UNIONE EUROPEA: TROVATO L’ACCORDO SUL TRATTATO DI MARRAKECH

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Raggiunto l’accordo tra le istituzioni europee sul testo della direttiva che ratifica il trattato di Marrakech sull’accesso facilitato alle opere pubblicate per persone con disabilità visive. Sarà più facile per i non vedenti l’accesso ai libri, ma c’è il rischio di nuove tasse

Trovato l’accordo tra Parlamento europeo, Commissione e Consiglio Ue sul testo della direttiva e del regolamento che attuano il trattato di Marrakech sull’accesso facilitato ai testi pubblicati per persone con disabilità visive, concedendo però agli Stati membri la facoltà di applicare nuove imposte per tutelare il diritto d’autore.

In generale, la direttiva e il regolamento approvati consentono lo scambio transfrontaliero di libri e altri materiali scritti in formati accessibili per ciechi e altre persone con disabilità visive, sia all’interno che all’esterno dell’Unione europea. In questo modo viene regolamentata un’eccezione al diritto d’autore per la produzione di questi particolari tipi di opere, formattate in copie rese “accessibili” ai non vedenti.

Questa è una grande novità per milioni di persone con disabilità visive in tutto il mondo”, ha dichiarato in una nota l’Ong Unione europea dei ciechi, sottolineando che che con questa normativa si mette la parola fine alla “carestia dei libri” che fino ad oggi “ha limitato l’accesso a meno del 5% delle opere pubblicate”.

Ciononostante, l’associazione dei non vedenti europei punta il dito contro la norma che concede, agli Stati membri, la facoltà di imporre alle organizzazioni di non vedenti e alle biblioteche il pagamento di una “compensazione economica”, per la distribuzione dei testi protetti da copyright. Questi sistemi di remunerazione, continua l’associazione dei non vedenti europei, anche se facoltativi, potrebbero avere un impatto molto negativo nella condivisione e distribuzione di libri “accessibili” a causa dell’aumento dei costi, già elevati per il particolare tipo di produzione. Pertanto, l’Unione europea dei ciechi “invita gli Stati membri a non applicare nessuna tassazione aggiuntiva, nello spirito del trattato di Marrakech”.

(eunews.it)

Tecnologia: Ue, da interazione cervello-computer un aiuto per disabili

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Afferrare un bicchiere o scrivere una mail. Gesti quotidiani che le persone con gravi disabilita’ fisiche non possono compiere anche se hanno la volonta’ e la forza mentale per farlo. I progetti finanziati dall’Ue come TOBI (Tools for Brain-Computer Interaction) si incentrano su tecnologie che potrebbero migliorare sensibilmente la qualita’ della vita dei disabili. L’interazione cervello-computer – spiega la Commissione europea – ha consentito loro di riprendere il controllo di arti paralizzati, navigare sul web e effettuare ”passeggiate virtuali” grazie alla forza del pensiero. ”Partecipare a questo progetto mi ha fatto capire che posso ancora essere utile per la societa”’, ha scritto Jean-Luc Geiser, 53 anni, che a seguito di un ictus e’ rimasto completamente paralizzato e non e’ in grado di parlare. Grazie a TOBI, Jean-Luc ha potuto comunicare digitando email avvalendosi di un cursore azionato dalle sue onde cerebrali. Anche il giovane Francesco Lollini e’ molto contento di aver partecipato a questo progetto: ”Mi e’ piaciuto molto partecipare a questi test anche perche’ mi piacciono molto i film di fantascienza” ha dichiarato. A differenza di esperimenti simili cui di solito partecipavano pazienti non disabili o che comportavano impianti celebrali invasivi, TOBI – progetto su cui l’Ue ha investito 9 milioni di euro e che ha coinvolto 13 partner provenienti da Austria, Germania, Italia (con la Fondazione Santa Lucia di Roma), Svizzera e Regno Unito – ha aperto nuove prospettive sviluppando prototipi non invasivi testati direttamente da e con i potenziali utenti. ”Ci sono molte persone affette da diversi livelli di disabilita’ fisica che non riescono a controllare il proprio corpo ma il cui livello cognitivo e’ sufficientemente elevato”, ha dichiarato il coordinatore del progetto Jose’ del R. Millan professore presso l’Ecole polytechnique federale di Losanna. TOBI prevedeva almeno tre tipi di interazione ”cervello-computer” che hanno consentito ai pazienti di comunicare e persino di muoversi. Nel primo caso si trattava di inviare segnali cerebrali a un cursore di computer mediante elettrodi collegati a una calotta posta sulla testa.Semplicemente pensando a quello che volevano scrivere, i pazienti riuscivano a controllare a distanza il cursore del computer per navigare sul web e scrivere email e testi. Nel secondo esperimento, i pazienti hanno inviato segnali cerebrali per controllare un piccolo robot dotato di sensori video, audio e per la rilevazione degli ostacoli. Hanno potuto quindi utilizzare il robot per fare una passeggiata ”virtuale” in ospedale o collegarsi con i propri cari in luoghi diversi. Altri pazienti sono stati in grado di riprendere il controllo dei propri arti paralizzati semplicemente pensando di muoverli, grazie ad un software concepito per individuare l’intenzione di un paziente di effettuare un determinato movimento. In alcuni casi, con allenamenti intensivi e una riabilitazione sostenuta, i pazienti sono riusciti a mantenere il controllo anche dopo che erano stati rimossi i dispositivi elettronici. Gli utilizzatori sono entrati a far parte dell’equipe di ricerca. ”Abbiamo ascoltato i commenti di tutti i pazienti per correggere errori di progettazione e apportare rapidamente le modifiche necessarie. Abbiamo anche tenuto conto delle reazioni degli utilizzatori professionali che lavoravano con i pazienti nelle strutture ospedaliere”, ha dichiarato il professor Millan. Il progetto si e’ concluso lo scorso anno e i diversi prototipi sono ancora in corso di perfezionamento. Alcuni dispositivi sono a disposizione dei pazienti nelle cliniche e negli ospedali partner del progetto.
(asca.it)

Per i disabili italiani trovare lavoro…

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L’84% dei portatori di handicap in età lavorativa è disoccupato. E intanto la Commissione Ue valuta una nuova procedura di infrazione contro l’Italia

Il presidente della Commissione Ue José Manuel Barroso

L’84% dei portatori di handicap in età lavorativa non ha un impiego e i disoccupati iscritti alle liste di collocamento obbligatorio sono 750 mila, secondo dati 2013 del ministero del Welfare. Ecco che Lorenzo Torto, un ragazzo di 26 anni sulla sedia a rotelle è tornato per seconda volta a Bruxelles – la prima un anno fa – per chiedere alla Commissione europea com’è possibile che, in Italia, il lavoro è una missione (quasi) impossibile per i disabili. Questa situazione ha portato la Commissione a valutare se aprire una nuova procedura di infrazione contro l’Italia, che ha già subito una bocciatura sul diritto al lavoro dei disabili nel luglio scorso. Dalla prima petizione di Torto alla Commissione europea, il 20 marzo 2013, infatti, sono successe molte cose. La Corte di Giustizia europea ha condannato l’Italia per non aver imposto «a tutti i datori di lavoro l’adozione di provvedimenti efficaci e pratici, in funzione delle esigenze delle situazioni concrete, a favore di tutti i disabili» come previsto dalla normativa comunitaria. Inoltre il governo Letta ha rifinanziato il fondo per l’occupazione dei portatori di handicap per 10 milioni di euro nel 2013 e 20 milioni nel 2014.

Ma secondo Torto «nella vita quotidiana di tante persone che soffrono non è cambiato niente» e anche la Commissione Europea ha chiesto chiarimenti all’esecutivo su come viene attuata la normativa. «La Commissione ha comunicato che è ancora in corso la procedura di osservazione del nostro Paese per verificare l’efficacia della legge 93/2013 nel garantire la piena inclusione dei disabili nel mondo del lavoro», afferma la presidente della Commissione petizioni dell’Unione Europea, Erminia Mazzoni (Ppe). «Preso atto dell’immobilismo italiano denunciato da Lorenzo Torto, ho invitato il premier Matteo Renzi e il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, a dare seguito con urgenza alle disposizioni della Corte», aggiunge l’europarlamentare.

Il governo ancora non ha assegnato la delega alla disabilità, ma il sottosegretario al Lavoro Franca Biondelli garantisce «la forte attenzione e la piena disponibilità» dell’esecutivo su queste tematiche. La legge italiana è «unanimemente riconosciuta tra le più avanzate nell’ambito della non discriminazione, ma è anche tra le maggiormente inapplicate», osserva il sottosegretario.

E anche la recessione influisce in modo pesante perché le aziende in crisi possono sospendere gli obblighi di assunzione dei disabili previsti dalla legge 68/99. «In questo modo si calcola che circa il 25% dei posti previsti per i disabili rimane non assegnato, tanto nel settore pubblico quanto nel privato», conclude Biondelli. E così il disagio aumenta, come registra la responsabile della politiche per la disabilità della Cgil, Nina Daita, che racconta: «ormai quasi quotidianamente mi arrivano lettere e telefonate di disabili disperati per la ricerca di lavoro, la solitudine e la paura per il futuro».

(lastampa.it)

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Disabilità. Il futuro nelle “Tecnologie assistive personalizzate”. E l’UE stanzia 2,65 mln di euro 

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La più nota è ASTERICS. Una piattaforma di tecnologia assistita capace di adattarsi alle esigenze del singolo paziente.  Anche se le sue condizioni cambiano nel tempo. E’ possibile infatti scegliere il settaggio con semplici interruttori o con webcam a interfaccia neurale. E i costi di installazione sono bassi.

Più passano gli anni, più va avanti la ricerca, più le persone con disabilità motorie possono riuscire ad avere una vita un po’ più indipendente e confortevole. Tutto merito delle cosiddette “tecnologie assistive” (TA), che permettono loro di aprire una porta, accendere una luce o connettersi a internet tramite il solo movimento di un occhio o della testa o persino attraverso il pensiero. Tecnologie che stanno diventando più flessibili e personalizzabili per i singoli utenti, grazie al lavoro di ricercatori finanziati dall’UE. Tra questi il più famoso è ASTERICS (“Assistive technology rapid integration and construction set”), che ha ricevuto un sostegno di 2,65 milioni di euro di finanziamenti della Commissione europea nell’ambito del Settimo programma quadro (7° PQ) dell’UE. Stefan Parker, coordinatore del progetto e ricercatore presso la KI-I in Austria, haspiegato al CORDIS – intento a fare il punto della situazione sui progetti – in cosa consiste e che cosa si cerca di diverso oggi rispetto al passato. Benché molte persone usino già le tecnologie assistive – un termine che comprende dispositivi assistivi, adattativi e riabilitativi per persone disabili – nella maggior parte dei casi i sistemi e le applicazioni sono progettati per svolgere una funzione specifica o aiutare una persona che ha una specifica forma di disabilità. “Quello che io chiamerei il ”vecchio” mercato delle TA è dominato da applicazioni e dispositivi isolati, ognuno dei quali si rivolge a una disabilità specifica o si concentra su una specifica abilità dell”utente. Questo in linea di principio va bene, perché significa che ogni dispositivo può essere brillantemente ottimizzato nella sua funzionalità”, ha spiegato. “Il problema è che nella maggior parte degli usi attuali questi dispositivi riescono solo a sfruttare una parte delle abilità dell”utente o, in altri casi, non si possono adattare bene alle esigenze dell”utente, lasciandolo con un dispositivo che è appena semi-ottimale per il suo caso”.  Si stima che 2,6 milioni di persone in Europa abbiano problemi di mobilità che colpiscono gli arti superiori e circa 1,3 milioni di loro hanno bisogno di tecnologie assistive o dell’aiuto di qualcun’altro per poter svolgere le attività quotidiane. Nei paesi sviluppati la cifra sale a 2,5 milioni. Si tratta di persone che soffrono di diverse malattie, come la sclerosi multipla e la sclerosi laterale amiotrofica, e vari gradi di paralisi, una delle quali è la sindrome locked-in nella quale una persona può muovere solo gli occhi. Le disabilità non si possono tuttavia dividere in categorie: ogni persona è diversa e anche due persone che soffrono della stessa malattia spesso possono avere gradi e tipi di invalidità molto diversi o diverse disabilità contemporaneamente. Inoltre, ogni singolo paziente ha bisogno che i sistemi vengano regolati o che ne vengano usati di nuovi man mano che i sintomi si evolvono nel tempo. Per affrontare la questione, un consorzio di istituti di ricerca, università e aziende private di sette paesi ha sviluppato una piattaforma conveniente e scalabile per implementare le TA in un modo molto più personalizzato e flessibile. Il loro sistema, sviluppato in due anni proprio nell’ambito del progetto ASTERICS, è già passato alla produzione commerciale e la ricerca ancora in corso dovrebbe migliorarlo ulteriormente. A differenza dei sistemi di TA tradizionali, la piattaforma ASTERICS si può configurare per soddisfare le esigenze specifiche dei singoli utenti. È possible scegliere da un”ampia gamma di sensori, da semplici interruttori o webcam a interfaccia neurali (brain-computer interface o BCI), per un’interazione con il sistema a seconda dalle esigenze e dalle capacità di ognuno. “Il mercato delle TA è attualmente soggetto a grandi cambiamenti. Da una parte, i dispositivi mobili come smartphone e PC tablet stanno conquistando il mondo e questo ha una grande influenza sul mercato delle TA. Dall’altra parte, si stanno sviluppando approcci alle TA più centrati sull”utente e più flessibili, dei quali ASTERICS è il primo e quindi il più importante”, ha spiegato Parker.  “Questo approccio ha come risultato uno sviluppo di TA sul posto completamente incentrate sull’utente, l’utente infatti non ha più bisogno di adattarsi al dispositivo, avviene piuttosto il contrario. Il sistema è così avanzato che anche gli stessi utenti possono fare piccoli adattamenti da soli o con l’aiuto di chi si prende cura di loro, in modo da seguire i cambiamenti che si verificano nella situazione quotidiana”, ha osservato. “Inoltre il sistema si può adattare ogni volta che cambiano le condizioni dell’utente in meglio o in peggio, gli utenti non avranno più bisogno di comprare un nuovo dispositivo ogni volta che le loro condizioni cambiano o di usare quello vecchio nonostante risulti loro difficile, potranno continuare a usare il sistema cui sono abituati e che apprezzano, ma con nuovi mezzi di input o semplicemente con impostazioni diverse”. Persone che soffrono di invalidità motorie, assistenti specializzati ed esperti di TA, sono stati consultati dal team di ASTERICS durante il processo di progettazione e sviluppo e i prototipi di piattaforma hanno ricevuto recensioni straordinariamente positive nelle prove. “ASTERICS è stato molto apprezzato dagli utenti e nel corso dei test fatti con loro abbiamo potuto dare a delle persone possibilità che non avrebbero avuto senza questo sistema. Alcuni utenti hanno continuato a usare il sistema ASTERICS sin dai test e ne sono molto contenti”, ha continuato il ricercatore. Il sistema ha oltretutto costi di installazione relativamente bassi e può usare i dispositivi che gli utenti possiedono già, come webcam o computer portatili, il che riduce ulteriormente i costi. Parker stima che la maggior parte delle persone dovrà spendere circa 500 euro, escluso il costo di comprare un computer portatile o fisso, per un giusto set up, anche se i costi potrebbero salire a diverse migliaia se sono necessarie attrezzature più costose come interfaccia neurali. Oltre ad ASTERICS, in corso grazie ai finanziamenti europei  c’è anche IMA, un progetto partner basato nella Repubblica ceca, sta attualmente producendo hardware commerciali, come moduli input/output da usare con il sistema, mentre Harpo in Polonia, un altro partner, è il distributore principale del sistema completo e fornisce servizi di adattamento e personalizzazione.  L’obiettivo del team adesso è continuare la ricerca e lanciare un progetto di follow-up per estendere il sistema ai dispositivi mobili come smart phone e tablet.  
(quotidianosanita.it)

di Giovanni Cupidi

Disabili e occupazione: perché l’Europa ha condannato l’Italia

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La Corte di Giustizia Ue sanziona il nostro paese, per non aver favorito abbastanza l’inserimento nel mondo del lavoro dei portatori di handicap

Italia condannata per non aver favorito abbastanza l’inserimento dei disabili nel mondo del lavoro

E’ quanto ha stabilito una recentissima sentenza della Corte di Giustizia Europea , che impone al nostro paese di mettersi in riga e adottare opportuni cambiamenti legislativi, tali da sanare la situazione. 

IL CONTENZIOSO
Tutto è partito da un contenzioso che risale addirittura al 2006 e che ha visto contrapposte la Commissione Ue e la Repubblica Italiana. In particolare, le autorità di Bruxelles hanno rimproverato al governo e al parlamento di Roma di non aver recepito pienamente una direttiva europea che risale a oltre 13 anni fa (la n. 78 del 2000) e che aveva proprio lo scopo di agevolare l’inserimento nel mondo produttivo dei portatori di handicap. Secondo l’articolo 5 della direttiva, “il datore di lavoro deve prendere dei provvedimenti appropriati, in funzione delle esigenze e delle situazioni concrete, per consentire ai disabili di accedere a un lavoro, di svolgerlo o di avere una promozione o di ricevere una formazione professionale, a meno che tali provvedimenti non richiedano un onere finanziario sproporzionato per lo stesso datore di lavoro”.

LE BARRIERE ARCHITETTONICHE
Si tratta di un principio che in Italia, secondo la Commissione Ue, non è stato pienamente rispettato, benché nel nostro paese esistano delle norme a tutela dei lavoratori disabili sin dagli anni ’60, perfezionate poi con la legge n. 68 del 1999. Nello specifico, Bruxelles rimprovera alla legislazione italiana di circoscrivere le tutele soltanto ad alcune tipologie di disabilità specificamente individuate e di basare le politiche di integrazione dei portatori di handicap soprattutto su “incentivi, agevolazioni e iniziative a carico delle autorità pubbliche” senza imporre sufficienti obblighi ai datori di lavoro. Inoltre, dalla disciplina italiana sono in gran parte escluse alcune categorie di aziende, come quelle con meno di 15 addetti.

LA SODDISFAZIONE DELLE ASSOCIAZIONI
Anche se Roma ha rispedito le accuse al mittente, la Corte di Giustizia Europea ha deciso di ragione a Bruxelles. La sentenza è stata accolta con soddisfazione dai sindacati e da alcune associazioni di categoria come la Federazione italiana superamento handicap (Fish), la quale ha evidenziato alcune cifre che provano la giustezza del pronunciamento dei giudici comunitari. Nel nostro paese, infatti, soltanto il 16% delle persone disabili con un età fra i 15 e i 74 anni risulta essere un lavoratore attivo, mentre il tasso di occupazione tra la popolazione generale è di circa il 50%.

IL PARERE DEL GIURISTA
Di diverso parere è l’avvocato Fabrizio Daverio, giuslavorista e socio fondatore dello studio legale Daverio&Florio, il quale giudica “abbastanza sorprendente” il recente pronunciamento della Corte”. I motivi che spingono Daverio avere questa posizione, sono sostanzialmente due. Innanzitutto, l’avvocato fa notare che il testo dell’articolo 5 della direttiva europea sui lavoratori disabili è “piuttosto generico” e rende difficile capire, nello specifico, quali sono le sue reali modalità di applicazione. Inoltre, secondo Daverio, le leggi italiane a tutela dei lavoratori portatori di handicap sono già abbastanza avanzate e stabiliscono certi obblighi per le aziende che, invece, non sono previsti in altri paesi (almeno in alcuni). E’ il caso delle norme che impongono alle imprese di avere nell’organico un numero minimo di dipendenti disabili (almeno 7% dei lavoratori occupati, se la società ha più di 50 addetti; almeno due lavoratori, se l’azienda ha un organico tra 36 a 50 dipendenti e almeno un lavoratore, qualora nell’impresa siano impiegati da 15 a 35 dipendenti). Se dunque in Italia il tasso di occupazione tra i disabili è basso, per Daverio la colpa non è certo delle leggi attuali, che ovviamente si limitano a fissare dei principi e degli obblighi. Spetta alle autorità pubbliche, poi, riuscire ad applicarli bene.
(economia.panorama.it)

di Giovanni Cupidi

Lavoro per i disabili: l’Ue condanna l’Italia

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In Italia le opportunità lavorative e di integrazione per i disabili non sono molte nonostante a livello nazionale vi sia una legge specifica e l’Unione Europea preveda norme molto precise contro le discriminazioni. Da oggi a certificare l’inadempienza del nostro paese c’è anche la sentenza della Corte Europea di Giustizia che ha condannato l’Italia perché “è venuta meno al suo obbligo di recepire correttamente e completamente” le norme contro la discriminazione delle persone con disabilità ed in particolare l’articolo 5 della direttiva 2000/78/CE che stabilisce “un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro.”Alla sentenza della Corte di Giustizia si è arrivati dopo l’avvio nel 2006 di una procedura di infrazione della Commissione nei confronti dell’Italia perché inadempiente sulla corretta applicazione alle Direttive europee. La Commissione nei suoi giudizi sull’Italia hacontestato moltissimi punti della Legge 68/99, le procedure di applicazione della stessa e le norme adottate negli ultimi anni per adeguarsi alla legislazione europea. Pur ammettendo la legge italiana su alcuni aspetti offre “garanzie ed agevolazioni persino superiori” alla direttiva europea, la Commissione sostiene che questa obbliga solo una parte dei datori di lavoro ad assumere lavoratori svantaggiati e di conseguenza esclude una parte dei disabili dalle opportunità lavorative.Anche l’applicazione pratica della legge viene contestata perché l’adozione delle misure previste sarebbe affidata alle “autorità locali o alla conclusione di apposite convenzioni tra queste e i datori di lavoro e non conferirebbe quindi ai disabili diritti invocabili direttamente in giudizio”. In questo caso ad essere contestata è la complessa trafila che vede occuparsi della stessa materia Provincie, Regioni e Direzioni del lavoro senza una effettiva garanzia dei diritti sanciti e una reale possibilità di far varli valere giuridicamente.  Praticamente l’Europa fa notare all’Italia che seppure una legge c’è è difficile  applicarla e farla rispettare per i troppi passaggi burocratici fra gli enti pubblici.   
In definitiva il giudizio della Commissione Europea sulla Legge 68/99 è piuttosto duro perché sostiene che “il sistema italiano di promozione dell’integrazione lavorativa dei disabili è essenzialmente fondato su un insieme di incentivi, agevolazioni e iniziative a carico delle autorità pubbliche e riposa solo in minima parte su obblighi imposti ai datori di lavoro” mentre la normativa europea impone precisi obblighi e non solo incentivi. L’Italia nelle sue repliche, pur ammettendo delle lacune legislative, ha ribadito però che la Legge 68/99 garantisce “soluzioni in favore  dei disabili” e che alcune norme europee sono state interpretate in modo troppo restrittivo e in modo “difforme” dal testo.  Tali repliche tuttavia non hanno convinto la Corte di Giustizia Europea che ha invece confermato tutti i rilievi mossi dalla Commissione condannando l’Italia per non aver applicato in modo completo per tutti i datori di lavoro l’obbligo di assunzione dei disabili e garantire loro le giuste condizioni di lavoro. L’Italia, inoltre, essendo parte soccombente nel procedimento è stata condannata al pagamento delle spese legali. Di fatto tutti gli argomenti sollevati dalla Commissione e dalla Corte di Giustizia confermano  tutti i problemi le inadempienze che l’inchiesta Disoccupabili di Fainotizia ha documentato dando voce ai disabili stessi e che rendono sempre più urgente una nuova legislazione in materia. 
(fainotizia.it)

di Giovanni Cupidi