Lesioni Midollari, una cura dalla California

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da Bar Neuroscienze

FG è un ragazzo di 32 anni che, a causa di una lesione al midollo spinale, tre anni fa è rimasto paralizzato dalle spalle in giù. Essere #tetraplegico significa non solo non potersi piú muovere, ma anche non sentire piú sensazioni come tatto, cambi di tempertura, posizione corporea o dolore. La causa è l’interruzione del segnale tra il corpo e la corteccia #somatosensoriale, che processa questo tipo di informazioni.

Dei ricercatori californiani hanno creato serie di piccoli #elettrodi che hanno poi inserito nella corteccia somatosensoriale del paziente grazie a un intervento neruchirurgico. Grazie a questo impianto intracorticale, hanno poi stimolato i neuroni di quella regione inviando piccole correnti elettriche.

A seconda di tipo, intensitá e localizzazione della stimolazione, il paziente è stato in grado di ri-sentire diverse #sensazioni naturali: era come se il suo braccio (controlaterale alla regione stimolata) venisse pizzicato, tamburellato, schiacciato, o mosso… come prima della lesione.

Lo stesso laboratorio nel 2015 aveva connesso un braccio-protesi robotica a degli elettrodi impiantati nella corteccia motoria, permettendo ad un uomo paralizzato di utilizzarla per afferrare e muovere oggetti. Nel futuro, connettere questo tipo di dispositivi con la corteccia sensorimotoria creerebbe interfacce cervello-macchina bidirezionali, permettendo a persone paralizzate di utilizzare braccia e gambe non solo per muoversi, ma anche per #sentire la protesi come parte del proprio corpo.

L’articolo: https://elifesciences.org/articles/32904

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Un Quarto di Secolo

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18/07/1991 – 18/07/2016

Venticinque anni fa nascevo per la seconda volta e questa nuova venuta al mondo, forse restituzione al mondo è più appropriato, è stata credo più traumatica della prima. Anzi, lo è stata sicuramente basti il fatto che della prima non ho memoria ma della seconda ricordo ogni particolare, quasi ogni attimo.

Venticinque anni fa è cominciata questa mia seconda vita, un quarto di secolo vissuto come mai nessuno si potesse aspettare.

Il diciotto luglio del 1991 improvvisamente sono stato colto da una patologia di cui ancora oggi non si è ben capita la causa, se non per una ricostruzione a posteriori non verificabile comunque per quanto autorevole.

Invece sono stati ben evidenti gli esiti, ossia una lesione del midollo cervicale che mi ha reso immobile dal collo in giù ma che per la sua natura trasversa mi ha fatto recuperare la sensibilità.

Improvvisa, dicevo, ma anche violenta. Mi svegliai quella mattina del diciotto luglio ’91 con un dolore lancinante all’altezza della scapola destra, magari poco più in alto. Un dolore terribile che ancora oggi ricordo perfettamente. In casa c’eravamo solo io e mia sorella. Eravamo nella casa in contrada Patellaro, la casa in campagna dove ogni anno passavamo i mesi estivi tra la fine e l’inizio dell’anno scolastico. La casa dove nel bene e nel male è sempre accaduto tutto. Avevo da pochi giorni terminato con successo gli esami di terza media. Eravamo soli quindi, mia madre era scesa giù in paese all’altra casa per il montaggio di una porta blindata, porta che non fu più montata e che in qualche modo ha contribuito a salvarmi la vita. Io ero col mio dolore assurdo e mia sorella ancora nella sua stanza. In quel periodo io dormivo in camera dei miei con mio padre sfrattando mia madre in camera mia. Riuscito a mettermi in contatto con mio padre, medico a cui chiedere un aiuto per quel male, con un telefono baracchino (altro che smartphone!) e spiegata la situazione, i rimedi consigliati non sortivano alcun effetto. In quegli attimi di dolore e paura il rientro prematuro di mia madre sembrò una benedizione, se sono ancora vivo è innanzitutto grazie a lei e al suo operare con lucidità, anche se ben presto quel conforto di madre sarebbe servito a poco al contrario del suo pragmatismo invece . Mi rendevo progressivamente conto di come la situazione fosse sempre più grave: non riuscire a stare in piedi o non riuscire più a muovere e sentire i miei arti mi rendeva ben chiaro il quadro drammatico che si stava sviluppando. Fino al momento in cui io stesso chiesi a mia madre di farmi la respirazione bocca a bocca perché ormai anche la respirazione era deficitaria e difficoltosa. Dopo queste mie parole il buio. Ricordo un buio fitto, nerissimo, molto più nero di quando il sonno del giusto ci avvinghia e non so neanche esattamente quanto sia durato ossia per quanto tempo avevo perso i sensi, non ho mai chiesto in verità. Solo ad un certo punto ripresi conoscenza, sentendo prima la voce di mio padre che nel frattempo era rientrato a casa dal lavoro precipitosamente, e dopo vedendo di nuovo la luce del giorno quando si sostituì a mia madre nella respirazione. Da quel momento in poi fu una corsa contro il tempo, contro il traffico, contro il poco ossigeno che entrava nei miei polmoni, una frenesia sfrenata per raggiungere la rianimazione del Policlinico dove venivo intubato e attaccato a una macchina che respirasse per me. Frenesia, dicevo, che forse da quel momento in poi non ci ha più abbandonato. Tutto ciò accadeva solo in poche ore.

Da quel giorno in avanti si navigò a vista per capire cosa mi stesse accadendo, con un viaggio in aereo per Milano, con tre mesi di ricovero all’Istituto Besta dove passai per spacciato in un primo momento, a destinato a vivere con un respiratore poi, al trasferimento per quasi tre mesi al centro di Riabilitazione di Montecatone di Imola una volta recuperata una respirazione autonoma sufficiente e la sensibilità in tutto il corpo, per poi infine dopo sei mesi tornare finalmente a casa. Un azzardo sicuramente ma volevo assolutamente rientrare…ero saturo di nostalgia e desideroso di lasciare quei luoghi.

Ed ecco che ero nato di nuovo, una di quelle nascite a rischio, che lasciano esiti drammatici e cicatrici, difficoltà da affrontare e pericoli da evitare e superare, con la sofferenza come compagna ma con una nuova vita da vivere il più a pieno possibile!
Questa e altre brevi storie le potete trovare su #Wattpad: http://my.w.tt/UiNb/2lhbNNvo6u

Caschetto e wi-fi per comandare i robot col pensiero? In Italia già succede!

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Alla Liquidweb lavorano a robot umanoidi comandati col pensiero per aiutare persone affette da disabilità. In futuro questa tecnologia potrebbe arrivare nelle nostre case grazie a un gioco.

Usare le onde celebrali per comandare un robot? Alla Liquidweb ci credono e lavorano a robot umanoidi comandati col pensiero che possano aiutare persone affette da disabilità. Ma in futuro questa tecnologia potrebbe arrivare nelle nostre case grazie a un caschetto ed un tablet collegati tra loro in wi-fi.

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Raccontato così sembra tutto molto semplice, ma il progetto su cui lavora Pasquale Fedele, è tutt’altro che semplice. Con la sua startup, la Liquidweb – affiliata all’incubatore Toscana Life Sciences  – ha messo a punto un sistema chiamato Brain Control. Si tratta di un’interfaccia neurale sotto forma di un apparecchio non invasivo, un caschetto, da applicare sulla testa per interpretare gli impulsi elettrici generati dal cervello. Una rete di sensori “legge” l’attività cerebrale, mentre un tablet collegato in wi-fi analizza i dati e li converte in comandi. In questo modo, pazienti in stato di “locked in”, cioè con abilità cognitive intatte ma incapaci di muoversi ed interagire, possono tornare a comunicare col mondo esterno.

Brain Control “Basic Comunicator” VIDEO

Un avatar robotico al servizio di pazienti tetraplegici

Ad oggi è disponibile in commercio una prima versione della piattaforma, certificato come dispositivo CE medicale di classe I. Ma c’è dell’altro. Grazie al supporto di diverse realtà scientifiche e aziendali – come Humanot, Massimi Sistemi, Micromecc e l’Università degli studi di Siena – Liquidweb sta lavorando su un robot umanoide che promette di trasformarsi in un vero e proprio avatar di questi pazienti. Il suo nome è BrainHuro ed è un progetto cofinanziato dalla Regione Toscana. “Abbiamo da poche settimane completato un prototipo di robot umanoide controllato mediante il pensiero”, racconta Fedele. “Stimiamo che tra cinque anni, tramite l’evoluzione dell’ingegneria biomedica, si potranno realizzare esoscheletri totalmente controllati dal pensiero, in grado di ridare anche il movimento alle persone affette da malattie paralizzanti”.
Il robot potrà infatti essere di aiuto nello svolgimento di gesti quotidiani, come andare “virtualmente” in giro per casa, interagire con i propri cari ed osservare il tramonto dalla finestra.

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Controllare un robot col pensiero: un gioco da ragazzi

Sarebbe errato però, pensare che le complesse tecnologie per il controllo neurale siano solo ad appannaggio di centri di ricerca e laboratori. Anzi, soluzioni più “elementari” si fanno largo sul mercato. “Le cuffie capaci di leggere l’attività cerebrale diventano sempre più semplici ed economiche. Presto saranno parte della nostra vita, ma ancora in pochi se ne rendono conto”.
È con queste parole che Paolo De Gasperis ci presenta il “Mind Your Bot!”, laboratorio didattico sviluppato dall’associazione DiScienza, di cui è co-fondatore. Questi workshop nascono per avvicinare tutti alle future tecnologie. Tra le quali, appunto, la Brain Computer Interface. Sono sufficienti delle cuffie che permettono di controllare alcuni oggetti attraverso l’uso delle onde cerebrali ed un po’ di creatività. Ed ecco che una delle più interessanti sfide tecnologiche del futuro può trasformarsi in un semplice gioco.

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La fantascienza invade le nostre case

L’attività ludica in questo caso consiste nel controllare i robot – semplicissimi: ruote motorizzate, scheda Arduino e antenna – e cercare di completare un percorso prima degli avversari. Mindbot infatti, è un rover controllato dal nostro livello di concentrazione: misurando l’attività elettrica del cervello è in grado di regolare la velocità dei motori. “Il cuore di tutto è la cuffia”, afferma De Gasperis. “Un oggetto complesso ma che si può comprare online a meno di 100 euro e che permette di leggere alcuni stati in cui si trova il cervello: il livello di “concentrazione”, ossia onde alfa e beta, e il livello di “rilassamento”, gamma e delta”. Maggiore quindi è l’attenzione, più alta sarà la velocità. Al contrario, basterà un respiro profondo ad occhi chiusi per rallentare – e addirittura far tornare indietro – il nostro robot.

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MindBot è un’attività didattica, ma nella sua semplicità ci mostra uno dei tanti usi di questa tecnologia che presto potrebbero entrare a far parte del nostro quotidiano. Abbiamo già visto in medicina protesi controllate attraverso impulsi nervosi. Presto potremo attivare con il controllo mentale la fotocamera dello smartphone piuttosto che controllare la nostra automobile. La tecnologia c’è. Una volta abbattuti i costi diventerà, in breve tempo, accessibile a tutti. È solo una questione di tempo e presto usare le onde cerebrali per comandare un robot sarà, davvero per tutti, un gioco da ragazzi.
(thenexttech.startupitalia.eu)

di Giovanni Cupidi