Netflix Eye Nav: interagire con l’app utilizzando il movimento degli occhi

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Netflix ha pubblicato le novità presentate durante l’ultimo Hack Day, stimolante evento in cui i dipendenti dell’azienda espongono idee e presentano progetti basati su nuove tecnologie.

Oltre al Jump to Shark, simpatica feature che permette di passare direttamente alle migliori scene di un film cliccando sull’apposito tasto, la novità più interessante che è stata mostrata è certamente Eye Nav. Questa, sviluppata con ARKit di Apple, sfrutta il Face ID degli iPhone di ultima generazione per controllare i movimenti degli occhi e del viso, trasformandoli in comandi per l’app di Netflix.

Come potete vedere nel filmato disponibile qui sotto, basterà muovere gli occhi per spostare il cursore (pallino giallo) sul display e mantenere lo sguardo fermo per effettuare un “tocco“. Per chiudere una pagina o tornare a quella precedente si dovrà, invece, tirare fuori la lingua.

Tale soluzione risulta essere molto interessante soprattutto perché consentirebbe l’utilizzo di Netflix o di altre app anche a persone con importanti disabilità. Benché non vi sia alcuna certezza che questa tecnologia venga realmente implementata in software ufficiali, gli stessi sviluppatori sono fiduciosi in tal senso e auspicano che possa diventare parte integrante delle future API dedicate all’accessibilità.

Vi lasciamo al breve video

(apple.hdblog.it)

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Musei accessibili ai disabili, la tecnologia può tanto (ma non viene usata)

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Se l’innovazione non è diffusa non serve a creare inclusione, specie in relazione alla disabilità, una condizione che può riguardare tutti noi in determinati momenti della vita. Ecco perché la tecnologia per i musei e per tutti gli istanti della vita può e deve essere inclusiva pur senza essere costosa o individualizzata

Una domanda aperta, non senza risposta, che nasconde una seconda domanda: cosa parliamo quando parliamo di esperienza museale per una persona con disabilità? Come possiamo rendere inclusiva la risposta?

Innovazione, condivisione, inclusione

Abbiamo imparato che per ogni innovazione tecnologica introdotta dobbiamo fare passare del tempo per poter vedere a cosa realmente può essere utilizzata affinché sia realmente utile. Una innovazione è efficace se diventa condivisa e quindi se diventa una cifra comune nella relazione tra le persone e la società nel suo insieme, specie se lavora sui principi dell’inclusione.
Tutte le tecnologie che usiamo e che hanno cambiato la nostra vita hanno passato una prima fase nella quale con grande riluttanza sono state male accettate; in un secondo tempo, gradualmente, sono state accolte non senza timori. Infine l’accettazione: da innovazione a pratica quotidiana.
Il tempo che ciascuno di noi ha per adattarsi all’innovazione è legato alla nostra capacità di trovare un nuovo equilibrio all’interno dei micro sconvolgimenti che comunque e sempre provocano alla nostra esperienza del mondo: le nostre abitudini e le nostre rappresentazioni della realtà devono essere riviste all’interno di nuove mappature mentali. L’innovazione cambia radicalmente la nostra esperienza quotidiana in relazione al nostro modo di percepire il mondo.

Dobbiamo lavorare sul ricollocare il nostro punto di vista all’interno della novità che l’innovazione porta, in altre parola rielaborare la nostra idea di esperienza.
In taluni casi l’innovazione non porta a cambiamenti ma a veri e propri apertura di orizzonte di movimento e di conoscenza. Questo è sicuro il modo migliore per comprendere l’importanza delle tecnologie nella nostra vita quotidiana.

L’innovazione nei musei

Ci sono luoghi speciali dove non solo si cambia l’esperienza ma si apre a nuove fasce di pubblico: i musei.
Da almeno trent’anni i non vedenti utilizzano libri in formato elettronico e hanno a disposizione strumenti per la trasmissione e la conservazione della conoscenza. Da meno tempo utilizzano tecnologie portatili che gli permettono di porre domande all’interno della rete in qualsiasi luogo, in qualsiasi momento. Possono ottenere risposte grazie a ricerche personali, grazie alla sperimentazione dei nuovi codici linguistici che li porta a raccogliere i dati per ampliare la propria esperienza del mondo.

È necessario quindi passare dalla sperimentazione, dai proclami, che terminano dopo la prima sperimentazione ad una vera pratica inclusiva.

Perché l’innovazione senza continuità non è inclusiva

Se l’innovazione non è diffusa, non lavora su un’idea di catena, di continuità, non serve a creare inclusione. Se viene a mancare un passaggio tutto ciò che si è creato prima e dopo non serve.
Specie in relazione alla disabilità: questa non è legata necessariamente a una menomazione bensì è il risultato negativo e stigmatizzante che si verifica tra una persona (con le sue condizioni di salute e le sue funzionalità) e il contesto (sfavorevole) in cui si trova a operare e compiere attività.
Occorre quindi un cambiamento percettivo. Nessuno è salvo: non è una condizione che appartiene a un numero ristretto, definito e circoscritto di persone in quanto è una caratteristica che riguarda potenzialmente tutti gli esseri umani in determinati momenti della vita.
Di tutto questo può farsi carico la tecnologia sia per i musei che per tutti gli istanti della vita, nel rispetto di “un approccio progettuale mirato alla creazione di soluzioni inclusive, utilizzabili dal maggior numero possibile di persone, senza dover ricorrere ad adeguamenti o soluzioni speciali, riducendo o azzerando i costi aggiuntivi connessi a soluzioni individualizzate”.
Questo approccio antidiscriminatorio ha come riferimento ideale tutti gli utenti di un dato ambiente, senza distinzione di età, abilità, genere, ecc (Convenzione ONU su Diritti delle persone con Disabilità UN, 2006 – ratificata nel 2011 come legge dello stato Italiano).

(agendadigitale.eu)

Disabilità e lavoro, cosa fa un ergonomo dell’inclusione

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Questa figura si occupa di utilizzare le nuove tecnologie per agevolare il lavoro in azienda di persone con disabilità. Cresce l’attenzione anche per il sostegno dei lavoratori più anziani

Si può parlare di tecnologia senza considerare l’ergonomia? L’ergonomia è la scienza che mette in relazione l’uomo con la macchina, una relazione che spesso si inserisce in un contesto che richiede maggiore efficacia ed efficienza, come quello organizzativo, e ha conseguenze fisiche e psicologiche sull’individuo. Per rispondere a questi bisogni, fra le nuove professioni in via di definizione vi è anche l’ergonomo dell’inclusione. Tra le sue funzioni vi è quella, ad esempio, di mappare le condizioni di disabilità dei lavoratori in un’azienda al fine di proporre gli ausili adeguati che ne assistano le attività a livello sensoriale, motorio e cognitivo.

Questo consentirebbe, anche in caso di sopraggiunta disabilità e grazie all’evolversi delle tecnologie, di continuare a svolgere le funzioni coerenti con il proprio background, senza costringere l’organizzazione a rivedere gli incarichi e a relegare persone con attitudini manageriali o con specifiche abilità a compiti sottodimensionati rispetto alle loro potenzialità (tipico, un tempo, la scelta di spostare al centralino chi aveva una ricaduta di sclerosi multipla).

Ogni nuova tecnologia pone (o risolve) una questione di benessere lavorativo. È un tema urgente rispetto a taluni aspetti della salute dell’individuo, legati non solo a situazioni di disabilità, ma anche all’invecchiamento della popolazione. Nel contesto attuale e futuro del mondo del lavoro avrà sempre più importanza progettare la tecnologia in funzione delle abilità specifiche del lavoratore, mappando cosa questo può fare e cosa no, le modalità che ha a disposizione per interagire con la macchina e la definizione delle tecnologie in grado di utilizzare quelle modalità.

Le opportunità che le tecnologie offrono oggi alle imprese permettono di abbozzare le competenze dell’ergonomo dell’inclusione. Questa figura complessa si trova all’incrocio fra l’ergonomo cognitivo, che attinge le competenze da psicologia, neuroscienze e ingegneria dell’informazione, l’ergonomo fisico, di formazione medica, e l’ergonomo organizzativo, che deve possedere conoscenze di management e di ingegneria gestionale.

Cosa fa l’ergonomo dell’inclusione
Secondo l’esperienza di Giacinto Barresi, che si occupa di ergonomia cognitiva e neuroergonomia come ricercatore presso l’Istituto italiano di tecnologia (Iit) e che collabora al progetto Teep-Sla, “l’ergonomo dell’inclusione deve definire capacità, limiti e bisogni del lavoratore con disabilità, in relazione con gli obiettivi dell’organizzazione, per scegliere o progettare l’ausilio adatto a mantenerne le attività, il ruolo e l’identità nel contesto lavorativo più a lungo possibile, e riducendo ogni discriminazione”.

Per fare questo occorre avere competenze legate al design e alla valutazione dell’accessibilità, allo sviluppo di tecnologie assistive, al coinvolgimento degli stakeholder aziendali, oltre alla capacità di facilitare l’integrazione con la terapia e la ricerca. Le tecnologie assistive individuate e assegnate dopo la mappatura in azienda possono seguire la persona, essendo utilizzabili sia a casa e che sul posto di lavoro, divenendo quindi rimborsabili dal Sistema sanitario nazionale. Sulla figura dell’ergonomo dell’inclusione c’è ancora poca cultura, ma esistono diversi gruppi di lavoro dellaSocietà italiana di ergonomia e fattori umani, fra i quali anche il Design for all.

Il tema della disabilità, se si cercano i numeri, non ha confini precisi. Come sottolinea Claudio Messori della Lega per i diritti delle persone con disabilità(Ledha), sconta una difficoltà nell’estrazione di dati significativi e nell’uniformità delle regole fra le regioni. Secondo i dati diffusi dall’Osservatorio sulla salute in occasione nell’ultima giornata della disabilità (che hanno però come base dati Istat raccolti nel 2013), su una popolazione di 4,5 milioni di disabili (di cui 2,5 milioni circa sono over 65) il 18% lavora. È una percentuale destinata a crescere, anche in considerazione delle nuove normative. Per quanto riguarda gli studenti, secondo il ministero dell’Istruzione, su un totale di circa 7,5 milioni di ragazzi e ragazze, circa 250mila hanno una disabilità.

Le novità normative e le mappe dell’inclusione
Il dibattito sulle politiche, sui progetti e sulle azioni concrete per rendere effettivi i diritti delle persone con disabilità è in corso ed è sempre più urgente. L’Onu ha richiesto maggiore inclusività nella gestione delle risorse umane, inserendola nell’obiettivo numero 10 di quelli di sviluppo sostenibile nell’agenda 2030.

Sul fronte della normativa nazionale sono in corso adeguamenti importanti. La legge 68/99 sull’inserimento obbligatorio di quote di disabili all’interno delle realtà aziendali ha avuto con il Jobs Act un’ulteriore rafforzamento, estendendo l’obbligo immediato anche alle imprese con 15 dipendenti, pur prevedendo la possibilità di contratti in somministrazione. Le multe sono state inasprite, arrivando a 300 euro al giorno per ogni inadempienza fino a quando non si è in regola, e l’adeguamento è stato reso più urgente che in passato, quando ci si poteva accontentare di affidarsi esclusivamente agli accomodamenti ragionevoli previsti dalla legge 18/2009, di ratifica della convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità.

Secondo Silvia Bruzzone, direttore dell’ Osservatorio Chronic Diseases and Work di Adapt, per regolare la disciplina di questo strumento viene utilizzata una formula troppo generica, che lascia ampi spazi di interpretazione e applicazione, che possono essere considerati positivamente solo se esistono professionalità e competenze in grado di individuarli adeguatamente.

Rispetto a lavoro e inserimento si fa riferimento alla normativa sul rapporto di pubblico impiego (articolo 39-ter, decreto legislativo 165/2001) e alla legge 68/99 in tema di collocamento mirato, che prevedono un responsabile dei processi di inserimento. Bruzzone riconosce che “le difficoltà non sono poche perché si tratta di proporre alle aziende anche medio-piccole e al settore pubblico un cambio reale di prospettiva rispetto al pregiudizio che da sempre esiste circa la salute e la condizione di disabilità, che è originata dalla società e dall’ambiente circostante, proprio per gli aspetti psicologici a essa sottesi e sovente liquidati come situazione di debolezza e/o improduttività”.

L’esigenza di figure nuove
Le tecnologie emergenti, come ad esempio gli esoscheletri o le brain computer interface, promettono di ri-potenziare le abilità di persone in difficoltà nello svolgimento di compiti anche semplici, come muoversi o comunicare. Oltre alle esigenze di chi ha malattie croniche, più o meno progressive, congenite o acquisite durante la vita adulta, va anche considerato l’impatto dirompente sul management dei problemi di tenuta fisica e psicologica che rischiano i dipendenti over 60. Il rischio di depressione di fronte a cambiamenti culturali e tecnologici molto accelerati è molto alto.

Questa è la ragione dell’esistenza di altre figure che si inseriscono nel campo in cui opera anche l’ergonomo dell’inclusione, come il capability manager e il disability manager. “Al capability manager si chiede di estendere la capacità di creare reti di servizi e soluzioni, in aiuto alle fragilità sociali create dal più recente fenomeno della longevità, dall’invecchiamento della popolazione, dal protrarsi dell’età di permanenza sul lavoro” spiega Maria Grazia Giorgetti di Manager Italia.

Il disability manager è il primo profilo ad avere un riconoscimento anche statistico ed è già previsto dalla legge. Comincia ora a prendere forma con progetti pilota in Liguria e Lombardia. Secondo la classificazione appena stabilita, questa figura farà parte (dal punto di vista burocratico) dei tecnici dell’organizzazione e della gestione dei fattori produttivi e darà appoggio al comparto risorse umane. In termini di formazione l’università dovrà costruire un profilo trasversale che attinga conoscenze anche distanti fra loro, da quelle di change management e mentoring a quelle di bioetica e normativa sul lavoro.

Ancora oggi il responsabile della disabilità non è computato nella quota di inclusione delle aziende. Obiettivo di Prioritalia è far sì che anche i dirigenti abbiano accesso a questa possibilità di attenzione contrattuale.

Un nuovo approccio culturale
Le urgenze restano quelle di una nuova cultura delle abilità residue e del superamento dei pregiudizi organizzativi. Se la tecnologia può intervenire potenziando le abilità di chi ha una disabilità, va però ricordato che alcune tecnologie – come i chatbot – possono ridurre gli impieghi in settori tradizionalmente adatti all’inclusione, come i call center.

Nel maggio 2001 l’Organizzazione mondiale della sanità ha pubblicato la classificazione internazionale del funzionamento, della salute e della sisabilità (Icf), riconosciuta da 191 Paesi come il nuovo strumento per descrivere la salute e la disabilità delle popolazioni. Nell’Icf la disabilità non è più identificata con una diagnosi ma diventa un concetto relazionale e multidimensionale. Nel modello biopsicosociale alla base dell’Icf si prende in considerazione l’intera persona con i suoi problemi e con le sue capacità, oltre alla tutela della qualità della vita e il suo benessere. Si individuano gli ostacoli da rimuovere e gli interventi da realizzare in suo favore affinché possa vivere un’esistenza attiva e serena. Questo apre la strada a diversi interventi in azienda e all’integrazione di competenze per costruire benessere sul posto di lavoro in maniera sempre più ampia.

(wired.it)

Design e disabilità: le ultime novità in mostra a New York

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Fino al 3 settembre 2018, il museo Cooper Hewitt di New York ospita prodotti, progetti e servizi sviluppati con e per persone con disabilità, fisiche, cognitive e sensoriali. Per riflettere sul ruolo del design all’interno della società, anche a tutela di specifiche fasce della popolazione.

Accompagnata dal primo Cooper Hewitt Lab – un programma di iniziative di due settimane, in arrivo a febbraio, che include conferenze, attività, workshop ed eventi destinati a specialisti del settore e non, sui temi dell’accessibilità e dell’inclusione – la mostra Access+Ability riunisce prodotti, progetti e servizi sviluppati con e per persone con disabilità, fisiche, cognitive e sensoriali.
Compresa in una serie di esposizioni che intendono riflettere sul ruolo del design all’interno della comunità, la rassegna testimonia le evoluzioni avvenute nel corso dell’ultimo decennio nel cosiddetto “design inclusivo”, facendo ricorso a circa 70 esempi, eterogenei per scopo, materiali e metodo di produzione.
Dai dispositivi per la mobilità agli utensili da cucina; dalle app “intelligenti” che aiutano nelle interazioni sociali e nell’esperienza di conoscenza dello spazio, ai dispositivi di controllo dei tremori degli arti superiori, per “riguadagnare” l’uso delle mani, nelle tre sezioni tematiche – Moving, Connecting e Living – Access+Ability promuove anche l’interazione con il pubblico.
Una selezione di progetti interattivi e alcuni prototipi dislocati lungo il percorso espositivo punta infattial coinvolgimento diretto dei visitatori. Una modalità scelta per sottolineare l’importanza di operare con figure competenti in questo settore, oltre che con i futuri utenti stessi, e di mostrare come difficoltà fino a qualche anno fa insormontabili possano essere superate con l’uso delle nuove tecnologie.

(SkyArteHD)

In arrivo MarioWay: la carrozzina ergonomica con postura verticalizzante per i disabili

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Mario Vigentini l’inventore: “Anche questo per abbattere barriere e pregiudizi”

È un’occasione per i normodotati per smettere di guardare con pregiudizio le persone disabili”. Mario Vigentini non potrebbe essere più chiaro nello spiegare le motivazioni dietro la realizzazione di un progetto che all’inizio era quasi “un delirio, un’idea folle” e che ha fatto la sua prima apparizione alla Fiera delle Motociclette Eicma. La sua invenzione, diventata realtà grazie al contributo tecnico di Massimo Ghidelli, si chiama MarioWay ed è un’innovativa carrozzina elettrica autobilanciante con postura ergonomica verticalizzante. In parole semplici, uno strumento capace di far guardare occhi negli occhi disabili e normodotati. Ci sono volute cinque generazioni per arrivare alla soluzione high-tech che il 12 ottobre è stata protagonista, al Parco Scientifico Tecnologico Kilometro Rosso di Bergamo, di una campagna per il lancio di una raccolta fondi su http://www.nextequity.it, capace di abbattere finalmente i costi di fresatura e avviare una produzione industriale.

La storia di questa nuova generazione di carrozzine, “teniamo conto che l’impostazione è ancora quella degli Anni ‘50”, commenta Vigentini, nasce da un lavoro che il co-fondatore di MarioWay sente quasi come una vocazione. “Ho sempre lavorato in cooperative sociali con ragazzi che presentavano disabilità fisiche e cognitive”. Eppure, per quanto provasse a liberarsi dai pregiudizi, l’elemento relazionale rimaneva sempre e solo uno: la carrozzina. “È come se la parte clinica battesse quella umana, come se la qualità dei rapporti venisse intaccata dall’approccio medico che per lungo tempo ha dominato il mondo della paraplegia: il disabile doveva restare seduto”, racconta Vigentini. Con l’introduzione delle sedute ergonomiche, si è iniziato a lavorare per rendere sempre più effettivi i benefici posturali e fisiologici delle persone con disabilità, al punto che Mario Vigentini si è chiesto: “Perché non posso annullare l’asimmetria relazionale, facilitare la comunicazione, mettendo in piedi chi è costretto a una posizione seduta grazie a una base autobilanciante?

Ho capito di aver centrato l’obiettivo quando all’Eicma gli appassionati di moto volevano acquistare MarioWay”. La presentazione al padiglione Harley Davidson è stata dettata dal fatto che le prime persone che aiutarono Vigentini nel trasformare in realtà l’idea originaria erano dei customizzatori di moto di Bergamo, i Punto di Fuga. “Sembrava che tutti lo volessero”, ricorda stupito l’ideatore. Da allora l’azienda, fondata da Vigentini e Ghidelli, ha ottenuto la certificazione di Benefit-Corporation, ovvero di società che mira agli utili per generare altri servizi sociali utili. “Il business non è solo speculazione e arricchimento”, specifica Ghidelli. “Il welfare tocca ognuno di noi. È questo il motivo per cui ci apriamo ai capitali del mercato, perché tutti abbiano la garanzia di stare bene e per permetterci di abbattere i costi di produzione”.

(La Stampa)

“Abilitando”, in mostra la tecnologia d’avaguardia per la disabilità

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Tra i partecipanti, anche la Ibm che nel complesso di Santa Croce a Bosco Marengo porterà: i robot in grado di interagire con il pubblico e un sistema studiato per il complesso di Pompei che attraverso un braccialetto permette la visita ai non vedenti

Il coraggio di proporre un evento in cui si parli di tecnologia d’avanguardia partendo da quella pensata per la disabilità è di Paolo Robutti e del Cissaca (il consorzio intercomunale dei servizi socio assistenziali), insieme ai Rotary di Gavi, Libarna e Alessandria, che per la seconda volta hanno organizzato «Abilitando», evento di due giorni in programma il 6 e 7 ottobre in provincia di Alessandria.

Tra i partecipanti, anche la Ibm che nel complesso di Santa Croce a Bosco Marengo porterà due novità assolute per l’Italia: i robot in grado di interagire con il pubblico – Pepper e Nao – e un sistema studiato per il complesso di Pompei che attraverso un braccialetto permette la visita ai non vedenti.

«Abilitando» viene organizzato ogni due anni da un’associazione senza scopo di lucro; il fine è solo uno: aggregare nello stesso spazio tutte le novità legate alla tecnologia e alla disabilità, presentando novità e problematiche. Le collaborazioni sono importanti: durante la prima edizione Samsung e Google, stavolta Ibm, Ricoh, l’Istituto italiano di tecnologia, BTicino, il Consorzio interuniversitario nazionale per l’informatica.

«Rispetto al 2015 e quindi alla prima edizione, con la presenza di più di sessanta espositori che hanno occupato l’intero piano terreno del Complesso – spiegano – “Abilitando” quest’anno raddoppia arrivando a circa 2000 metri quadri di spazi espositivi. Al primo piano verrà allestita un’area espositiva interamente dedicata all’accessibilità museale, con la presenza di molte realtà italiane dal Museo del Mare di Genova al Parco Archeologico di Pompei. Ci saranno grandi aziende, ma anche centri di ricerca e università per presentare le ultime soluzioni e per confrontarsi direttamente con chi vive quotidianamente i problemi di avere una qualche forma di limitazione». Ci sarà anche un’area per i Fablab.

Ci sarà anche un hackathon (maratona di programmazione) legato al tema della disabilità e il primo premio è di 5 mila euro e si concluderà il 20 ottobre, ultimo giorno utile per l’iscrizione, che è a numero chiuso. «Abilitando» è organizzato dall’associazione omonima fondata da Paolo Robutti, Giorgio Annone, Consuelo Battistelli, Mauro Buzzi, Maurizio Zambruno, Fabio Montalcini, Cristina Storaro.

(La Stampa)

Così la robotica favorisce la riabilitazione e l’autonomia dei pazienti

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L’innovazione e la ricerca di avanguardia per la riabilitazione di persone con disabilità sono state al centro del primo «Festival internazionale della Robotica», che si sta svolgendo a Pisa in questi giorni. Durante il convegno sulla ”Riabilitazione robotica e disabilità”, Stefano Mazzoleni, ricercatore presso l’Istituto di BioRobotica della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e coordinatore del laboratorio di Bioingegneria della Riabilitazione, ha illustrato le principali innovazioni tecnologiche che saranno applicate in campo riabilitativo.
Tra le tante novità troviamo: la carrozzina robotica Rise (Robotic Innovation for Standing and Enabling) per la verticalizzazione e la mobilità di persone con disabilità motorie gravi, sviluppato grazie alla collaborazione tra l’Istituto di BioRobotica della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa e il Centro di riabilitazione motoria Inail di Volterra; il sistema robotico Motore (sviluppato da Humanware Srl, azienda spinoff della Scuola superiore Sant’Anna) per la riabilitazione degli arti superiori e, i sistemi robotici esoscheletrici per la riabilitazione del cammino di persone con danni neurologici (ictus, lesioni midollari, sclerosi multipla, …) che permettono di somministrare terapie riabilitative ripetibili, intensive, di precisione e personalizzate.
«I robot che progettiamo e costruiamo – afferma Stefano Mazzoleni – possono contribuire ad incrementare l’autonomia e l’indipendenza di molte persone con disabilità, anche gravi, grazie agli effetti positivi del loro utilizzo nell’ambito della riabilitazione e dell’assistenza. Noi ingegneri collaboriamo quotidianamente con i medici e gli staff clinici per progettare insieme la prossima generazione di robot con l’obiettivo finale di migliorare la qualità di vita delle persone che hanno problemi. Gli strumenti che realizziamo per la riabilitazione e l’assistenza forniscono un supporto al lavoro dei medici e dei fisioterapisti, che con l’introduzione di questa tecnologia si possono incrementare l’efficacia dei trattamenti. I sistemi robotici rappresentano un’importante innovazione tecnologica in ambito medico, con effetti benefici già dimostrati scientificamente per i pazienti e con un elevato impatto per il sistema sanitario regionale e nazionale in termini di ottimizzazione delle risorse, equità e sostenibilità economica».

Il Festival internazionale della Robotica è stato promosso dal Comune di Pisa, dall’Istituto di BioRobotica della Scuola superiore Sant’Anna, dalla Fondazione Arpa e dal Centro di ricerca “E. Piaggio” dell’Università di Pisa. I co-promotori scientifici dell’evento sono l’Università di Pisa, la Scuola Superiore Sant’Anna, la Scuola Normale Superiore, il Consiglio Nazionale delle Ricerche, l’Irccs Stella Maris e il Centro EndoCas. Oltre alle applicazioni in campo medico sono state illustrate tutte le novità tecnologiche che saranno impegnate anche nel mondo dell’industria , dello spettacolo e della ricerca scientifica.
Anche la Comunità europea ha finanziato all’interno del programma di finanziamento Horizon2020 lo sviluppo di una piattaforma robotica collaborativa per colonoscopia indolore (Endoscopic versatile robotic guidance, diagnosis and therapy of magnetic-driven soft-tethered endoluminal robots Eu Project – G.A. number: 688592). La piattaforma medicale consentirà di effettuare un esame diagnostico non invasivo del colon mediante l’utilizzo di una capsula endoscopica a locomozione magnetica con funzionalità anche chirurgiche. Il progetto di endoscopia robotica, coordinato dall’Istituto di BioRobotica della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, garantirà il superamento degli attuali limiti delle tecniche tradizionali di colonoscopia, come ad esempio l’invasività della procedura, il dolore causato dall’utilizzo del colonoscopio, la dipendenza dalle abilità dell’operatore, etc., garantendo un elevato grado di diagnosi.

(Il Sole 24ore)