale e perfino morale. 
La sessualità, da un lato, intesa come dimensione umana fondamentale, deve essere profondamente analizzata e conosciuta dagli operatori, per evitare i condizionamenti di concezioni preconcette e/o stereotipate, a lungo diffuse e fuorvianti il rapporto con i soggetti disabili. 
L’handicap, dall’altro lato, presuppone da parte dell’operatore la necessità di confrontarsi con il vissuto emotivo suscitato dalla disabilità, che spesso ed a lungo si è tradotto in un atteggiamento pietistico o di superficiale solidarietà, inutili e da superare. Accostarsi all’handicap implica, inoltre, la riflessione e il confronto sul concetto di limite umano, che riguarda non solo la persona disabile, ma rappresenta una condizione ineluttabile dell’essere. 
Queste considerazioni inducono una serie di interrogativi che riguardano il processo formativo e le caratteristiche che esso deve possedere per essere efficace. In particolare, ci si domanda quali siano le responsabilità dell’operatore rispetto alle manifestazioni psicosessuali del disabile e di quali strategie e mezzi egli disponga per rispondervi adeguatamente. 
Dare risposta a tali quesiti non è semplice, così com’è difficile proporre un progetto formativo esauriente. Tuttavia, riteniamo che un possibile campo di indagine e di lavoro sia rappresentato dalla riflessione sul vissuto emotivo dell’operatore relativamente all’handicap e alla sessualità. 
Il presupposto su cui si basa il percorso formativo che intendiamo proporre è la convinzione che il soggetto disabile possieda delle peculiarità personali e di condotta che si distinguono per grado di gravità, di strutturazione e di manifestazione e che sia una persona unica e irripetibile, diversa ma non necessariamente malata e con il diritto imprescindibile di esprimere e vivere pienamente, per quel che la natura può permettergli, la propria psicosessualità. 
Sulla base di tali presupposti, riteniamo che il processo formativo non possa trascurare che il bisogno psicosessuale del disabile debba essere riconosciuto, accettato, difeso e favorito. Abbiamo già evidenziato che ciò implica lo sviluppo, anche se graduale, della capacità degli operatori di vivere le esigenze e le richieste psicosessuali della persona in situazione di handicap senza angoscia o panico e senza atteggiamenti di negazione, banalizzazione o di colpevolizzazione del disabile. 

L’esperienza formativa 

In questi ultimi anni l’attività del nostro Centro si è concentrata sulla strutturazione e realizzazione di un percorso formativo per operatori che collaborano con soggetti disabili. Tale percorso, come ogni formazione che intenda essere valida ed efficace, rispetta una condizione teorica e una più propriamente pratica. Tuttavia, l’obiettivo peculiare del progetto è rappresentato dal tentativo di operare una trasformazione profonda dell’operatore, promuovendo la sua autenticità storica, esistenziale e professionale. In particolare, il percorso proposto comprende indicazioni di carattere teorico-tecnico, relative alla dimensione psicosessuale e si fonda sulla teoria psicoanalitica, nello specifico sul modello di sviluppo elaborato da Erikson e proposto nel famoso libro “Infanzia e società”. 
Il percorso in sè non è dunque originale, ma crediamo che l’obiettivo di promuovere il confronto da parte dell’operatore con la propria dimensione psicosessuale, al fine di individuare, sperimentare ed elaborare i propri vissuti, spesso conflittuali, possa essere considerato un elemento creativo e innovativo. Molto spesso, infatti, i progetti formativi prendono in considerazione solo gli aspetti conoscitivi, informativi del problema e solamente in riferimento all’utente o paziente, disconoscendo l’importanza dei fattori emotivi e relazionali dell’operatore. Tali fattori inevitabilmente intervengono quando si instaura un rapporto umano, seppure di tipo professionale, e lo condizionano. Riteniamo, infatti, che ogni relazione d’aiuto, educativa o rieducativa, si declini all’interno di un “campo bipersonale”, un campo, cioè, in cui l’analisi della realtà dell’utente si associa necessariamente alla analisi e alla verifica dell’interazione che si costituisce nel setting lavorativo. In altri termini, uno spazio in cui la costruzione della realtà del disabile si intreccia in modo inevitabile con quella dell’operatore e in cui la nteso nella sua funzione di soddisfadimensione profonda dell’uno interagisce con quella dell’altro. 
Per quel che concerne la dimensione più propriamente tecnica, operativa il percorso formativo che intendiamo proporre e che riprende, come abbiamo detto, il modello evolutivo di Erikson (1976), consiste nell’elaborazione, assimilazione e accomodamento delle varie fasi della vita, che l’Autore individua in otto stadi cui corrisponde una specifica crisi psicosociale che deve essere superata. Il superamento della crisi e, dunque, il passaggio alla successiva fase di sviluppo dipende, oltre che dalle innate tendenze alla crescita di origine biologica, anche dalla risposta dell’ambiente familiare e sociale.
(superabile.it)

Bibliografia 

1) Carli R, 1987, L’analisi della domanda,in Rivista di Psicologia clinica, La Nuova Italia Scientifica, Roma 
2) Di Sauro R.,1991,L’interiorizzazione del processo diagnostico nel vissuto del paziente come elemento costitutivo per la verifica e la comunicabilità del cambiamento in psicoterapia,in Gentili P. (a cura di), Il cambiamento terapeutico. modelli, verifica e tecniche, Borla, Roma 
3) Di Sauro R.,2002,L’ importanza della valutazione clinica in psicoterapia psicoanalitica,in Psicologia Clinica e Psicoterapia Psicoanalitica, Città Nuova, Roma 
4) Di Sauro R., La formazione alla psicoterapia psicoanalitica, in Pennella A. R. (a cura di). Il confine incerto, Kappa, Roma 
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6) Grasso M., Cordella B, Pennella A R,2003 L’intervento in psicologia clinica,Carocci, Roma 
7) Grasso M. Cordella B Pennella A. r., 2004, Metodologia dell’intervento in psicologia clinica,Carocci, Roma 
8) Ianes D,Folgheraiter,F.in Dixon H,1990, L’educazione sessuale dell’handicappato,Erikson, Trento 
9) Pasini W, Il corpo in psicoterapia 
10) Pennella A. R., 1997, Handicap e sessualità: alcune riflessioni su possibili analogie, Quaderni del Centro Italiano Psicomotricità, Latina, stampato in proprio 
11) Sbardella A, Secchi A,1997, Sessualità ed handicap in Quaderni Centro Italiano Psicomotricità, Latina, stampato in proprio 
12) Valente Torre L, CerratoM.T., 1987, La sessualità degli handicappati, Cortina, Roma 
13) Veglia F.,1991, Una carne sola, insegnare la sessualità agli handicappati, Franco Angeli,Milano 

LEI DISABILE E LUI NO: SCANDALO! PERCHE’ “SIAMO ANCORA OTTURATI DI MENTE?”

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Affettività e sessualità delle donne disabili: ne parliamo con Lorella Ronconi
La prima volta che ho visto Lorella, i suoi occhi azzurri mi hanno trasmesso, insieme, accoglienza e forza.  Ebbene, non temo di esagerare dicendo che Lorella è una forza della natura, una veramente “ganza”, si direbbe dalle sue parti. Lei, toscana, classe sessantadue, è affetta da grave pseudoacondroplasia poliepifisaria dall’età di 2 anni, e in carrozzina dal 1991, ma questi potrebbero essere dettagli.
La sua biografia snocciola cariche ed esperienze (Presidente di un’associazione che si occupa di barriere architettoniche, Membro fondatore della “Fondazione il Sole  Onlus“;  Membro della consulta ASL; Commissario Commissione Pari Opportunità della Provincia di Grosseto). Tra quelle di cui va più orgogliosa, quella a Cavaliere della Repubblica Italiana per i suoi numerosi impegni e progetti dedicati al superamento delle barriere architettoniche e cultrali.
L’arte ha un grande spazio nella sua vita: poesia in primis, ma anche, di recente, fotografia. Ma sono le sue parole – quelle trasmesse attraverso i social network, i libri, i giornali –  le vere lance, armi caricate a dolcezza e forza, con le quali Lorella colpisce, a volte anche duro. Lo ha fatto anche di recente, su Facebook,  tornando sull’argomento della sessualità e affettività delle persone disabili, in particolare donne.
“Noi otturati di mente”:  parte in quarta Lorella, che nelle parole è, sempre, un concentrato di sensualità e crudezza.  E così continua: “Anche se si comincia a parlare di sessualità e affettività per le persone diversamente abili, difficilmente nell’immaginario collettivo, appare la figura della donna, della ragazza disabile, che è corteggiata da un uomo normodotato. Se si parla di sesso subito è l’immagine di un uomo in carrozzella che ci appare nei pensieri.  Siamo “otturati” di mente. Facciamo esercizi, allarghiamo le nostre limitate potenzialità e pensiamo a persone più invisibili come le donne, che per retaggi culturali e stereotipi devono essere gli angeli senza sesso, le creature eternamente bambine, e, se si azzardano a chiedere o a sognare amore, diventano da “frenare” perchè “poco serie” o inadatte ad un uomo per via delle loro incapacità a stagli accanto “come una donna normale”. Qualcuno tra quelli che mi hanno detto che “tanto non avrei mai potuto essere per un uomo come una donna normale” si sarà mai chiesto “chi è (e cosa fa) una donna normale”? Sono partita da qui, e ho sentito Lorella: voglio approfondire la questione.
Lorella, sollevi una questione che ha in comune la radice – tutta italica – di una scarsissima abitudine a vedere, dunque considerare “normalità”,  coppie “lui giovane-lei meno giovane” o “lui bello-lei bruttina”. Tu vai oltre, e dici: perché non si parla mai di una donna disabile con un uomo non disabile? Tu che sei una acuta osservatrice, perché la cosa ci stupisce tanto? Cosa disturba di questo? Io trovo che dalla preistoria si continua a pensare ed agire come se la donna fosse ancora la persona “predisposta” a cucinare, avere cura di… essere padrona, ma solo  della casa, dell’accudimento dei figli, gli uomini invece a cacciare, per il cibo, a cacciare per riprodursi: donna innamorata, sì, amante no; uomo innamorato no, amante sì. Uno stereotipo classista che è rimasto integro nel tempo! Nel “regno” della disabilità (anche se  non sopporto troppo dividere per classi) non si fa differenza, la donna rimane la parte fragile, debole, da curare e “oscurare” da sguardi  indiscreti (da tenere nella caverna) le stesse famiglie “tramandano” il tradizionale, ancestrale : donna fragile, uomo forte. Mi disturba moltissimo, io stessa lo vivo, da 51 anni, sulla pelle: sentirmi invisibile persino nei discorsi su affettività  fatti tra  “esperti in materia”, mass media o disabili stessi: il lo stereotipo, il retaggio che vuole la persona disabile “asessuata” porta in se la cellula classista! se si deve parlare di sesso per le persone disabili nell’immaginario appare una figura maschile, nei film, nelle foto dei giornali sull’argomento appare un uomo in carrozzella, un disabile psichico di sesso maschile: facci caso, cerca sul web le foto di una donna disabile in carrozella affiancando la parola sessualità…  io stessa sulla mia pagina, per fare album su donne disabili e l’amore , ho dovuto cercare  su siti stranieri: Spagna, Usa, Francia, Norvegia… Le statistiche affermano che sono più gli uomini disabili quelli senza “amore” rispetto alle donne ma io sono convintissima che sbagliano: alle donne non viene chiesto se hanno desiderio sessuale o desiderio di amore di uomo/donna  o meno, e spesso sono le donne stesse che non parlano pensando di essere “donne poco serie” se raccontano dei loro desideri sessuali.
Che responsabilità hanno i  media, a tuo avviso, nella costruzione dell’immagine della donna disabile e della disabilità in generale? E cosa potremmo fare per cambiare le cose? I media, come dicevo prima hanno l’imprinting della società italiana in cui viviamo: la famiglia tradizionale italiana=quella della preistoria. I ruoli, per i nostri media, non si sono evoluti . La cosa pazzesca è che gli stessi web marketing internazionali (per l’Italia ) “confezionano spot” che calcano i retaggi passati. Per cambiare bisogna parlarne, già lo stiamo facendo noi due adesso: stiamo riflettendo io e te… e già il nostro modo di pensare sta crescendo, no?
Recente è la notizia di una agenzia di modelle che apre anche a modelli disabili. Può essere questa una strada per cambiare la percezione della disabilità? Quanto pensi sia ancora lunga la strada per un cambiamento reale?  Si, è interessante questo, molto, basta che tutto ciò che si apre al mondo della disabilità non venga fatto per sfruttare la disabilità stessa, che non venga spettacolarizzata per far cassa, ma se questo porta ad una integrazione e attenta è una grande crescita!
Con Lorella ci siamo spinte a parlare anche di molto altro: di affettività, assistenza sessuale, costruzione dell’immagine femminile della donna disabile, e ci siamo promesse che riprenderemo l’argomento, qui, presto. Intanto Lorella ci teneva a riprendere un testo che, sospetto, conosce quasia memoria: la Convenzione Onu sui diritti delle persone diversamente abili. In particolare l’Articolo 23:
Rispetto del domicilio e della famiglia 1. Gli Stati Parti adottano misure efficaci ed adeguate ad eliminare le discriminazioni nei confronti delle persone con disabilità in tutto ciò che attiene al matrimonio, alla famiglia, alla paternità e alle relazioni personali, su base di uguaglianza con gli altri, in modo da garantire che:
(a) sia riconosciuto il diritto di ogni persona con disabilità, che sia in età per contrarre matrimonio, di sposarsi e fondare una famiglia sulla base del pieno e libero consenso dei contraenti;
(b) sia riconosciuto il diritto delle persone con disabilità di decidere liberamente e responsabilmente riguardo al numero dei figli e all’intervallo tra le nascite e di avere accesso in modo appropriato secondo l’età, alle informazioni in materia di procreazione e pianificazione familiare, e siano forniti i mezzi necessari ad esercitare tali diritti;
(c) le persone con disabilità, inclusi i minori, conservino la loro fertilità su base di uguaglianza con gli altri.

(disabili.com)

Sesso e disabilita’: l’assistenza sessuale approda in parlamento

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In un articolo di qualche giorno fa vi introdussi, con l’aiuto di un film da poco uscito, l’argomento legato a “persone con disabilità e sessualità” accennandovi al fatto che ne avrei discusso più approfonditamente.
Al riguardo voglio segnalarvi un articolo pubblicato dall’agenzia di stampa primapress.it l’otto aprile che introduce una discussione, che poi è la discussione, sull’opportunità di finalmente legiferare in Italia come già fatto in altri Paesi Europei comunitari o non. Ovviamente il tabù nel nostro Paese è e sarà difficile da abbattere anche perché, come anche fa notare l’articolo, il confine tra assistenza sessuale e prostituzione in Italia è ancora più labile.
In ogni modo anche da noi se ne comincia a parlare più diffusamente e questo è un passo avanti.

di Giovanni Cupidi

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MILANO – Sesso e disabilità:  un binomio che in Italia subisce una censura ‘preventiva’, ben prima che l’argomento possa diventare concretamente oggetto di discussione.  Ciononostante, il diritto di ogni disabile a conoscere e a gestire la propria sessualità, compatibilmente con la propria patologia, è un tema oggetto di approfondimento in diversi Paesi europei.Da un punto di vista legislativo, ci troviamo di fronte a una questione aperta: “Ad oggi non esiste alcun progetto di legge nel nostro Paese che possa regolamentare un tema così delicato e, nonostante sia sufficiente oltrepassare il confine con la Francia o con la Svizzera per incontrare associazioni dedite alla cura e all’assistenza sessuale dei disabili, in Italia qualsiasi iniziativa del genere ricadrebbe ancora nel favoreggiamento della prostituzione con tutte le conseguenze del caso”, dichiara l’avvocato Lorenzo Puglisi, specializzato in diritto di famiglia e Presidente dell’associazione FamilyLegal. “La legge Merlin è una legge vecchia, totalmente insufficiente e inadeguata a regolamentare il fenomeno della prostituzione. In passato vi sono stati flebili tentativi di rinnovamento (come quello dell’ex ministro Carfagna), ma tutto si è arenato, mantenendo in vita una regolamentazione risalente agli anni 50”.
La Svizzera parrebbe essere nel frattempo diventata la meta prediletta ove usufruire di un servizio reale di ‘assistenza sessuale’. Il Paese mette infatti a disposizione dei disabili veri e propri team di specialisti per agevolare il contatto con la propria sessualità: dallo psicologo allo psicoterapeuta, dall’andrologo al sessuologo, fino alla figura più controversa e dibattuta, quella dell’assistente sessuale. Gli assistenti per disabili sono, infatti, figure professionali riconosciute e preparate grazie a corsi di formazione e di psicologia di base. Una seduta di un’ora costa al paziente una cifra intorno ai 150 franchi svizzeri (circa 124,53 euro).Anche in altri Paesi europei fra cui Francia, Svizzera, Danimarca, Olanda, Svezia e Germania questo servizio a tutela della sfera emotivo-sessuale dei disabili gode già di una disciplina a livello legislativo e sono nate associazioni che se occupano, mentre in Olanda è addirittura a carico del servizio sanitario nazionale. Anche in Gran Bretagna il governo è molto attento al tema disabili e sessualità e ha stanziato ben 520 milioni di sterline per progetti di assistenza. Non solo:  proprio i disabili e il sesso sono gli ingredienti dell’ultimo reality show che, non ancora andato in onda, sta già facendo discutere i sudditi inglesi. Il programma si intitolerà ‘Can have sex, will have sex’ (Possono fare sesso, faranno sesso) e andrà in onda su Channel 4.In Italia è grazie al web che l’argomento ha iniziato a sollevare una seppur minima attenzione e l’assistenza sessuale ai disabili ha poco a poco iniziato a trovare spazio nelle cronache grazie a blog e petizioni che hanno focalizzato l’attenzione su questo tema (http://www.loveability.it/). Il problema fondamentale da affrontare risulta essere, quindi, la qualifica di terapista sessuale. In Italia questa professione non è ancora stata presa in considerazione da un punto di medico, ma, al contrario, continua ad essere equiparata alla prostituzione:  “La legislazione italiana in materia parla chiaro: le pene vanno da uno a cinque anni di reclusione e si raddoppiano se al colpevole la persona era stata affidata per ragioni di cura, di educazione, di istruzione, di vigilanza o di custodia”, continua l’avvocato Puglisi.La questione non può continuare a essere ignorata, negando di fatto l’esistenza di una sfera emotiva e sessuale per i disabili. “Nel nostro Paese sono circa 3 milioni le persone con disabilità, e ogni anno ci sono circa 2.000 i nuovi casi. – spiega Marco Firmo, andrologo – Inizialmente è fondamentale il supporto di uno psicologo, che aiuti il disabile a prendere coscienza e ad accettare la propria condizione, ancor prima di affrontare eventuali cure mediche. Il secondo aspetto da considerare è quello più strettamente legato alla sfera sessuale, e qui entrano in gioco le competenze del sessuologo, che dovrà indirizzare il paziente verso una corretta ‘gestione’ della propria vita sessuale, in funzione della consapevolezza e dei propri desideri. In terzo step va affrontato insieme all’andrologo, il cui compito è quello di mettere il disabile nelle condizioni di esercitare ciò che desidera o di ripristinare eventuali funzioni alterate, e, possibilmente, di giungere ad  un recupero funzionale. Non da ultimo, l’attenzione va posta anche verso le possibili istanze del disabile legate alla procreazione, che richiedono un intervento tecnico sul piano funzionale e  rivolto alle tecniche di procreazione medica assistita”.Pioniere di questa battaglia nel nostro Paese è stato il toscano Max Ulivieri, costretto dalla nascita su una sedia a rotelle a causa della distrofia muscolare e felicemente sposato, che a febbraio ha lanciato una petizione online (firmiamo.it/assistenzasessuale) perché anche nel nostro Paese venga istituita questa figura.  I sessuologi si dividono: da una parte c’è chi sostiene che la questione vada affrontata e definita e che l’assistenza debba essere praticata da operatori volontari, di contro altri restano del parere che il dovere del medico si debba limitare a mettere l’individuo nelle condizioni di poter esercitare le proprie funzioni, fra cui quella sessuale.“Ciò che è evidente è che il problema esiste e procrastinare una soluzione, come si è soliti fare nel nostro Paese, rischierebbe solamente di alimentare organizzazioni clandestine o, nella migliore delle ipotesi, la migrazione verso l’estero come sta avvenendo per la fecondazione eterologa o la diagnosi preimpianto”, conclude l’avvocato Puglisi.